mercoledì 4 novembre 2015

Un gioiello poco noto: la chiesa di S. Maria della Consolazione a Villanova

 
fig. 1  - Napoli, chiesa di S. Maria della Consolazione a Villanova  (facciata)

Nel casale di Villanova vi è la chiesa di Santa Maria della Consolazione (fig.1) dalla spettacolare pianta esagonale, realizzata nel 1737 da Ferdinando Sanfelice, regno incontrastato per oltre cinquanta anni del leggendario parroco Giuseppe Capuano, morto in odore di santità.
Una chiesa di grande interesse, fuori dagli itinerari turistici e sconosciuta anche ai cultori del nostro patrimonio artistico, frequentata solo dai fedeli, tra i quali le mie zie: Giuseppina, da poco centenaria, Elena e Adele ed alla quale sono particolarmente affezionato, perché il parroco di cui sopra era un mio pro zio e fra cento anni o poco più mi piacerebbe si celebrasse il mio funerale.
L’interno (fig.2) è allegro, molto luminoso e sembra sollecitare una preghiera di ringraziamento più che una supplica. Ha una storia alle spalle, ma soprattutto un segreto da svelare.
La storia è semplice e lineare: Eleonora Piccolomini, principessa di Bisignano, nel 1488 fece erigere nel suo fondo una cappella. In seguito nel 1537, a seguito di lasciti e donazioni, venne unita a due chiesette in rovina poco distanti: San Giovanni Battista fuori Porta Posillipo, già proprietà dei Guindazzo, donata agli Agostiniani intorno al 1500 e San Pietro.
La chiesa attuale sorge dunque da questo incontro e ne fa fede un pregevole bassorilievo di scuola del Donatello, conservato in sacrestia, datato 1510, che raffigura la Madonna tra San Giovanni Battista e San Pietro.
La veste attuale prese corpo poi nel 1737, dopo i danni causati da un terremoto, ad opera del celebre architetto già citato, il quale da tempo era impegnato con gli Agostiniani nella realizzazione del convento di San Giovanni a Carbonara.
Il risultato entusiasmò il De Dominici il quale affermò: ”che prospetto così vago e accordato, più bello non si può desiderare”. Infatti il Sanfelice adottò una soluzione rivoluzionaria per quell’epoca, collocando su sei pilastri, nell’interno esagonale con tre finestroni, un’unica struttura di copertura con tre capriate in legno, una finta volta incannucciata e tegole.
La facciata, col corpo centrale aggettante fra due rientranti, preannuncia l’andamento planimetrico interno e sicuramente fu modificata nel corso del restauro cui seguì la consacrazione nel 1853, per cui dello stile dell’architetto non conserva che il finestrone.
L’interno rappresenta invece un accattivante esempio di spazio, molto luminoso, modellato da forme geometriche ossequiose della lezione del Borromini. Si può osservare un alternarsi di pareti piane e di pareti curve che sottolinea il dinamismo plastico accentuato dalla presenza della doppia parasta, in modo che l’ordine architettonico accompagni il disegno planimetrico delle pareti: anche la trabeazione, allora, si incurva per accogliere la calotta che completa la piccola abside. Ampi finestroni inondano di luce l’ambiente illuminando i delicati stucchi (fig.3), di alta qualità e di gusto rococò, che decorano la bella volta esagonale, il cui disegno geometrico è accentuato dai bianchi costoloni che si affiancano sulle vele grigie.
A completare l’insieme concorreva il pavimento, in cotto e ceramica, non più presente e l’altare maggiore (fig.4) in lussureggianti marmi policromi, sovrastato da un’opera proveniente dalla chiesa precedente: una tavola della prima metà del Cinquecento, raffigurante la Madonna col Bambino (fig.5-6).
Alla vecchia chiesa appartengono anche i bassorilievi marmorei del lavabo conservato in sacrestia, ricomposti nell’attuale contesto nel 1575, ma risalenti ai primi anni di quel secolo.
Al momento della ricostruzione sanfeliciana risalgono i due spettacolari pendant eseguiti da Paolo Di Majo, che accolgono gioiosamente il visitatore. Essi raffigurano la Natività (fig.7) e la Madonna col Bambino con i santi Agostino, Monica, Gennaro ed Antonio. Ignorati nell’unica monografia sul pittore, scritta dall’illustre studioso Mario Alberto Pavone, sono due autentici capolavori, eseguiti negli anni in cui l’artista lavorava presso la bottega del Solimena, quando questi era intento ad approfondire la sua esperienza in senso classicista. Essi sono la testimonianza della predilezione del Di Majo per formule geometrizzanti e la ripresa di elementi culturali neocinquecenteschi, in opposizione alle contemporanee proposte di Domenico Antonio Vaccaro. L’adesione del pittore alle direttive ecclesiastiche, volte a depurare le immagini sacre da ogni pur minimo carattere di laicità e interessate alla diffusione del culto mariano, si manifesta pienamente nei due dipinti in esame.

fig. 2 - Napoli, chiesa di S. Maria della Consolazione a Villanova (Interno)
 
 
fig. 3 - Napoli, chiesa di S. Maria della Consolazione a Villanova  (stucchi della volta)
 
 
fig. 4 -Napoli, chiesa di  S. Maria della Consolazione a Villanova  (Altare)

 
fig. 5  - Napoli, chiesa di S. Maria della Consolazione a Villanova  (tavola cinquecentesca)


 
 
fig. 6  -Napoli chiesa di  S. Maria della Consolazione a Villanova  (tavola cinquecentesca)
 
fig. 7 - Paolo di Majo -  Nativitá - Napoli chiesa di  S. Maria della Consolazione a Villanova


Del 1639 sono due pannelli ad olio conservati ai lati dell'altare, entrambi siglati ed uno datato. A grandezza naturale rappresentano Sant'Agostino (fig.8) e San Giovanni Battista (fig.9). Di mediocre qualità, mostrano l'artista suggestionato dalle coeve esperienze di ambito iberico, soprattutto il Battista ricorda in qualche aspetto le affilate impostazioni disegnative di Zurbaran . Influsso della cultura spagnola che ritroveremo ancora in alcune delle tele del Marullo, come nella Pesca miracolosa, nella quale è tangibile lo stile del Greco nella definizione delle figure allungate e spigolose.
Dopo la storia e la descrizione dei dipinti passiamo a rivelare il segreto che nasconde la chiesa e che venne scoperto in occasione del terremoto del 1980, quando una parte del pavimento crollò, mettendo in mostra antiche mura, così descritte in una relazione che abbiamo reperito tra polverose carte nell’archivio della Soprintendenza: “ parte di una pavimentazione in cotto maiolicato e in marmo di età quattrocentesca, resti di murazione intonacata, frammenti di lesene cinquecentesche scolpite” e ancora decorazioni parietali che conservano il colore ed una lapide marmorea con stemma e sedile di pietra (fig.10). Sulla tomba si legge chiaramente Ioannes neapolitanus … 1545. Finalmente una data certa, oltre al pavimento della cripta simile a quello cinquecentesco della chiesa di San Giovanni a Carbonara(entrambe dell’ordine degli Agostiniani), sappiamo che Giovanni Napolitano giace lì dal 1545 e da una trentina d’anni in buona compagnia, perché quando nel 1982 i lavori di consolidamento misero alla luce una ventina di scheletri provenienti da una fossa comune, il parroco di allora, don Enrico, volle dar loro una più onorata sepoltura, mettendoli nella tomba del napoletano privilegiato, una decisione misericordiosa in aperto contrasto con le usanze secolari, che hanno sempre previsto un ossario comune per i poveri ed il monumento funebre per il nobile o quanto meno per il ricco.
Nella pianta Carafa del 1775 sono già ben visibili i villaggi di S. Strato, Portaposillipo e Villanova ed il percorso dell’attuale via del Marzano, all’epoca chiamata Malefioccolo. Poco è cambiato da allora, una certa atmosfera paesana sopravvive in queste stradine e nella piccola piazza antistante la chiesa di Villanova, mentre da sempre il parroco, che conosce tutti, termina il suo ufficio con la frase: “la Messa è finita, andate in pace e buona serata”.
Consigliamo, dopo la visita alla chiesa, percorrendo alcune centinaia di metri, di fare la conoscenza di un luogo mitico: il Canalone, del quale molti napoletani hanno sentito parlare, pochi sanno localizzarlo, quasi nessuno lo ha mai percorso.
Per me esso era leggendario perché mia madre, da bambina, siamo negli anni Venti del secolo scorso, lo scendeva e saliva ogni giorno per andare a scuola, cosa impensabile oggi che non facciamo un passo per nessun motivo, condannandoci anzi tempo ad obesità ed arteriosclerosi.
Questo tortuoso tragitto (per il Tuttocittà Salita Villanova) mette in comunicazione via Manzoni con via Posillipo, attraversando da sotto via Petrarca all’altezza della chiesa dei Gesuiti.
Il primo tratto (fig.11) è a gradoni, che dolcemente scendono a valle, costeggiando lussureggianti giardini dove il tempo pare si sia fermato, il secondo (fig.12) è una serie di ripidi scalini che in un battibaleno conducono all’arrivo.
Per tutta la passeggiata, che dura non più di quindici minuti, scorci di panorama mozzafiato ed angoli bucolici inaspettati. Bisogna però tollerare un po’ di rovi ed un po’ di spazzatura portata dalla pioggia, ma di monnezza, almeno in questi ultimi tempi, forse ne troviamo altrettanta nella elegante e centralissima via dei Mille.
Questa originale passeggiata ha costituito l’ultimo appuntamento della stagione 2008 per gli Amici delle chiese napoletane, i quali, dopo lo scarpinetto si rifocillarono abbondantemente, a prezzo fisso, in un famoso ristorante, brindando alla cultura, osannando il presidente (il sottoscritto) e dandosi appuntamento a settembre per un nuovo ciclo di visite delle bellezze napoletane; purtroppo hanno dovuto attendere 7 anni prima di godere di nuovo, apprendendo con gioia le bellezze della nostra amata Napoli.

Achille della Ragione
Foto di Dante Caporali 
 
fig. 8 - Giuseppe Marullo -  S. Agostino - siglato e datato 1639 - Napoli chiesa di S. Maria della Consolazione a Villanova
fig. 9 - Giuseppe Marullo-  S. Giovanni Battista - siglato - Napoli chiesa di S. Maria della Consolazione a Villanova
fig. 10 - Napoli chiesa di S. Maria della Consolazione a Villanova  (cripta)
fig. 11 - Napoli, inizio del Canalone
fig. 12 - Napoli, parte finale del Canalone
 

sabato 31 ottobre 2015

L’agricoltura napoletana trionfa all’Expo di Milano

fig.01 - Copertina libro Monnezza

Finalmente la verità sulla Terra dei fuochi

Nessuno conosce meglio di me la Terra dei fuochi, di cui ho parlato più di 10 anni fa in una serie di articoli, pubblicati su alcuni quotidiani napoletani, corredati da foto inedite quanto raccapriccianti, come i roghi appiccati alle discariche, per aumentarne la capacità, da bambini rom prezzolati, i quali bruciavano con fiamme altissime per giorni e giorni, diffondendo nell’aria la micidiale diossina; oppure l’immagine della pecora a due teste, che troneggiava nel salotto di un noto camorrista, segno evidente degli effetti devastanti sul patrimonio genetico, provocati dalle scorie radioattive provenienti dalle centrali nucleari di mezza Europa.
Questi scritti vennero raccolti poi in un libro: Monnezza viaggio nella spazzatura campana (fig.01), consultabile in rete, tradotto in inglese e dal quale hanno poi attinto a piene mani tutti coloro che si sono interessati in seguito dell’argomento, in primis Roberto Saviano, che ha preso spunto…. per un capitolo del suo celebre best seller.
Ma una cosa sono le discariche, che coprono un’area esigua del territorio, altro sono i prodotti agricoli (figg.02–03–04), che oltre a dare lavoro a decine di migliaia di famiglie, sono risultati ad indagini scrupolose assolutamente sicuri, come giustamente ha annunciato il governatore De Luca (fig.05) approfittando della platea mondiale dell’Expo di Milano. Il governatore ha parlato con voce solenne ed ha annunciato a tutti gli Stati del pianeta che mozzarella ed ortaggi campani sono un vanto di una regione la quale, nonostante tutto, non vuole arrendersi.
La Terra dei fuochi o il famigerato Triangolo della morte, complici il successo planetario di Gomorra e la criminale assenza secolare dello Stato, hanno trasformato nell’immaginario popolare un luogo geografico in un incubo, una Chernobyl all’ombra del Vesuvio, un inquinamento morale più che ambientale, una sorta di gigantesco buco nero in grado di inghiottire un’antica civiltà.
Questa è la situazione presentata dai mass media, ma giornali e televisioni ignorano che da tempo sono disponibili dati inoppugnabili, i quali dimostrano che la produzione alimentare proveniente dalla zona è assolutamente sicura e può essere consumata tranquillamente. I terreni agricoli inquinati interessano soltanto 920 ettari, lo 0,9% della superficie dei 57 comuni delle province di Napoli e Caserta interessati dal decreto governativo “Terra dei fuochi”, che si estende per 108.000 ettari.
Le istituzioni interessate alla ricerca sono assolutamente affidabili, dall’Università all’Istituto zooprofilattico, dal Ministero dell’agricoltura all’Istituto superiore di sanità, purtroppo questi dati sono ignorati dai mass media, che continuano a considerare la Campania una terra maledetta da Dio e dagli uomini.
Una percentuale insignificante difficile da riscontrare in altre regioni italiane ed europee e che spazza via una retorica noir, composta di aggettivi ad effetto, declinati in forma superlativa, con i quali pervicacemente per anni si è voluto rappresentare un territorio abitato da 6 milioni di persone, inducendo l’opinione pubblica a confondere una parte, che ora sappiamo molto piccola, per il tutto, facendo credere che tutta la Campania fosse un’area insalubre ed inquinata, le cui coltivazioni fossero da scansare, i cui prodotti fossero da bandire dai mercati nazionali ed internazionali, per la gioia di molte imprese concorrenti del Nord.

fig.05  - Il governatore De Luca allo Expo 2015
fig.02 - Terreno agricolo
fig 03 - Terreno agricolo
fig.04 - Terreno agricolo

lunedì 19 ottobre 2015

Attila è morto: un dolore indescrivibile


Attila
il Mattino 30 ottobre 2015      Pietro Gargano

un cane merita un necrologio affettuoso. Lord Byron dettò una lapide per la tomba del suo amato terranova Boatswain: "Qui sono sepolti i resti di uno che possedeva Bellezza senza Vanità, Forza senza Insolenza, Coraggio senza Ferocia, e tutte le virtù dell'uomo senza i suoi vizi"

Come se non bastassero i guai di ogni genere che da tempo mi perseguitano, stamattina una mazzata terribile mi ha colpito: la morte improvvisa di Attila, il mio fedele rottweiler, col quale avevo condiviso per anni le rare gioie ed i tanti dolori. Aveva dormito tranquillo, accanto a me come sempre, sul suo tappetino persiano, mentre io avevo trascorso una notte insonne. Appena sveglio alle 9 era uscito sulla balconata a prendere un po’ d’aria ed ho notato che il suo respiro era affaticato, in pochi minuti si è accasciato ed a cominciato a rantolare.
Sveglio mio figlio Gian Filippo, telefoniamo disperatamente ad alcuni veterinari senza esito. All’improvviso Attila si alza, sembra riprendersi, ma si è voluto solo spostare sul suo tappetino per concludere lì dove ha sempre dormito la sua esistenza. In pochi minuti ci ha lasciato, con gli occhi aperti, che ancora mi guardano mentre, sono le 16, scrivo queste accorate parole per ricordarlo. Fra pochi minuti riposerà nel mio giardino in compagnia della palla con la quale amava giocare.
Era già pronta per lui la dedica del mio ultimo libro: Ad Attila il mio prode rottweiler, compagno nella buona come nella cattiva sorte, non sai leggere un libro, ma sai leggere meglio di chiunque nell’animo umano.
Anni fa era divenuto celebre grazie ad una mia lettera pubblicata sull’Espresso, nella quale raccontavo una triste storia, che sembra incredibile, accaduta durante un mio  periodo di forzata assenza da casa: Ogni volta che invio a casa dei panni da lavare, la mia cameriera li fa annusare ad Attila, che mi aspetta da due anni; egli crede che stia per ritornare a casa e corre a mettersi vicino al mio letto sul tappetino dove era solito dormire accanto a me e mi aspetta per tutto il giorno. Solo la sera deluso e senza toccare cibo si ritira nella sua cuccia.
Chiunque abbia avuto accanto a sé un cane sa di quale grande amore si tratta.

Achille della Ragione


Attila morto




lunedì 12 ottobre 2015

Piazze per tutti



A pochi mesi dalla morte Pino Daniele ha una strada che lo ricorda e già si parla di dedicare piazzetta Augusteo al patron dell’omonimo teatro, ma quanto dovrà ancora aspettare Achille Lauro, prima che il comune decida di dedicargli una piazza?
Se  il sindaco non lo conoscesse ci permettiamo di ricordargli che parliamo del più grande armatore del mondo di tutti i tempi, del sindaco plebiscitario, del presidente a vita del Napoli e potremmo continuare a lungo, ma è tutto inutile, almeno fino ad ora ad oltre 30 anni dalla sua morte.

domenica 11 ottobre 2015

Un grave lutto per gli studiosi del Seicento napoletano

Giuseppe De Vito


L’altro giorno ci ha lasciato, all’età di 91 anni, Giuseppe De Vito, dopo decenni dedicati al collezionismo, allo studio ed alla diffusione della cultura sul Seicento napoletano. Era coetaneo di Ferdinando Bologna, ancora sulla breccia e del compiano Raffaello Causa, i due dioscuri della arti figurative all’ombra del Vesuvio.
In quaranta anni di riflessioni e trenta di scritti, confluiti principalmente nei volumi di “Ricerche sul ‘600 napoletano” da lui fondato nel 1982 e pubblicati con cadenza annuale, ha contribuito a riconoscere la personalità  di alcuni anonimi o poco indagati artisti, come il Maestro dell’annuncio ai pastori, per il quale era certo di averne identificato l’identità.
Nutriva una venerazione verso la pittura di Luca Giordano e particolare impegno ha dedicato alla Natura morta. Ha stimolato la ricerca archivistica di valenti specialisti, ha ospitato gli scritti di giovani studiosi, ha raccolto migliaia di documenti inediti e messo insieme una prestigiosa collezione di dipinti ed una consistente fototeca e biblioteca specializzata, tappa obbligata per chiunque voglia approfondire il Seicento napoletano.
“Tutto ciò che vado studiando ed accumulando intendo lasciarlo alle future generazioni che potrebbero trarne profitto”, amava ripetere, dimostrando le sue rare qualità di napoletano generoso e disinteressato.
Egli nutriva un amore sviscerato verso la cultura della sua città d’origine, che ardeva inesausto sotto l’aplomb anglosassone tipico di certi Napoletani di un tempo, oggi sempre più rari ad incontrarsi.
La sua lunga vita è divisa in due tronconi antitetici, prima ingegnere e brillante imprenditore fino all’età di 50 anni, poi, divorato dalla passione per l’arte, studioso, mecenate e promotore di fondamentali pubblicazioni.
Oggi Napoli, orbata di uno dei suoi figli migliori, dovrebbe piangere e ricordarlo, ma purtroppo pochi napoletani lo conoscono, a differenza della comunità internazionale degli storici dell’arte, per la quale egli ha rappresentato  una figura unica, irripetibile di studioso colto, operoso e cosmopolita.


 Ricerche sul '600 napoletano

venerdì 9 ottobre 2015

La verità sulla Terra dei fuochi


Cari amici, dopo La Repubblica, Il Corriere e tanti altri quotidiani anche Il Mattino riprende in una mia lettera un argomento che abbiamo trattato in uno dei nostri incontri del venerdì


La Terra dei fuochi o il famigerato Triangolo della morte, complici il successo planetario di Gomorra e la criminale assenza secolare dello Stato, hanno trasformato nell’immaginario popolare un luogo geografico in un incubo, una Chernobyl all’ombra del Vesuvio, un inquinamento morale più che ambientale, una sorta di gigantesco buco nero in grado di inghiottire un’antica civiltà.
Questa è la situazione presentata dai mass media, ma giornali e televisioni ignorano che da tempo sono disponibili dati inoppugnabili, i quali dimostrano che la produzione alimentare proveniente dalla zona è assolutamente sicura e può essere consumata tranquillamente. I terreni agricoli inquinati interessano soltanto 920 ettari, lo 0,9% della superficie dei 57 comuni delle province di Napoli e Caserta interessati dal decreto governativo “Terra dei fuochi”, che si estende per 108.000 ettari.
Le istituzioni interessate alla ricerca sono assolutamente affidabili, dall’Università all’Istituto zooprofilattico, dal Ministero dell’agricoltura all’Istituto superiore di sanità, purtroppo questi dati sono ignorati dall’opinione pubblica, che continua a considerare la Campania una terra maledetta da Dio e dagli uomini.

mercoledì 30 settembre 2015

Un capolavoro di Hendrix van Somer

tav. 1 - Hendrick De Somer - Mercurio addormenta Argo suonando il flauto - Torre Canavese, antiquario Marco Datrino


Ancora oggi se digitiamo su Google “Hendrick van Somer”, compaiono oltre 10 000 citazioni e la prima si riferisce ad un mio articolo del 2009: Hendrix van Somer due pittori in uno, nel quale sottolineavo la contemporanea presenza a Napoli di due artisti con uguale nome e cognome, uno, figlio di Barent ed un secondo, figlio di Gil. Il primo nato nel 1615 e morto ad Amsterdam nel 1684, il secondo, nato nel 1607 e scomparso forse durante la peste del 1656, presente in città dal 1624.
Per Hendrick van Somer o Enrico fiammingo, come spesso si firmava, la critica ha  ricostruito un percorso artistico articolato con dipinti che, dopo un periodo di stretta osservanza riberiana, sfociano nel nuovo clima pittoricistico di matrice neoveneta che maturò a Napoli intorno alla metà degli anni Trenta, un momento in cui cominciò a prevalere il cromatismo sul luminismo. La sua pittura, che tradisce l’origine fiamminga e la dimestichezza con i caravaggisti nordici, è caratterizzata dal viraggio della luce verso una pacatezza dei colori ed un contenuto iconografico severo.
Di recente Giuseppe Porzio ha pubblicato documenti e notizie sul pittore ed ha incrementato il suo catalogo con dipinti di qualità eccelsa, che forniscono oramai l’immagine di un artista di grande valore, anche se ancora poco noto.
In questo breve contributo intendiamo presentare uno splendido inedito, che abbiamo avuto modo di visionare a Torre Canavese presso la Galleria d’arte di Marco Datrino.
Si tratta di un Mercurio addormenta Argo suonando il flauto (tav. 1 – 2 – 3 – 4), una tela di cospicue dimensioni (160 – 220), transitata tempo fa sul mercato con un’attribuzione a Pier Francesco Mola, un artista ticinese altre volte confuso con il Nostro.
L’attribuzione al Van Somer è più che certa, con la figura di Argo che ripropone una delle famose Teste di vecchio conservate nel museo di Capodimonte.
Molto curato è il paesaggio, al quale è dedicata una particolare attenzione, per cui possiamo accogliere l’ipotesi del Porzio che sia stato eseguito dal Vandeneynden, genero del pittore.
Concludiamo con una doverosa precisazione, scaturita dall’esame di alcuni documenti: la dizione precisa del cognome è De Somer e non van Somer, come fino ad oggi indicato sui principali contributi sull’artista da Bologna a Spinosa.

Achille della Ragione


tav. 2 - Hendrick De Somer - Mercurio addormenta Argo suonando il flauto (particolare) - Torre Canavese, antiquario Marco Datrino
 
tav. 3 - Hendrick De Somer - Mercurio addormenta Argo suonando il flauto (particolare) - Torre Canavese, antiquario Marco Datrino




tav. 4 - Hendrick De Somer - Mercurio addormenta Argo suonando il flauto (particolare) - Torre Canavese, antiquario Marco Datrino