lunedì 16 maggio 2016

L’altra madre, il capolavoro di Andrej Longo



Genny ha sedici anni e lavora in un bar dalle parti di via Toledo; gli piace giocare a pallone e fare il buffone sul motorino. Perché, dicono gli amici, come lo porta lui, il mezzo, non lo porta nessuno. Tania di anni ne ha quindici, va ancora a scuola e dorme in una stanza che «tiene il soffitto pittato di stelle»; le piacciono le scarpe da ginnastica rosa e i bastoncini di merluzzo. La madre di Genny «ha quarant'anni, forse pure qualcuno in meno, ma il viso è segnato da certe occhiaie scure che la fanno sembrare più vecchia»; passa le giornate a fare gli orli ai jeans: venti orli ottanta euro; ogni tanto si interrompe, prende le carte e fa i tarocchi; e ogni tanto, quando non riesce a respirare, si attacca all'ossigeno. La madre di Tania fa la poliziotta, ha un corpo asciutto, muscoloso, e vicino all'ombelico «la cicatrice tonda di quando l'hanno sparata»; ed è una che se qualcosa va storto non esita a tirare fuori la pistola. Un sabato pomeriggio, in una strada del Vomero, le vite di Genny e di Tania si incrociano in modo tragico: e una madre decide di fare giustizia. A modo suo. Come già in Dieci, con quella scrittura spigolosa e incalzante che riesce, è stato scritto, «a riattivare ciò che giace inerte nel linguaggio collettivo e privato», Andrej Longo ci racconta una certa Napoli, e gli uomini e le donne che la abitano: protervi e feriti, crudeli e generosi.

Andrej Longo

Vi propongo ora una biografia privata del personaggio:scrittore, scacchista e pizzaiolo

Scrittore, Scacchista e Pizzaiolo
Andrej Longo nasce ad Ischia circa mezzo secolo fa (1959) ed ho avuto il privilegio di averlo conosciuto nelle varie vesti, novello Fregoli, che ha assunto nel corso degli anni.
Prima maestro di scacchi, specialista nel gioco lampo e memorabili sono state le centinaia di incontri che ci hanno visto protagonisti, nella pace idilliaca della mia villa di Ischia, in compagnia di altri patiti isolani delle 64 caselle: Costantino Delizia, il più bravo di tutti, anche lui, docente di matematica all’Università, d’inverno e bagnino d’estate, Antonio De Simone, preside di mattina ed accanito lettore di pomeriggio ed Antonio Tortora, il più scarso 24 ore su 24.
Andrej ha cominciato a giocare a scacchi da bambino e già a 14 anni se ne andava in giro con la tenda per l’Italia a fare tornei. Ai genitori, per rassicurarli, raccontava che partiva in compagnia di amici più grandi di loro fiducia, ma in realtà partiva da solo.
Di buona famiglia, padre architetto, sorella abile surfista, ha sempre amato la letteratura. Si è laureato in lettere al DAMS di Bologna ed a lungo ha collaborato con la RAI, con uno stipendio irrisorio, scrivendo saltuariamente testi per il teatro ed il cinema.
Poiché la cultura paga poco ha fatto svariati lavori, dal cameriere, al pizzaiolo e altri di cui è meglio non parlare, fino a quando non ha trovato la sua vera vocazione: fare il pizzaiolo. Di estate si trasferiva in Sardegna, dove chi sa fare una buona pizza guadagna poco meno di una escort e con quello che racimolava resisteva tutto l’anno.
Il suo primo libro “Più o meno alle tre” è del 2002, con un piccolo editore, Meridiano Zero, una serie di storie napoletane incardinate all’evento dell’attentato alle torri gemelle. Poi il primo salto di qualità nel 2003 con il secondo libro, edito da Rizzoli, “Adelante” che ottiene un certo riscontro da parte dei lettori e della critica.
Poi l’incontro decisivo con Adelphi, una casa editrice ideale per uno scrittore che ambisce al successo.
Per ogni libro una serie di presentazione in tutte le librerie italiane più accorsate, con famosi presentatori e con un corteo di recensioni sulla stampa, Escono uno dopo l’altro, “Dieci”, nel 2007, “Chi ha ucciso Sarah?”, nel 2009, e “Lu campo di girasoli”, nel 2011, in un misto di vernacolo e lingua del tutto originale.
Per le trame dei libri, sempre basate su una serie di racconti, legati da un filo conduttore comune, rinvio alle mie recensioni, stilate volta per volta e reperibili in rete.
 Alcuni di questi libri sono stati tradotti e pubblicati all’estero: Germania, Francia, Olanda, Inghilterra e Spagna.
Dopo un periodo di quindici anni vissuti a Roma, da poco è tornato a vivere tra Ischia e Napoli ed ormai è divenuto scrittore a tempo pieno. La pizza la mangia al ristorante, niente più tornei di scacchi, ma solo qualche partita amichevole di tanto in tanto.

Andrej Longo ed Achille della Ragione

giovedì 21 aprile 2016

Prima dei brogli, imbrogli elettorali



Da settimane, in assoluto contrasto con la legge elettorale ed infrangendo norme civili e penali, dilagano per Napoli, dispendiosi quanto giganteschi cartelloni multicolori che inneggiano alle qualità dei candidati sindaci. Il comune sembra complice, la magistratura non interviene, mentre i cittadini subiscono in silenzio questa plateale infrazione della par condicio, prima dell’apertura ufficiale della campagna elettorale.

Achille della Ragione

lunedì 11 aprile 2016

Ischia mangia e stupisci

forio d'Ischia

La Campania, culla della dieta mediterranea, ha sempre dato grandi soddisfazioni ai cultori della buona cucina, con prodotti di alta qualità che solo questo terreno è in grado di produrre. La tradizione gastronomica della regione ha trovato una precisa identità nell'isola d'Ischia.  Molti piatti di Ischia possono essere considerati autentiche specialità: sull'isola si prepara il  coniglio, in varie maniere e vi è una cucina marinara di buon livello, alimentata dalla antica tradizione peschereccia. Ma soprattutto la cucina ischitana si distingue, anche nella preparazione dei piatti classici regionali, per la particolare delicatezza del sapore degli ortaggi coltivati nella zona.
I prodotti alla base della gastronomia locale sono i legumi (fave, piselli, fagioli), i frutti (limoni, arance, pesche, albicocche, ciliegie, uva, fichi, noci, fichi d'India). Il limone ricopre un parte fondamentale nella tradizione locale isolana. E' usato per fare qualsiasi cosa, dalla pasta, ai biscotti, alla cioccolata, alle marmellate fino ad arrivare al famoso Limoncello.
Anche ortaggi (pomodori e pomodorini, carciofi, insalate, melanzane, peperoni, patate, zucchini), erbe aromatiche (basilico, origano, prezzemolo, salvia, rosmarino, peperoncino forte), frutti del bosco (castagne, funghi, asparagi, fragoline, mirto, mirtillo), sono prodotti tipici dell'isola che vanno ad incorniciare e a profumare le tante pietanze isolane.
L'isola di Ischia offre anche ottimi prodotti del mare (pesce azzurro, totano, alici, polipo, fravagli, scorfano), che si accompagnano al "vino" tenuto nelle botti di castagno conservato nelle cantine scavate nel tufo verde. Molto importante è la produzione vinicola dell'isola, che si avvale della terra resa fertile dal vulcanismo e del clima mite, per produrre vini (quasi esclusivamente bianchi) d'ottima qualità.
Prima degli anni ’60, quando uomini come Angelo Rizzoli a Lacco Ameno e Vincenzo Telese ad Ischia capirono che le bellezze dell’Isola ed il suo stesso sottosuolo rappresentavano la vera ricchezza del futuro, si viveva di pesca ed agricoltura; due attività che hanno fortemente caratterizzato anche la rinomata tradizione gastronomica ischitana. Proprio nei periodi in cui non erano esattamente “rose e fiori”, la creatività ischitana emergeva anche a tavola, sebbene solo per far di necessità virtù. Il rinomato pane e cipolla, sinonimo attuale di parca mensa, era un pasto frequente nelle nostre famiglie, specie in tempi di guerra: costava poco e saziava. E la tradizione contadina di un’Isola dove l’agricoltura estensiva non è mai esistita e ciascuno ha sempre coltivato il suo lenzuolino di terra, valorizzava anche “’o ppane sotto ‘e fasule”, ovvero le fette di pane posato, abilmente “riciclate” mettendole a spugnare nel liquido di cottura dei fagioli bolliti.
Lo stesso coniglio, che tuttora cresce allo stato brado alle falde dell’Epomeo (da qui la forte tradizione venatoria dell’Isola, importante luogo di passo, tra l’altro, della beccaccia, del tordo, della quaglia e della tortora), ha rappresentato un punto cardine dell’agricoltura locale. Il coniglio all’ischitana e la sua tradizione di piatto domenicale per eccellenza, mantiene tuttora in vita tantissimi piccoli allevamenti di privati i quali, con passione certosina, ancora si affannano a raccogliere palieri dovunque e garantire così un pasto sano alle proprie fattrici. E c'è da dire che da qualche anno a questa parte è tornato in auge ad Ischia l’allevamento del coniglio di fosso. Un tempo, infatti, i contadini realizzavano profondi fossi nel terreno e lì lasciavano crescere una particolare razza di conigli che, nello scavare profonde gallerie e cibati esclusivamente di erba, conservavano quasi intatto il proprio stato brado: il tutto, a pieno vantaggio del sapore della carne, dura da staccare dall’osso. Ma la fame, in quel tempo, faceva uscire il lupo dalla tana anche per le pietanze di  mare. Sai, ad esempio, come nasce il cosiddetto "pesce all’acqua pazza"? È un piatto tutto ischitano, nato dal fatto che non tutti potevano permettersi un pasto a base di pesce; e allora i meno abbienti attendevano con ansia il rientro dei pescatori di saraghi, ai quali chiedevano con grande umiltà "nu poco 'e murzillo", ovvero gli avanzi dell’esca rimasti attaccati agli ami dopo la pesca. I più fortunati riuscivano così a racimolare tanti piccoli murzilli di alici o sarde che, cotti in acqua, aglio, peperoncino e prezzemolo, erano una rara autentica leccornia, scopiazzata ed adeguata ai tempi da molti maestri dei fornelli.
A queste radici, semplici ed orgogliose, s'ispira la cucina ischitana, anche nelle sua versione contemporanea, sempre accompagnata dai profumi ed i colori dell'isola.
Buon appetito!

I Primi Piatti
  • Spaghetti con le Vongole
    E' questo un altro dei piatti classici di Napoli. La ricetta classica napoletana non prevede l'uso del pomodoro (le cosiddette "vongole in bianco") e diventa molto più gustosa utilizzando le "vongole veraci", riconoscibili (oltre che dal prezzo salato...) dalle maggiori dimensioni e dalle caratteristiche "corna". Sono in ogni caso ottimi anche con le vongole comuni e perfino con le "telline", le vongole piccolissime. Al posto delle vongole si possono usare le cozze.
  • Pasta e fagioli con le cozze
    Anche la pasta e fagioli è uno dei piatti tipici della cucina napoletana. Questa variante ischitana prevede l'aggiunta delle cozze, che danno un sapore particolare alla ricetta. Fondamentale (e chiaramente derivato dalla cucina popolare di un tempo, che tendeva ad evitare sprechi) e' l'uso della "pasta mischiata", cioè di vari tipi di pasta che potrà essere acquistata già pronta, oppure utilizzando piccole quantità di paste diverse (penne, rigatoni, bucatini, fusilli ecc.) La ricetta classica napoletana prevede che la pasta cuocia nell'acqua che si aggiungerà direttamente nella pentola del sugo, in quantità tale da poter essere completamente assorbita al termine della cottura (la minestra va mangiata asciutta e non liquida).
  • Gnocchi alla Sorrentina
    Gli gnocchi possono essere conditi anche con del sugo di ragù (fatto con la carne macinata), ma la ricetta classica è questa. Si chiamano alla Sorrentina perché l'ideale sarebbe utilizzare la mozzarella di Sorrento (il "fiordilatte"), fatta a treccia, che è considerata la migliore d'Italia. La perfezione sarebbe poi condirli in apposite pentoline di creta e passarle qualche minuto al forno per far sciogliere bene la mozzarella (il parmigiano va aggiunto sempre alla fine!). Per chi non voglia utilizzare gli gnocchi, con lo stesso condimento si potrà utilizzare la pasta (consigliate le penne). I veri gnocchi devono essere fatti a mano con le patate. Non è poi tanto difficile.
  • Migliaccio
    Migliaccio è parola dai significati diversi secondo le regioni, ma dall'origine comune. Deriva infatti dal miglio, la cui farina era un tempo usata per numerose preparazioni oggi sostituita con quella di granturco. In Campania e' una specie di polenta cotta al forno. Il migliaccio può essere dolce o salato. Per quello dolce, nelle nostre zone, si utilizzano gli spaghetti o i maccheroni.
  • Pizza Margherita
    La pizza, nata come la maggior parte dei cibi napoletani dalla cucina "povera" di un tempo, ha acquistato oramai una fama immensa nel mondo. La pizza Margherita è la ricetta più classica e deriva il suo nome dalla Regina Margherita di Savoia, che la inventò, divenendone una ghiottissima consumatrice. Inutile dire che la vera pizza napoletana andrebbe cotta in un classico forno a legna, che a Napoli oggi sono pressoché identici a quelli scoperti negli scavi di Pompei ma per un uso casalingo andrà bene anche il classico forno elettrico di casa.

I Secondi Piatti

  • Il Coniglio all'Ischitana
    Sarà senz'altro strano, ma il più tradizionale piatto ischitano non è a base di pesce, bensì il coniglio. Il sugo sarà l'ideale per condire la pasta (la ricetta classica prevede i bucatini!), completata con abbondante parmigiano grattugiato al momento.
  • Pollo alla Fumarola
    Un altro piatto ischitano è il pollo alla fumarola chiamato così per il semplice fatto che nel posto in cui viene cotto sono situate molte sorgenti termali e le cosiddette fumarole che proprio innalzano i loro vapori dalla sabbia infuocata il pollo si cuoce avvolto soltanto in carta d'alluminio ed in uno strofinaccio da cucina.
  • Pesce all'acqua pazza
    E' un altro tipico piatto della cucina napoletana, semplice e molto gustoso. Con la ricetta si potranno utilizzare svariati pesci: i più tipici sono la spigola e il "cuoccio", una specie di scorfano dall'aspetto abbastanza brutto, ma dal gusto saporitissimo.
  • Frittura di Paranza
    Classica pietanza della cucina mediterranea in cui si uniscono i sapori delicati dei vari ingredienti con la freschezza dei prodotti del mare.
  • Totano Imbottito
    Per i palati sopraffini non c'è niente di meglio che sedersi a tavola davanti ad una delle prelibatezze che rendono questo piatto unico nel suo genere, stiamo parlando del famoso piatto a base di pesce : il totano imbottito. Il ripieno di quest'ultimo da al piatto un sapore caratteristico perché si riesce a cogliere in esso il dolce e il salato sapientemente fusi insieme. 

Bevande

  • Il Limoncello
    Il limoncello è un gustoso liquore tipico di Sorrento, Capri e Ischia. La preparazione classica prevederebbe l'uso solo di limoni locali, grandi e profumatissimi. 
  • Il "Nocillo"
    Una delle ricette tradizionali più antiche e salutari che vede la noce protagonista è quella del nocillo, che si può fare anche in casa. Ma solo in pochissimi giorni dell'anno, ovvero a cavallo del 24 giugno, festa di san Giovanni, quando le noci acerbe sono nel loro momento "balsamico". Protetto dal mallo verde e dal guscio morbido, non ancora lignificato, il ghrtiglio non presenta gocce d'acqua all'interno pur essendo ricco di oli essenziali.

I Dolci

  • Le "Sfogliatelle"
    Fra le paste le più celebri sono le Sfogliatelle, dolci a base di ricotta e zucchero preparate sia frolle (cioè lisce esternamente e di pasta più morbida), che ricce, cioè a sottili strati croccanti sovrapposti.
  • Il Babà
    Altro dolce celebre è il babà, un dolce di pan di Spagna leggerissimo a forma di fungo, che va assolutamente mangiato (nessuno ha mai saputo spiegare il perché storico...) dopo averlo spruzzato con del rhum!
  • Le Zeppole
    Molto gustose anche le zeppole di San Giuseppe, anelli di morbida pasta rivestita di zucchero e riempiti di crema e amarene. Si parlava di Bigne' di San Giuseppe. Vi e' anche una versione di questi bigne' al forno, ma questa e' la ricetta per quelle fritte. L'origine di questo dolce è antichissima, intorno al si celebravano a Roma le Liberalia, le feste delle divinita' dispensatrici del vino e del grano, nel giorno del 17 marzo. In onore a Sileno compagno di bagordi e "precettore" di Bacco, si beveva rosso nettare e si friggevano profumate frittelle di fiumi. Quasi nello stesso giorno, il 19 marzo, e in occasione della festa dedicata a S. Giuseppe si ripete la cerimonia delle frittelle.
  • La Pastiera
    La regina dei grandi dolci locali è in assoluto la pastiera, una torta asciutta a base di ricotta, pasta sfoglia e chicchi di grano aromatizzati col profumo di fiore d'arancio.
  • Gli Struffoli
    Molto ricercati sono i dolci pasquali e natalizi: gli struffoli (palline di pasta dolce croccante guarnite di piccoli chicchi di zucchero colorato) e i vari dolci di pasta dolce, simili alle cassate siciliane.

mercoledì 6 aprile 2016

Un Andrea Vaccaro in Uruguay

fig. 1 - Andrea Vaccaro - S. Agata - 92 x72 -  Uruguay collezione  Gonzaga

Trovare un Andrea Vaccaro di notevole qualità a migliaia di chilometri da Napoli non deve sorprendere, perché sappiamo che il pittore esportava più di metà della sua copiosa produzione in Spagna, da dove nel corso dei secoli i suoi dipinti si sono sparpagliati per ogni contrada, tenendo conto che sull’impero iberico il sole non tramontava mai.
Abbiamo così avuto la fortuna di poter visionare, anche se solo in foto una splendida S. Agata (fig.1) della collezione Gonzaga sita in Uruguay, assegnata dalla critica a scuola bolognese, che viceversa presenta tutti gli attributi del malizioso pennello dell’indiscusso specialista del decolté: Andrea Vaccaro, dal famoso “sottoinsù”, il dolce girar degli occhi al cielo, (fig.2) alle labbra carnose, dall’epidermide alabastrina (fig.3) all’accurata definizione del seno, sodo e prorompente, anche se castamente ricoperto (fig. 4).
Il quadro in esame, come si evince dal retro (fig.5 – 6), dove è apposto un antico cartellino ed una fantasiosa attribuzione al Guercino, ci permette di ricostruire i passaggi di proprietà del dipinto, grazie alle ricerche di una studiosa, la dottoressa Lucia Tonini, autrice del libro”I Demidoff a Firenze”, la quale ha comunicato al signor Gonzaga le sue conclusioni che parzialmente riportiamo:
“Il quadro di cui mi ha mandato la foto è molto interessante e nel gusto collezionistico dei Demidoff, sia padre (Nikolaj Nikitich) che figlio (Anatolij Nikolaevich). Le loro collezioni a Firenze erano dunque due. La prima, quella di Nikolaj esposta nel palazzo Serristori, alla sua morte venne rispedita quasi interamente in Russia e di questa abbiamo elenchi del 1826, 1828, 1830 dove però non risulta il n.377 (il numero sul cartellino di cui mi manda la foto).
Della seconda collezione, quella di Anatolij, rimane il catalogo dell'asta avvenuta però nel 1880, cioè 10 anni dopo la sua morte. Nel frattempo lui stesso e gli eredi avevano venduto molte opere a altre aste. Non ho ancora guardato il catalogo generale dell'asta del 1880 e lo farò appena possibile.
Vedendo il tipo del cartellino e l'indicazione della Galleria Demidoff penso che si tratti piuttosto di un quadro appartenente al figlio (Anatolij) e esposto nella galleria della villa di San Donato vicino a Firenze a partire circa dagli anni '40 dell'800: controllerò il catalogo d'asta. Se però è stato venduto prima da Anatolij stesso non troverò niente.  Va considerato che alcune opere del padre entrarono a far parte della collezione del figlio e che nella lista di Nikolaj ci sono dei quadri senza numero”.

fig. 2 - Andrea Vaccaro - S. Agata - (particolare degli occhi) Uruguay collezione  Gonzaga
fig. 3 - Andrea Vaccaro - S. Agata - (particolare del collo)  Uruguay collezione  Gonzaga

La S. Agata (fig.1) fa parte di quella produzione per una clientela laica sia napoletana sia spagnola che il Vaccaro, in una tavolozza monotona con facili accordi di bruni e di rossicci, creava con scene bibliche e mitologiche e le sue celebri mezze figure di donne nelle quali persegue un’ideale femminile di sensualità latente;  diviene così il pittore della "quotidianità appagante, tranquilla, a volte accattivante, in grado di soddisfare le esigenze di una classe paga della propria condizione, attenta al decoro, poco incline a lasciarsi coinvolgere in stilemi, filosofici letterari, o mode repentine, misurato nel disegno, consolante nell’illustrazione; Andrea ottenne il suo  indice di gradimento in quella fascia della società spagnola più austera e di consolidate opinioni e per converso in quelle napoletane di pari stato ed inclinazione" (De Vito).
Tra i suoi dipinti "laici", alcuni, di elevata qualità, sembrano animati da un’agitazione barocca che raggiunge talune volte un coro da melodramma.
Le sue sante, martiri o non, in sofferenza o in estasi che siano, sono donne vive, senza odore di sacrestia, a volte perfino provocanti nel turgore delle forme e nell’espressione di attesa non solo di sposalizio mistico, «col bel girare degli occhi al cielo» (De Dominici) e con le splendide mani dalle dita affusolate a ricoprire i ridondanti seni. Il Vaccaro fu artista abile nel dipingere donne, sante che fossero, pervase da una vena di sottile erotismo, d’epidermide dorata, dai capelli bruni o biondi, di una carnalità desiderabile sulle cui forme egli indugiò spesso compiaciuto col suo pennello, a stuzzicare e lusingare il gusto dei committenti, più sensibili a piacevolezze di soggetto, che a recepire il messaggio devozionale che ne era alla base. Egli si ripeté spesso su due o tre modelli femminili ben scelti, di lusinghiere nudità, che gli servirono a fornire mezze figure di sante martiri a dovizia tutte piacevoli da guardare, percepite con un’affettuosa partecipazione terrena, velata da una punta di erotismo, con i loro capelli d’oro luccicanti, con le morbide mani carnose e affusolate nelle dita, con le loro vesti blu scollate, tanto da mostrare le grazie di una spalla pallida, ma desiderabile. I volti velati da una sottile malinconia e con un caldo languore nei grandi occhi umidi e bruni, che aggiungono qualcosa di più acuto alla sensazione visiva delle carni plasmate con amore e compiacimento. Le sue sante, tutte espressioni di una terrena beatitudine. L’idea del martirio e della penitenza è sottintesa ad un malizioso compiacimento e venata da una appena percettibile punta di erotismo. Queste eterne bellezze mediterranee dal volto sensuale ed accattivante fanno mostra del loro martirio con indifferenza e con lo sguardo trasognato, incuranti degli affanni terreni e con gli occhi che, pur fissando lo spettatore, sembrano proiettati fuori dal tempo e dallo spazio. Dalle tele promana una dolcezza languida, serena, rassicurante, che ci fa comprendere con quanta calma queste sante, avvolte nelle sete rare delle loro vesti acconciatissime, abbiano affrontato il martirio, sicure della bontà delle loro decisioni, placando e spegnendo ogni sentimento e sensazione negativa quali il dolore, la sofferenza, lo sdegno ed esaltando la calma serafica, la serenità dell’animo, la certezza di una scelta adamantina. La pittura in queste immagini dolcissime e sdolcinate cede il passo alla poesia, che si fa canto soave ed incanta l’osservatore.

fig. 4 - Andrea Vaccaro - S. Agata - (particolare del seno) Uruguay collezione  Gonzaga
fig. 5 - Andrea Vaccaro - S. Agata - (retro della tela 1) Uruguay collezione  Gonzaga

fig. 6 - Andrea Vaccaro - S. Agata  - (retro della tela 2) - Uruguay collezione  Gonzaga


sabato 2 aprile 2016

Renato De Falco, la Cassazione del dialetto ci ha lasciato

Renato De Falco

L’avvocato Renato De Falco, per anni pontefice massimo degli studi sul dialetto napoletano, ci ha lasciato. Vogliamo ricordarlo proponendo ai lettori il capitolo a lui dedicato del mio libro: Il salotto di donna Elvira, consultabile in rete. 
Una delle riunioni più divertenti nel salotto letterario di mia moglie Elvira fu quella con Renato De Falco, nato nel 1928, avvocato, scrittore, giornalista, autore teatrale, filologo e massimo esperto nel mondo di vernacolo partenopeo, vera e propria lingua, non semplice dialetto, con un vocabolario ricchissimo, una grammatica complessa ed una quantità di parole onomatopeiche.
Medaglia d’oro al merito forense, da oltre 40 anni De Falco è un puntiglioso ricercatore delle peculiarità del napoletano attraverso indagini storiche e glottologiche, che hanno dato vita a numerose pubblicazioni destinatarie di numerosi premi e riconoscimenti in Italia e all’estero, oltre ad essere state argomento di conversazione nel corso di una rubrica televisiva, da lui condotta per 15 anni, con alti indici di ascolto e di gradimento.
De Falco ha sempre messo in risalto che una specifica peculiarità del napoletano è da ravvisarsi, in maniera primaria anche se non eclatante, in alcune prerogative morfologiche e fonetiche tutte sue proprie.
La sua opera più importante è Alfabeto Napoletano, edito in tre volumi da Colonnese, che comprende la storia di oltre 1500 parole da “abbaia” a “zumpà”, di cui illustra dettagliatamente i significati, puntualizzando le spesso complesse etimologie, riportandone le presenze nei classici della letteratura, della poesia e della produzione musicale. Specifici i riferimenti a peculiarità del parlare napoletano, alle cento e più parti del corpo umano, ai 62 sinonimi di denaro, alle 85 specie di percosse manuali, ai vocaboli pervenutici dalle varie lingue dei tanti dominatori che si sono alternati a Napoli, dagli Spagnoli ai Francesi, ai giochi dell’infanzia e ad altre curiosità dialettali, il tutto corredato da richiami a proverbi, adagi e locuzioni idiomatiche.
Alfabeto napoletano è un lavoro fondamentale, fondato su un’ampia documentazione ed una profonda conoscenza dei classici della letteratura dialettale. E’ un contributo allo studio ed alla sopravvivenza, non solo della lingua di Napoli ma anche della cultura di cui essa è viva voce, che si legge come un romanzo storico, scritto con la prosa di un gentiluomo  classico del primo Novecento, con le squisitezze linguistiche di un Gino Doria o di un Amedeo Maiuri.
De Falco si pone alla pari di famosi glottologi del passato, dall’Abate Galiani all’esimio Basilio Puoti, maestro di Francesco De Sanctis, muovendosi con eguale abilità tra scritti classici e lingua parlata.
Riportiamo la motivazione del Premio “I migliori dell’anno” ad Alfabeto Napoletano nel 1987 in Svizzera: “…basato su una rigorosa dottrina scientifica che fa conoscere da un punto di vista inconsueto tutta la vivacità di una lingua, ma anche la cultura di un popolo di cui essa è viva espressione, animo e sentimento”.
Altro libro sfizioso di De Falco, che costituì il principale argomento di conversazione nel salotto, è La donna nei detti napoletani, raccolta di 600 proverbi su mogli, madri, sante, sorelle e suocere, assurti a dignità letteraria nel Seicento, che affrontano tutta l’inesauribile gamma della commedia umana in relazione al pianeta femminile: i piaceri e, soprattutto. i dolori della vita coniugale, le tentazioni ed i desideri della carne, il codice morale  della donna esemplare, la sconvenienza della donna disonesta, il fardello non sempre felice della procreazione ed anche se il ruolo assegnato alla donna può contrastare con la sensibilità contemporanea, l’icastica potenza di certe immagini ed il linguaggio pittoresco e colorito garantiscono una lettura sapida e divertente, di una comicità irresistibile.
Prima di concludere, mi preme raccontare due episodi: quando, con De Falco,  assistemmo ai Monologhi della vagina recitati al Teatro Diana da Marina Confalone, che snocciolò una serie infinita di sinonimi in vernacolo della vulva, da “fessa” a“pucchiacca” e quando in occasione di una sua conferenza al Circolo Posillipo, De Falco si trovò a discutere indifferentemente di “paposcia” e “guallera”ed io, forte delle mie cognizioni anatomiche, tenni a precisare la differenza tra il primo termine che indica l’ernia inguinale mentre il secondo è sinonimo di varicocele, aggiungendo alcune dizioni sconosciute al mio dotto interlocutore: “guallera a tracolla” e “guallera ‘a pizzaiola”.

Achille della Ragione

Copertina di Alfabeto napoletano

giovedì 31 marzo 2016

Geronimo Bosch, un visionario tra Medio Evo e Rinascimento

fig.  01 - Autoritratto

Il genio del Grottesco in pittura


E’ festa a Bois-Le-Duc, una cittadina olandese ricca di canali e della immancabile Grand Place dove svetta la cattedrale di San Giovanni, esempio tipico di gotico-brabante. Un centro oggi decaduto rispetto all’importanza di una volta, che tuttavia dopo lunghi preparativi, accoglie dal 13 febbraio all’8 maggio, tutti i giorni una folla di turisti venuti da ogni dove per onorare la celebrazione della scomparsa di un grande pittore fiammingo della fine del Quattrocento (Fig.01). Geronimo Bosch nasce nel 1450 a Bois-Le-Duc, ne prenderà il nome, Bois (bosco), Bosch e vi muore nel 1516.
Da diversi anni c’era la volontà di organizzare, in occasione  del fatidico anniversario dei 500 anni, una manifestazione importante, ma la città non possiede opere del maestro e nessun museo avrebbe prestato opere senza scambi. Così essa ha investito in un progetto scientifico di ricerca, studio e restauro, mirato alle opere di Bosch situate in tutti i musei, coinvolgendo naturalmente gli stessi e l’idea ha funzionato. Oggi, per esempio, si possono ammirare, degnamente restaurate, le opere provenienti dalle gallerie dell’Accademia di Venezia dove tra l’altro sono state precedentemente esposte fino ai primi di febbraio. Dal Prado di Madrid è arrivato “Il carro del fieno”, un trittico meraviglioso, ricco di allegorie e di valori moralizzanti.

fig. 02 - Il giardino delle delizie

Naturalmente il suo capolavoro, “Il Giardino delle Delizie” (Fig.02) non si è spostato, ma questo rientra nella politica di ogni grande museo che ritiene inamovibili le sue opere migliori. L’anno scorso al Grand Palais c’era Velazquez e il quadro “Las Meninas” non c’era. Qui si sono giustificati adducendo la motivazione di una loro celebrazione dello stesso anniversario. Eppure si sa che tale commemorazione avverrà a fine maggio proprio quando finisce quella attuale olandese. Anche i musei sono gelosi e temono gli spostamenti dei loro “figli”.
Quindi Bois-Le-Duc , fino a ieri sconosciuta ai più, oggi è fiera di far rinascere la memoria di un suo importante cittadino attraverso la sistemazione nel suo museo di ben 20 dipinti su un corpus pittorico di poco più del doppio di quelli ora in esposizione. Ma soprattutto, oserei dire, quasi un’operazione alchemica si è compiuta, tanto per restare sul terreno dell’autore, un volo magico hanno compiuto quadri e, disegni altrettanto importanti, dai principali musei del mondo intero per ritornare a ricordare uno degli artisti più liberi, perché in questo si esprime il suo genio, nel non conoscere barriere al suo estro creativo.
Geronimo nasce in una famiglia di pittori, incominciando dal  padre agli zii, dal fratello maggiore al nipote; quindi la padronanza di una tecnica nel disegno e nell’uso della tavolozza non gli era sconosciuta rispetto invece  all’innovazione dei temi trattati, fino al punto da dare origine ad un genere particolare, che nasce con lui. Un genere in cui ci sono moltitudini di esseri umani e animali di ogni specie, ibridi e mostri dalle dimensioni piccole, immersi in paesaggi infernali e di beatitudine. Un genere imitato, seguito e di forte ispirazione per altri pittori a lui successivi. Tra i più vicini a lui Bruegel, fino ai Surrealisti, il grande Dalì o la donna pesce di Magritte non è forse un’invenzione di Bosch (vedi il particolare del Carro del Fieno)?. Non solo, l’impatto delle sue opere è anche all’origine di nuovi modi di vedere la realtà, perfino in letteratura. Pensiamo a Gulliver e i Lillipuziani di Swift o ad Alice nel Paese delle Meraviglie, esempi in cui le immagini surreali di Bosch, come lo zoccolo olandese gigante, trasformato in nave con tanti piccoli uomini o il coltello gigante sulla cui lama giace ventralmente disposto un uomo, nudo come lo sono tutti gli esseri umani da lui dipinti (Il Giudizio Universale di Bruges) (Fig.03). Oggetti del nostro quotidiano assumono dimensioni giganti rispetto agli uomini. Tutto è possibile nel mondo degli impossibili. Nei suoi disegni pullulano forme incestuose, imprevedibili tra i regni umani, animali e vegetali. Dal museo di Berlino famoso è quello in cui il campo di un bosco ha gli occhi, mentre gli alberi le orecchie. Come non pensare alle opere di Odilon Redon. Come non stupirsi di fronte all’originalità di altri disegni in cui la vena umoristica, derisoria è altrettanto sconcertante. Uno dei primi caricaturisti del genere umano. Chi non penserebbe a Ensor, per restare con un altro pittore fiammingo, guardando  “La salita al Calvario” l’orrido e il grottesco delle maschere di carnevale (Fig.04)?. Forse diceva bene chi sosteneva che Bosch vedeva gli uomini come erano di dentro e non come erano fuori.
Come uomo del Medio Evo il Nostro si accanisce nell’evidenziare il male, perché il suo intento è ridicolizzare l’uomo che pecca, abbassandolo al rango animale bestiale di animale o pianta. E’ da incubo lo specchio nel quale ci si riflette ormai spogli di ogni dignità umana.

 
fig. 03 - Giudizio universale
fig. 04 - Salita al Calvario

Ma gli studiosi oggi, ed è l’orientamento attuale, il nuovo  senso della mostra in corso, vogliono evidenziare un aspetto più moderno, quello di un Bosch Umanista. Sensibile al nuovo vento, la sua denuncia è moralizzatrice: l’uomo può scegliere tra il male e il bene. Ci troviamo di fronte ad un artista che pone all’osservatore quell’annosa questione che vede in conflitto il De servo arbitrio con il De libero arbitrio.
Bosch faceva parte di una di quelle confraternite seguaci di un rinnovamento spirituale: La Devotio Moderna. Quest’ultima si basava su una meditazione più interiorizzata e responsabile del messaggio cristiano. Tale visione personalizzata del Verbo allora diffusa solo su piccole isole di credenti insoddisfatti del credo medievale è all’origine dell’opera di Erasmo di Rotterdam e delle teorie protestanti di Lutero e Calvino, teorie condivise presto dai Paesi Bassi.
Aggiungiamo inoltre l’esistenza all’epoca di nascenti tipografie che stampavano opere come per esempio “La nave dei folli” di Sebastien Brant. Un modello poi dell’Elogio della follia di Erasmo, pubblicato dopo la morte del pittore e fonte d’ispirazione, invece, per Geronimo, dello straordinario olio su legno, proveniente dal Louvre, che si chiama ugualmente “La nave dei folli” (Fig.05).

 
fig. 05 - La nave dei folli
fig. 06 - Il vagabondo

Figura di artista quindi a cavallo tra la visione medievale che colpevolizzava l’uomo che sbaglia e quella rinascimentale che riconosce la libertà di scelta. Ecco perché nel celeberrimo “Il giardino delle delizie” si ha l’impressione di vedere i peccatori felici, tutta una nudità gaudente.
E’ possibile immaginare che con Bosch finisca il Medio Evo?
Tra gli artisti più enigmatici della storia dell’arte, si aggiunge anche la difficoltà di avere certezze, in quanto mancano documenti. Se ci riferiamo alla firma, essa in stile gotico compare solo in pochi quadri e inoltre i suoi seguaci la imitavano bene. I suoi trittici nel lungo lasso di tempo sono stati smantellati ed è stata difficile la ricostituzione degli originali. Si è visto in seguito agli studi di ricerca scientifica eccezionale, effettuati prima della mostra, che molte opere situate in vari musei del mondo non sono che pannelli di composizioni più grandi.
“Il Vagabondo” (Fig.06), acquistato nel 1930 dal museo di Rotterdam, è considerato oramai il rovescio di un trittico, le cui ante interne sono costituite dalla “Nave dei folli” del Louvre, “Il vizio e il piacere” della Yale University degli Stati Uniti e “La morte e l’avaro” con una condanna violenta della cupidigia. Il personaggio solitario di tale polittico, che compare molto simile nel trittico del fieno del museo del Prado, rappresenta il pellegrinaggio della vita umana con tutte le tentazioni. Egli avanza faticosamente lungo la stretta via della salvezza e …attenzione a non cadere nel fiume come presto faranno “I ciechi” di Pieter Brueghel. Nella Nave, che è piuttosto una barca come giustamente la chiama Umberto Eco nell’Elogio della bruttezza, i folli tra cui una monaca ed un francescano sono i golosi, intenti con le bocche aperte a rimpinzarsi, qualcuno vomita. Dopo la crapula qui, nell’altro pannello c’è l’ubriachezza cui segue la lussuria di una coppia appartata nella tenda. Nel Carro del fieno (Fig.07), si muove una moltitudine di figurine piene di una grazia poetica che si legge nell’alta qualità pittorica e nel meraviglioso disegno di base. E’ una satira nordica con un fondo proverbiale: “ Il mondo è un monte di fieno, ciascuno ne prende quello che può afferrare”.
“L’adorazione dei Magi” (Fig.08) in prestito dal Metropolitan di New York, è un dipinto di suprema delicatezza, una perla rara nella produzione del pittore olandese abituato invece altrove a stupirci con i suoi deliri visuali. In uno stile tardo-gotico con preziosi ori dai doni dei re agli indumenti degli stessi, allo sfavillante tappeto, piedistallo della vergine dai lunghissimi capelli biondi, tutta la costruzione formale è nuova, estremamente rilassante. Il paesaggio sullo sfondo che amplia la prospettiva si gioca sulle varie tonalità del blu e del verde. E ci offre un ulteriore esempio dell’importanza che rivestiva tale elemento nelle sue opere. Quando, dopo una ventina d’anni più o meno dall’esecuzione di tale quadro, Geronimo Bosch arriva a Venezia, dove pare che abbia soggiornato un tre anni, il paesaggio di Giovanni Bellini così come la luce della pittura rinascimentale veneta influenzerà la sua tavolozza.

fig. 07 - Il carro da fieno
fig. 08 - Adorazione dei magi

Nella mostra di Bois-Le-Duc ci sono le opere provenienti dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, già restaurate nella città lagunare. Si tratta del “Trittico di Santa Liberata”(Fig.09), che rappresenta il martirio di una principessa portoghese alla quale il padre impone uno sposo pagano, per sfuggire al quale la fanciulla implora il Signore di imbruttirla, così le cresce la barba. L’altra opera è costituita da quattro pannelli (Fig.10) che dovevano far parte forse di un polittico più grande, di cui si sono smarrite le altre parti. Essi rappresentano: Il Paradiso terrestre, La salita verso l’Empireo, La caduta dei dannati e Il fiume verso l’inferno.
Grazie agli studi effettuati in vista dell’esposizione di quest’anno, si sono potute espungere dal corpus di opere autentiche del maestro olandese due quadri: “La salita al calvario” (Fig.04) di Gand e “I sette peccati capitali” (Fig.11), che Filippo II volle nel suo Escorial nel 1574, oggi al Prado.
Continueranno nella città di Bois-Le-Duc per l’intero anno gli eventi in commemorazione di un tale anniversario. Spettacoli di danza, performances con coreografie allucinanti: moltitudini di personaggi insoliti, intervallati da teste impalate, decapitazioni, crocifissioni da incubo. Artisti contemporanei si esprimeranno in una vera e propria “boschomania”(fig.12). Primo fra tutti Jan Fabre, che rivendica l’influenza del suo avo sulle sue opere. Nel suo omaggio a Bosch egli ha adottato le elitre degli scarabei che generano infiniti riflessi iridescenti, l’ibrido mostruoso che ne deriva vuole rappresentare i grandi misfatti perpetrati dal Belgio contro il Congo. Anche qui il valore moralizzante dell’opera.

ELVIRA  BRUNETTI
  
fig. 09 - S. Liberata

fig. 10 - Visioni dell'al di lá

fig. 11 - I sette vizi capitali

fig. 12 - Bosch parade

martedì 29 marzo 2016

Prezzi fissi?, ma sicuramente non bassi!!



La televisione ci martella a tutte le ore con una pubblicità asfissiante, nella quale la Conad viene dipinta come il paradiso dei consumatori; ma provate ad andare al supermercato sito in via Manzoni e potreste avere sorprese sgradevoli come quella toccata a me alcuni giorni fa. Dopo numerose compere arrivo al banco del pesce, dove invitanti cartellini invogliano all’acquisto di orate, alici, sogliole etc, offerte a prezzi convenienti; le vongole viceversa giacevano nell’acqua  senza alcuna indicazione del prezzo. Incautamente ne ho comperato 2 chili e solo a casa, controllando i prezzi, mi sono accorto che erano vendute a peso d’oro: 32 euro al chilo, il doppio di quanto richiesto dalle più famose pescherie. Se non è una truffa, sicuramente è un raggiro.

Achille della Ragione