martedì 7 novembre 2017

Conferenza sulla mostra su Caravaggio




Martedì 14 novembre, dalle ore 17:30 alle 19:30, nella sala "Concetta Merola" sita nella chiesa di S. Maria  della Libera - via Belvedere 112 Napoli (Vomero), il professor Achille della Ragione, con l’ausilio di foto e filmati di Dante Caporali, terrà una conferenza sulla mostra su Caravaggio, che sarà visibile presso il Palazzo reale di Milano fino al 28 gennaio 2018.

Opere in mostra:
  • Riposo durante la fuga in Egitto (1597) Roma, Galleria Doria Pamphilj
  • Maddalena penitente (1597) Roma, Galleria Doria Pamphilj
  • Buona Ventura (1597-1598 circa) Roma, Musei Capitolini
  • Ragazzo morso da un ramarro (1597-1598) Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell'Arte Roberto Longhi
  • San Francesco in estasi (1598-1599) Hartford, Wadsworth Atheneum of Art
  • Marta e Maddalena (1598-1599) Detroit, Detroit Institute of Arts
  • Giuditta che taglia la testa a Oloferne (1601-1602 circa) Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma-Palazzo Barberini
  • Sacra famiglia con San Giovannino (1602-1604) New York, Metropolitan Museum of Art
  • Sacrificio di Isacco (1603) Firenze, Galleria degli Uffizi
  • San Giovanni Battista (1604) Kansas City, Nelson-Atkins Museum of Art
  • San Giovanni Battista(1604 circa) Roma, Galleria Corsini
  • Coronazione di spine (1604-1605 circa) Vicenza,  Collezione della Banca Popolare di Vicenza
  • Madonna dei pellegrini (1604-1605) Roma, Basilica di Sant'Agostino
  • San Francesco in meditazione(post 1604) Cremona, Museo Civico Ala Ponzone
  • San Girolamo(1605-1606) Barcellona, Museo Montserrat
  • San Francesco in meditazione(1606) Roma, Galleria Corsini
  • Flagellazione di Cristo (1607) Napoli, Museo di Capodimonte
  • Ritratto di un cavaliere di Malta (1607-1608) Firenze, Palazzo Pitti
  • Salomè con la testa del Battista (1607 o 1610) Londra, National Gallery
  • Martirio di Sant'Orsola (1610) Napoli, Gallerie d'Italia - Palazzo Zevallos Stigliano, Collezione Intesa Sanpaolo





01 - Maddalena penitente, 1594 - 95 - Roma, Galleria Doria Pamphili
02 - La Buona Ventura, 1597 - Roma, musei Capitolini
03 - Ragazzo morso da un ramarro, 1597 - Firenze, Fondazione Longhi
04 - Riposo durante la fuga in Egitto, 1597  - Roma, Galleria Doria Pamphili
05 - San Francesco in estasi, 1598-1599 - Hartford, Wadsworth Atheneum Museum of Art
06 - Marta e Maria Maddalena, 1598-99 -  Detroit Institute of Arts
07 - Giuditta e Oloferne, 1602 _ Roma, Gallerie Nazionale Barberini e Corsini
08 - Incoronazione di spine, 1603 - Vicenza, Banca Popolare
09 - Sacrificio di Isacco, 1603 -Firenze. Gallerie degli Uffizi
010 - Madonna dei Pellegrini, 1604 - 06 - Roma, chiesa di Sant'Agostino

011 - Sacra famiglia con San Giovannino, 1604 circa - New York, Metropolitan
012 - San Giovanni Battista, 1604 circa -Roma, Galleria Corsini
013 - San Giovanni nel deserto, 1604 circa -  Kansas City, Nelson, Atkins Museum
014 - San Francesco in meditazione, 1605 - Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica
015 - San Francesco in preghiera, 1605 - 06 - Cremona, museo civico
016 - San Girolamo penitente, 1605-1606 -Barcellona, museum the Montserrat
017 - Salomè con la testa del Battista, 1607 - Londra, National Gallery
018 - Flagellazione, 1607 - Napoli, museo di Capodimonte
019 - Ritratto di un cavaliere di Malta, 1607-1608 -Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti
020 - Martirio di Sant'Orsola, 1610 - Napoli, Palazzo Zevallos

domenica 5 novembre 2017

Capri e la dolce vita

01 -  Dado Ruspoli

Capri  è un sogno, un mito, un miraggio, un desiderio, un capriccio. una leggenda. E per questo scrivere di Capri è una delle cose più difficili. Capri è una fiaba. Capri è il mare, i Faraglioni, la Grotta Azzurra. Capri è un sogno, Capri è la vita. E l’amore. In questo capitolo cerchiamo di raccontare l’isola fatata degli anni Cinquanta, un salotto memorabile.   
Nel racconto partiamo da lontano: Dopo Tiberio Capri seguì il destino dell’impero Romano, iniziando un lungo periodo di isolamento che si interruppe definitivamente nel tardo 1.700 quando un nuovo autorevole visitatore la riscoprì. Era il Marchese De Sade, famoso letterato e filosofo Francese, attratto dalla bellezza dell’isola e dalla sua storia, affascinato dalle antiche decorazioni a carattere erotico ritrovate all’interno di una delle ville costruite da Tiberio, Villa Jovis, che entrerà a far parte di una sua novella: “Giulietta a Villa Jovis”. Dal marchese De Sade cominciano a susseguirsi segnali internazionali sull’isola di Capri. 
Agli inizi del 1800 toccò a un giovane letterato tedesco imbattersi nella leggenda di Capri. August Kopisch volle visitare l’isola dopo averne sentito parlare da alcuni pescatori di Napoli e fu lui stesso a descrivere tra i primi la meraviglia che incontrò nella scoperta della Grotta Azzurra. Raccontò la sua esperienza in un libro “la scoperta della grotta azzurra a Capri” che portò sull’isola i primi turisti europei, attratti dalla fascinazione di quei racconti magici di un’isola bella e misteriosa. Da quel momento Capri godette di una fama straordinaria in ambienti altolocati della vecchia Europa, un isola in cui fuggire dalle convenzioni della società e godere di un’atmosfera magica e a contatto con la natura più autentica. Capri in quel periodo aveva appena 2.000 abitanti. Questa fama portò sull’isola personaggi come Friedrich Nietzsche, André Gide, Joseph Conrad, Henry James e Ivan Turgenev. Quest’ultimo parlò di Capri come di un “Tempio della dea natura, l’incarnazione della Bellezza”.
L’inizio del 900 segnò la definitiva consacrazione di Capri come “Isola della Bellezza”, richiamando come “una sirena” esponenti della cultura e della politica di mezza Europa. Molti di questi lasciarono dei segni indelebili e prestigiosi su Capri. Come John Clay MacKowen che costruì la famosa Villa Rossa ad Anacapri, scelta come residenza del suo Esilio. Axel Munthe, un medico Svedese, che costruì la sua Villa San Michele sempre ad Anacapri. Tra i tanti ammiratori illustri uno dei più famosi fu Friedrich Alfred Krupp, industriale tedesco e capostipite della famosa Thyssen Krupp. A lui si debbono la costruzione dei Giardini di Augusto e la famosissima, splendida Via Krupp. Per capire quanto amore questi personaggi provarono per Capri e la sua bellezza basta immaginare alle motivazioni che li spinsero a lasciare un segno di sé e della propria presenza sull’isola.
Dopo la guerra Capri diventa infine una meta turistica mondiale, grazie ad alcuni film che fanno parte della storia della cinematografia internazionale. Clark Gable, Sophia Loren con il film famoso per la canzone “Tu vo fa l’americano”, Jean-Luc Godard, Brigitte Bardot e molti altri. In questo periodo Capri diventa la meta della dolce vita, dei locali notturni che non chiudono se non alle prime luci dell’alba, delle pazzie del jet Set planetario. Un’atmosfera che continua a ripetersi negli anni senza perdere mai di fascino.
Tutto ciò che nei secoli è successo a Capri ha lasciato un segno indelebile sull’isola. Una particolare aura difficile da descrivere che ha a che fare con libertà, bellezza, passione, ricerca del bello fino alle sue radici. Capri ha ispirato poesie, racconti, amori e perfino un particolare stile di abbigliamento, quello che negli anni ‘60 veniva definito il “tipo capri”. Non è raro vedere ancora, tra le affollate vie del centro, turisti camminare scalzi, quasi a percepire in modo totale la sensazione di libertà e bellezza dell’isola.
Un mondo straordinario e lontano, popolato da personaggi elegantemente stravaganti come Dado Ruspoli (fig.1) e Rudy Crespi (fig.2), il primo in gilet e pantaloni da torero, sandali d’oro, un corvo per amico su una spalla, in slip d’estate in Piazzetta con un alano al guinzaglio; il secondo, italo brasiliano, camicia bianca e pantaloni blu di tela, insegnante di samba all’Hotel La Palma.  
Soraya (fig.3) andava a comprare profumi al Laboratorio Carthusia. Jean Paul Sartre (fig.4), seduto in Piazzetta, era piccolo, grassoccio e strabico. Roger Peyrefitte declamava brani dei suoi libri sulle scale della chiesa di Santo Stefano. Margaret d’Inghilterra arrivò che aveva 18 anni, cento giornalisti, cinquantacinque fotografi e due ispettori di Scotland Yard al seguito.
Nel 1948 tutta l’isola era un night club. Roberto Murolo si esibiva al Tragara Club, Carosone alla Canzone del mare, c’era Teddy Reno al Gatto Bianco, debuttava  nel rock ‘n roll Peppino Faiella che non era ancora Peppino Di Capri.
Allora i poliziotti del ministro degli Interni Mario Scelba erano impegnati su tutte le spiagge italiane nella caccia allo slip. Anche ai poliziotti capresi giunse il disegno che stabiliva la misure fondamentali per gli “short da spiaggia”. Con misure più ridotte la multa era di 5mila lire. La battaglia più aspra venne combattuta a Capri, che dello slip, se non addirittura del nudo integrale, era la roccaforte più pugnace. Contro il ministro in visita nell'isola, un codazzo di giovani inscenò la «rivolta della mutanda», presentandosi sotto l'hôtel Quisisana, dove il politico era sceso, e poi sciamando lungo le stradine dell'isola, con costumi da bagno accollati sino alle caviglie, merletti e cuffiette in stile primo Novecento. A Capri  tutte le denunce finirono in niente davanti al pretore Filippo Laviani.    
Nel 1948 a Capri c'è già la dolce vita, dopo la vita dolce che nemmeno la parentesi bellica è riuscita a sradicare. È il campo d'azione di Bob Hornstein, il rampollo omosessuale di una famiglia americana che ha fatto fortuna con i Cats food, il cibo in scatole per i gatti. Sta alla villa Capricorno in via Tragara, e le sue feste fanno epoca. È la patria di Chantecler, all'anagrafe Pietro Capuano, gioielliere che ha lanciato la moda del poncho, ha come cameriere e custode un sordomuto, è il cavalier servente di Edda Ciano, cosa che, al tempo del fascismo, ha rischiato di farlo confinare a Carbonia, con l'accusa di essere nullafacente. Soprattutto, è il regno dei già citati Rudy Crespi e di Dado Ruspoli, belli, ricchi, titolati e variopinti: gilet e pantaloni da torero, corvi sulla spalla e felini al guinzaglio, eccessi e bagordi, belle ragazze e trasgressione, quell'insieme di ironia, ridicolaggine, gusto e cattivo gusto che di lì a poco troverà la sua apoteosi nel cinematografico L'imperatore di Capri di Totò (fig.5). Mai come da quando l'Italia diventa una repubblica e i titoli nobiliari non contano più, Capri è il paradiso di principi e marchesi, duchi e baroni, veri e falsi, di nuovo e vecchio conio, nonché di monarchi in esilio, monarchi spodestati, monarchi dimissionari. 
Del Gotha aristocratico, il più divertente, dopo Sua altezza imperiale Antonio Griffo Focas Flavio Dicas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, insomma il celebre Totò, al quale l'isola deve l'invenzione degli spaghetti alla puttanesca, propri «di una salsa che se la fa con troppi mariti», il più divertente, è il principe Francesco Caravita di Sirignano, detto Pupetto, al quale abbiamo dedicato un capitolo.    
Si definisce un uomo rovinato dal lavoro... Se si fosse limitato a vivere di rendita, aggiunge, sarebbe rimasto ricco, anzi ricchissimo, e invece... Imparentato con i siciliani principi di Lampedusa, discende dall'antico ceppo della Januaria gens , la stessa di San Gennaro: quando il sangue del santo si liquefa nella Cattedrale, un macchia di colore rosso vermiglio gli compare sulla nuca.  
Erede di una quantità inesauribile di zie facoltose e zitelle, ogni volta che l'età ne fa scomparire una, avverte il proprietario del ristorante «La Canzone del mare»: «Izzo, mi è morta una zia, portami il conto!». Pilota di auto sportive, cercherà di rinverdire sull'isola gli allori della Targa Florio. A uno spettatore che, pensando di averlo riconosciuto, democraticamente gli ha gridato «Ma tu, si' Pupetto?», ha risposto: «No, so pu'u' culo».   
Fra le teste coronate spicca quella di Farouk d'Egitto (fig.6), che Capri ospita come re in carica e, un anno dopo, come re in fuga e senza corona. Ha trent'anni, è alto un metro e ottanta, pesa 130 chili, viene soprannominato «il terzo Faraglione» oppure «Farukkone». Si innamorerà di Irma Capace Minutolo, diciottenne con velleità artistiche. Staranno insieme quattordici anni, fino alla morte del sempre più pingue ex monarca. Al funerale, oltre i parenti stretti, ci sarà una fila di maîtres d'hôtel, camerieri, gestori di locali notturni.  
I grandi divi del cinema hanno sempre amato la Piazzetta di Capri. Nei primi anni Cinquanta, Kirk Douglas, che aveva appena finito di girare Il grande cielo, si sedeva spesso a un tavolino del Gran Caffè. Il successo mondano dell’isola azzurra fiorì poi negli anni Sessanta quando Valerio Di Domenico, considerato un po’ il padre dei paparazzi, seppe catturare con il suo obiettivo gli sguardi di Brigitte Bardot (fig.7), Liz Taylor, Richard Burton, Sophia Loren (fig.8), Clarke Gable, Audrey Hepburn (fig.9), Ingrid Bergman, Gina Lollobrigida, Vittorio Gassman, Peppino De Filippo, Totò, Lana Turner, Charlie Chaplin, Rita Haywort, Greta Garbo e tanti altri ancora.

02 -Rudy Crespi
03 - Soraya
04 - Jean Paul Sartre
05 - Totò imperatore di Capri
06 -  Re Farouk d'Egitto
07 - Brigitte Bardot
08 - Sophia Loren
09 - Audrey Hepburn

Quando la vacanza a Capri era mito


Da Gilda alla principessa Margaret d’Inghilterra, dagli Agnelli (fig.10) a Jackie Kennedy (fig.11) da Onassis (fig.12) a Valentino (fig.13) : divi di Hollywood, teste coronate, intellettuali e milionari celebrano la gioia di vivere all’ombra dei faraglioni. Sono gli anni Cinquanta e nasce la Dolce vita in salsa partenopea. In piazzetta sbocciano nuove mode, le ville e i night risuonano di musica, tra amori liberi e fiumi di champagne.
Nella splendente isola del golfo di Napoli arrivano tutti e nessuno si meraviglia se il re Faruk d’Egitto affitta cinquanta suite al Quisisana. Il mito dell’isola ritorna dopo la seconda guerra mondiale e, mentre l’Europa si lecca le ferite, nella perla del Mediterraneo suona la musica di Renato Carosone e il giovane Peppino di Capri intona le prime note. A Capri ci si veste alla caprese e ogni eccentricità e ogni trasgressione sono concesse. Dalle aristocratiche alle signore di potere, come Edda Ciano, dalle intellettuali come Elsa Morante alle star. Regine di Hollywood del calibro di Greta Garbo, Audrey Hepburn, Ingrid Bergman, Lana Turner o Joan Crawford fino al magnate della Coca Cola Alfred Steele. E poi attori irresistibili come Clark Gable o Tyrone Power, poeti come Neruda, politici e capi di stato. Lì, negli anni Cinquanta, è nata la moda caprese, sandali bassi di cuoio, pantaloni stretti e al polpaccio, meglio se bianchi. Già nel 1946 Capri è la capitale dell’effimero, del divertimento e dell’eleganza. In quegli anni esplode la voglia di vivere gli eccessi. Qui nasce la Dolce vita che poi si propagherà a Roma. Arrivano le èlite che contano insomma.
Il primo che ha lanciato il mito di Capri è stato il principe Alessandro Ruspoli detto Dado, bellissimo, 24 anni, sceglie Capri e ci vive con la giovane moglie. Veste con pantaloni colorati, porta la camicia slacciata, mette collane e ciondoli, passa le notti al Clubino, il night riservato alla crème, agli amanti del divertimento e di tutti i paradisi.
Audrey Hepburn lanciò invece il look che fece furore, con pantaloni corti, camicia, scarpe basse, fazzolettino al collo. Emilio Pucci è lo stilista ideatore dello stile caprese. frequentava l’isola da prima della guerra ed ebbe una storia d’amore con Edda Ciano. Negli anni Cinquanta tornò a Capri pur non avendo i mezzi neppure per mantenere il suo grande palazzo a Firenze. E, fra le varie avventure, firmò la sua prima vera collezione di prèt-à-porter. I suoi pantaloni stretti portati su ampie camicie di seta colorate diventarono una divisa chic. Da allora, non c’è sta dama, attrice o aristocratica che non scendesse dalla barca per andare a saccheggiare qualche boutique, come la Canzone del mare o La Parisienne. Lo scialle divenne un must e le signore facevano la fila per i gioielli di Chantecler, alias Pietro Capuano, compagno di Edda Ciano e inventore delle famose “campanelle”. Poi le scarpe, i sandali capresi, fatti a mano dai calzolai dell’isola.    
Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio la lettura del libro Capri 1950. Vita dolce vita (fig.14) di Marcella Leone de Andreis (Edizioni La Conchiglia), compendio riccamente illustrato di personaggi, scandali e imprese. Gli svaghi degli intellettuali di grido e gli eccessi dei divi.
Attualmente il turismo che popola l’isola è completamente cambiato, tra i gitani e la grande massa che ormai durante i weekend estivi affollano bed and brekfast e alberghi tra Anacapri e Capri. Non c’è più lo chic inarrivabile di un tempo ma come tutte le cose che appartengono al tempo, anche Capri ha trasformato il suo mood. Da residenza chic e lussuosa a meta popolare di finti ricchi e quaquaraquà.

010  -Gianni Agnelli e Jackie Kennedy
011 - Jacqueline
012 - Jackie ed Onassis a Capri

giovedì 2 novembre 2017

Dalla Grotta Azzurra al monte Solaro

tav. 1 - Jean Benner -  La Nymphe de la Grotte d'Azur, 1892


In questo capitolo passeremo dal livello del mare della Grotta azzurra ai 589 metri del monte Solaro sempre in compagnia della bellezza. 
Alla Grotta Azzurra è legata gran parte della celebrità di Capri nel mondo.
Gli imperatori romani che trascorrevano le vacanze sull'isola sembra la utilizzassero come piscina privata, in particolare pare che Tiberio si fosse fatto costruire un passaggio tra la sua villa e la grotta. Oggi, se anche questo cunicolo fosse realmente esistito, risulterebbe crollato, quindi inaccessibile
 In età romana, ai tempi di Tiberio, la Grotta era utilizzata come un ninfeo marittimo (fig.1). L'antro, infatti, costituiva una vera e propria appendice subacquea ad una villa augusto-tiberiana detta di Gradola, oggi ridotta a pochi ruderi. Testimoni di quest'utilizzo sono le numerose statue romane, rappresentanti Poseidone, un tritone ed altre creature marine che in origine dovevano esser state disposte lungo le pareti della caverna.  
Le statue, trovate nel 1963 dopo alcune indagini archeologiche, sono oggi custodite nel Museo della Casa Rossa.   
Fu l'archeologo Amedeo Maiuri, impegnato in diverse indagini archeologiche a Capri nel Novecento, ad intuire il carattere di ninfeo marittimo della grotta Azzurra.  
L'antro ha una apertura parzialmente sommersa dal mare ed a seconda del ciclo delle maree l'accesso può essere più o meno complicato (fig.2). A seconda del livello del mare le guide sulle barche a remi (fig.3) chiedono ai turisti di chinarsi in corrispondenza dell'imboccatura, le stesse guide parlando e cantando mettono in evidenza echi e sonorità del sito.
La caratteristica pregnante della Grotta Azzurra, ripresa in tanti dipinti (figg.4–5) è  il singolare gioco dei colori creato dalla luce esterna che penetra attraverso la sua parte sommersa, che può variare nelle diverse ore del giorno e col mutare delle condizioni atmosferiche.
Dopo il tramonto dell'Impero romano, la Grotta fu condannata ad un lungo ed inesorabile declino. Non fu completamente dimenticata, tanto che il nome di «Gradola», per esempio, figurava già nel 1696 in una carta geografica dell'Isolario di Vincenzo Coronelli; ciò malgrado, nessuno osava avventurarsi al suo interno, poiché alcune antiche leggende capresi volevano la grotta abitata da spiriti e diavoli. Chi avesse visitato l' antro maledetto avrebbe perso il senno. 
Il 17 agosto 1826 il poeta prussiano August Kopisch, il pittore Ernesto Fries, il marinaio caprese Angelo Ferraro, il locandiere Pagano (che li sollecitò nell'impresa) e l'asinaro Michele Federico decisero di esplorare un antro ubicato nel versante nord-occidentale dell'Isola, non tenendo fede ad antiche leggende che volevano la grotta infestata da spiriti maligni e demoni. Di ritorno dall'avventura, Kopisch assegnò anche una precisa identità toponimica alla grotta, definendola «Azzurra».  
La cronaca della giornata fu riportata da Kopisch nel 1838 nell'annuario «Italia», sotto il titolo La scoperta della Grotta Azzurra. Naturalmente Kopisch contribuì ad estendere universalmente la fama della cavità, venendo addirittura citato come lo «scopritore» della Grotta; ciononostante, la Grotta Azzurra era già nota prima della redazione del racconto, grazie alle infuocate descrizioni di molti scrittori romantici. Fra questi, vanno citati Wilhelm Waiblinger con la sua Leggenda nella Grotta Azzurra (1828) e Hans Christian Andersen, con L'improvvisatore (1835).
La riscoperta della Grotta Azzurra, insomma, definì nuove coordinate negli itinerari italiani del Grand Tour, persuadendo i ricchi viaggiatori europei ad avventurarsi in quell'isola che sino ad allora, per usare le funeste parole del padre Daniello Bartoli, era considerata una «Rupe de' Disperati». 

tav. 2 - La fenditura che dá accesso alla grotta fotografata da Giorgio Sommer
tav. 3 - Biglietti del 1973 per la Grotta. L'ingresso, che oggi costa 14 € all'epoca costava 350 lire.
tav. 4 - Ivan Konstantinovi-ì Ajvazovskij, La grotta Azzurra (1841);
tav. 5 - Jakob Alt, Die Blaue Grotte auf der Insel Capri (1835-36);
tav. 6 - Colore azzurro

L'ingresso alla Grotta avviene a mezzo di piccole imbarcazioni.
La Grotta Azzurra è articolata in un sistema sotterraneo carsico costituito da più ambienti, sconosciuti ai visitatori che vedono solamente quello più ampio, universalmente noto come Duomo Azzurro. 
L'ingresso è una fenditura nella roccia alta due metri e lunga altrettanto, che si trova - quando il mare non è mosso - a un solo metro dal livello del mare. Di conseguenza, quando si entra nella cavità, bisogna adagiarsi sulla barca che richiede la presenza di un barcaiolo esperto. Questo, abbandonati i remi, spinge la barca appigliandosi ad una catena di ferro che è murata sull'ingresso. 
Una volta entrati, si è al cospetto del Duomo Azzurro. Questa grande cavità di erosione è profonda 22 metri (14 nell'interno), larga 25 e lunga circa 60. L'altezza media della volta è pari a 7 metri, aumentando fino a 14 nelle zone interne. Considerando anche la soglia subacquea, l'altezza totale (che va fino al soffitto) è uguale addirittura a 35 metri.   
La colorazione blu della grotta (fig.7) è dovuta alla presenza della soglia sottomarina (che si apre esattamente sotto l'ingresso) attraverso cui penetra la luce. La finestra subacquea agisce da filtrante, assorbendo i colori rossi e lasciando passare quelli blu. Curioso notare che, a causa del fenomeno della riflessione totale, la soglia non riesce ad illuminare l'antro se il mare è completamente calmo - quindi c'è bisogno di un movimento dell'acqua, per quanto questo possa essere minimo.    
Lo sfolgorio color argento degli oggetti immersi, invece, è riconducibile ad un altro fenomeno: sulla superficie dell'oggetto aderiscono diverse bolle d'aria che, avendo un indice di rifrazione differente da quello dell'acqua, lasciano uscire la luce.  
Il monte Solaro è la cima più alta dell'isola di Capri con i suoi 589 metri ed è formato dalla stessa roccia di tipo calcareo di cui è fatta l'intera isola. Esso fa parte della stessa catena cui appartiene anche il Monte Faito. Alle pendici del monte sorge il comune di Anacapri, che si distende sulla piana omonima.     
L'area del monte Solaro è abitata da una vegetazione rigogliosa composta da quasi 900 specie diverse, mentre per quanto riguarda la fauna è visitata da numerosissime specie di uccelli migratori, tra cui il falco pellegrino. Nell'area del Castello di Barbarossa è presente la lucertola azzurra, unica al mondo, che vive solo qui e su uno dei faraglioni. 
A piedi la vetta è relativamente accessibile, tramite il cosiddetto passetiello (fig.7) da Capri o da una stradina in salita che si diparte dal viale Axel Munthe in Anacapri.   
Entrambi i percorsi sono adatti solo ai buoni camminatori dotati di una discreta preparazione fisica ed è più consigliabile farli al ritorno in discesa, quando si può godere di più la bellezza degli spazi circostanti, ricchi di vegetazione di tipo mediterraneo e da fauna che comprende anche specie endemiche e rare
Sempre al ritorno, lungo il sentiero si può anche visitare l'eremo di Santa Maria a Cetrella (fig.8), pittoresco per la sua architettura tipicamente rustica ed isolana.
All'andata molto più comoda e veloce è la seggiovia di Anacapri Monte Solaro (fig.9), la cui stazione di partenza si trova nei pressi di piazza Vittoria ad Anacapri.
Arrivati sulla sommità si trovano un complesso di terrazze a belvedere con solarium ed american bar, che sorgono vicino ai resti del cosiddetto Fortino di Bruto, costruito all'epoca delle guerre napoleoniche per scopi militari.  
Dalla cima la vista che si può godere abbraccia i due golfi di Napoli e di Salerno e si estende fino agli Appennini. Particolarmente bella è da qui la vista dei faraglioni (figg.10–11). 
Nei pressi della salita da Anacapri vi è il Castello Barbarossa (fig.12), dal quale si gode uno spettacolare panorama (fig.13). Esso è compreso in un'area che dal 1997 ospita un'oasi del WWF, con annesso centro ornitologico per l'inanellamento degli uccelli.
Il clima è di tipo Mediterraneo, anche se, a causa dell'altitudine, durante l'inverno la temperatura può scendere anche sotto zero. Dal maggio 2010 è attiva una stazione meteo sulla vetta.

tav. 7 - Passetiello
tav. 8 - Eremo di Santa Maria a Cetrella
tav. 9 - Seggiovia
tav. 10 -Capri dal monte Solaro
tav. 11 - Veduta di Cala Ventroso dalla sommitá del Monte Solaro
tav. 12 - Castello del  Barbarossa
tav. 13 - Panorama dal Castello del  Barbarossa

Villa Fersen e lo svarione di Vittorio Sgarbi

fig. 1 - Villa Fersen
Villa Lysis, chiamata inizialmente La Gloriette ed infine semplicemente Villa Fersen (figg.1-2), è un'abitazione sita nella parte settentrionale dell'isola di Capri, in via Lo Capo. 
Fu progettata nel 1905 da Edouard Chimot in stile liberty, su incarico del poeta francese, il conte Jacques d'Adelsward-Fersen che ne fece la sua dimora. Egli la realizzò su di un terreno in cima ad una collina all'estremità nord-est dell'isola, vicino al luogo in cui, due millenni prima, l'imperatore romano Tiberio aveva costruito la sua Villa Jovis, e la chiamò Villa Lysis con riferimento al dialogo di Liside sul tema dell'amicizia e - secondo i critici moderni - dell'amore omosessuale.
Roger Peyrefitte la descrisse come il simbolo vivente dell'alta Capri, raffinata e sottilmente negativa, eversiva e pagana. La dimora con biblioteca, fumeria di oppio, altari, costituita da richiami confusi al gusto neogotico e neoclassico, è inserita comunque nella tradizione edilizia isolana.
Anche Ada Negri in un suo articolo pubblicato nel 1923 sull'Ambrosiano, ha descritto la villa dove:
« […] tutto era troppo bello, compreso Nino, il segretario dal profilo di medaglia, con lo sguardo di chi ha occhi troppo lunghi, troppo neri e sormontati da sopracciglia troppo basse; ed il suo padrone, gentiluomo di gran razza, cortese, dall'altera eleganza, che parlava il più perfetto francese e leggeva versi come nessun altro. »

Alla morte di Fersen nel 1923 (forse suicidatosi con un'overdose) pare che la villa sia passata per testamento al suo amato Nino Cesarini (figg.3–4), che dopo una disputa testamentaria, l'avrebbe poi venduta. Più verosimilmente la villa fu lasciata in usufrutto a Nino che dapprima la affittò, e poi la cedette alla sorella di Fersen, Germaine, che a sua volta la donò alla figlia, la contessa di Castelbianco.                     
Già mal ridotta nel 1923, la villa mostrando evidenti segni di cedimenti e crolli, vide gli ultimi lavori di manutenzione nel 1934. Nel 1985 il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali emise un decreto che poneva un vincolo sulla proprietà, e nel contempo stabiliva il suo diritto alla prelazione. Rimasta per decenni in pessime condizioni, la villa è stata restaurata solo negli anni Novanta con i fondi dell'Associazione Lysis (fondata nel 1986) e del Comune di Capri, a cura dell'architetto toscano Marcello Quiriconi, grazie ai quali dall'inizio degli anni Duemila essa è di nuovo aperta ai turisti.  
  
fig. 2 - Villa Fersen, panorama
fig. 3 - Nino Cesarini, compagno di Jacques Fersen, posa nudo in Villa Lysis; alla parete si nota un suo ritratto eseguito dal pittore Paul Hoecker
fig. 4 - Statua di Nino Cesarini, scolpita da Francesco Jerace, nel giardino della villa

Passiamo ora a descrivere un divertente episodio con protagonista il noto critico Sgarbi.       
Nel libro Viaggio sentimentale nell’Italia dei desideri (fig.5), che segue a distanza di un anno l’analogo Viaggio nell’Italia delle meraviglie, corredato da numerose immagini, l’autore, Vittorio Sgarbi accompagna il lettore alla scoperta di luoghi incantati, quanto misconosciuti della penisola e delle sue impareggiabili bellezze storico artistiche, da Bolzano a Ragusa, passando per Milano, Pavia, Cremona, Mantova, Guastalla, Pisa, Roma, Capri, Capua e poi giù fino alla Calabria felix ed alle due isole, Sicilia e Sardegna, che per cultura e storia rappresentano quasi due continenti. Con una corposa appendice dedicata alle meraviglie della Liguria con il significativo titolo di Estasi liguri.             
Il proposito è quello di far conoscere un’Italia sulla quale incombe la minaccia di scomparire, un po’ come sta succedendo in questi giorni a Pompei e che invece tutti noi dovremmo impegnarci per preservarla alle future generazioni.   
Tra le pagine, scritte con una prosa elegante, che ci rammenta il dettato di Roberto Longhi, scopriamo uno Sgarbi inedito, che riesce a fare a meno delle parolacce e ad incantarci con le sue descrizioni accurate ed accorate, segno di un’emozione vissuta e trasmessa al lettore. Si tratta in ogni caso di una analisi colta, soprattutto se si vuole seguire l’autore nelle sue meditazioni di critica politica, come quando cerca di delineare una scuola padana nella storia dell’arte, che invano cercheremo nei manuali dedicati all’argomento. Grande attenzione è dedicata a documentare l’influenza esercitata da Rubens in alcuni dipinti del Seicento genovese.   
Il discorso forbito ed accattivante si trasforma in un vero e proprio pamphlet quando si parla di villa Fersen a Capri, dal nome del barone dandy al quale Roger Peyrefitte dedicò il suo libro L’exilé de Capri. 
La descrizione dello stato miserevole i cui versa la villa è impietoso:”In alcune stanze il soffitto è caduto, in altre voragini si aprono nel pavimento; sfondata e mutilata delle decorazioni la celebre stanza absidata detta dell’oppio”. Fortunatamente Sgarbi afferma che la struttura esercita nel suo stato di rovina il massimo del fascino, che ogni opera architettonica ha una sua vita biologica e tutto è destinato a ridiventare polvere. Si può solo rallentare il degrado senza deleterie operazioni disneyane. 
 Vorrei aggiungere sulla villa un particolare sul quale il libro non si sofferma e che costituisce la firma del proprietario, notoriamente, come tanti frequentatori dell’isola azzurra in quegli anni, di gusti sessuali particolari: il reggimano delle scale che conduceva gli ospiti al piano superiore è costellato di falli artistici di varie e lusinghiere dimensioni (fig.6). Spero che non siano scomparsi, li ricordo, quando circa quaranta anni orsono la villa era abbandonata, ma si poteva entrare da un varco segreto e li mi recavo con amici e qualche straniera reperita in piazzetta per libare a Venere, in controtendenza alle inclinazioni dell’antico proprietario.                            
Durante la presentazione, a cui ha fatto seguito un poco meno che pantagruelico buffet, che ha visto signore d’annata contendersi all’ultimo morso succulenti tramezzini, Giorgio Albertazzi ha letto da par suo alcune pagine del libro.                    
Un vero assalto di domande alla fine, nel rispondere alle quali finalmente abbiamo rivisto lo Sgarbi (fig.7) televisivo dall’urlo altisonante e dall’improperio a raffica.   
Anche io ne ho proposto una.
Maestro vorrei chiederle…

Vuole sfottermi?

Assolutamente no, non sapevo come chiamarla: sindaco, onorevole (anche se ex), sovrintendente, professore, per cui ho scelto un nuovo appellativo.

Come sovrintendente di un Polo museale speciale, mi piacerebbe essere chiamato Speciale, un po’ come un rettore si può far chiamare Magnifico.

Nel suo volume gran parte del testo è dedicato al nord, come se al sud non esistessero meraviglie meravigliose, cosa può dire a sua difesa?

Lapidaria la risposta:
De gustibus non est disputandum

Evidentemente Sgarbi ha lavorato di fantasia o non mette piede nella villa da anni, perché essa, di proprietà da anni del comune, è stata restituita all’antico splendore ed ospita mostre ed altre manifestazioni culturali.  
Fortunatamente ero tra il pubblico alla presentazione del libro, con il concorso di una folla straripante, in un lussuoso albergo di via Veneto a Roma e lo colsi in fallo, chiedendogli se la famosa scala che porta al piano superiore era rimasta intatta. Egli non seppe rispondere, arrossì, dimostrando che nella villa non entrava da decenni o forse, più probabile, non vi era mai entrato.
Premetto di nuovo, per chi non lo sapesse, che il corrimano delle suddette scale, ogni 20 centimetri, presenta un fallo di varie fogge e dimensioni, sul quale il barone si appoggiava nella salita e che la villa era stata completamente restaurata dal Comune, come ebbi modo di constatare di persona anni fa in occasione di una “mostra di foto di Van Gloden” altro gay dell’epoca. 
Informai il Sindaco dello “Svarione di Sgarbi”, il quale andò su tutte le furie, asserendo che voleva chiedere un risarcimento, ma nello stesso tempo temeva di inimicarsi un personaggio importante ed iracondo, ma non credo che l’imprecisione possa essere ridotta al silenzio.
 Decisi allora, a titolo personale, da strenuo difensore dei beni artistici meridionali, di informare la stampa con una lettera ai giornali, che venne pubblicata dai principali quotidiani del paese.


fig. 5 - Libro di Sgarbi
fig. 6 - Falli vari
fig. 7  - Vittorio Sgarbi