venerdì 19 ottobre 2012

Una storia della pasta per antonomasia




UN POPOLO DI MANGIA MACCHERONI


Parlare di pizza o di maccheroni nel mondo significa rievocare Napoli. Orgoglio e vanto della cucina italiana, la filante e tubulare pasta ha affascinato e continua ad attirare personaggi di ogni paese, età e condizione.
Nati come metodo povero e pratico per conservare la farina di grano e renderla rapidamente commestibile, i maccheroni hanno conosciuto il destino di diventare un piatto internazionale e quasi l’emblema della gastronomia italiana all'estero.
Ma chi ha inventato i maccheroni? Le loro origini sono misteriose, ma oggi sappiamo con certezza che paste alimentari, atte alla conservazione, come maccheroni e vermicelli, fossero diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo tra i secoli XIII e XVI. Ne troviamo traccia in documenti genovesi del Duecento e del Trecento ed anche in un atto notarile del 1279. Mentre ancora prima in Cina esisteva un impasto di acqua e farina molto simile agli gnocchi.
Probabilmente la loro origine è araba o persiana e fu la Sicilia a farsi mediatrice tra Oriente ed Occidente in un periodo nel quale i napoletani erano famosi come mangia foglie.
L’ipotesi della nascita a Napoli dei maccheroni è dunque una leggenda di cui parleremo diffusamente, propagandata da Matilde Serao alla fine dell’Ottocento, rinforzata dal parere di un dotto come Carlo Tito Dalbono, grande conoscitore delle abitudini dei napoletani nella prima metà dell’Ottocento.
Napoli cominciò ad identificarsi con i maccheroni che si trasformarono in un cibo europeo quando vari viaggiatori cominciarono a descrivere quei folkloristici personaggi che li avviluppavano con tre dita e li mandavano giù, soprattutto quando divenne costume di cucinarli e venderli all’aperto in spacci ambulanti diffusi in ogni angolo della città.
Per tutto l’Ottocento il “maccaronaro” divenne uno degli aspetti più salienti del colore napoletano e l’icona indiscussa di mangiarli con le dita e addirittura conservarli nelle tasche è costituita dalla memorabile interpretazione di Totò nel film “Miseria e nobiltà”.
Ma la favola della Serao è talmente ben congegnata che merita di essere ricordata.
Durante il regno di Federico II viveva a Napoli un certo Chico, il quale possedeva antichi libri di ricette, una serie di alambicchi e faceva comprare al domestico una serie variegata di alimenti che poi mescolava in vario modo.
Accanto a lui abitava una donna maliziosa e linguacciuta di nome Jovannella, che spiava giorno e notte il mago, finchè un giorno disse: “Ho scoperto tutto; fra poco saremo ricchi”. La perfida donna riuscì a farsi ricevere dal re al quale fece assaggiare la sua pietanza.
Federico rimase entusiasta e gli diede un grosso premio. In seguito tutti i nobili ed i ricchi borghesi mandarono il loro cuoco ad imparare la ricetta e nell’arco di sei mesi tutta Napoli si cibava dei maccheroni, mentre Jovannella divenne ricca.
Fu poi Pulcinella a diffonderli dappertutto con la sua abitudine di portarli in tasca già caldi e fumanti.
Nascono poi i tanti tipi di pasta diversa, grazie a fabbriche specializzate localizzate tra Torre Annunziata e Gragnano, che grazie ad un’acqua leggerissima e priva di calcio e ad un’accorta tecnica di ventilazione, producono formati di gusti diversi, oltre a vermicelli e maccheroni, lasagne, paccheri e trenette, rigatoni ed orecchiette, che costituiscono il fondamento della dieta mediterranea che anni fa, con una decisione votata all’unanimità dall’Unesco, sono stati considerati patrimonio dell’umanità.
Non si può concludere un discorso sulla pasta senza parlare del ragù, reso celebre dalla poesia di Eduardo e che a Napoli si prepara in un modo particolare, la quale richiede molte ore di preparazione, cuocendo per ore la carne di bovino in umido col pomodoro il cui sugo serve per condire alla grande maccheroni in grado di resuscitare i morti.
Facciamo questa precisazione perché di recente una multinazionale anglo-olandese ha registrato la parola ragù negli Stati Uniti, costringendo in futuro le aziende italiane a pagare un dazio per commercializzare all’estero un prodotto tipico della nostra cucina.
Il ragout di origine francese è un intingolo con frattaglie di pollo finemente preparato che serve a condire riso e verdure, ben diverso da quello nostrano che solo a Napoli sanno fa’.

mercoledì 17 ottobre 2012

I primati di Napoli




Inaugurazione della ferrovia Napoli Portici 

Negli ultimi decenni i mass media, tutti di proprietà monopolistica del Nord, hanno non solo falsificato i libri di storia, ma hanno cercato di diffondere lo stereotipo di un Meridione costituito da fannulloni e parassiti, alle cui esigenze debbono provvedere le regioni settentrionali, prospere e laboriose. 
Solo di recente alcuni seri ricercatori, come Gennaro De Crescenzo, assiduo frequentatore di archivi ed alcuni scrittori come Pino Aprile, autore di un pamphlet di successo, che coniuga dati storici inoppugnabili ad una travolgente vena polemica, hanno cercato di rileggere con onestà gli avvenimenti del passato, soprattutto il fenomeno del brigantaggio, che vide un tacito accordo tra i notabili latifondisti e la borghesia imprenditoriale del Nord. 
Le campagne erano in rivolta ed il brigantaggio faceva del Sud un vero e proprio Far West.
Furono i soliti gattopardi, padroni dei voti delle masse popolari, ad aderire alle scelte politico-economiche post-unitarie, privilegiando finanziariamente lo sviluppo delle industrie padane a costo di penalizzare per sempre ogni possibilità di sviluppo del Meridione, i cui abitanti si videro costretti, a decine di milioni, ad abbracciare la scelta dell’emigrazione. 
Fu una diaspora di dimensioni bibliche, un vero e proprio genocidio del quale vanamente troverete anche un accenno nella storiografia ufficiale. 
Il dato più importante da cui bisogna partire è che all’ indomani del plebiscito, quando il nuovo regime cominciò ad assumere i primi provvedimenti finanziari, si rese conto che il Regno delle due Sicilie aveva in cassa 443 milioni, più del doppio dei bilanci di tutti gli altri Stati della penisola che, tutti assieme, raggranellavano 220 milioni. 
Tutto ciò a dimostrazione lampante che l’economia era più che florida, esportando legname, grano, frutta, olio, primizie, vini pregiati, carne, uova, pasta, latte ed agrumi, garantendo un costante flusso di valuta estera.
E se passiamo dall’ agricoltura all’ industria il divario era ancora più accentuato, dalla produzione di pelletteria agli strumenti di precisione, mentre la grandiosa fabbrica di Pietrarsa sfornava a getto continuo colossali macchinari, dalle locomotive alle macchine a vapore, dalle gru ai ponti di ferro alle rotaie, a parte pezzi di artiglieria, bombe e granate. 
Nel frattempo i cantieri di Castellammare producevano centinaia di navi che facevano della flotta borbonica una delle più importanti del Mediterraneo, oltre a molte altre commissionate dall’ estero. 
Nella zona di Amalfi era tutto un susseguirsi di cartiere e di opifici tessili e non poche erano le risorse minerarie; a parte lo zolfo in Sicilia, si estraeva ferro, piombo, antracite e talco.
Ma i veri primati di Napoli indiscussi sono nel campo della cultura, dell’edilizia e della scienza. Accenniamo ai principali:

  • Nel 1738 si diede inizio ai lavori per la Reggia di Capodimonte.
  • Nel 1751 Ferdinando Fuga ebbe l’incarico per la costruzione dell’Albergo dei Poveri, una struttura gigantesca destinata ad accogliere tutti i poveri del Regno.
  • Nel 1737, in soli sei mesi, quarant’anni prima della Scala di Milano, si completò il Teatro San Carlo, che divenne l’indiscusso tempio della lirica europea.
  • Nel 1738 vennero alla luce i parchi archeologici di Ercolano e di Pompei, che attirarono per decenni gli entusiasti visitatori del Grand Tour.
  • Nel 1743 fu fondata la celeberrima Fabbrica di porcellane di Capodimonte.
  • Nel 1771 fu affidato il compito a Luigi Vanvitelli di costruire a Caserta una reggia più bella e sfarzosa di quella di Versailles.
  • Nel 1778 cominciò a funzionare a Palazzo Reale la celebre Fabbrica degli arazzi. L’anno successivo nacque la manifattura di San Leucio, una singolare fabbrica governata da rivoluzionarie regole socializzatrici.
  • Nel 1798 la spiaggia di Chiaia si trasformò in una splendida Villa Reale. L’anno successivo sorsero i colossali Granili.
  • Nel 1818 prese il mare il primo battello a vapore e l’anno successivo fu edificato a Capodimonte il primo Osservatorio astronomico d’Europa.
  • Nel 1837 Napoli fu la prima città italiana ad avere l’illuminazione a gas. Ma la grande impresa fu il 3 ottobre 1839 l’inaugurazione della linea ferroviaria Napoli-Portici, la seconda al mondo, alla quale in breve si aggiunsero altri tratti che misero in comunicazione la capitale con Caserta, Capua, Cancello, Nola e Sarno. La rete stradale nel 1855 era di ben 4587 miglia.
  • Nel 1841 sorse ad Ercolano l’Osservatorio Vesuviano. Nel 1852 nacque la prima linea telegrafica Napoli-Gaeta ed in breve furono in contatto tutte le principali città, comprese Reggio Calabria e Messina attraverso una linea sottomarina.
  • Nel 1845 si tenne il VII Congresso degli Scienziati. I presidi sanitari erano all’avanguardia in Europa ed importante fu anche la funzione dei Monti di Pietà che contrastarono attivamente il fenomeno dello strozzinaggio.
  • In campo culturale ricordiamo l’Accademia delle Belle Arti, il famoso Conservatorio di Musica e una prestigiosa Università.
  • Molteplici furono le attività artigianali, dalla coniazione di monete alla legatoria di lusso, dalla lavorazione del corallo e della maiolica all’intaglio dell’avorio e all’elaborazione di gioielli d’oro e argento.

Potremmo continuare a lungo, ma vogliamo concludere con i tanti teatri, più di Parigi, che erano sempre stracolmi e testimoniavano la gioia di vivere di un popolo che scaricava così i suoi timori e le sue insoddisfazioni. 
Ricordiamo il Fiorentini, il Mercadante, il San Ferdinando, il San Carlino, dove la famiglia Petito immortalò in spassosissime commedie la celeberrima maschera di Pulcinella.

sabato 6 ottobre 2012

Spes ultima dea



Sara' sottoposto al vaglio della Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo e anche al Giudizio di Revisione il caso del noto ginecologo napoletano Achille della Ragione, arrestato nell'ottobre del 2011, dopo due anni di latitanza, per una sentenza passata in giudicato del 2008 in quanto ritenuto responsabile di avere praticato un'interruzione di gravidanza senza consenso, commercio e somministrazione di medicinali guasti/scaduti, e falsita' ideologica in atti pubblici. A renderlo noto e' il figlio del professionista, Gian Filippo della Ragione, membro del pool difensivo del medico, raggiunto telefonicamente dall'Ansa. Il ginecologo, ormai da un anno detenuto a Rebibbia, si e' sempre proclamato innocente e ora, fa sapere il suo legale, e' in uno stato di salute precario: ha perso 25 chilogrammi, e' affetto da una grave sindrome depressiva e, soprattutto, ha problemi cardiaci determinati dall'occlusione di tre coronarie, come certificato da una coronarografia dell'ospedale San Raffaele. 
I fatti che hanno portato in carcere il medico riguardano, appunto, l'interruzione di gravidanza non consensuale praticata in una clinica privata di Caserta a una paziente sua accusatrice. Il legale di Della Ragione, dopo minuziose ricerche, ha allegato agli incartamenti sul caso una annotazione di servizio della Squadra Mobile di Potenza, risalente al 6 aprile del 2000, nella quale l'ex convivente della donna riferisce di un tentativo di estorsione da duecento milioni di vecchie lire da parte della donna nei confronti di Della Ragione. 
L'avvocato Della Ragione intende portare davanti ai giudici anche la testimonianza della segretaria della clinica casertana nella quale e' stato praticato l'aborto: una dichiarazione non ammessa in primo grado ma che accerterebbe la ferma intenzione da parte della paziente di volere abortire. La donna, infatti, avrebbe fatto specifica richiesta, firmato il consenso informato per poi sottoporsi all'operazione.
L'avvocato del professionista, inoltre, intende portare ai giudici anche la richiesta di una perizia fonica sulle registrazioni delle telefonate intercorse tra la paziente e il ginecologo che, a suo parere, non sarebbero autentiche ma frutto di manipolazione. Telefonate registrate proprio dalla paziente.
Infine, fa sapere l'avvocato del ginecologo, il suo assistito non avrebbe potuto commettere il falso ideologico relativo alla manipolazione delle cartelle cliniche in quanto per accedervi era necessaria un'autenticazione informatica attraverso una password sconosciuta al professionista e nota solo ai dipendenti amministrativi della clinica. 
''Per febbraio e' stata fissata la discussione del ricorso a Strasburgo, - dice l'avvocato Della Ragione -, davanti alla Corte dei Diritti dell'uomo, che e' stato accettato. E capita a meno del 3% dei ricorsi. La Corte - ha poi concluso il legale del ginecologo - ha recepito nel corso del procedimento otto violazioni del diritto di difesa.La Revisione, invece, sara' presentata entro 30-40 giorni.

il Roma 3 ottobre 2012

il Mattino 3 Ottobre 2012
Il giornale di Napoli 3 ottobre 2012



giovedì 20 settembre 2012

POMPEI. L’ARTE D’AMARE




L’affascinante libro di Cinzia Dal Maso: ci accompagna in un intrigante passeggiata tra lupanari, orge e festini licenziosi, che caratterizzano la vita della città licenziosa per antonomasia: Pompei.
Siamo debitori ai Borbone, che organizzarono una minuziosa campagna archeologica, per la riscoperta di una città rimasta per quasi due millenni sotto la lava del Vesuvio.
Manovali ed operai, scavando, ritrovavano in continuazione falli di ogni foggia e dimensioni, di bronzo, di pietra, di ceramica, una vera e propria invasione, mentre statuette e mosaici mostravano Mercurio, Dioniso e naturalmente Priapo con attributi virili smisurati (figg. 1-4).





I campanelli delle case: i Tintinnabula erano costituiti da una serie di falli assemblati con armonia. (fig. 5)
I costumi e la cultura erano agli antipodi della nostra, sessuofobica e repressiva, dovuta a due millenni di mortificazione del corpo, di divieti religiosi e di senso del peccato, che ci fanno sbirciare con occhio malizioso le gioiose manifestazioni di esuberanza erotica che la lava ci ha restituito intatti.
Percorrendo le vecchie case sembra che dal nulla compaiano satiri eccitati e ninfe focose, checche patrizie e giovani marchettari.


Il mito di Pompei attrasse a migliaia i viaggiatori del Grand Tour, fino a quando Francesco I di Borbone non decise di rinchiudere gli oggetti più licenziosi, dando luogo al mitico Gabinetto Segreto, deludendo le torme di archeologi e raffinati voyeurs, che dovevano contentarsi di apprezzare nella casa dei Vetti o nei pochi lupanari rimasti aperti la conturbante visione di prorompenti amplessi plurimi (figg. 6-10).
A Pompei vi erano più bordelli che panifici, tenendo conto che oltre alle esigenze degli indigeni, la città era meta di villeggiatura di ricchi patrizi dediti alla crapula e di marinai che scendevano a terra dopo mesi di astinenza forzata.
Si possono ancora leggere significative scritte: "Ballerine e danzatrici cantano tra gemiti e sussurri e si abbassano a terra agitando le natiche".
Un libro divertente ed istruttivo da leggere sotto l’ombrellone e per chi volesse approfondire l’argomento consiglio di leggere "Curiosità nel Gabinetto Erotico" un mio piccolo saggio sul tema riportato di seguito.







Curiosità nel Gabinetto Erotico

Se vogliamo conoscere le antiche abitudini sessuali dei nostri antenati dobbiamo visitare il Gabinetto segreto del museo archeologico, dove sono raccolti una serie di stupefacenti reperti recuperati in gran parte durante gli scavi effettuati a Pompei a partire dal Settecento.
Questi originali materiali a sfondo erotico sono stati sottratti per lungo tempo alla fruizione del pubblico perché considerati osceni e perciò divenuti famosi ed oggetto di morbosa curiosità.
La denominazione di Gabinetto Segreto ha una ragione storica: infatti con il termine "segreto" si indicarono spesso nel Rinascimento i luoghi, le stanze, i giardini in cui venivano raccolte le speciali collezioni che si cominciavano a formare con opere d'arte, antiche e moderne, ispirate al tema dell'amore e della sensualità.
Quando cominciò la campagna di scavi, la scoperta a Pompei ed Ercolano di tanti oggetti legati alla sessualità destò sorpresa nei contemporanei, che immaginavano le due città come dei tranquilli centri abitati, in tutto dissimili dalle lussuriose Capri e Baia, invece si scoprì che nelle cittadine vesuviane esistevano più postriboli che forni e che la richiesta, e di conseguenza l’offerta di sesso, era superiore alle esigenze alimentari: più sesso che pane, fornicare altro che mangiare.
A queste imbarazzanti testimonianze del nostro passato fu riservata una sala del museo Ercolanese di Portici, che poteva essere visitata a richiesta e con permesso speciale. Dopo il trasferimento del Museo da Portici al Palazzo degli Studi, la collezione venne esposta per alcuni anni senza particolari restrizioni, ma solo fino al 1819, quando il futuro re Francesco I, in occasione di una visita con la figlia Carlotta, che rimase particolarmente colpita dalla vista di tante immagini conturbanti, suggerì al direttore di formare una raccolta separata, che fu detta prima Gabinetto degli oggetti osceni, definiti poi riservati, visitabile solo da “persone di matura età e di conosciuta morale”, e comprendente all’epoca centodue “infami monumenti della gentilesca licenza”.
Negli anni successivi, a chi chiedeva una maggiore apertura del Gabinetto ed una più larga generosità nel rilasciare permessi di visita, si opponevano gli immancabili bacchettoni, che ritenevano opportuno di dovere proibire anche la visione delle Veneri e delle altre figure, nude e seminude, delle quali era ricco il museo di Napoli. Prevalse infine lo spirito reazionario, cosicché la raccolta fu trasferita al primo piano e ne fu murata la porta, perché “se ne disperdesse per quanto era possibile la memoria”.
Da allora il Gabinetto Segreto ha vissuto sorti alterne, a seconda degli avvenimenti politici. Negli anni che seguirono all’ingresso di Garibaldi a Napoli la collezione venne aperta a tutti tranne che ai fanciulli e, con particolare permesso, anche alle donne ed al clero; fu inoltre pubblicato il catalogo della Collezione Pornografica ad opera dell’allora direttore del museo, Giuseppe Fiorelli. Ma essa fu nuovamente chiusa dal governo sabaudo che prescrisse il permesso per tutti fino al 1931. Durante il ventennio fascista, la collezione fu completamente chiusa al pubblico e si dovrà aspettare il 1967 per poterla visitare di nuovo, sebbene per soli pochi anni. Richiuso per motivi di restauro e per la necessità di reperire una adeguata sistemazione, il Gabinetto segreto è stato riaperto in via definitiva nell’aprile del 2000, organizzato secondo la selezione a suo tempo fatta dal Fiorelli, con il solo aggiornamento dell’esposizione dei materiali vesuviani divisi secondo criteri cronologici, iconografici e funzionali: i materiali di età preromana, la pittura mitologica, la decorazione dei giardini, la pittura dei lupanari, l’erotismo nel banchetto, gli amuleti.
Tra gli esemplari più famosi è il gruppo marmoreo con Pan e capra, rinvenuto nella Villa dei Papiri di Ercolano nel 1752, a lampante dimostrazione che i nostri avi contadini e pastori non disdegnavano in caso di bisogno di soddisfare gli improcrastinabili impulsi sessuali anche con gli animali.
Le pitture sono distinte tra quelle mitologiche, più raffinate, che derivano dalla tradizione della pittura erotica greca ed ellenistica, e quelle realistiche, più popolari, destinate a decorare i lupanari e le stanze particolari delle case private. Abbiamo vasi estremamente espliciti nell’indicarci le posizioni preferite dai nostri progenitori e mosaici nei quali sono riprodotte volenterose cortigiane pronte a soddisfare le esigenze più varie della propria clientela, alla quale proponevano le specialità nelle quali erano più versate ed i relativi prezzi delle prestazioni all’ingresso del postribolo.
Numerosi sono pure i bronzetti, le lucerne e gli amuleti personali, portati da uomini e donne come protettivi contro il malocchio e le malattie. Nel mondo romano infatti il membro virile era considerato simbolo di fecondità ed augurio di prosperità ed allo stesso tempo teneva lontana la cattiva sorte; anche il rumore era ritenuto un potente talismano. I due rimedi apotropaici, combinati insieme, ebbero grande popolarità nei centri vesuviani, come testimoniano i numerosi campanelli di bronzo sorretti da falli o figure itifalliche, utilizzati nelle botteghe come auspicio di buoni affari, e forse anche nelle case come divertenti arredi da banchetto per chiamare le portate: di particolare rilievo in questa serie è una splendida figurina di gladiatore da Ercolano. Nasce in questi anni l’abitudine tutta napoletana di grattarsi le parti intime in presenza di una persona ritenuta malefica o di portare in tasca un corno, rimedio infallibile contro il malocchio.
In quanto potente amuleto il fallo era inoltre posto, in tutte le città antiche, sulle mura, sui marciapiedi e lungo le strade; a Pompei era spesso usato nei cantonali delle case a scopo protettivo, ma anche sulle facciate delle botteghe, spesso dei panifici, dov’era scolpito sugli architravi dei forni. Celebre è il rilievo in travertino con fallo e scritta “hic habitat felicitas” dal panificio nell’insula della Casa di Pansa.
Una sezione del “Gabinetto Segreto” è dedicata agli oggetti erotici della collezione Borgia, tra i quali si distinguono: uno specchio di bronzo etrusco con scena erotica incisa ed una serie di piccoli nani in pietra con falli enormi tra le mani, di provenienza egizia e di età tolemaica. La sala LXII, infine, ospita alcuni reperti non pertinenti propriamente alla collezione del “Gabinetto Segreto”, tra i quali il gruppo di Pan e Dafni, il sarcofago in marmo con scena di culto dionisiaco, entrambi della collezione Farnese, il mosaico in bianco e nero con Pigmei da Roma, mentre una piccola sezione illustra la storia della collezione nei documenti d’archivio.
Numerosi sono gli esemplari raffiguranti ermafroditi e maschi superdotati al punto di necessitare di opportuni sostegni per membri elefantiaci, approcci tra satiri e ninfe e come ciliegina finale una raccolta di apparati maschili completi di testicoli.
La sezione è più conosciuta all’estero che in Italia ed infatti visitandola ci si accorge dei numerosi stranieri che affollano le sale, mentre tanti napoletani non sanno nemmeno dell’esistenza di questo scrigno prezioso di priapei, quanto mai esplicativo dell’origine delle nostre abitudini sessuali.

Pan e la capra



mercoledì 12 settembre 2012

L’evasione ci salva




In Italia l’economia sommersa è talmente diffusa da fornire al Paese quella liquidità necessaria per sopravvivere pur producendo sempre meno ed oberata dal terzo debito pubblico al mondo.
Per rispondere a questo mistero basta esaminare la situazione della Campania, la regione con il reddito pro capite più basso d’Italia e con una densità urbanistica e demografica tra le più alte al mondo.
La risposta è semplice: riciclaggio.
Gran parte delle attività e soprattutto bar, pizzerie e ristoranti sono in mano alla camorra, la quale fa emettere una massiccia quantità di scontrini falsi, immettendo denaro nel sistema fiscale.
Per cui da un lato fornisce ossigeno ad una economia asfittica e soccorre nello stesso tempo il bilancio dello stato, evitando il crack.

Profezia apocalittica




Il giorno non molto lontano in cui finiranno i risparmi delle famiglie e la disoccupazione dilagherà, quando noi genitori non ci saremo più e scompariranno stipendi e pensioni, non ci sarà più alcuna differenza tra gli emigranti africani, che sfidano le onde dell’oceano alla ricerca della terra promessa ed i nostri figli viziati, svogliati e privi d’iniziativa.

lunedì 10 settembre 2012

Lettera sulle carceri





a Ferragosto si è ripetuto il mesto pellegrinaggio di onorevoli, per constatare lo stato miserevole in cui versano le carceri italiane. 
Molti sono rimasti inorriditi, alcuni con le lacrime agli occhi. 
Vorrei pregare loro ed i tanti colleghi che non hanno ritenuto di interrompere le loro vacanze, di impegnarsi alla fine di settembre, quando andrà in discussione in parlamento l'ennesimo decreto legislativo svuotacarceri, ad approvarlo velocemente, apportando alcuni significativi emendamenti, ispirati da legislazioni più avanzate delle nostre, che permetterebbero realmente di risolvere il problema senza allarmare l'opinione pubblica.
Portare il beneficio per buona condotta da 3 a 4 mesi ogni anno e calcolarlo appena il detenuto entra in carcere, in maniera tale che si possa pervenire in anticipo ai permessi, alla semilibertà, all'avviamento ai servizi sociali, ai domiciliari, senza dimenticare i tossicodipendenti, da avviare a strutture di recupero, ma soprattutto i pazienti anziani e gravemente malati, per i quali la detenzione domiciliare dovrebbe costituire un imperativo categorico.