martedì 7 luglio 2020

Il volto umano di Achille Lauro nel ricordo di Donatella Dufour


  

fig. 1 -  una bella fanciulla alla fontana del Carciofo di Piazza Trieste e Trento, 
donata da Achille Lauro ai napoletani, inaugurata il 29 aprile del 1956.


Si intende qui esplorare alcuni aspetti della personalità e della vita familiare del Comandante Achille Lauro, attraverso il ricordo dell’amata nipote Donatella Dufour. La sig.ra Dufour, tra le altre cose, è stata per alcuni anni a stretto contatto con Maharishi Mahesh Yogi, il mistico indiano che ha fondato la tecnica della Meditazione Trascendentale (MT) e che ha avuto tra i suoi proseliti anche i membri del gruppo musicale dei Beatles. Nell’ambito di un preciso progetto promosso da Maharishi, la Dufour si candidò come sindaco di Napoli alle elezioni amministrative del 1993.

Sig.ra Dufour, Achille Lauro ebbe una più spiccata predilezione per sua madre Laura rispetto ai figli maschi Ercole e Gioacchino. Al contrario, suo padre Pippo non fu mai tra i più stretti collaboratori del Comandante…

Tra i tre figli “legittimi” di mio nonno, mia madre era la figlia prediletta. Con i maschi egli aveva un rapporto più autoritario, si lasciava andare meno e così anche con mio padre, che tuttavia fu con lui sempre schietto e sincero. Mio padre, ad esempio, non lesinava critiche a proposito della gestione del Villaggio Lauro, un complesso di case popolari fatto costruire da mio nonno: era noto infatti che molti non pagassero il fitto. Ma, mentre mio padre si lamentava, il nonno lasciava correre, sostenendo che il popolo veniva prima degli interessi della famiglia.

Lo stesso contegno che mostrava verso i figli si replicava anche nei confronti dei nipoti: lei e le sue sorelle Emanuela e Simonetta eravate “trattate” da lui diversamente rispetto ai nipoti maschi…

Per quanto fosse una persona di pochissime parole, con noi ragazze aveva un rapporto un po’ più tenero, o almeno meno rigido. Ricordo, ad esempio, che quando eravamo piccoli, durante le vacanze estive a Massa Lubrense, il nonno svegliava all’alba i miei cugini che dormivano con lui a Villa Angelina, li costringeva a percorrere a piedi le sue immense proprietà affinché raggiungessero noi che soggiornavamo in un’altra villa, abbastanza distante e per giunta situata su un’altura, a Montecorbo. Una levataccia del genere non l’avrebbe mai imposta alle nipoti.

Lauro viene ricordato da molti napoletani come una persona di gran cuore. Ricorda qualche aneddoto legato alla sua generosità di cui fu testimone diretta?

C’era un periodo in cui usavamo dei buoni carburante per rifornire le auto di famiglia presso distributori convenzionati. Mi accorsi che ad un certo punto era iniziato un traffico illecito di questi buoni. Pertanto mi sentii in dovere di informare il nonno di quanto stesse accadendo. Ma lui, dopo avermi ascoltato, mi chiese: «A te manca qualcosa?». Ed io: «No, nulla». «E allora lascia campare. Pensi che io non lo sappia?». Del resto era solito ripetere in molte occasioni una frase, divenuta poi una sorta di detto proverbiale: «Da un ladro ci si può sempre difendere, dall’ignoranza no».

Lauro aveva abitudini salutiste e uno stile di vita in un certo senso rispettoso dei ritmi naturali. Dalle cronache si legge che si svegliava di buon’ora per dedicarsi, completamente nudo, ad esercizi ginnici sul suo terrazzo…

Certamente. Al mattino, a volte, quando mi alzavo presto per ripetere le lezioni di greco e di latino, lo sentivo mentre era già all’opera. Mio nonno aveva altresì un’attenzione particolare per l’alimentazione. Quando morì la nonna, per fargli compagnia, mi recavo spesso a pranzare da lui insieme con mia madre, mia sorella e i miei cugini. Sin dal mattino, egli era solito “programmare” il pranzo del giorno: verdure di stagione, esclusivamente del suo orto, pesce, molto raramente carne (e per lo più bianca). Ricordo che una volta, mentre attendevamo il nonno, ci informammo su cosa ci aspettasse. Io ero diventata vegetariana e il caso vuole che disgraziatamente quel giorno ci fossero le polpette. I miei cugini erano curiosi di vedere come avrei reagito, soprattutto perché era sempre il nonno a fare le porzioni che nessuno osava rifiutare. Un’abitudine, che onorava anche quando veniva a pranzo Indro Montanelli o qualche broker importante, perché per lui quel gesto significava prendersi cura dell’ospite. Mentre preparava la mia porzione, mi feci coraggio e gli dissi che non mangiavo più carne. Ci fu gelo nella stanza, un attimo di sospensione. I miei cugini si fermarono a guardare in religioso silenzio, in attesa di una sua inimmaginabile reazione. E invece si limitò a togliere le polpette dal mio piatto, esclamando: «Sai cosa c’è di nuovo? Non le voglio neanche io!».

Ricollegandoci alla precedente domanda, sembra che Achille Lauro abbia avuto anche una predisposizione innata verso la spiritualità e un rapporto “confidenziale” con la natura…

Verissimo. Quando era ragazzo e trascorreva giornate intere tra cielo e mare sui velieri, diceva di vedere gli angeli o di percepirne la presenza. Ogni giorno inoltre effettuava le oleazioni, in modo del tutto spontaneo, senza che avesse cognizione alcuna dell’ayurveda. Dopo pranzo, insieme con il giardiniere e il portiere, faceva “visita” all’orto per verificare la crescita dei prodotti della sua terra. Un giorno in cui rese partecipe anche me di questo giro abituale, si fermò davanti a un vecchio albero di prugne, dicendomi: «Quest’albero l’ho piantato io con le mie mani quando ho comperato questa casa. Non mi faceva più prugne. L’anno scorso gli ho parlato ripetendogli che, se non avesse ripreso a fare prugne, l’avrei abbattuto. Hai visto ora che belle prugne?».

Emula di suo nonno, lei si candidò alle elezioni amministrative del 1993 come sindaco di Napoli per Coscienza di Napoli, una lista civica ispirata agli insegnamenti di Maharishi, avendo tra i suoi competitori Antonio Bassolino e Alessandra Mussolini. Che ricordo ha di questa esperienza?

È stata una esperienza abbastanza forte che ha messo a dura prova me stessa, ma che nello stesso tempo mi ha aiutato a superare molti limiti. Io venivo da tre anni di isolamento in una foresta a Vlodrop in Olanda, dove c’era un’accademia di Maharishi; qui ero rimasta un po’ all’oscuro delle vicende partenopee, soprattutto di quelle politiche. Maharishi – che da poco aveva fondato il Partito della Legge Naturale [movimento transnazionale impegnato a diffondere il programma della Meditazione Trascendentale per neutralizzare lo stress collettivo e risolvere i problemi della società n.d.r.] –, sapendo che ci sarebbero state le amministrative, scelse me come candidata a sindaco di Napoli, dal momento che ero la nipote di un uomo molto amato. Ricordo che fui ospite di una trasmissione in diretta su Canale 21, dove i diversi candidati dovevano “scontrarsi” verbalmente su un ring, mentre la conduttrice, la giornalista Serena Romano, faceva da arbitro. Io esordii dicendo di non avere nemici – secondo le disposizioni impartitemi da Maharishi – e con questa uscita finii con il “rovinare” l’atmosfera del programma, come peraltro non mancò di sottolineare la conduttrice.

Tra gli “avversari” sul ring c’era anche la Mussolini?

No. La Mussolini con me non si è mai confrontata, perché glielo avevano sconsigliato. All’inizio tentarono di persuadermi a far parte del suo schieramento politico. Ma per volontà di Maharishi rifiutai. Ad ogni modo posso concludere, a proposito di questa esperienza, che tutti i giornalisti furono sempre corretti nei miei confronti, anche quelli di orientamento politico opposto rispetto a quello di mio nonno.

Massimiliano Longobardo
 

fig. 2 - Donatella Dufour (matrimonio)



 


lunedì 6 luglio 2020

Ricordiamo ai lettori chi era il vero Achille Lauro


 fig. 1 - Copertina Achille Lauro superstar

Qualche lettore potrebbe essere stato tratto in inganno dal titolo, pensando di essersi imbattuto in un articolo sul noto cantante Achille Lauro. Forse non tutti sanno che l’interprete di “Rolls Royce” ha ricavato il suo pseudonimo dall’armatore partenopeo, che ha di fatto rappresentato un lungo capitolo della storia di Napoli. Nel corso della sua esistenza quasi secolare – morì a 95 anni compiuti –, Achille Lauro percorse tutte le tappe cruciali della storia napoletana, e non solo, del XX secolo, imponendosi sulla scena come leader tanto contestato quanto carismatico. Classe 1887, è stato considerato da alcuni un antesignano di Silvio Berlusconi, perché fu imprenditore, presidente di una squadra di calcio – ovviamente il Napoli –, uomo politico, editore del quotidiano Roma e proprietario della prima emittente televisiva del Mezzogiorno a trasmettere via etere, Canale 21. E naturalmente perché fu amato e odiato al tempo stesso.
Figlio di un armatore, fondò la Flotta Lauro, una delle più potenti flotte del Mediterraneo di tutti i tempi, almeno fino al crac finanziario avvenuto agli inizi degli anni ’80. La sua instancabile attività e la sua autorevolezza gli valsero l’appellativo di “Comandante”. Come presidente del Napoli, mobilitando le sue ingenti risorse economiche, promosse l’ingaggio di grandi campioni del calibro di Jeppson e Vinicio negli anni ’50. Come uomo politico, fu sindaco di Napoli negli anni ’50 e agli inizi degli anni ’60, contribuì alla nascita del Partito Nazionale Monarchico (da una cui scissione si generò nel 1954 il Partito Monarchico Popolare, confluito in seguito nel Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica). Militò poi negli anni ’70 nel Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, diventando componente della Commissione Trasporti.
Era demonizzato e ferocemente attaccato da quanti erano distanti dalla sua visione politica e dagli avversari, i quali lo accusavano di essere responsabile del deficit del bilancio comunale, della speculazione edilizia (il cosiddetto “sacco”), delle assunzioni “discrezionali” di parenti di ex dipendenti comunali, di favoritismi vari.
Tuttavia una ricostruzione storicamente obiettiva del suo operato dovrebbe innanzitutto basarsi su una netta distinzione tra ciò che rientra nel mito del laurismo e l’effettiva realtà dei fatti. Achille della Ragione, in un lavoro dedicato alla figura del Comandante (“Achille Lauro superstar: la vita, l’impero, la leggenda”), pubblicato nel 2003, ha raccolto una serie di dati documentari che dimostrerebbero come la responsabilità del sacco edilizio (denunciato anche da Francesco Rosi in un film del 1963, “Le mani sulla città”) andrebbe imputata piuttosto ai commissari prefettizi inviati in tempi diversi dal Governo centrale ad amministrare la città.
Quanto al voto di scambio, la nota storia delle scarpe spaiate (una consegnata all’elettore prima del voto, l’altra dopo) o delle banconote tagliate a metà non sarebbe altro che una vera e propria leggenda metropolitana abilmente architettata dalla propaganda antagonista, stando a quanto ci rivela la nipote Donatella Dufour (figlia di Laura Lauro, a sua volta figlia di Achille), che abbiamo incontrato per conoscere meglio alcuni aspetti della controversa personalità del Comandante. D’altronde la consuetudine di donare gli altrettanto famosi pacchi di pasta alle famiglie bisognose fu mantenuta anche lontano dalle consultazioni elettorali, persino quando l’impero finanziario di Lauro, faticosamente costruito, volgeva al tramonto. Lauro stesso soleva ripetere che, mentre gli altri politici regalavano promesse che puntualmente disattendevano, lui almeno non faceva mai mancare beni di prima necessità.
Che fosse un personaggio politicamente scomodo è evidente: basti citare un episodio apparentemente marginale, che ha come protagonista addirittura Totò. Nel 1958, ospite della trasmissione televisiva “Il Musichiere”, condotta da Mario Riva, il celebre attore, in preda ad un improvviso entusiasmo, si lasciò sfuggire la frase: «Viva Lauro!», esclamazione che fu motivo del suo esilio dalla scena televisiva per alcuni anni.
Certamente Lauro fu venerato da gran parte del popolo napoletano che riconosceva in lui il leader capace di risollevare le sorti della città, ma anche colui al quale rivolgersi, facendo affidamento sulla sua munifica prodigalità, per risolvere problemi personali. Assai numerosi sono gli aneddoti che si narrano in proposito.
La sig.ra Dufour ci ha raccontato che al termine del funerale del nonno – che paralizzò letteralmente il traffico cittadino, data la nutrita partecipazione dei napoletani, desiderosi di dare l’ultimo saluto all’ex sindaco –, una donna minuta e dal fisico mingherlino cominciò ad emettere grida disperate e prolungate all’ingresso del portone del palazzo Lauro, all’interno del quale si erano raccolti i parenti del defunto accanto alla bara. Lasciata entrare, la donna, accompagnata dalla figlia in evidente stato di imbarazzo, iniziò a strisciare in ginocchio, quasi a mo’ di atto penitenziale, versando copiose lacrime, senza mai interrompere i suoi lamenti, fino ad arrivare davanti al feretro. Infine pregò che le fosse concesso un dono: un qualunque fazzoletto appartenuto al Comandante. La donna raccontò infatti che in passato, in un momento di grave difficoltà economica in cui versava la sua famiglia, era stata lautamente beneficata da Lauro a cui aveva chiesto aiuto. Per attirare la sua attenzione e parlargli direttamente, trovandosi nel bel mezzo di una ressa di donne nerborute e ben in carne, inscenò un gesto plateale: si avvicinò a don Achille e gli “scippò” il fazzoletto che egli portava nel taschino.
Dopo questo episodio, la donna diventò una sorta di beniamina che Lauro portava sempre con sé ad ogni comizio elettorale. Era lei che teneva l’arringa inaugurale, con la quale doveva convincere la folla, rigorosamente in napoletano, a votare don Achille che tanto si era adoperato per la sua causa.
Entreremo nel merito   delle abitudini e della vita quotidiana di Achille Lauro attraverso l’intervista alla nipote Donatella Dufour.

Massimiliano Longobardo



 fig. 2 - Atto donazione fontana del carciofo


 fig. 3 - Atto donazione fontana del carciofo

  
fig. 4 - Achille tra le sue donne
 
 
 
 

Il Cristo soccorso da un angelo di Lorenzo De Caro



fig.1 - Lorenzo De Caro - Cristo soccorso da un angelo -
olio su legno - 25x19 - Gorizia collezione Domenico Calò



Il Cristo soccorso da un angelo (fig.1) di rara potenza espressiva, da taluni studiosi attribuito ipoteticamente a Sebastiano Conca, è a mio parere assegnabile con certezza al pennello di Lorenzo De Caro, per cogenti affinità stilistiche e per il prelievo letterale di alcune figure da altri dipinti documentati dell'artista, tra cui Il martirio di un santo (fig.2), di cui parleremo alla fine dell’articolo.
Nella tela sono da sottolineare dei prelievi letterali da altri quadri: nella parte sinistra con l’angelo in volo un’opera perduta eseguita intorno al 1752 in Spagna dall’Amigoni e nota attraverso un’incisione, mentre sulla destra evidenti sono i legami con la lezione pittorica del Traversi, a dimostrazione della capacità del De Caro di recepire la lezione del grande collega e di innestare nel suo stile quegli effetti di grande espressività, pervenendo a composizioni dall’originale taglio compositivo, caratterizzate da eleganti virtuosismi tecnici ed intense interpretazioni della realtà psicologica. Siamo davanti ad una tela marcata da una spiritosa ed anticonvenzionale vena rococò, spogliata da ogni sacralità ed intrisa di grazia civettuola.
Lorenzo De Caro fu insigne pittore del glorioso Settecento napoletano, anche se fino ad oggi conosciuto solo dagli specialisti e dagli appassionati più attenti. Una serie di dipinti presentati sempre più di frequente nelle aste internazionali, una esaustiva  monografia di Rosario Pinto ed alcune fondamentali scoperte biografiche costituiranno un viatico per una sua più completa conoscenza da parte della critica ed una maggiore notorietà tra antiquari e collezionisti. Verso la fine degli anni Cinquanta si manifesta il momento migliore nella sua produzione, a cui appartiene il dipinto in esame, quando, pur partendo dagli esempi del Solimena, ne scompagina la monumentalità attraverso l’uso di macchie cromatiche di spiccata luminosità e, rifacendosi ai raffinati modelli di grazia del De Mura, perviene ad esiti di intensa espressività, preludendo l’eleganza del rocaille.
Finalmente, grazie alle diligenti ricerche archivistiche del pro nipote, Gustavo, Lorenzo De Caro ci rivela, dopo secoli di oblio, i suoi dati anagrafici (Napoli 1719-1777). E speriamo che tale notizia, già pubblicata anni fa sulle pagine della gloriosa rivista Napoli nobilissima, venga quanto prima recepita da tutti gli studiosi, così da evitare in futuro imprecisioni, come quella in cui è incorsa Ward Bissel, una tra le più grandi studiose del mondo della pittura europea, che in un suo recente volume ha dedicato ben quattro pagine al nostro artista (Caravaggio ne ha avuto cinque), ma nei dati biografici si è limitata ad indicare: Notizie dal 1740 al 1761.
Rosario Pinto, dopo gli studi fondamentali sull’artista di Spinosa e le aggiunte di Pavone sulla base di documenti reperiti dal Fiore, ha affrontato con autorità e rara competenza l´inquadramento del De Caro nel panorama figurativo napoletano, che risentiva ancora di giudizi affrettati ed oramai superati dalle nuove acquisizioni. L´analisi dello studioso ci restituisce una pittura lontana dai toni aulici e celebrativi allora di moda ed attenta, viceversa, a presentarci eroine bibliche, madonne dolenti e santi in estasi, spogliati di ogni convenzionale attributo di sacralità e restituiti alla loro natura umana e sentimentale, resa con immediatezza e sincerità.
 Collocabile nel periodo maturo dell’artista e non nella fase giovanile, come più volte sostenuto da Spinosa, vi è poi la Decollazione di un Santo (fig.2) di collezione della Ragione, la quale presenta tangibili affinità con la Decollazione di San Gennaro  conservata nella chiesa dei santi Filippo e Giacomo (documentata ad agosto 1758) con la quale condivide l’impaginazione e stringenti analogie tra il guerriero con l’elmo sulla sinistra, l’impeto dinamico del carnefice e l’insieme degli angioletti che guardano la scena dall’alto.
Nella composizione è presente una palpabile discrepanza temporale tra il martirio da parte di soldati romani, persecuzioni che cessarono con il 312, quando il Cristianesimo divenne religione di Stato e l’immagine di un minareto sullo sfondo, un’architettura che comparve dopo almeno tre secoli.
La tela nel tempo ha avuto, come molte altre opere del De Caro, diverse attribuzioni, prima al Solimena, quando nel 1969 si trovava presso la Koetzer Gallery di Zurigo, quindi al Giaquinto quando passò nel 1986 in asta presso Semenzato, per divenire poi una delle opere più significative del pittore.

 
 

fig.2 - Lorenzo De Caro - Martirio di un santo -
Napoli collezione della Ragione


Bibliografia

Spinosa N.  - Civiltà del 700 a Napoli 1734 – 1759 (catalogo della mostra) Napoli 1979 – 80
Spinosa N. – Pittura sacra a Napoli nel Settecento – Napoli 1980 - 81
Pavone M. A. – in Dizionario biografico degli Italiani, ad vocem, vol. XXXIII – Roma 1987
Spinosa  N. – Pittura napoletana del Settecento dal Rococò al Classicismo – Napoli 1987
Pavone M. A. – Pittori napoletani del Settecento – Napoli 1994
della Ragione A. – Collezione della Ragione – Napoli 1997
Pavone M. A. – Pittori napoletani del primo Settecento – Napoli 1997
Pinto R. – La pittura napoletana – Napoli 1998
De Caro G. - Note archivistiche su Lorenzo De Caro, pittore napoletano del ‘700, in Napoli nobilissima, V serie. vol. III, fasc. I – II, Napoli, gennaio aprile 2002
De Caro G. – Marini M. – Pinto R. – Lorenzo De Caro, pittore del ‘700 napoletano

Un filosofo in meditazione di Francesco Fracanzano


Fig.1 - Francesco Fracanzano 
- Filosofo in meditazione - 
Lecce collezione privata
Misura della tela 98x73,5
  
Continuamente antiquari e collezionisti​ mi inviano foto di dipinti di scuola napoletana, chiedendomi un parere sull’attribuzione e questa circostanza mi permette di visionare una cospicua mole di inediti, alcuni di notevole qualità, come nel caso di questo superbo Filosofo in meditazione (fig.1) di Francesco Fracanzano di proprietà di un collezionista di Lecce. ​ 
La rappresentazione di mezze figure di santi e filosofi, investigati con crudo realismo, fu una moda nata nella bottega del Ribera a Napoli ed affermatasi poi anche in provincia grazie ai suoi discepoli, tra i quali, con una rilettura originale, si annovera anche il sommo Luca Giordano, che più volte ritornerà sul tema nel corso della sua lunga carriera, dilatando oltre misura la sua fase riberesca, identificata erroneamente dalla critica con un periodo unicamente giovanile. ​ ​Tra​ i più convinti seguaci del valenzano si distingue Francesco Fracanzano, il quale nel 1622, dalla natia Monopoli, si trasferisce con la famiglia nella capitale, entrando giovanissimo nell’ambiente artistico partenopeo, grazie anche al matrimonio, celebrato nel 1632, con la sorella di Salvator Rosa. Lavorando con il Ribera ne recepì la stessa predilezione per la corposità della materia pittorica e ripropose spesso i soggetti più richiesti dalla committenza: studi di teste e mezze figure di filosofi e profeti su fondo scuro.​ ​ ​ ​ ​ 
​ La qualità del quadro è molto alta grazie a sapienza di tagli di luci e ombre, di panni ed epidermidi, concretezza di particolari anatomici e tratti somatici, trattazione severa, ma anche intensa e umanissima, di stati d’animo e reazioni espressive. ​
L’attenta definizione di ogni dettaglio anatomico, le minute lacrime (fig.2), rese con preziosità caravaggesca, le mani giunte dalle unghie sporche, la pelle rugosa e la barba incanutita, sono particolari, appresi dal Fracanzano nella bottega del Valenzano e costituiranno la cifra stilistica lungo tutto il corso della sua carriera.
Il De Dominici accenna all’attività del Fracanzano nella bottega del Ribera: ”il maestro molto lo adoperava nelle molte richieste di sue pitture... mezze figure di santi e di filosofi”.
Nessuno di questi quadri, attribuibili con un buon margine di certezza alla sua mano, è firmato o datato, probabilmente perché spesso dovevano passare per autografi del maestro e ad avvalorare questa ipotesi ci soccorrono di nuovo le parole del biografo ”il Maestro molto lo adoperava nelle molte richieste di sue pitture e massimamente per quelle che dovevano essere mandate altrove, ed in paesi stranieri... egli è così simile all’opera del Ribera che bisogna sia molto pratico di lor maniera chi vuol conoscerlo... nell’esprimere la languidezza delle membra, nella decrepita senescenza​ dei suoi vecchi.

Achille della Ragione

 
fig.2 - Francesco Fracanzano - 
Filosofo in meditazione - (particolare) 
Lecce collezione privata
Misura della tela 98x73,5

Una S. Agnese di Antonio Sarnelli



fig. 1 - Antonio Sarnelli - S' Agnese -
Gorizia collezione Domenico Calò


Cominciamo il nostro breve articolo esaminando un quadro, raffigurante S. Agnese (fig.1), in passato attribuito da alcuni studiosi alla bottega di Massimo Stanzione e che, viceversa, dall’esame del volto dell’attonita fanciulla richiama a gran voce la paternità di Antonio Sarnelli, il più famoso di una famiglia di artisti napoletani attivi nel Settecento, a me cari ed a cui ho dedicato una breve monografia consultabile in rete digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/2012/03/i-sarnelli-una-famiglia-di-pittori.html
Il più famoso dei fratelli, Antonio, nato a Napoli il 17 gennaio del 1712, si ispira nella seconda metà del secolo XVIII, oltre che al De Matteis, di cui è a bottega, agli esempi del Giordano e del Solimena, lavorando nelle chiese di Napoli e provincia e molto anche fuori della regione in Calabria e Puglia.
Il suo stile è facilmente riconoscibile e si esprime in una prosa meno alata dei grandi artisti che dominano la scena, ma soddisfacendo una vasta committenza esclusivamente ecclesiastica.
Egli cerca di recuperare, se non l’inimitabile seduzione cromatica dei modelli di riferimento, almeno la freschezza dell’intonazione devozionale e la sapidità del racconto.
Frequentemente dei suoi quadri transitano nelle aste, anche internazionali e non gli vengono attribuiti, perché ancora poco noto, anche agli specialisti del Settecento.
Il secondo fratello Giovanni è noto soprattutto per i suoi dipinti conservati nella chiesa del Carmine a piazza Mercato, mentre il terzo Francesco rappresenta una mia casuale scoperta, grazie alla fortuita scoperta della sua firma (fig.3) sulla battita di un quadro raffigurante la Madonna col Bambino (fig.2), da me acquistato nel 1995 presso una bottega d’arte di Sorrento, dove ebbi la fortuna di acquistare altri quadri di una certa importanza.  Essa porta sul retro della cornice una scritta incisa indicante il soggetto come una S. Paola, una sorta di expertise poco leggibile con  una data dei primi anni del Novecento.
Tale affermazione è probabilmente inesatta, perché tale santa è eccezionalmente rappresentata e mai in Campania (reperii con difficoltà una litografia ottocentesca di scuola ligure); ma principalmente perché S. Paola, i cui caratteri distintivi sono la verga, la culla e la disciplina (o il manto canonico) era di origine patrizia, per cui difficilmente può essere rappresentata in abiti modesti come la figura in esame, chiaramente una Madonna col Bambino. In ogni caso il soggetto ha ben poca importanza, mentre interessante è la firma che reca il dipinto in basso a destra: un F. Sarnelli, scritto in stampatello, chiaramente leggibile.
In un primo tempo si poteva anche pensare che la F. stesse ad indicare un fecit, anche se in genere il verbo segue quasi sempre il nome dell’autore; ma in seguito togliendo la tela dalla cornice per uno studio più approfondito, sotto la firma, anche se in parte cancellato dal tempo, è comparso un fecit, che ha tolto ogni dubbio. La certezza di trovarci di fronte ad un pittore inedito l’abbiamo avuta quando Enzo De Pasquale, ci ha riferito della presenza di un altro dipinto in collezione privata firmato per esteso Francesco Sarnelli. Tale dipinto per il quale egli aveva negli anni scorso predisposto un expertise, su richiesta dei proprietari, pare che in precedenza si trovasse in una non ben identificata chiesa napoletana della zona di Materdei
Di recente ho poi reperito in una collezione beneventana una Sacra famiglia (fig.4), eseguito in collaborazione dai tre fratelli, firmato.


 

fig. 2 - Francesco Sarnelli - Madonna col Bambino (firmato F. Sarnelli) - 42x30 -
Napoli collezione della Ragione

   


fig. 3 - Firma F. Sarnelli

 


Bibliografia

Achille della Ragione – Collezione della Ragione, pag. 56, 57, fig. 36 – 37 – Napoli 1997
Achille della Ragione - Il secolo d'oro della pittura napoletana - VIII- tomo - pag. 518 - Napoli 1998 - 2001
Achille della Ragione  - Ischia sacra. Guida alle chiese, pag 156 – Napoli 2005
Achille della Ragione  - Repertorio fotografico a colori del Seicento napoletano - II tomo - pag. 113 - 114 - Napoli 2011
Achille della Ragione  - I Sarnelli: una famiglia di pittori napoletani del Settecento – Napoli 2012
Achille della Ragione – Tre interessanti inediti di pittura napoletana – Napoli 2020


fig. 4 - Sacra famiglia - Antonio, Giovanni e Francesco Sarnelli - 50x63 -
Benevento collezione privata




venerdì 3 luglio 2020

Un paesaggio da favola

tav. 1 - Paesaggio con figure ed armenti - Parma collezione privata (particolare)


Un celebre collezionista di Parma mi ha inviato le foto di un suo quadro (fig.1) raffigurante uno splendido paesaggio con figure, che alcuni studiosi gli avevano riferito potesse essere stato realizzato da Lorrain e desiderava conoscere il mio parere.
Il mio imbarazzo è stato grande, perchè​ il mio terreno di interesse è costituito dal Secolo d'oro della pittura napoletana (Il Seicento), argomento sul quale, senza falsa modestia, mi ritengo il massimo specialista, ma quanto più ci allontaniamo da quel periodo, più ​ comincio ad essere sempre più un semplice appassionato, per cui ho ritenuto opportuno consultare alcuni miei colleghi, in primis il professor Pietro Di Loreto, il quale mi ha riferito trattarsi di un dipinto di epoca successiva. Anche Ammendola e Lepore hanno collocato l'opera cronologicamente nell'Ottocento e ne hanno sottolineato l'altissima qualità che si evince dall'esame di alcuni particolari (fig.2-3-4). 
Fino a quando il celebre Vittorio mi ha trovato la soluzione mostrandomi per un raffronto una tela, raffigurante un paesaggio (fig.5) di un abile quanto sconosciuto pittore russo, che certamente è stata eseguita dallo stesso autore del dipinto in esame.
Risolto il rebus voglio ora proporre ai lettori gli aspetti più significativi della biografia di questo pittore russo dal nome complesso e difficile da ricordare.
Fyodor Mikhaylovich Matveyev​ (1758–1826) era un pittore paesaggista classicista russo, più riconoscibile per i suoi paesaggi italiani. Fu uno dei primi pittori di paesaggi russi.​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​
 
 
tav. 2 -   Paesaggio con figure ed armenti - Parma collezione privata (particolare)

 
  tav. 3  - Paesaggio con figure ed armenti - Parma collezione privata


Matveyev era figlio di un soldato del reggimento Izmaylovsky. Fu ammesso all'Accademia delle arti imperiale, dove si laureò nel 1778 con una medaglia d'oro. Uno dei suoi professori era Semyon Shchedrin .Matveyev si specializzò fin dall'inizio come pittore di paesaggi e divenne il primo artista di paesaggi laureato con una medaglia d'oro. Successivamente gli fu assegnata una borsa di studio per viaggiare in Europa, come era comune all'epoca per i laureati di talento dell'Accademia. Nel 1779, Matveyev viaggiò in Italia e alla fine si stabilì lì. Non tornò mai in Russia e morì in Italia nel 1826. Egli ha viaggiato avanti e indietro in Italia e nei paesi circostanti, dipingendo paesaggi. Inizialmente, aveva commissioni da nobili russi residenti in Italia. Alla fine, le commissioni si diradarono e Matveyev scrisse lettere all'Accademia delle arti imperiale nel 1789 e nel 1795, chiedendo di sovvenzionare il suo ritorno in Russia. Apparentemente, non ha ricevuto alcuna risposta. Nel 1806, inviò il suo dipinto​ View around Naples​ all'Accademia e gli fu assegnato il titolo di accademico.​ ​ ​ 
​ Ha creato dipinti ad olio e una serie di opere grafiche. La maggior parte dei dipinti sono realizzati secondo le rigide regole del classicismo, il che significa che l'immagine è simile alla scena teatrale, con edifici o alberi ai lati. Ci sono sempre persone presenti nel paesaggio, per indicare la scala. I paesaggi di Matveyev non rappresentano mai paesaggi originali con precisione fotografica. Al contrario, i suoi disegni sono molto più inclinati verso il romanticismo e potrebbero in realtà essere i primi paesaggi romantici russi.

Achille della Ragione
 
tav. 4 - Paesaggio con figure ed armenti - Parma collezione provata (particolare)

 tav. 5 - Fedor Mikhailovich Matveev - Paesaggio con figure - Italia mercato antiquariale
 

 
 




 
 


giovedì 2 luglio 2020

Uno splendido bozzetto di Sebastiano Conca


Sebastiano Conca
 - La presentazione della croce a Gesù Bambino - 71 x 98 - 
Napoli collezione privata



Il dipinto di cui discuteremo non ha creato alcun problema nell'identificazione dell'autore: Sebastiano Conca, riconoscibile per l'intensità del cromatismo, la cura nel dettaglio e la presenza di figure rappresentate identiche in altre composizioni dell'artista.
Viceversa una certa difficoltà vi è stata per la corretta definizione del titolo.
Premesso che il quadro per le sue ridotte dimensioni, 71 x 98, probabilmente costituisce il bozzetto preparatorio per una pala d'altare, segnaliamo che l'iconografia mostra un angelo che porge la croce al Bambin Gesù sorretto dalle braccia di San Giuseppe. L'opera figurava già nell'inventario stilato nel 1866 dei 60 dipinti del XVII e XVIII secolo di scuola napoletana , che componevano la pinacoteca di un celebre monsignore, vescovo della diocesi di Aversa, come apprendiamo consultando il libro di Massimo Pisani: Il palazzo Cellammare. Cinque secoli di civiltà napoletana.
Si tratta  di un'iconografia alquanto insolita cui si potrebbe dare il titolo di "Premonizione della Passione". Per il professor Frank Dabell, storico dell'arte alla Temple University di Filadelfia, studioso dell'argomento, essa non è rarissima anche se poco presente in Italia. A tale proposito egli evoca un'incisione seicentesca di Laurent de la Hyre ed un'immagine dell'incisore anonimo olandese Maestro I.A.M. di Zwolle, che ci mostra un Cristo (sempre bambino) che abbraccia la croce (non lontano dall'idea leonardesca della Madonna dei Fusi, di abbracciare il destino). Anche il Murillo dipinge il Bambino addormentato su una croce o che sogna la croce.
Vogliamo ora fornire al lettore alcuni dati biografici di Sebastiano Conca, un pittore a cui fu dedicata alcuni decenni fa una esaustiva mostra nella natia Gaeta.
Sebastiano Conca nacque a Gaeta nel 1680 e morì nella stessa città nel 1764. Chiamato anche "Il cavaliere" era il maggiore di dieci fratelli. Il papà Erasmo era dedito al commercio e il secondogenito Don Nicolò fu arcidiacono della cattedrale di Gaeta. Sebastiano frequentò per oltre 15 anni la scuola napoletana di Francesco Solimena. Dal 1706 si trasferì a Roma col fratello Giovanni dove si affiancò a Carlo Maratta e svolse una proficua attività di affrescatore e di artista di altari fin oltre il 1750. A contatto con quest'ultimo, il suo stile artistico esuberante si moderò parzialmente. A Roma, patrocinato dal cardinale Ottoboni venne presentato a papa Clemente XI che gli assegnò l'affresco raffigurante Geremia nella basilica di San Giovanni in Laterano. Per il dipinto fu ricompensato dal papa col titolo di cavaliere e dal cardinale con una croce di diamanti.
Nel 1710 aprì una sua accademia, la cosiddetta Accademia del Nudo che attrasse molti allievi da tutta Europa, tra cui Pompeo Batoni, i siciliani Olivio Sozzi e Giuseppe Tresca e Carlo Maratta, e che servì per diffondere il suo stile in tutto il continente. Nel 1729 entrò a far parte dell'Accademia di San Luca e ne divenne direttore dal 1729 al '31 e dal 1739 al '41. 
Nell'agosto 1731 il pittore fu chiamato a Siena per affrescare l'abside della Chiesa della Santissima Annunziata, per volontà testamentaria del rettore del Santa Maria della Scala, Ugolino Billò. Il lavoro venne terminato nell'aprile del 1732. Con la "Probatica Piscina" (o "Piscina di Siloan"), Conca si guadagnò la diffusa ammirazione dei contemporanei. In particolare, furono apprezzati l'ampio respiro dell'opera e la sapiente composizione, fedele al racconto evangelico e ricca di scrupolosi dettagli. Fu in seguito tra l'altro al servizio della corte sabauda, e lavorò all'oratorio di San Filippo e alla chiesa di Santa Teresa a Torino. Nel 1739 scrisse un libro dal titolo Ammonimenti, contenente precetti morali e artistici e dedicato a tutti i giovani che avessero voluto diventare pittori. 
Dopo il suo ritorno a Napoli nel 1752, Conca passò, dalle esperienze classicheggiante, ai canoni, più grandiosi, del tardo barocco e del rococò e si ispirò soprattutto alle opere di Luca Giordano. Grazie all'aiuto del Vanvitelli, ricevette onori e incarichi da Carlo III di Borbone e dai più potenti ordini religiosi partenopei. Le sue opere più impegnative di questi ultimi anni sono andate distrutte, mentre sono rimaste numerose pale per altare di Napoli, tele inviate in Sicilia, i dipinti eseguiti per i benedettini di Aversa (1761) e le Storie di San Francesco da Paola, eseguite tra il 1762 e il 1763 per i Frati Minori del Santuario di Santa Maria di Pozzano a Castellammare. Con decreto regio fu elevato al rango di nobile nel 1757. Le ragioni del suo clamoroso successo si possono riconoscere nelle sue grandi capacità di mediare le diverse componenti artistiche del secolo: quella scenografia, magniloquente e grandiosa, appresa negli anni col Solimena, e quella più misuratamente composta del classicismo riformatore del Maratta. L'abilità del Conca fu dunque di sapersi misurare tanto con la tradizione quanto con le caute novità del momento, dosando e potenziando di volta in volta le diverse e molteplici componenti del linguaggio tardobarocco. Tra i suoi migliori allievi figura Gaetano Lapis, detto anche il Carraccetto. Una discreta celebrità ebbe anche il nipote di Sebastiano, il romano Tommaso Conca. Sebastiano Conca ha lasciato innumerevoli opere, che si stimano in circa 1200 pezzi. 

Achille della Ragione