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lunedì 7 aprile 2025

Roberto De Simone ci ha lasciato



Roberto De Simone, a soli 91 anni, è volato in cielo. Vogliamo ricordarlo con un capitolo che gli dedicai nel mio libro: "Quei napoletani da ricordare".

 


Un grande genio «compreso»

Musicista, musicologo, regista, etnologo, uomo di teatro, riscopritore dell’enorme patrimonio dell’opera buffa e della musica folcloristica; un vulcano inarrestabile dotato di una vastissima cultura e di una fervida fantasia, che gli consente di portare avanti un discorso teatrale legato alle matrici più profonde e complesse della cultura napoletana senza mai cadere nell’erudizione o nella rievocazione archeologica. Questo è Roberto De Simone napoletano insigne nato nel 1933 in una vecchia casa della Pignasecca.

Il maestro non è soltanto figlio d’arte, bensì anche nipote, pronipote, lontano discendente di artisti sia dal lato paterno che materno, che hanno abituato sin da piccolo Roberto a masticare una grande varietà di linguaggi teatrali, facendogli respirare sin da bambino un’atmosfera artistica.

Il nonno lavorava nel teatro con la compagnia di De Muto e nel cinema ne «L’oro di Napoli» e nell’«Arcidiavolo», la nonna cantava le operette più in voga negli anni Venti, zia Marietta ammaliava il pubblico del Bellini con le arie di «Carmen» e del «Trovatore» mentre il papà di Roberto, Attilio, oltre che attore è stato suggeritore di professione.

Dal lato materno l’inclinazione è tutta per la musica classica. Uno zio suonava nell’orchestra del San Carlo il violoncello, mentre la cugina Laura studiava pianoforte e cantava e sarà proprio lei a dare le prime lezioni al maestro, all’età di otto anni. In seguito studierà con la maestra Tita Parisi che lo accoglie in Conservatorio e lo ricorda come «un allievo magnifico, un musicista nato, studioso ed intelligente».

Lo studio del pianoforte è per un po’ interrotto durante la guerra, perché la famiglia De Simone padre, madre e sei figli, tre maschi e tre femmine, deve sfollare per alcuni mesi prima ad Ariano Irpino e poi a Somma Vesuviana.

Tornato a Napoli ricomincia a frequentare il Conservatorio al quale negli anni affiancherà gli studi al liceo classico preparandosi da privatista e sostenendo gli esami al Vittorio Emanuele ed al Genovesi.

Le giornate scorrono tutte eguali: studio ed esercitazioni, esercitazioni e studio. Unica distrazione qualche passeggiata a piedi per il centro antico della città prospiciente il Conservatorio di San Pietro a Majella. Molte ore a frequentare la famosa biblioteca della scuola con un amore per la ricerca che non verrà meno negli anni a seguire.

A 14 anni debutta in pubblico eseguendo il concerto in re minore di Mozart alla Sala Scarlatti, ottenendo un lusinghiero successo e la prima recensione da parte del critico Achille Longo.

Nel 1956 esce diplomato dal Conservatorio con il voto più alto in pianoforte: un brillantissimo dieci e lode, rarissimo a quei tempi. Sembrava più che spianata una grande carriera di concertista, ma l’inattesa scomparsa del padre a soli 46 anni, costrinse il giovane De Simone a cercarsi un lavoro. Ed i lavori nei primi mesi saranno molti: compone la colonna sonora di lavori radiofonici, impartisce lezioni private, suona più di uno strumento nella Scarlatti ed addirittura lo vediamo in via Acton in un club per americani interpretare brani di Gershwin e Cole Porter o partecipare come organista alla trasmissione televisiva «Senza Rete». Durante questi anni appena il lavoro gli lascia un po’ di tempo libero intraprende un’affascinante serie di viaggi nella cultura popolare meridionale. Da ognuno di questi viaggi torna sempre, oltre che arricchito nello spirito, con la borsa zeppa di materiale di studio. Cominciano a svilupparsi le sue numerose collezioni che affollano oltre misura la sua casa: strumenti musicali, pastori del presepe, statuine delle anime del purgatorio, libri esoterici. E su tutto questo materiale studia, legge e scrive per ore e ore interrompendo soltanto per passare alla tastiera del pianoforte; una vita da certosino, da sgobbone, facilitata dalla scarsa necessità di dormire.

Gira in lungo e in largo per la campagne del meridione, affascinato dalle favole dei contadini, dalle antiche parlate dei cafoni.

Approfondisce le opere di De Martino e gli studi antropologici di Carpitella; raggiunge i paesini più sperduti e prende appunti su tutto: canti, favole, preghiere, duetti, cantilene, proverbi, dicerie popolari. Compie un viaggio straordinario nel linguaggio sotterraneo della gestualità e della ritualità pagana, che, scopre, come Levi, essere la religione che pregna la vita delle campagne meridionali. Il risultato di queste continue esplorazioni è un’immensa documentazione e raccolta di dati e materiale, che negli anni seguenti si concretizza in incisioni, opuscoli e cofanetti. Tali incessanti peregrinazioni sono anche la spina di uno stile di vita che non cambierà più nel futuro del maestro e gli farà sempre prediligere il contatto con le tradizioni popolari attraverso le persone. Egli scopre che il luogo dove si agisce è sempre il centro dell’azione, ove si assiste alla ritualizzazione della vita. Si appassiona al problema della follia e prende in esame come essa venga considerata nelle antiche culture e tradizioni e quale enorme potere catartico essa possegga. Scopre che il folle spesso è anche saggio, possiede virtù ordinatrici e nello stesso tempo dirompenti, operando con la sua pazzia, a volte lucida, ampi varchi nelle certezze del prossimo da cui spesso è perseguitato con grande collera.

Esamina alcune grandi feste popolari quali le antiche celebrazioni del Carnevale, in cui la follia viene rappresentata come un rovesciamento della condizione normale, in cui la comunità assurge ad un rituale liberatorio collettivo, o la tradizionale festa di Piedigrotta di Napoli che fino a pochi anni fa veniva vissuta con grande partecipazione da quasi tutta la popolazione e che si manifestava con mascheramenti, con danze violente e con una serie di atteggiamenti e di manifestazioni trasgressive in cui la violenza però non si esprimeva in aggressioni verso la comunità o all’esterno della stessa, ma veniva scaricata all’interno di un gioco con profondi affetti catartici come nei riti cibelici di ispirazione pagana da cui derivava.

E giungiamo alla metà degli anni Sessanta quando attraverso l’incontro che De Simone ha con Eugenio Bennato, Carlo D’Angiò e Giovanni Mariniello si viene a creare il nucleo storico della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Il gruppo comincia ad approfondire il repertorio campano di musiche antiche ed ai tre si aggiungono ben presto Beppe Barra e Fausta Vetere.

Tutte le sere si prova nella casa del maestro, si fanno i primi spettacoli all’Instabile dove un giorno va a vederli Eduardo De Filippo, il quale entusiasta della loro carica vitale li segnala a Romolo Valli che li invita al Festival di Spoleto nel 1972 dove la NCCP ottenne un lusinghiero successo ripetuto nel 1974 sullo stesso palcoscenico con la «Canzone di Zeza» e con la «Cantata dei Pastori» al teatro San Ferdinando di Napoli.

La Nuova Compagnia di Canto Popolare si proponeva, in una società che tutto consuma vorticosamente e non ha memoria del passato, neanche di quello recente, di riprodurre filologicamente, confrontandosi con linguaggi diversi, delle espressioni musicali di tempi lontani, rendendole comprensibili a chi vive oggi e le ha dimenticate.

Dopo queste esperienze De Simone approda al teatro musicale, forma espressiva che usa tutto, che mescola linguaggi, tecniche, che confonde le carte, che gioca, si diverte, canta, balla, ride, scherza, infrange convenzioni, suggerisce lacrime, suppone angosce. Un’espressione brutale, un’esperienza interiore che si proietta in gioco, in rito, in festa, oppure un gioco, una festa che proietta sulla scena l’esperienza interiore di ciascuno.

Ed è in questo periodo di attività frenetica che nasce il capolavoro del maestro «La Gatta Cenerentola», un’opera nella quale l’autore si collega in parte al teatro antico e in parte a quello settecentesco. De Simone sceglie una favola perché è così più facile fornire elementi ritualizzanti alla gestualità dell’attore il quale può assegnare un significato alla rappresentazione, spingendo in alcuni casi la stessa rappresentazione fino alla più delirante fantasia. Nel 2° e nel 3° atto vi è la ricerca e l’incontro tra mondo maschile e mondo femminile vista con l’occhio della cultura mediterranea. Alcune scene come «Il canto delle lavandaie» hanno una forza e sprizzano un’energia travolgente che entusiasmano il pubblico in maniera totale.

L’opera presentata per la prima volta a Spoleto nel 1976 è stata replicata all’infinito raccogliendo sempre un successo travolgente di critica e di pubblico.

La Gatta cenerentola è un’opera lontana dal gusto napoletano ancorato ai lavori di Viviani e di Scarpetta nei quali la comicità è dovuta ad una visione distorta del mondo partenopeo prodotta dalla borghesia, dove però manca del tutto l’elaborazione del simbolo e della metafora teatrale.

Gli attori interpreti di questa opera spesso, pur essendo delle splendide «macchine teatrali» sono fini a se stessi e ripetono pedissequamente un modello culturale superato senza alcun addentellato con la realtà attuale.

De Simone più volte si lamenta che nell’allestimento di uno spettacolo teatrale mancano buoni attori per le parti minori oltre che buoni elettricisti e costumisti. Come pure mancano buoni macchinisti e direttori di scena, oppure attori che fanno una carriera di seconde parti. Oggi tutti vogliono fare i protagonisti, tutti vorrebbero essere il regista o il divo.

Dopo il 1979 De Simone mette in scena, con la collaborazione di Mico Galdieri una serie di opere tutte di grande successo dalla «Festa di Piedigrotta» di Viviani alle «Zite ’n galera» di Leonardo Vinci, dall’«Opera buffa del giovedì santo» al «Eden Teatro», da «Lucilla Costante» alla «Donna del bell’umore» una «Messa in memoria di Pasolini» uno straordinario omaggio al grande scrittore da poco scomparso, ed infine «Mistero Napoletano» che presentato anche all’estero ottiene anche nei teatri tedeschi con un pubblico «prussiano» un grande successo, segno che anche degli spettatori con una mentalità così diversa dalla nostra, possono essere presi e permeati da una storia così profondamente e arditamente napoletana.

Nel frattempo scrive, instancabile, numerosi saggi e collabora con Sergio Bruni nell’allestimento di una antologia della canzone napoletana.

Pur producendo divisioni e polemiche, De Simone nel suo campo non ha rivali e come giusto riconoscimento ha anche la nomina a direttore artistico del San Carlo. Seguirono numerose regie liriche con incursioni sempre più frequenti nel melodramma. Egli esplora in maniera esaustiva tutti gli autori del Settecento, tra i quali predilige Pergolesi. Confessa che sarebbe attirato dalla regia di grandi autori come Pirandello, Shakespeare o Brecht ma non sarebbe soddisfatto della sola prosa, essendo in lui troppo viva la dimensione ritmico sonora della lingua per poter prescindere dalla musica. In ogni caso studia a fondo la drammaturgia in quel periodo dibattuta tra tradizione e nuove tendenze.

Prepara nel centenario della sua nascita un omaggio a Viviani, ricavando dai suoi brani più corali un pannello sonoro poetico musicale intitolato «Carmina vivianea».

Cerca a lungo le radici del linguaggio di Pulcinella, studiando tutto ciò che si conosce sulla maschera di Acerra.

Dal pozzo senza fondo costituito dai cassetti e gli scaffali della sua biblioteca, piena di carteggi, pentagrammi cassette registrate e quaderni zeppi di appunti ricava una raccolta di commedie tutte inedite, scritte dal 1629 al 1724 giocate sul personaggio di Pulcinella.

Il lavorio intellettuale è incessante, la sua curiosità filologica lo fa muovere a meraviglia tra le commedie di Goldoni e gli scritti di Galilei, la storia del teatro comico napoletano di Altavilla, la topografia di Napoli di Capasso, l’intera raccolta di Cerlone, le opere di Tommaso e di Jung, ma egli non dimentica mai di essere un artista che vive nel suo tempo e che le indagini più importanti sono quelle sul linguaggio dei giovani di oggi, per capire come nasce un nuovo gergo come quello dei «paninari» e soprattutto quali sono i percorsi linguistici dei ragazzi che lo usano.

Nel 1990 una delusione gli viene dalla mancata nomina di direttore artistico del Mercadante, carica in cui per un gioco politico gli viene preferito Maurizio Scaparro. Il maestro da tempo stava lavorando alacremente ad un piano di rilancio del teatro, una struttura carica di gloria, ma ridotta allo sfascio per una cattiva gestione amministrativa.

Era perciò sicuro che quella carica spettasse a lui, ma pare che la guida del palcoscenico più prestigioso della Campania debba essere vietata agli esperti carismatici del settore. Per curiosità neanche Eduardo De Filippo riuscì mai, anche al colmo della gloria, a raggiungere la direzione dello «Stabile».

Nello stesso anno giungono però due grandi riconoscimenti: l’assegnazione del Premio Napoli come più illustre napoletano ed il trionfo alla Scala con Muti nella direzione del «Nabucco».

Nella regia del Nabucco, De Simone esegue una rilettura dell’opera in tono romantico medioevale facendo divenire vero protagonista dell’opera il rapporto tra gli uomini ed il Sovrumano, così che quando gli Dei si allontanano crollano gli imperi.

Per un impegno così importante, che per ogni uomo di spettacolo equivale ad una sorte di consacrazione, De Simone pensò di creare un quartetto di napoletani, volendo al suo fianco, oltre a Muti, gli amici di sempre Carosi autore delle scene e Odette Nicoletti ideatrice dei costumi.

Un grande impegno profuso nelle prove, con De Simone, presente sempre in ogni luogo, col pianoforte come punto di riferimento, suonando di continuo prima tutta l’opera e poi le parti dei protagonisti, dei comprimari, dei coristi e delle comparse, una per una a scaglioni, a ondate.

Dopo ogni successo teatrale Roberto tornava a studiare, studiare ancora studiare, in questo l’antico allievo del Conservatorio di San Pietro a Majella non si è mai smentito. Egli legge e scrive durante le ore del giorno, ma per comporre la musica predilige le ore notturne, perché vi è più tranquillità e col silenzio l’ispirazione e la concentrazione sono più intense e si possono percepire con più chiarezza voci che giungono da lontano e soprattutto voci che provengono dal passato o dalla propria coscienza.

E così, giorno dopo giorno, notte dopo notte, il maestro col suo ostinato lavoro e la sua ferrea determinazione produce sempre nuovi capolavori per la sua gioia e per la gloria di tutti i napoletani. 

  


 

mercoledì 2 aprile 2025

Una eccezionale visita guidata



Amici esultate, nonostante le mie precarie condizioni di salute, ho organizzato una spettacolare visita guidata alla collezione De Vito, ricca di 35 dipinti del Seicento napoletano, che si terrà sabato 12 aprile, alle ore 15:00 nel museo di Donnaregina nuova. Vi consiglio di consultare un mio scritto sull'argomento, ricco di foto e filmati, che troverete sul mio blog www.dellaragione.eu

All'ingresso chi si qualifica per mio amico avrà uno sconto del 50%. Gradirei che chi conta di venire, me lo comunica alla mia mail     achilledellaragione@gmail.com

Diffondete la notizia ad amici, parenti, collaterali ed affini

Achille della Ragione

venerdì 11 ottobre 2024

Scorci di paesaggio di Giuseppe Carelli

 


I due acquerelli in esame  fanno parte della produzione migliore di Giuseppe Carelli. Quella approntata per soddisfare le richieste dei numerosi turisti, che dopo aver ammirato Napoli e dintorni ed averne apprezzato le bellezze naturali, in un'era pre fotografica, volevano portare con sé in patria un ricordo tangibile dei luoghi visitati. Per soddisfare queste esigenze anche i pittori più bravi e famosi affiancavano ad una produzione più ispirata, delle opere improntate ad una cartolina mistica a volte anche di buon livello, come è il caso dei due acquerelli in questione, che rappresentano scorci di una Napoli che purtroppo non esiste più devastata da una cementificazione selvaggia che ha subito il paesaggio. In tutte e due le opere fa da sfondo il Vesuvio con il suo imponente pennacchio, l'azzurro mare del Golfo solcato da qualche imbarcazione con le vele spiegate, la ferrace campagna con le sagome tranquille degli antichi contadini, i grossi pini mediterranei che dominano il panorama. Sono contenuti ciò che gli elementi caratterizzanti della oleografia paesaggistica napoletana quegli elementi cari agli occhi dei visitatori stranieri che tornavano spesso a casa innamorati segretamente di Napoli e dei suoi dintorni . 

Giuseppe Carelli nacque a Napoli nel 1858, fu prima allievo del padre Gonzalvo, in seguito seguì gli insegnamenti di Mancinelli e di Marinelli e riuscì a soli 18 anni a diplomarsi maestro d'arte presso l'Accademia napoletana. Si trasferì poi a Roma ove frequentò a lungo i Musei Vaticani nei quali potete approfondire lo studio dei classici ed esercitarsi nel disegno e nelle copie dei grandi maestri del passato. Egli fu prevalentemente un pittore di paesaggi ed in questo genere può essere considerato uno dei più abili vedutisti del tardo '800 napoletano si occupò anche di incisione, acquaforte e litografia. Amò lavorare dal vero e in questo carattere egli rappresentò un'ideale continuazione con la scuola di Posillipo a cui appartenevano il nonno, che fu uno dei fondatori ed il padre che fu uno degli interpreti più abili. Tra le sue opere più note ricordiamo il: capo Palinuro, Golfo di Napoli con il palazzo Donn'Anna, Marina di Posillipo che ricevette un premio nel 1889 ed i pescatori al largo di Capri già in collezione Lemmerman. Le sue opere si trovano in numerose collezioni private italiane e straniere. Tra queste la più ricca è la collezione Doria a Genova

Achille della Ragione 

  



mercoledì 9 ottobre 2024

Una Madonna col bambino di Francesco Solimena

  

Francesco Solimena - Madonna col Bambino
olio su tela - Provenienza collezione Fuchs Perrucci, Napoli 1978

il dipinto raffigurante una Madonna con il bambino proviene dalla collezione di un'antica e famosa famiglia tedesca un cui ramo è presente a Napoli da circa ottanta anni.

Questa tela nel tempo è stata esaminata da più esperti. Alla fine la questione è stata risolta dal professor Bologna che, già a conoscenza del quadro che aveva visionato negli anni 50, presso la famiglia precedentemente proprietaria, ha stabilito con sicurezza che la tela è replica autografa del Solimena ed ha identificato il prototipo, databile al 1715,  nel dipinto conservato presso la collezione Harrach nella residenza Schloss Rohau nei pressi di Vienna. Dopo l'illuminazione del professor Bologna un certo collegamento può a nostro parere farsi anche con la Madonna centrale del dipinto Madonna con il bambino l'arcangelo Raffaele e San Francesco di Paola, un quadro del primo decennio del 700 conservato a Dresda presso la Staatliche Gemalde Galleria. Il professor Bologna dichiara altresì che la qualità del dipinto è molto elevata, molto dolce lo sguardo della Madonna e ciò potrebbe far pensare ad uno dei suoi quadri più belli. 

Achille della Ragione.

  

Il quadro nella camera da letto
della villa Fuchs Perrucci
 prima della guerra




giovedì 19 settembre 2024

Museo civico di Castel Nuovo


Castel Nuovo 

Il museo civico di Castel Nuovo è un museo di Napoli inaugurato nel 1990 ed ubicato all'interno dell'omonimo castello, meglio noto come Maschio Angioino.

 il cortile del Castel Nuovo:
la cappella Palatina e l'ala sud,
oggi museo civico di Castel Nuovo.

La raccolta museale inizia con alcuni ambienti del castello quali la cappella Palatina e la sala dell'Armeria, per poi arrivare ai primi due piani nei quali sono esposti sculture, oggetti e dipinti dall'epoca medievale al tardo ottocento.

Cappella Palatina

La Cappella Palatina

La prima sala è costituita dalla cappella Palatina (dedicata a san Sebastiano o santa Barbara), risalente al 1307. La cappella presenta un portale rinascimentale con rilievi (Natività e Madonna e Angeli di Andrea dell'Aquila e di Francesco Laurana), sormontato da un rosone, opera di Matteo Forcimanya appartenente alla scuola catalana.

All'interno si conservano pitture giottesche, avanzi decorativi attribuiti a Maso di Banco e un ciborio quattrocentesco di Iacopo della Pila. Vi sono inoltre custoditi altri cicli di affreschi del XIV secolo provenienti dal castello del Balzo di Casaluce e il ciborio trecentesco di San Gennaro extra Moenia.

Di particolare importanza sono le pregevoli sculture effettuate da artisti che lavorarono anche all'arco trionfale di Alfonso V d'Aragona (XV secolo), esempi del rinascimento napoletano. Tra queste due Madonna in trono col Bambino di Francesco Laurana, una delle quali detta anche Madonna del Passero, proveniente da Sant'Agostino alla Zecca. Quest'opera fu fatta durante il primo soggiorno napoletano dell'artista e si avvicina di più, nello stile, all'arco alfonsino fatto dallo stesso Laurana. L'altra opera del Laurana, invece, fu scolpita durante il secondo soggiorno napoletano avvenuto nel 1474 e la scultura fu fatta proprio per la cappella Palatina.

Altre opere di primissimo ordine sono quelle di Domenico Gagini, allievo di Donatello e Brunelleschi, che di fronte uno all'altro, eseguì due Tabernacoli con la Madonna e il Bambino posizionati sulle pareti laterali ed una Madonna col Bambino proveniente dall'Annunziata Maggiore.

L'interno della cappella presentava affreschi di Giotto, eseguiti verso il 1330, che riprendevano le Storie del Vecchio e Nuovo Testamento. Il contenuto di questo ciclo di affreschi è quasi interamente perduto anche se ve ne rimangono parti decorative negli sguanci delle finestre che ricordano quelli della cappella Bardi in Santa Croce a Firenze. Sono infine esposti oggetti in argento che costituivano gran parte delle suppellettili della basilica della Santissima Annunziata Maggiore, tra cui spiccano candelieri di epoca barocca

Alcune opere della Cappella Palatina

 Madonna in trono col Bambino (o del Passero),
Francesco Laura

Tabernacolo con Madonna col Bambino,
Domenico Gagini


  • Anonimo Campana bronzea di santa Barbara (antica dedicataria della cappella)
  • Domenico Gagini Madonna col Bambino, due devoti ed angeli (Tabernacolo 78x204)
  • Madonna col Bambino (scultura in marmo)
  • Tabernacolo (scultura in marmo)
  • Giotto Scene bibliche (diversi frammenti del ciclo di affreschi della cappella)
  • Francesco Laurana Madonna col Bambino (scultura in marmo 147 cm)
  • Madonna in trono col Bambino (scultura in marmo 160 cm)
  • Arcangelo Michele (scultura in marmo)
  • Jacopo della Pila Ciborio (1481)
  • Terzo Maestro di Casaluce Storia di sant'Antonio Abate (affresco dal castello del Balzo)
  • Santo benedettino (affresco dal castello del Balzo)
  • Maria Maddalena (affresco dal castello del Balzo)
  • Niccolò di Tommaso Storie di san Guglielmo di Gellone (diversi frammenti del ciclo di affreschi provenienti dal castello del Balzo)
  • San Pietro Celestino (papa Celestine V) (affresco dal castello del Balzo)
  • Raimondo del Balzo presentato da san Guglielmo di Gellone (affresco dal castello del Balzo)

Sala dell'Armeria

Entrati nella sala, si nota subito una vasca di villa suburbana, del V secolo, rivestita da lastre di marmo bianco su cui si inserisce la cortina muraria angioina. La parte più antica di tali reperti, databili I secolo a.C., è localizzata nella parte orientale della sala ed è rappresentata da un'abside che si apre in cinque nicchie semicircolari. L'ipotesi più accreditata, è che si tratti di una piscina appartenente ad una villa dell'epoca, probabilmente quella di Licinio Lucullo.

Sono inoltre state rinvenute diverse decine di sepolture, risalenti al periodo in cui quell'area assunse il ruolo di necropoli (VI-XII secolo), con corredi funerari minimi e con alcuni oggetti personali quali anelli, orecchini ed una coppia di speroni in bronzo decorati da un felino.

Primo livello

Il primo piano offre la visita di opere di provenienza da chiese cittadine chiuse o da enti soppressi. Le sale sono in ordine cronologico e si trovano, così come quelle del secondo piano, nell'ala sud-ovest del castello.

Al questo piano è possibile ammirare dipinti del Quattrocento provenienti da Sant'Eligio Maggiore, come una Madonna col Bambino e santi, e numerose tavole del Cinquecento e del Seicento, come una Morte di san Giuseppe di Paolo De Matteis.

Dalla chiesa dei Santi Bernardo e Margherita a Fonseca invece provengono la Madonna in gloria di Paolo Finoglio, Abramo e i tre angeli di Pacecco De Rosa, una copia dell'Ercole e le figlie di Onfale di Bernardo Cavallino. La tela di Francesco Solimena, il Miracolo di San Giovanni di Dio, venne eseguita in occasione della canonizzazione del santo: per quest'opera l'artista si rifà agli affreschi della sacrestia di San Paolo Maggiore. Il Cristo e l'Eterno Padre è invece opera di Fabrizio Santafede.

Dalla basilica della Santissima Annunziata Maggiore proviene il busto reliquiario di santa Barbara in argento, rame e legno intagliato, la Santa Cecilia all'organo di ignoto autore napoletano, una Annunciazione di Andrea Malinconico. Il busto reliquiario di san Gennaro di argentieri napoletani, datato 1639 circa, proviene invece dalla basilica di San Gennaro fuori le mura. Infine, vi si può ammirare poi la quattrocentesca porta bronzea del castello.

Il San Nicola in gloria, firmato e datato 1658 da Luca Giordano, proviene dalla chiesa di San Nicola a Nilo; il Miracolo di san Giovanni di Dio di Francesco Solimena proviene dalla chiesa di Santa Maria della Pace; l'Adorazione dei Magi cinquecentesca fu eseguita per la cappella Palatina del castello da Marco Cardisco il quale, seguendo la lezione di Raffaello, raffigurò nel dipinto i ritratti di Ferdinando I, Alfonso II e Carlo V al posto dei re magi.

Sono presenti infine al pitture di scuola napoletana del Seicento, tra cui dipinti di Mattia Preti e del Domenichino.

Alcune opere del primo piano

Adorazione dei magi
Marco Cardisco

Abramo e i tre angeli
Pacecco De Rosa


Madonna con Bambino e san Mauro Abate
Francesco Solimena

  • Anonimo Busto reliquiario di san Gennaro (argento e rame - 1639)
  • Santa Cecilia all'organo (pittura 1660 circa)
  • Marco Cardisco Adorazione dei magi
  • San Sebastiano
  • San Rocco
  • Jacopo Cestaro San Luca ritrae la Madonna (1740-49 circa)
  • Paolo De Matteis Morte di San Giuseppe
  • Pacecco De Rosa Abramo e i tre angeli (1625–1649)
  • Giuliano Finelli Scultura dell'Immacolata (argento - 1637-40 circa)
  • Paolo Domenico Finoglia Madonna in gloria tra angeli musicanti, san Bernardo, sant'Antonio di Padova e santa Margherita (XVII secolo)
  • Francesco Fracanzano Santa Barbara condotta la martirio (1625-1649)
  • Vincenzo Gemito Testa di fanciullo (scultura in terracotta - 1868-71)
  • Lelio Gilberto Busto reliquario di santa Barbara (argento, rame e legno - 1607)
  • Luca Giordano San Nicola in gloria (1658)
  • Mattia Preti La Madonna con il Bambino e i santi Domenico, Caterina da Siena, Carlo Borromeo, Tommaso d’Aquino ed Agostino
  • Severo Ierace Madonna Immacolata con Dio Padre, san Francesco d'Assisi e san Girolamo (1537)
  • Andrea Malinconico Annunciazione (XVII secolo)
  • Guglielmo Monaco Porta bronzea (XV secolo)
  • Francesco Pagano Madonna con Bambino tra san Gregorio, san Benedetto e donatore (1475-1499)
  • Giuseppe Recco Natura morta con pesci (1665-70)
  • Fabrizio Santafede Cristo e l'Eterno Padre
  • Francesco Solimena Madonna con Bambino e san Mauro Abate (1725-30 circa)
  • Miracolo di san Giovanni di Dio

Secondo livello

Al secondo piano sono conservate opere pittoriche dell'Ottocento e del Novecento oggi di proprietà del Comune di Napoli. Sono inoltre esposte sculture di Vincenzo Gemito ed anche le opere di Francesco Jerace facenti parte della donazione Jerace, avvenuta proprio a favore del Comune.

Il tema delle opere esposte riguarda essenzialmente contenuti patriottici risorgimentali e di valori rivoluzionari improntati al coraggio e al sacrificio per l'Italia. Si registrano inoltre dipinti del genere paesaggistico della scuola di Posillipo, tra cui opere di Federico Rossano.

Alcune opere del secondo piano

Cesare Mormile e la rivolta napoletana del 1547
Vincenzo Marinel


Un rigoroso esame del Sant'Uffizio
 Gioacchino Toma

  • Michele Cammarano Le stragi di Altamura (1863 circa) 
  • Vincenzo Caprile Scena di mercato (1910 circa)
  • Wenzel Franz Ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 (1860-1875)
  • Vincenzo Gemito Il Pescatorello (scultura in bronzo)
  • Francesco Jerace Victa (busto in marmo)
  • Carlotta d'Asburgo a Miramare (busto in marmo)
  • Guappetiello (scultura in gesso)
  • Ritratto di donna (busto in terracotta)
  • Giambattista Vico (busto in terracotta)
  • Miriam (busto in marmo)
  • Antonio Mancini Ritratto della principessa Tina Pignatelli (1905-1917)
  • Francesco Mancini "Lord"
  • Marina di Amalfi (acquerello - 1883)
  • Scontro fra bersaglieri e fanti austriaci
  • Vincenzo Marinelli Cesare Mormile e la rivolta napoletana del 1547
  • Nicola Parisi Carlo Poerio condotto all'ergastolo
  • Giovanni Serritelli Inaugurazione dei bacini di carenaggio
  • Gioacchino Toma Un rigoroso esame del Sant'Uffizio (1864)
  • Carlo Vanvitelli Veduta della nuova strada della Riviera di Chiaia (disegno acquerellato - 1778 circa)


Per concludere in bellezza mostriamo ai nostri lettori una serie di foto di dipinti che si possono ammirare nelle sale del museo 

  Alcuni capolavori del museo civico di Castel Nuovo 

Severo Ierace 
 Immacolata con i Santi
Francesco d'Assisi e Girolamo


Dirk Hendricksz
Martirio di Santa Caterina d'Alessandria
   
Battistello Caracciolo
Crocifissione


Paolo Finoglio
Madonna in gloria tra angeli musicanti
 ed i santi Bernardo,
Antonio di Padova e Margherita

Johan Heinrich Schonfeld
 I tre martiri di Nagasaki

 
Mattia Preti
Madonna del Rosario con San Domenico,
 Santa Caterina da Siena, San Carlo Borromeo
 ed altri santi
 
Luca Giordano 
 San Nicola in gloria

 

Francesco Solimena
Madonna con il Bambino e San Mauro Abate

Andrea Malinconico
Annunciazione

Paolo De Matteis 
 Morte di San Giuseppe

 
Argentieri napoletani
Busto reliquario di San Gennaro

  
 Franz Wenzel
L'ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli


 
Vincenzo Caprile
Veduta con la fontana delle zizze

 
Teofilo Patini
Innanzi al bello ogni ferocia è spenta

Camillo Miola
Plauto mugnaio


Nicola Parisi 
 Carlo Poerio condotto all'ergastolo



Gioacchino Toma
 La messa in casa

Vincenzo Gemito
Pescatore

mercoledì 18 settembre 2024

Castel Capuano


Castel Capuano
Parte della facciata principale su via dei Tribunali

Castel Capuano è, dopo il Castel dell'Ovo, il più antico castello di Napoli. Di origine normanna, è situato allo sbocco dell'attuale via dei Tribunali ed è stato sede della sezione civile e penale del tribunale di Napoli (oggi al Centro direzionale). È sede operativa della Scuola Superiore della Magistratura dal 15 maggio 2023. Deve il suo nome al fatto di essere ubicato a ridosso di Porta Capuana, che si apre sulla strada che conduceva all'antica Capua, di cui parleremo in seguito.

La storia

La sua costruzione fu avviata nel 1160 dall'architetto Buono per volere del re di Sicilia Guglielmo I detto il Malo, figlio di Ruggero il Normanno. L’edificio aveva funzioni difensive caratterizzato da robuste fortificazioni, dall'austerità degli ambienti e la sua vocazione naturale di presidio militare. Scavi effettuati nel XIX secolo hanno dimostrato che il castello fu eretto sull'area in cui nella Napoli romana sorgeva una fortellezza presso il Gymnasium e trasformato in un cimitero nei secoli successivi, come è riportato nella Cronaca di Partenope, un trattato anonimo di storia di Napoli compilato al principio del secolo XIV (Libro I, e. 14) e come provano le numerose tombe rinvenute.

Buono, architetto del Castel Capuano


Nel 1231, per iniziativa di Federico II, si ebbe il primo intervento di trasformazione del castello, che pur conservando le sue indispensabili fortificazioni, fu reso più ospitale e meglio rispondente ad ospitare momentaneamente il sovrano di passaggio da Napoli. Ne nominò castellano il suo uomo di fiducia Dipoldo di Dragoni, e usò il castello per custodire importanti prigionieri politici.

Il periodo angioino

Con l'avvento degli Angioini iniziò l'edificazione (1279-82) di una nuova fortezza, Castel Nuovo (o Maschio Angioino), che divenne dimora dei sovrani di Napoli. Castel Capuano continuò ad ospitare fra le sue mura alcuni membri della famiglia reale nonché funzionari e altri illustri ospiti come Francesco Petrarca, che vi soggiornò nel 1370 in qualità di legato di Clemente VI. Durante il regno di Giovanna I (1343-1382) il castello fu sottoposto a nuovi restauri, resi necessari dalle conseguenze del devastante saccheggio subìto ad opera delle truppe di Luigi I d'Ungheria, che furono poi costrette ad abbandonare la città per l'arrivo della peste nera.

Pur rimanendo in secondo piano rispetto alla maestosa sede della corte reale, l'imponente Maschio Angioino, il castello capuano fece da cornice a molti importanti eventi, come lo sfarzoso matrimonio di Carlo di Durazzo, che tanta impressione suscitò negli osservatori del tempo. Fu proprio il figlio di Carlo, Ladislao il Magnanimo (1399-1414), a riprendere brevemente Castel Capuano come propria residenza, mentre sua sorella Giovanna II (1414-1435) fu costretta a rifugiarsi fra le sue mura durante lo scontro con Alfonso V d'Aragona, che aveva stabilito la propria corte in Castel Nuovo. La fortezza subì in questo periodo l'assedio dell'Aragonese, che dovette però arrendersi di fronte all'inespugnabilità della residenza in cui Giovanna aveva trovato riparo. Da qui, la sovrana partì poi alla volta di Aversa, dove nominò suo erede Luigi III d'Angiò in opposizione al ripudiato Alfonso.

Sempre in Castel Capuano, il 23 agosto 1433 morì assassinato il favorito della regina Sergianni Caracciolo, mandato a morte dalla stessa sovrana.

Periodo aragonese e trasformazione da reggia a tribunale

Castel Capuano nel XVII secolo

Sotto il regno degli Aragonesi, il Castel Capuano venne inglobato dentro la nuova cinta muraria, perdendo il ruolo di baluardo difensivo. Negli anni successivi alla conquista della città, Alfonso d'Aragona, nell'attesa del completamento della ricostruzione del Castel Nuovo, lo usò come principale dimora dinastica, facendolo abbellire con cicli di affreschi commissionati al quotato pittore valenciano Jacomart Baco. Il castello visse certamente la sua ora più splendida nella veste di edificio di rappresentanza tra gli anni '70 e '90 del XV secolo, quando Alfonso II di Napoli, duca di Calabria ed erede al trono, profuse enormi somme nel dare vita a un sistema di dimore di "svago" interconnesso nell'area orientale della città, comprendente anche le ville di Poggioreale e della Duchesca e il cui "fulcro" era proprio il grande maniero di fondazione normanna. L'architetto a cui fu affidato il compito di costruire le due ville (oggi non più esistenti) con i loro grandi giardini e la nuova Porta Capuana e di modificare ulteriormente il Castello fu probabilmente Giuliano da Maiano. La documentazione rinvenutaci sui molteplici interventi decorativi è purtroppo molto frammentaria, tuttavia è certo che vi lavorarono gli stessi artisti (Antonello del Perrino, Giacomo Parmense, Calvano da Padova, Luigi La Bella) attivi nell'adiacente Villa della Duchesca.

Nei decenni a cavallo tra i secoli XV e XVI, fu anche scenario di memorabili eventi mondani, come i festeggiamenti delle nozze tra Federico III d'Asburgo e Eleonora d'Aviz (risalenti all'anno 1452), quelli delle nozze tra Sigismondo I di Polonia e Bona Sforza (risalenti al 1517), e alcune rappresentazioni teatrali di opere del Sannazaro accompagnate da fastosi apparati scenografici.

Con l'annessione del Regno di Napoli alla corona di Spagna e la sua costituzione in Vicereame (1503), tutte le dimore abitate in precedenza dai sovrani e dai principi aragonesi (castelli, palazzi e ville) andarono incontro a un inesorabile destino di decadenza. Per il Castel Capuano il canto del cigno nel suo ruolo da reggia lo si ebbe nel 1535, anno nel quale Carlo V d'Asburgo vi dimorò per alcuni mesi di ritorno dalla memorabile impresa della Riconquista di Tunisi, ricevendovi varie delegazioni da altri stati italiani e celebrandovi un ulteriore matrimonio sontuoso di quell'epoca, quello tra il principe di Sulmona, Filippo di Lannoy (a cui lo donò nel momento della partenza) e Isabella Colonna.

Un cambiamento di funzione che inaugurò una nuova epoca nella storia dell'edificio lo si ebbe nell'anno 1537, quando il viceré don Pedro de Toledo, dopo averlo confiscato al proprietario, decise di trasformarlo nel tribunale del Regno, riunendovi tutte le corti di giustizia sparse in diverse sedi in tutta la città: il Sacro Regio Consiglio, la Regia Camera della Sommaria, la Gran Corte Civile e Criminale della Vicaria e il Tribunale della Zecca. Per adattarlo al suo nuovo ruolo di grande palazzo di Giustizia, fu radicalmente modificato dagli architetti Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa: furono eliminate tutte le strutture tipicamente militari e fu ripensato nei suoi spazi interni, mentre i sotterranei furono destinati a prigione dotata di attrezzatissime camere di tortura.

Trasformazioni e restauri

Particolare di una decorazione del soffitto con ritratto lo stemma dei Borbone di Napoli

Nella sua lunga storia, Castel Capuano ha subito numerosi interventi di trasformazione e restauro che ne hanno profondamente cambiato la fisionomia. Già sotto Federico II furono rifatte le mura esterne, con l'apertura delle finte finestre della facciata principale. Durante il periodo aragonese, come è stato detto sopra, venne inglobato dentro la nuova cinta muraria cittadina ed ebbe, prima sotto Alfonso il Magnanimo e poi sotto il duca di Calabria, consistenti interventi di abbellimento prettamente legati alle decorazioni dei saloni, delle logge e del giardino. Il grande rifacimento commissionato da Don Pedro de Toledo utilizzò l'antico impianto della fabbrica, mantenendone la monumentalità, ma privandolo del giardino e di tutti gli abbellimenti decorativi e strutturali fatti appore dagli Aragonesi. Nei decenni successivi vi furono commissionati molteplici interventi decorativi, legati alla sua nuova funzione di tribunale; come non citare al riguardo gli affreschi eseguiti dallo spagnolo Pedro de Rubiales (in precedenza collaboratore del Vasari a Roma) negli ambienti della Regia Camera della Sommaria nel biennio 1547-1548 (pervenutici oggi sono nello spazio dell'Oratorio) e quelli realizzati nel 1608 dal greco-napoletanizzato Belisario Corenzio in quattro "rote" del Sacro Regio Consiglio, visibili ancora in ben tre sale. Nel breve periodo vicereale-austriaco (nonostante la scarsità di notizie) è certo che vennero commissionate ulteriori aggiunte decorative, ispirate nell'esecuzione al nascente gusto rococò, come testimoniato da un superstite boudoir del 1725 affrescato sulle volte e sulle pareti da Antonio Maffei e Tommaso Alfano, sotto la direzione di Ferdinando Sanfelice. Anche nel periodo borbonico gli interventi si limitarono all'aggiunta di nuovi affreschi di carattere prettamente profano: nel 1752 il Salone del Sacro Regio Consiglio venne dipinto negli ornati parietali (tuttora sopravvissuti) da Carlo Amalfi e Giovan Battista Natali, mentre della volta (perduta e sostituita nei primi decenni del '900 da un cassettonato ligneo) se ne occupò il solimenesco Leonardo Olivieri; nel 1770 Antonio Cacciapuoti affrescò insieme ad una squadra di pittori "ornamentisti" il Salone della Sommaria (oggi noto come Salone dei Busti).

Al triennio 1856-1858 va ricondotta l'opera di modifica del castello più profonda dai tempi di Don Pedro: sotto la guida dell'ingegnere Giovanni Riegler, intervenuto originariamente per riparare un dissesto, fu rinnovata la facciata principale e i balconi furono ritrasformati in finestre, scomparvero le arcate del pianterreno e fu costruito un marciapiede lungo tre lati. Il Salone dei Busti che aveva perso gli affreschi della volta a causa di infiltrazioni d'acqua non contrastate per decenni, venne ridecorato (rispettando le parti superstiti) dai pittori pugliesi Biagio Molinaro e Ignazio Perricci. Dopo l'Unità d'Italia sulla facciata esterna fu affisso lo scudo di Casa Savoia, in sostituzione di quello borbonico. Nel corso di ulteriori e meno significativi lavori d'inizio Novecento furono eseguiti presso le fondazioni del castello alcuni scavi, che portarono alla luce dei frammenti di iscrizioni lapidee che hanno confermato la presenza nei pressi dell'antico Gymnasium. Da scavi effettuati nel 1913 sono emerse invece delle tombe con vasi in terracotta e lapidi con iscrizioni latine, che proverebbero il successivo adattamento dell'area alla funzione di cimitero.

Attualmente il castello è interessato da complessi restauri conservativi (finanziati da fondi europei), al termine dei quali verrà riaperto al pubblico.

L'architettura Esterno

Prospetto laterale

Sul portale d'ingresso di Castel Capuano campeggia una lapide che celebra la vittoria di Carlo V a Tunisi e la data in cui il castello divenne sede della Corte di Giustizia. Il portale è poi sormontato da una grande aquila bicipite, stemma della casa reale di Spagna, opera di Francesco Sangallo, e da colonne d'Ercole binate col motto Plus ultra. A un livello superiore domina lo stemma dei Savoia, affisso dopo l'Unità d'Italia in sostituzione di quello dei Borbone. L'orologio della facciata risale invece al 1858.

Superato il portale si accede ad un cortile circondato da un portico sostenuto da pilastri di ordine dorico. Questo spazio rappresenta il nucleo del castello: è qui che si riunivano avvocati, giudici, imputati, testimoni e le folle di cittadini coinvolti nelle vicende giudiziarie o semplicemente curiosi. Da qui si aprono le scalinate che conducono agli ambienti interni del castello.

Sul retro del Castello sorge infine la fontana detta del Formiello. Costruita nel 1490 come abbeveratoio per i cavalli, fu rifatta nel 1583 da Michele de Guido che vi appose gli stemmi del viceré Pedro d'Aragona. La fontana fu chiamata così in quanto alimentata dalle acque dell'omonimo acquedotto.

Interno

Panoramica di una sala che con in vista l'ingresso alla salone dei Busti

Fra le sale interne di Castel Capuano, una delle più interessanti è certamente il Salone della Corte d'Appello, con affreschi di Antonio Cacciapuoti e altri artisti, eseguiti alla fine del XVIII secolo. Il ciclo raffigura allegorie delle province del regno: la provincia dei Marsi, dei Vestini, dei Picentini, degli Irpini, la Lucania, il Brutium Citerius e il Brutium Ulterius.

La sala dei Busti, situata al primo piano, ospita oggi i busti in marmo degli avvocati più famosi del foro di Napoli. In precedenza era la sala dove si tenevano le udienze pubbliche della Camera della Sommaria. Considerato il cuore del castello, oggi vi si celebrano gli avvenimenti solenni e si convocano riunioni straordinarie. Anche in questa sala gli affreschi ripropongono dodici figure femminili rappresentanti le province del regno: le figure poggiano su altrettanti piedistalli, intervallati fra loro da finte colonne. Il soffitto fu affrescato da Ignazio Perricci e Biagio Molinaro ed è diviso in tre campi, ciascuno dei quali celebra la forza ed il trionfo della Giustizia.

Compianto su Cristo morto,
dipinto sull'altare della Chiesa della Sommaria

Dalla sala dei Busti (o salone dei Busti) si accede alla cappella della Sommaria, una sala a pianta quadrata con pareti cieche realizzata verso la metà del Cinquecento.

La sala che oggi ospita la biblioteca fu sede del Gran Consiglio durante il regno degli Angioini, poi sala di udienza della Gran Corte Criminale nel periodo borbonico. Qui furono processati anche i patrioti che parteciparono alla rivoluzione del 1848 contro Ferdinando II. La Biblioteca, trasferita qui da ambienti adiacenti, fu inaugurata il 19 luglio 1896 ed ospita circa 80.000 volumi tra cui rarissime opere dei secoli XVI, XVII e XVIII che costituiscono nel loro insieme il cosiddetto Fondo Antico.

La storia di Castel Capuano si Intreccia con quella di Porta Capuana, per cui vogliamo continuare proponendo un mio articolo che fu pubblicato anni fa a puntate su Il Roma

Porta Capuana e dintorni.

Porta Capuana

La più famosa delle porte napoletane è certamente Porta Capuana, che prende il nome dalla via che conduceva a Capua. Ancora in perfetto stato di conservazione, a differenza dell’affresco di Mattia Preti, commissionato come gli altri nel 1656 a mo’ di gigantesco ex voto per la fine della peste, il quale, complici noncuranza e gas di scarico, è oramai illeggibile. 

Nel ventre di Porta Capuana si cela il mistero dell’antico fiume Sebeto e quanta storia vi è da recuperare tra il Tribunale della Vicaria e Piazza De Nicola. Lì dove scorre l’acqua, dove i Greci scavarono la Bolla, dove il Carmignano inserì i canali del nuovo acquedotto seicentesco, lì, cioè accanto a Porta Capuana, forse scorre ancora, sepolto dalla città moderna, antico fiume Sebeto. Oggi in un’antica struttura di archeologia industriale sorge la sede di “Lanificio 25”, una benemerita associazione, fondata dal chirurgo Franco Rendano e dalla sua nuova compagna, la pittrice Mary Cinque, la quale si propone un recupero dal degrado di luoghi sacri per la storia della città. In un cortile adiacente gli spazi dove da anni si fanno spettacoli ed incontri culturali si accede ad un antro e poi, scendendo scale e gradini, si arriva ad un ipogeo dove il terreno sotto i piedi è sempre umido.

Ci sono giorni, non collegati alle maree o alle fasi lunari, in cui l’acqua sale di livello, e anche molto. Un odore umido e una sensazione lagunare, un po’ come se fossimo nelle fondamenta di Venezia, si intrufola sotto le suole delle scarpe. Nel terreno morbido e intriso si affonda. È questo il Sebeto? L’antico fiume cantato dai poeti romani e dai letterati umanisti? O è uno dei mille canali non censiti dell’acquedotto greco a portare l’acqua sotto il lanificio? La cultura, come l’acqua, scorre a Napoli invisibile: sotto tutta quest’area ancora da recuperare, che include Porta Capuana, la bellissima e assai malridotta chiesa di Santa Caterina a Formiello, il tribunale della Vicaria, e piazza Enrico De Nicola – questa sola, sì, recuperata e ammodernata . c’è un invaso antico, scavi da approfondire, aree da rimettere in sesto e adibire a un rinnovato uso comune.

fontana del formiello
fontana del formiello

La grande bellezza trascurata di via San Giovanni a Carbonara, con la chiesa omonima, fra le più importanti e straripanti tesori della città, la chiesa di Santa Caterina già nominata, l’edicola di San Gennaro disegnata dall’architetto Ferdinando Sanfelice e la fontana detta del Formiello dovrebbe costituire un obiettivo di grande interesse turistico e culturale. Intanto, veniamo alla lapide che testimonia la presenza dell’acqua pubblica, ovvero la bellissima, semplice, elegante, fontana del Formiello: «Philippo regnante siste viator acquas fontis venerare Philippo Sebethus regiquas rigat amne parens hic chorus Aonidum Parnassi haec fluminis unda has tibi Melpomene fonte ministrt acquas Parthenope regis tanti crateris ad oras gesta canit regem fluminis aura refert. MDLXXXIII» Ovvero«Regna Filippo. Fermati o viandante a venerare Re Filippo, presso le acque di questa fonte, che il padre Sebeto alimenta con la sua corrente. Quegli è il coro delle Aonidi, questa è l’acqua del fiume Parnasso. Melpomene stessa ti elargisce da un fonte le sue linfe, Partenope celebra presso le sponde della vasca le imprese di sì grande sovrano ed il mormorio delle onde loda il nostro re. Anno di grazia 1583». Questa elegantissima fontana che porta, come la piazza e la chiesa, la dicitura del Formiello, ovvero «ad formis», ai canali, è ben più antica della lapide che oggi ricordiamo: ve n’è traccia nei documenti trecenteschi – e forse c’era già assai prima – ma prende ufficialmente il suo nome nel 1458, quando re Ferrante d’Aragona decide l’ampliamento delle mura della città.

Un banale abbeveratoio per cavalli dapprincipio: inoltre, il punto di uscita dell’acqua, incanalata dall’acquedotto, non era l’attuale, questa lapide testimonia dunque lo spostamento della fontana stessa dieci anni prima, nel 1573, quando viene commissionata la sua belle veste marmorea (travertino e marmo di Carrara) a tali Maestro Joseppe e Michel De Guido, incaricati dal Tribunale delle Acque. Le parole di pietra incise sulla lapide furono volute dal vicerè d’Ossuna, ovvero Pedro Tellez de Giròn, a seguito di un restauro per il terremoto del 1582. Quando, un secolo dopo circa, si volle inserire in questa bella fontana una statua del re Filippo IV di Spagna, ai Napoletani l’idea non piacque, come già non piaceva il viceregno – continue rivolte. dal 1501 fino a Masaniello lo testimoniano – e si dovette rinunciare. Ne resta il basamento, a corredo degli stemmi reali, delle quattro stagioni e delle teste leonine che ornano il monumento. Per questo la bella fontana appare alta e nuda, decorata ma priva di un protagonista, così che solo l’acqua, oggi ingabbiata, sia pienamente padrona del campo. Ma il mormorio delle onde dovrebbe rievocare agli abitanti del quartiere e della città tutta che qui molta storia è passata, non solo le feroci giostre che disgustavano Petrarca in visita a San Giovanni a Carbonara, ma anche gli allievi di Giotto e Giotto stesso, i grandi pittori del Seicento, che in massa decorarono Santa Caterina a Formiello, i martiri d’Otranto, i famosi quattrocento (ma i resti dei martiri sono di duecentoquaranta corpi) aggrediti dai saraceni che il re di Napoli arrivò tardi a soccorrere, ogni anno rievocati nella favolosa Cattedrale di Otranto, e che sono qui sepolti, a compenso di una grave mancanza. E ancora le storie delle due sante, Caterina d’Alessandria e Caterina da Siena, che intrecciano i loro nomi e la devozione nella chiesa che fu affidata prima ai padri Celestini e poi ad altri ordini. La Caterina d’oriente e quella d’occidente, arrivata seconda ma integrata, conservano la devozione secolare che avvolge la grande insula sacra prossima agli abbeveratoi, alle acque, alle porte della città, insomma a tutte le soglie, da sempre luogo mistico e iniziatico. Ci sarebbero, quindi, fin troppe ragioni per dare nuova forma a quest’intera area urbana: i palazzi, gli scorci di tempi diversi e strati che dal “Lanificio 25” si osservano, recentissimi ed obbrobriosi o modernisti, frutto di archeologia industriale o antichi e antichissimi, elementi di archeologia vera e propria . Come è sempre in quasi tutta Napoli, i tempi coesistono e le pietre, come le persone, ne sono viva e non immobile testimonianza: il difficile – anzi pare bisogna dire: impossibile – è averne cura con coscienza e consapevolezza.

Castel capuano
antica fortezza di Napoli,
 risale al 1160

A breve distanza da porta Capuana sorge Castel Capuano, il più antico maniero napoletano voluto da Gugliemo I, figlio di Ruggero il Normanno e completato nel 1154. All’inizio fu una reggia fortificata, poi con l’avvento degli Svevi, Federico II incaricò Giovanni Pisano di trasformarlo in una sfarzosa dimora. Durante il periodo angioino, i reali alloggiavano nel Maschio Angioino, mentre a Castel Capuano venivano ospitati personaggi illustri come Francesco Petrarca o si svolgevano lussuosi ricevimenti, come in occasione del matrimonio di Carli Durazzo.

Ripetutamente ristrutturato, Pedro di Toledo lo destinò ad accogliere tutte le corti di giustizia sparse per la città, funzione che ha conservato fino a pochi anni fa, mentre i sotterranei furono destinati a carcere. Fino alla costruzione al centro direzionale del discutibile grattacielo, opera di un celebre architetto giapponese, che ospita il nuovo palazzo di giustizia, Castel Capuano era visitato quotidianamente da un fiume di visitatori, che assistevano alla celebrazione dei processi, perché a Napoli da sempre la Giustizia è spettacolo, in ogni caso, quasi costantemente non è una cosa seria!

Gli avvocati distinti in “Paglietta” e “Principi del Foro” hanno costantemente prediletto il gusto di un’oratoria forbita e di un’arringa dai toni drammatici. Generazioni di celebri avvocati si sono alternate nell’agone del Tribunale, da Bartolomeo di Capua ad Andrea D’Isernia, per arrivare a Porzio, Pessina, Leone, De Marsico e ultimi epigoni di una lunga nobiltà forense, Enzi Siniscalchi ed Ivan Montone.

Al primo piano vi era la corte d’appello e ad ancora oggi la spettacolare quanto negletta Camera della Sommaria con sei splendidi dipinti di Pedro De Ruviales, studiati e pubblicati da Ferdinando Bologna.

La memoria di tanta illustre attività forense è racchiusa nel salone dei busti, uno degli spazi più prestigiosi e mirabili di Castel Capuano, luogo familiare per magistrati ed avvocati, il quale ricorda i più eminenti giuristi della insuperata scuola napoletana e rappresenta un vero e proprio museo della scultura partenopea della seconda metà dell’ottocento e del primo novecento con opere di artisti famosi come Francesco Jerace e Filippo Cifariello. Un vero e gioiello che, unito ai molteplici aspetti artistici ed architettonici, deve essere quanto prima restituito alla pubblica fruizione, a rinsaldare il legame tra un monumento straordinario e la città.

Gli uffici al terzo piano di Castel Capuano sono abbandonati da anni. Sul pavimento ci sono polvere, cicche di sigarette, i resti dell’arredo delle cancellerie della sezione fallimentare del Tribunale che lì aveva sede prima del trasferimento al nuovo Palazzo di Giustizia. Sui soffitti ci sono crepe evidenti. A terra, nei corridoi, i faldoni ammassati, che si sta provvedendo gradualmente a de localizzare.

Circa millecinquecento metri quadrati da strappare al’incuria e destinare a nuova vita, ospitando gli uffici del comando provinciale del Corpo Forestale dello Stato. Un progetto importate non soltanto sul fronte dell’impegno economico (i lavori costeranno circa due milioni di euro), ma soprattutto sul fronte della legalità. La presenza del Corpo Forestale nella storica sede di Castel Capuano mira a potenziare la tutela della sicurezza dell’edificio e a lanciare un messaggio alla città, creando un binomio arte e ambiente nel rispetto della legalità. Si inserisce nel più ampio progetto di recupero affinché si apra su Castel Capuano un nuovo capitolo di storia. Nei locali restaurati troverà spazio anche l’esposizione sui “corpi di reato”, è la cultura che esce dall’oblio, la storia che si riappropria dei propri spazi. Così rinasce Castel Capuano. «Abbiamo progetti ambiziosi – spiega il presidente della corte d’appello Antonio Bonajuto – pensiamo di realizzare un museo delle regole per ripercorrere la storia delle leggi, a partire dal codice di Hammurabi, creando un percorso della legalità fino ai giorni nostri. Sarà l’unico museo al mondo di questo tipo.». Con il direttore dell’ufficio speciale del ministero della Giustizia e presidente della Fondazione Castel Capuano, Floretta Rolleri, Bonajuto è tra le anime di questa rinascita. «L’assegnazione dei locali alla Fondazione è stata già fatta – aggiunge Rolleri _ Sono i locali al piano terra adiacenti a quelli dove oggi c’è la mostra sulla storia del castello e i progetti di restauro. C’è anche l’idea di affiancare un museo dei corpi di reato. Abbiamo qui gli archivi con quadri, tra l’altro bellissimi, di falsi d’autore, antiche pistole. Sarebbe un modo per approcciare da un diverso punto di vista alla legalità. Non dimentichiamo che questo castello è stato anche una prigione, ci sono stati i vecchi patrioti. È simbolico anche per questo».

salone dei busti di Castel Capuano

E con un museo il castello sarà aperto ai cittadini, alle scolaresche, ai turisti. Restituito alla città come patrimonio non solo della cultura della giustizia napoletana ma monumento di storia e di arte.

Le scale che dal promo piano, dove c’è il Salone dei Busti, conducono al “Bagno della Regina Giovanna”, murate nell’ottocento, saranno ripristinate. Sarà restaurato lo scalone, il saloncino, e antichi locali dai soffitti affrescati. «Tutto rientra in un progetto che fa parte del grande programma Unesco per il recupero del centro antico – spiega Amalia Scielzo della Soprintendenza per i beni architettonici di Napoli – Con gli interventi previsti, tra l’apertura della porta bassa e l’accesso dal cortile alto al centro antico verso via Tribunali, sarà possibile riscoprire collegamenti che esistevano attraverso una torre che ha un’ antica scala».

E se arrivano i fondi del Pon energia, si investirà anche nell’ottica del risparmio energetico, come già previsto per il nuovo Palazzo di Giustizia: investimento da 40 milioni di euro, speriamo che una volta tanto i buoni propositi non rimangano fantasia e si trasformino in piacevole realtà.


Camera della sommaria