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domenica 21 giugno 2015

Lettere al direttore un genere letterario



300 lettere sulle quali meditare



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Prefazione

Questa raccolta di lettere al direttore segue a distanza di 10 anni l’uscita del libro Le ragioni di della Ragione (consultabile su internet), che raccoglieva una cinquantina di lettere ed una trentina articoli e relazioni congressuali.
Questa volta ho deciso di proporre soltanto lettere, circa trecento, inviate a quotidiani e riviste nel periodo tra il 2005 ed il 2015. Per non affaticare il lettore ho deciso di fornirgli una bussola, contrassegnando con un asterisco quelle da me ritenute più interessanti e con due quelle assolutamente imperdibili.
Alcuni argomenti, quali la spazzatura, l’aborto ed il regime penitenziario, sono più approfonditi, frutto di una scelta assolutamente personale, come pure Napoli e le sue problematiche sono state da sempre oggetto della mia attenzione, il che si riscontra dal numero di lettere che trattano questa tematica.
Il titolo della lettera è quello assegnato dal giornale, quasi sempre diverso da quello dell’autore, molto più efficace. Tale perversa abitudine non permette di seguire in rete il destino della missiva, per cui sfugge la pubblicazione su numerosi giornali, meno diffusi e non altrimenti controllabili, perché in vendita solo in ristrette aree geografiche.
Dedico questa mia fatica letteraria ad Attila, il mio prode rottweiler, compagno di vita, nella buona, ma soprattutto nella cattiva sorte; non sa leggere un libro, ma sa leggere, meglio di chiunque altro nell’animo umano.
Credo di aver detto tutto, per cui non mi resta che augurare a tutti voi buona lettura

Achille della Ragione
Napoli 20 giugno 2015


Lettere al direttore, un genere letterario
La rubrica delle lettere ai giornali è da sempre uno spazio di democrazia ed una palestra di idee e proposte che i lettori, attraverso le pagine del quotidiano o settimanale preferito, pongono all’attenzione generale.
Le nuove tecnologie hanno reso più semplice questo contatto, non ci vuole più il francobollo, basta un clic ed il travaso di pensiero è assicurato, permettendo ad un fiume di denunzie, confessioni e frammenti di vita vissuta di affluire in redazione, mescolando intimità ed esibizionismo, intelligenza e mediocrità e formando un’isola privilegiata dove si esprime l’identità di un giornale. Alcune testate come Libero o Il Giornale dedicano ogni giorno due pagine ai pareri dei propri lettori, mentre alcune celebri rubriche sono sulla breccia da decenni, come lo Specchio dei tempi, pubblicato ininterrottamente su La Stampa dal 1955 o la Stanza del Corriere della Sera, resa leggendaria da Indro Montanelli e proseguita poi brillantemente da Paolo Mieli ed oggi da Sergio Romano.
Ricordiamo inoltre l’Editoriale dei lettori, uno spazio cospicuo che ogni giorno La Stampa concede alla migliore lettera. Per le questioni sentimentali, mitici sono stati i consigli di Donna Letizia, al secolo Colette Rosselli o di Susanna Agnelli, che dalle pagine di Oggi, ha indirizzato migliaia di lettrici nei meandri di una società che cambiava radicalmente stili di vita e valori. Natalia Aspesi sul Venerdì di La Repubblica prosegue un genere letterario che non conosce pause, mentre cultura, politica e costume sono il terreno preferito da Corrado Augias, Michele Serra, Beppe Severgnini e Roberto Gervaso.
Gli aficionados di queste rubriche si dividono in due distinte categorie: gli occasionali ed i patiti. I più scrivono una sola volta nella vita, sotto la spinta di un episodio che li ha colpiti in maniera particolare, gli altri, gli habitues, rappresentano un fiume in piena di proposte, invettive, proclami, inviati con frequenza quasi quotidiana.
Vi è la ragionevole speranza, ponendo una questione all’attenzione dell’opinione pubblica, che questa trovi una soluzione? La mia personale esperienza indurrebbe al pessimismo. Sono forse il più fertile tra questi maniaci della scrittura, avendo contratto la passione – malattia in età pediatrica:la mia prima lettera, sui matrimoni internazionali, pubblicata dal mensile Quattrosoldi risale infatti al 1960; l’argomento di stringente attualità è rimasto inevaso, al punto che a distanza di oltre 50 anni ho potuto proporre la medesima missiva, vedendola in evidenza su numerose testate!
Ho pubblicato più di mille lettere, alcune simultaneamente su svariati giornali (per chi volesse leggerne qualcuna ne ho raccolto un centinaio in un libro:Le ragioni di della Ragione consultabile su internet digitando il titolo) e posso affermare che le volte in cui la proposta avanzata si è realizzata si possono contare sul palmo di una, al massimo due mani.
Di recente ho visto, dopo una mia lettera, pubblicata sul Corriere della Sera e da molti altri quotidiani, sulla truffa perpetrata all’Inps dalle badanti, che sposano il proprio datore di lavoro ottuagenario per poter godere della pensione di reversibilità, la norma accolta a tempo di record nell’ultima finanziaria, grazie ad un onorevole, il quale gentilmente mi ha fatto esaminare preventivamente la sua bozza di legge. Ma grande fu la soddisfazione quando una decina di anni orsono riuscii a far uscire dal carcere un mio cameriere, ingiustamente recluso(è stato poi assolto con formula piena) e sottoposto, per quanto malato di tumore, alle angherie dei suoi 15 compagni di cella(alloggiavano in 16 in una cella di pochi metri quadrati nell’inferno di Poggioreale).
A fronte di questi pochi successi da anni attendo, nonostante sia tornato ripetutamente sull’argomento, che Napoli dedichi una strada ad Achille Lauro o che gli intellettuali capiscano la corretta dizione di Borbone e non Borboni.
Mi sono dilungato oltre misura, una regola ferrea da rispettare per le lettere al direttore e quindi concludo: ”Verba volant, scripta manent”
Achille della Ragione
















lunedì 11 maggio 2015

La collina dei poeti



Tra i luoghi più dimenticati di Napoli, che viceversa potrebbero costituire un potente richiamo per i turisti, va annoverato al primo posto il parco Vergiliano, da non confondere con quello Virgiliano, fino a poco fa paradiso per le coppiette in vena di effusioni erotiche.
Esso, posto alle spalle della chiesa di Piedigrotta e nei pressi della maestosa stazione di Mergellina, oggi umiliata a semplice fermata della metropolitana, ospita le tombe di Virgilio e di Leopardi. Pochi sanno della sua esistenza, le automobili prima di affrontare il buio della galleria laziale che le porterà a Fuorigrotta, lo costeggiano distratte.
Dovrebbe cambiare il suo nome ed assumere più degnamente quello di collina dei poeti; ne ospita infatti due tra i più grandi di tutti i tempi, vissuti in tempi diversi, entrambi nati altrove, ma che hanno desiderato riposare per sempre a Napoli, una città dove hanno vissuto a lungo.
Il luogo non è grande, ma la poesia ha bisogno di poco spazio, in un sonetto può essere racchiuso l’intero universo, come loro ci hanno insegnato.
Si sale lentamente lungo un viale alberato ed i rumori scompaiono, anche i treni diventano una lontana presenza. Dopo la seconda curva compare un grande mausoleo su cui è inciso: Giacomo Leopardi. Ancora pochi passi e giungiamo ad una nicchia che prende luce da due aperture; al centro un braciere ed una corona di alloro; qui riposa Virgilio, morto a Brindisi, ma che espresse il desiderio di essere sepolto all’ombra del Vesuvio.
Se ci inerpichiamo ancora arriviamo all’ingresso della Cripta napoletana, la famigerata grotta dove per secoli si sono celebrati riti dionisiaci, per non dire orgiastici, dove è nata la sfogliatella e la festa di Piedigrotta. Una galleria che, secondo la leggenda di Virgilio non solo poeta, ma anche mago, fu da lui costruita in una sola notte, con l’auto di duemila diavoli.
Una grotta da dove nasce una parte cospicua della nostra storia e delle nostre tradizioni e che noi napoletani continuiamo ad ignorarne la stessa esistenza.

Ma chi vuole può rimediare partecipando alla visita guidata dal sottoscritto sabato 23 maggio alle ore 10 con appuntamento davanti alla chiesa di Piedigrotta.

domenica 13 maggio 2018

Napoletanità arte miti e riti a Napoli 4°volume


Prefazione

Correva l'anno 2012 quando vide la luce il I tomo di Napoletanità arte miti e riti a Napoli, seguito a distanza di un anno dal II tomo (entrambi a cura dell'editore Clean), più volte ristampati e disponibili ancora oggi in tutte le librerie italiane.
Nel 2015 comparve il III tomo, da tempo esaurito e consultabile (come lo sono anche gli altri due) soltanto sul web.
Da tempo volevo concludere degnamente questo affascinante percorso nel ventre della napoletanità, esplorata in ogni angolo, anche il più recondito, attraverso 200 capitoli, illustrati da oltre 2000 foto, per cui ho partorito l'ultimo volume di questa tetralogia e ritengo che questa mia entusiasmante fatica letteraria possa dirsi conclusa.
In questo volume il primo e l'ultimo capitolo hanno un sapore autobiografico: il 1° descrive la mia ultra decennale attività di indefesso illustratore delle bellezze artistiche della città, attraverso una serie infinita di visite guidate a chiese, palazzi, musei e mostre, oltre a ripercorrere la storia del leggendario cenacolo culturale, che si è tenuto ogni settimana nei saloni della mia villa posillipina, i primi 10 anni sotto la regia della mia adorata moglie Elvira, poscia di me medesimo.
L'ultimo capitolo è una sorta di amarcord avventuroso nelle ville prestigiose che si affacciano su Posillipo, nessuna esclusa.
In questi anni ha guidato costantemente la mia penna l'amore sviscerato che nutro verso la città che ha avuto l'onore di darmi i natali e che in un futuro, il più lontano possibile, conserverà la mia misera carcassa, mentre per il mio spirito è giustamente prevista l'immortalità

Napoli maggio 2018 
Achille della Ragione

Indice
  • Le memorabili visite guidate ed il leggendario salotto culturale
  • La Tavola Strozzi e la vera storia del sacco edilizio
  • Lo splendore del Grand Tour
  • Il mito del Vesuvio
  • La Civiltà del Caffè
  • Il popolo delle scale
  • Lasagne, vino e chiacchiere
  • 300.000 Fujentes festeggiano la Madonna dell'Arco
  • La città degli immigrati e della trasgressione
  • Tutti i volti della povertà a Napoli
  • Ingiurie bonarie: Babbasoni, Scualarci e Curnutoni 
  • Una vendita all’asta memorabile
  • Tradizioni culinarie pasquali: pastiera e casatiello
  • Il dramma delle due guerre
  • La furia di un popolo incazzato
  • In un mare di storia e di bellezza
  • I vicoli di Caravaggio e di Ribera
  • La Madonna Nera li protegge
  • Un editto da salvare
  • Il leggendario pino di Posillipo tra fotografie e dipinti
  • Elogio del ragù
  • I Luciani un popolo a parte
  • Segni misteriosi sulla pietra
  • Sanremo impazza. I neomelodici stravincono
  • Mergellina ed il lungomare più bello del mondo
  • Elogio del Pomodoro: L’oro rosso del Sud
  • Arte nascosta, arte disprezzata
  • I Quartieri Spagnoli tra tradizione e tentazione
  • Tradizioni per la festa di Sant Antonio Abate
  • L’epopea de Il Mattino
  • Fattura e malocchio, non è vero ma ci credo
  • Napoli capitale delle arti sanitarie
  • Il mito romantico dei briganti
  • Voglio sposarmi da Don Raffaè
  • Un decumano dimenticato
  • Il mitico Canalone
  • La collina dei poeti
  • A lezione di vernacolo
  • Bagni di mare, ma si parliamone sotto la pioggia
  • Come era bello il Lido Napoli
  • Come era bella Villa Beck
  • Una grande squadra per una città appassionata
  • Anna Maria Cirillo la regina delle lettere
  • Raffaele Pisani, strenuo difensore della lingua napoletana
  • Le ville di Posillipo, quanti ricordi, quanta malinconia




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    domenica 30 agosto 2020

    Ieri “A Nfrascata” oggi via Salvator Rosa

    fig.1 - Inizio della strada


    “A Nfrascata è un termine antico, ma ancora molto usato nel dialetto napoletano da poeti e scrittori napoletani. Basta ricordare i famosi versi con cui si apre “Guapparia”, uno dei più grandi classici del repertorio di canzoni napoletane, scritta nel 1914 da Libero Bovio e musicata da Rodolfo Falvo: ”Scetáteve, guagliune ‘e malavita, ca è ‘ntussecosa assaje ‘sta serenata. Io sóngo ‘o ‘nnammurato ‘e Margarita, ch’è ‘a femmena cchiù bella d’ ‘a ‘Nfrascata”.
    Si comprende chiaramente che la parola “Nfrascata”, che significa “Frasche”, corrispondeva ad un luogo di Napoli, invaso da fitta vegetazione, da giardini e campi ricchi di fiori e frutti profumati. ‘A Nfrascata corrisponde all’attuale Salvator Rosa e allora collegava la zona del Museo Archeologico con San Gennaro ad Antignano. La sua storia ha inizio nel XVI e XVII secolo, quando la nobiltà spagnola iniziò a costruire sontuose dimore sulla collina del Vomero, allora una zona isolata, tagliata fuori dal resto della città e di difficile accesso.
    Era tuttavia necessaria una strada che collegasse il centro della città alla nuova area residenziale. Già allora al Vomero si contavano numerose masserie, monasteri e ville di dotti illuminati e letterati, che in conflitto con il governo vicereale spagnolo andavano lì a costruire le loro residenze. Ricordiamo la villa di Giovanni Pontano in via Annella di Massimo ad Antignano, quella di Gian Battista della Porta a Vico Molo alle Due Porte all’Arenella, quella di Giuseppe Donzelli sul ponte della vecchia via Donzelli.
    Oggi la zona dell’Infrascata, denominata via Salvator Rosa, non presenta più quell’atmosfera bucolica di un tempo.
    Occorre fare un grande sforzo di immaginazione per ricostruire quel passato non più rintracciabile. Oggi mastodontiche costruzioni, vere e proprie muraglie di cemento armato, che insistono su strade strette ed inadeguate al traffico veicolare, hanno inesorabilmente trasformato quel panorama bucolico del passato in queste brutture del presente.        
    Durante la peste del 1656, addirittura il Vomero divenne rifugio di molti nobili, che scappavano dalle pestilenze che colpirono la città. Allora ‘A Nfrascata era un sentiero ripido, una scalata erta e pericolosa fra gli alberi che si intrecciavano e si inerpicavano su per la collina. Fino agli inizi del Novecento, salire al Vomero era un privilegio di pochi. Solo chi disponeva di una carrozza trainata da ciucci poteva scalare quelle salite tortuose e scivolose nei periodi invernali. Il luogo era chiamato anche la strada dei ciucciari, per la presenza nella zona del museo di stalle per somari che venivano noleggiati dai viaggiatori che, giunti a destinazione, abbandonavano i quadrupedi, che da soli poi riprendevano la strada del ritorno, dando origine ad una bellissima visione di asini in libertà. Famosa, infatti, era quella posta all’inizio della strada da cui partiremo con il nostro racconto, perché la signora titolare del negozio occupava come abitazione una splendida dimora con un bel terrazzo (fig.1), che da tempo costituisce la residenza di Santi Corsaro, un famoso medico, esperto in diete vegane e marito di Daniela Maresca, il top della chirurgia plastica a Napoli e dintorni.
    Gli sarò grato in eterno, perché fu grazie a lui che ad un “balletto” ebbi modo di conoscere una fanciulla bellissima e affascinante, di nome Elvira, che dopo pochi mesi ebbe l’onore di diventare mia moglie, un ruolo che, nonostante sia trascorso quasi mezzo secolo, esercita ancora con passione e qualche piccolo sacrificio.  

    fig.2 -  Palazzo della Ragione

    fig.3 - Achille neonato

    fig.4 - Achille capellone in pectore

    fig.5 - Un palazzo tutto rosso

    fig.6 - Parco Cis sulla destra
      

    fig.7  Parco Cis  all'incrocio con la Salute

    fig.8  - Chiesa di S. Maria Maddalena dei pazzi

    fig.9  - Chiesa di S. Maria Maddalena dei pazzi (interno)

     
    fig. 10 - Paolo Finoglio -
    S. Maria Maddalena e S. Maria Maddalena dei pazzi adorano il Sacramento

    Pochi passi in salita e di fronte all’agenzia di pompe funebri Bellomunno si erge maestoso il palazzo della Ragione (fig.2), dove si svolge una memorabile avventura che comincia alle 4:30 del mattino di un giorno relativamente lontano: il 1° giugno 1947, quando Anna Capuano, la diletta sposa di Mario della Ragione, dopo un breve travaglio, dà alla luce un vispo maschietto di 4 chili ed 800 grammi, che sgambetta vigoroso (fig.3) e pare felice di aver aumentato di un’unità il numero degli abitanti della Terra. La scena si svolge al secondo piano di via Salvator Rosa 29, interno 6 (ogni riferimento al significato dei due numeri nella Smorfia è puramente causale). L’evento è immortalato in un documento  conservato gelosamente nell’archivio della parrocchia di San Giuseppe dei Vecchi, già da noi pubblicato nel capitolo relativo.
    Achille  sembra ignaro del suo favoloso destino che lo attende, mentre la neo mamma è parzialmente delusa, perché si aspettava una femminuccia, che facesse coppia con Carlo, nato sei anni prima; per cui farà crescere al pargoletto una chioma fluente (fig.4) ed attenderà il 4° compleanno prima di accompagnarlo dal barbiere.      
    Dopo soli 20 giorni lo porterò al mare sulla spiaggia di Lido Raia, il più accorsato stabilimento balneare dell’epoca, divenuto poi lido Augusto ed oggi più semplicemente lido mappatella. Tutte le signore accorrevano ad ammirare il procace neonato e pensavano avesse un anno, sia per le cospicue dimensioni e la incontenibile vivacità, forse anche per la solennità del membro virile, destinato ad una frenetica attività.
    Achille pronuncerà le prime essenziali parole: mamma, papà, pipì, cacca a pochi mesi, camminerà a 14 mesi, (in passato si credeva che un’eccessiva precocità provocasse le gambe storte), imparò numeri ed alfabeto a tre anni, ma soprattutto apprendeva con gusto le cattive parole, avendo come palestra un cortile abitato da vaiasse su cui si affacciavano alcune finestre del suo appartamento. Ogni volta che dal parlare forbito delle popolane imparava una nuova volgarità correva dalla mamma, affermando contento: ”Ne ho imparata un’altra”.
    A cinque anni era bellissimo, i genitori tentarono di iscriverlo in prima elementare ad una scuola pubblica situata sui gradini Mancinelli, ma dopo pochi giorni dovettero desistere ed iscriverlo all'asilo, scegliendo un istituto prestigioso: il Froebeliano, sito in piazza Cavour, dove frequentò anche le elementari, per iscriversi poi alle medie alla Santa Maria di Costantinopoli.  
    Proseguendo verso l’alto, sulla destra, si erge, di colore rosso, la mole imponente di un palazzo (fig.5), una volta residenza di nobili e professionisti affermati, oggi, al massimo, di impiegati del catasto e di fruitori del reddito di cittadinanza.    
     Meno di 200 metri di salita ed arriviamo all’incrocio con la Salute ed il Cavone, un punto nevralgico dominato dall’alto dal Parco Cis (fig.6–7), un oasi di pace, dotata di verde e di possibilità di parcheggiare l’auto. In questo condominio privilegiato abita il famoso archi botanico Davide Napolitano, un vero mago del giardinaggio in grado di trasformare un intrigo di ortiche e rampicanti in una succursale del Paradiso terrestre. Attraversiamo e sulla destra incontriamo la chiesa di Santa Maria Maddalena de' Pazzi (fig.8), fondata, assieme all'annesso convento, nella prima metà del XVII secolo al fine di ospitare le sorelle Carmelitane, dopo che queste dovettero abbandonare il monastero del Santissimo Sacramento.    
    Il mercante Gaspare Roomer fu colui che donò i fondi necessari all'acquisto del terreno e al contempo riuscì a far intitolare il complesso conventuale a santa Maria Maddalena de' Pazzi, della quale aveva divulgato la canonizzazione.
    Il tempio venne edificato su progetto di Onofrio Tango, ma fu Giovanni Sparanno a provvedere alla costruzione vera e propria. Nel XVIII secolo Mario Gioffredo  ridimensionò il monastero. In seguito gli impianti seicenteschi vennero ulteriormente trattati da Pompeo Schiantarelli e Giuseppe Astarita. L'interno è a navata unica a croce greca (fig.9). Sull'altare maggiore è da menzionare la pregevole opera di Paolo Finoglio che raffigura la vicenda in cui santa Maria Maddalena e santa Maria Maddalena de' Pazzi adorano l'ostensorio sorretto da angeli (fig.10). Gli altari laterali sono invece sormontanti da quadri firmati da Davide Forte e Carlo Passarelli, risalenti agli anni '20 e 30 del XX secolo. Altro importante tesoro della chiesa è nella facciata: si tratta di un portale barocco in piperno, originariamente decorato con ori ed affreschi.  
     
    fig.11 - Continua la salita

    fig.12 - Un tram negli anni Cinquanta

    fig.13  Palazzo Loffredo in via Salvator Rosa 260

    fig.14  Palazzo Loffredo scala  interna

    fig.15  - Piazza Mazzini

    Continuiamo Continuiamo ancora a salire (fig.11–12) ed incontriamo, sempre sulla destra, all’altezza del civico 260 il palazzo Loffredo (fig. 13), un edificio esistente già, nel XVI secolo con forme da villa sub-urbana. La struttura fu rifatta nel XVIII secolo, in gusto vaccariano. Il palazzo è caratterizzato da una larga facciata, al centro della quale si apre un portale mistilineo in stucco terminante in un capriccio reggibalcone; lungo il lato destro e sinistro del prospetto ci sono due piccoli e semplici portoncini sussidiari. La facciata è ripartita su tre piani con mezzanino; il lato destro è più basso di un piano. Le finestre sono inquadrate tra listellature smussate ai bordi in stucco come in palazzo dello Spagnolo. Nel cortile si apre una pregevole scala aperta a tre arcate (fig.14) che conduce ai vari appartamenti. Oggi l'edificio si presenta in ottime condizioni conservative grazie ai radicali interventi di restauro fatti in anni recenti.   
    E finalmente arriviamo in piazza Mazzini (fig.15) dominata dalla statua, non di Mazzini, bensì di Paolo Emilio Imbriani, sindaco di Napoli dal 1870 al 1872.
    Egli fu primo cittadino di Napoli per poco tempo e la sua esperienza è essenzialmente legata ad una scelta che ancora oggi segna la vita della città: per il suo patriottismo estremo, il 18 ottobre del 1870 deliberò la modifica del toponimo di via Toledo in via Roma, in memoria dell’evento storico del precedente 20 Settembre durante il quale la città capitolina fu annessa all’Italia unita.

    fig.16 -  Chiesa di S. Maria della Pazienza (facciata)

    fig.17 - Carlo Mele - Madonna col Bambino

    fig.18 - Chiesa di S. Maria della Pazienza (interno)

    Da piazza Mazzini si può imboccare il Corso Vittorio Emanuele, che per un primo lungo tratto appartiene al quartiere Avvocata, oppure continuare a salire, ripetendo una parte del percorso della antica via Antiniana per colles, che congiungeva il centro storico con Pozzuoli, allora denominata Puteoli.         
    Meno di cento metri e possiamo ammirare sulla sinistra la splendida facciata della chiesa di Santa Maria della Pazienza, conosciuta anche come Cesarea (fig.16–17),
    un complesso fondato nel 1601 e formato da un antico ospedale e dall'omonima chiesa basilicale. Essa è denominata anche Cesarea perché prende il nome del suo fondatore Annibale Cesareo, che ne fece sacello di famiglia; egli fu segretario della regia camera di Santa Chiara.     
    L'edificio è stato realizzato in forme puramente barocche; particolarmente significativi, furono gli arricchimenti tra l'anno di fondazione e il 1636, anno in cui il complesso fu concluso. Tuttavia, nel XVIII secolo furono intraprese importanti ristrutturazioni: nel 1733 ad opera di Costantino Manni e due anni dopo grazie a Tommaso Eboli.        
    Da agosto a novembre 1917, San Pio da Pietrelcina frequentò questa chiesa dove celebrò anche messa, essendo di stanza nella vicina Caserma Cesarea, dove prestava il servizio militare.            
    Nell'interno (fig.18), formato da una vasta navata e cappelle laterali, sono custodite numerose opere d'arte. Sul soffitto a cassettoni è disposta una grande tela raffigurante il Riposo in Egitto, di Giuseppe Pozzovivo; le altre opere pittoriche sono di Giovanni Battista Lama: la Carità, l'Ospitalità, l'Abbondanza, la Misericordia, l'Onore, la Sapienza, la Concordia, la Saggezza e la Provvidenza, poste sugli arconi sopra le cappelle laterali (fig.19) databili 1730-32 e soprattutto la imponente controfacciata, raffigurante la Strage degli innocenti (fig.20) e l’Angelo custode, conservato nella prima cappella a sinistra (fig.21).           
    Altri artisti che lavorarono per la chiesa sono: Lorenzo De Caro, Hendrick van Somer (fig.22), Nicola ed Oronzo Malinconico (fig.23). Tra le opere scultoree è da menzionare principalmente l'altare maggiore; questo, fu smembrato per la ricostruzione dell'abside e le tarsie vennero riutilizzate. Altra opera scultorea di spicco è il Monumento di Annibale Cesareo (fig.24), realizzato da uno dei maggiori scultori presenti in quel tempo a Napoli, ovvero, Michelangelo Naccherino. Inoltre, alcuni angeli in stucco sono da attribuire a Domenico Antonio Vaccaro. Nella quinta cappella sulla destra, interessante è anche la statua lignea di Francesco Citarelli; risalente al 1859, l'opera raffigura San Raffaele Arcangelo e Tobiolo (fig.25).       
    Di fronte, un vero monumento alla vergogna è costituito dalla facciata della chiesa della Trinità alla Cesarea (fig.26), negata alla fruizione da decenni e con l’ingresso murato.    

     

    fig.19 - Parete della navata

    fig.20 - Giovan Battista Lama - Strage degli innocenti (controfacciata)

    fig.21 - Giovan Battista Lama - Angelo custode (prima cappella a sinistra)

    fig.22 - Hendrix van Somer - Fuga in egitto (presbiterio)

    fig.23 - Oronzo Malinconico - S. Nicola da Bari (terza cappella a sinistra)

    fig.24 - Michelangelo Naccherino - Tomba di Annibale Cesareo - 1601

    fig.25 - Francesco Citarelli - San Raffaele Arcangelo e Tobiolo

    fig.26 - Chiesa SS. Trinitá alla Cesarea

    Ci riportiamo sul lato sinistro ed incontriamo la mole imponente del  liceo ginnasio statale "Gian Battista Vico" (fig.27), uno storico istituto scolastico di Napoli, ubicato in via Salvator Rosa 117, che prende il nome dal celebre filosofo partenopeo Giambattista Vico. Il liceo è nato nel 1881 come liceo classico. Tra il 1930 e il 1932 è stata realizzata la sede in via Salvator Rosa, modificando una precedente struttura monastica, il complesso di San Francesco di Sales, che da quel momento ospitò due istituti scolatici: il liceo Vico e la scuola elementare Vincenzo Cuoco.       
    Tra gli anni Sessanta e Novanta del XX secolo il "Vico" fu molto attivo sulla scena politica napoletana, in quegli anni infatti si svilupparono al suo interno numerosi gruppi politici vicini alle ideologie della sinistra radicale che ebbero un ruolo importante nelle lotte studentesche. Il liceo inoltre fu, durante le proteste studentesche dei primi anni novanta (movimento della pantera), il primo istituto scolastico di Napoli ad essere occupato dagli studenti oltre che teatro di scontri, spesso anche violenti, tra gruppi di sinistra e di destra. L'aula magna del liceo è stata dedicata alla memoria del suo ex alunno Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985.      
    Negli ultimi anni ha aperto sezioni di liceo scientifico e linguistico. Possiede un laboratorio scientifico, un museo, una biblioteca, palestre e campi da gioco per varie discipline sportive.    

     

    fig.27 - Liceo Gian Battista Vico

    fig.28 - Chiesa di S. Maria della Puritá dei Notari

    fig.29 - Chiesa di S. Maria della Puritá dei Notari (interno)

    fig.30 - Nunzio Maria Rossi-Madonna della Puritá

    Attraversiamo di nuovo, sempre rigorosamente sulle strisce pedonali ed incontriamo la facciata della chiesa di Santa Maria della Purità dei Notari (fig.28), aperta solo un’ora alla settimana per la celebrazione della messa, officiata dal parroco della chiesa posta in piazza Cannetto.     
    La struttura religiosa trae le proprie origini verso la fine del XVII secolo. Fu ceduta, nel 1719 da Tommaso Porzio, al conservatorio fondato dal notaio Agnelo Capestrice  nel 1639; questi, lo eresse per tenervi agli studi le sette figlie dei suoi colleghi, e proprio per questo motivo la struttura di culto è denominata anche "chiesa re nutare" (chiesa dei notai).    
    Il suo interno (fig.29), a pianta rettangolare e transetto, è caratterizzato da un'agile cupola. Vi si trovano anche due altari con le statue di San Vincenzo Ferrer e del Sacro Cuore di Gesù, un pulpito marmoreo e l'organo. L'altare maggiore, in raffinato stile rococò, è sovrastato dalla tela raffigurante la Vergine della Purità con Santi (fig.30) di Nicola Maria Rossi; della bottega di Rossi, sono gli altri dipinti settecenteschi raffiguranti Sant'Andrea, San Michele e l'Adorazione dei Magi. Inoltre, ricordiamo anche il crocifisso e l'Ecce Homo lignei.          
    E siamo arrivati oramai alla fine del nostro percorso (fig.31) alla  stazione della linea 1della Metropolitana di Napoli (fig.32), in funzione dall'aprile 2001; progettata da Alessandro Mendini, facente parte del circuito delle stazioni dell'arte.
    L'area circostante la stazione ha beneficiato di una profonda riqualificazione che ha riportato allo splendore i resti di un ponte romano (fig.33) e una graziosa cappella neoclassica e ha valorizzato i palazzi circostanti, trasformandoli in opere d'arte, grazie all'intervento di artisti come Mimmo Rotella, Ernesto Tatafiore, Mimmo Paladino, Renato Barisani e Gianni Pisani.      
    I diversi livelli del parco prospiciente la stazione sono collegati anche attraverso una lunga scala mobile esterna, che conduce al piazzale dei giochi, progettato da Salvatore Paladino e Mimmo Paladino. Sul pavimento, a intarsi in travertino su pietra lavica, sono stati realizzati tre giochi praticabili, il tris, la campana e il labirinto. Un richiamo al gioco, con i loro vivacissimi colori, sono anche le sculture ludiche di Salvatore Paladino. Nello stesso piazzale, ma in posizione più appartata, si trova la monumentale “mano” di Mimmo Paladino. L'intero percorso esterno è punteggiato dalle opere di alcuni tra i protagonisti dell'arte contemporanea: Renato Barisani, Augusto Perez, Lucio Del Pezzo, Nino Longobardi, Riccardo Dalisi, Alex Mocika, Ugo Marano. La suddetta scala mobile costituisce anche un'ulteriore uscita verso la soprastante via Vincenzo Romaniello (tristemente famosa in quanto nel 1985 fu ucciso dalla camorra, in un agguato sotto la sua abitazione, il giornalista de Il Mattino Giancarlo Siani), che conduce dopo poche decine di metri a Piazza Leonardo. All'interno della stazione è possibile ammirare le installazioni di numerosi artisti.    
    La stazione è dotata anche di una seconda uscita a valle di via Salvator Rosa (aperta nel dicembre 2002), la cui presenza è segnalata da una guglia dell'Atelier Mendini, posta al centro di un piazzale. Il basamento della guglia è ricoperto dai rilievi in ceramica di Enzo Cucchi, raffiguranti alcune icone dell'immaginario partenopeo, mentre poco distante vi è un altro simbolo della città, il Pulcinella di Lello Esposito.
     
    fig.31 - Parte finale di via Salvator Rosa

    fig.32 - Stazione Salvator Rosa della Metropolitana di Napoli

    fig.33 -Ponte romano prospiciente stazione