mercoledì 18 gennaio 2017

Museo del giocattolo a San Domenico Maggiore

 

 Cronistoria di una visita esaltante

La mostra sul museo del giocattolo, ospitata fino a febbraio nella sala capitolare della chiesa di San Domenico maggiore è quanto mai interessante e permette di ammirare uno dei tanti tesori nascosti di Napoli. Infatti la collezione, ricca di 850 pezzi, appartiene al Suor Orsola Benincasa, ma da anni non era fruibile, perché i locali che la ospitano non sono agibili. Fortunatamente, per la gioia di bambini ed adulti, è stata trovata una sede provvisoria nella grande aula, sorda e grigia, che per anni è stato teatro di memorabili processi in Corte di Assise. Ricordo con una punta di emozione le memorabili arringhe del processo a Pupetta Maresca, che ho ascoltato da ragazzo, stipato in una folla di migliaia di ascoltatori esaltati.
Il 7 gennaio ho organizzato una visita guidata in collaborazione con l’Unione pensionati del Banco di Napoli ed ho avuto l’onore di illustrare l’esposizione ad una ventina di bambini, accompagnati da una miriade di genitori e nonni entusiasti.
Dopo una breve descrizione della guglia e dei palazzi nobiliari che si affacciano sulla celebre piazza (fig. 1), la foto ricordo (fig.2) con il gruppo dei pargoletti (tra i quali, ospiti d’onore in prima fila, i miei adorati nipoti: Leonardo, 1° da sinistra, Matteo 3° ed Elettra 5°, appartenenti alla nobile schiatta dei Carignani di Novoli, venuti appositamente da Bruxelles per la visita guidata dal nonno).

fig.1 - introduzione

fig.2 - Achille e bambini

fig.3 - frasi

fig.4 - veduta

All’entrata ci accolgono due frasi lapidarie (fig.3), che ci ammoniscono sul significato del giocattolo, che fa la su comparsa nella notte dei tempi e che ha rallegrato i bimbi all’epoca dei faraoni e dell’antica Roma, per trovare poi il suo trionfo a partire dal Novecento, come mostrano le prime vetrine, che espongono una serie di bambole.
Dopo una veduta d’assieme (fig.4) comincia la serie delle Barbie (fig.5), che rivoluzionarono completamente il mercato delle bambole (fig.6), eleganti e raffinate dei decenni precedenti. Una ditta italiana, la Lenci, esportava i suoi prodotti in tutto il mondo, ma in Italia subì una severa ammonizione dal regime fascista, per aver lanciato un modello di fumatrice (fig.7). Riuscì a farsi perdonare con l’idea di un bambolotto in divisa di balilla, che fece scalpore e divenne l’idolo delle fanciulle dell’epoca.
Oltre all’imitazione del celebre signor Bonaventura (fig.8), portato al successo dal Corriere dei piccoli, tra i pupazzi compare anche Totò in persona, con tanto di sguessera e naso a becco.
Lo stesso Rodolfo Valentino, nelle vesti immortali dello sceicco bianco (fig.9), fa la sua comparsa tra i bambolotti doc e possiamo essere certi che anche tante mamme, di nascosto alla prole, lo hanno abbracciato teneramente.
Dopo una serie di soldatini e di pistolotti di varie dimensioni, si passa alle automobiline (fig.10), tra cui spiccano anche modelli da corsa, come le rosse Ferrari, che costituiranno un sogno destinato  a durare anche dopo gli anni della fanciullezza.
Trenini a corda, alla portata di tutte le borse, mentre quelli elettrici, prodotti dalla Lima e dalla Rivarossi, ditte mitiche, erano appannaggio dei bambini ricchi.
Teatrini (fig.11) familiari, che facevano concorrenza a quelli che in tutte le piazze attiravano una folla osannante di spettatori, gabbie con uccelli esotici e cavalli a dondolo (fig.12) di notevoli proporzioni concludono la carrellata di vetrine ed un ultimo sguardo  va rivolto ad una sezione, patrocinata dalla Procura della repubblica di Napoli, dedicata al problema dei giocattoli contraffatti, che, oltre a non riconoscere il copyright, tolgono lavoro alle maestranze italiane e ci fanno apparire sempre più lontani quei tempi in cui le nostre ditte esportavano in tutto il mondo, portando gioia ai bambini e valuta pregiata alle nostre casse.
La degna conclusione della visita si è avuta con la distribuzione di bellissimi giocattoli (fig.13) a tutti i bambini intervenuti e di questo nobile gesto dobbiamo ringraziare l’Unione pensionati del Banco di Napoli ed in particolare il suo illustre presidente Carlo della Ragione.
fig.5 - Barbie

fig.6 - bambole

fig.7 - fumatrice

fig.8 - Bonaventura e Totò

fig.9 -  Rodolfo Valentino

 Il giocattolo nell’era del consumismo

A conclusione di questo articolo ho sentito la necessità di esternare alcune amare considerazioni su come il giocattolo si sia trasformato in un virus in grado di contagiare i bimbi sin dalla più tenera età e di trasformarli in adepti di una triste epoca dominata dal moloch del dio denaro.
Conservo gelosamente i giocattoli con cui giocavo da bambino: un trenino a corda, che ancora funziona perfettamente, una locomotiva, cinque carrozze e tanti binari da intrecciare seguendo i percorsi dettati dalla fantasia; un fortino ed un egual numero di soldatini ed indiani, una gabbia smontabile dove a turno collocavo tigri ed elefanti, una trottola, un fucile, due pistole ed un robusto cavallo a dondolo. Li conservo come reliquie, salvandoli dalla furia devastatrice di mia moglie, che vorrebbe gettare via tutte le cose vecchie.
Mi viene in mente Tania, la figlia adottiva di Achille Lauro, uno degli uomini più ricchi d’Italia, che poteva chiedere alla Befana ed a Babbo Natale, decine di doni e qualunque regalo, anche il più costoso al mondo. Ma poteva giocarci soltanto per un mese; perché arrivati alla fine di gennaio ne poteva scegliere uno soltanto e gli altri dovevano essere distribuiti da lei stessa ai bambini poveri della città.
Oggi i bambini sono sommersi dai regali, li spacchettano svogliatamente, ci giocano per qualche giorno e poi ne chiedono altri sempre più complessi e costosi a genitori, nonni, zie e parenti fino alla sesta generazione, i quali scioccamente fanno a gara ad acquistare trenini elettrici, automobili sofisticate, aerei teleguidati, animali mostruosi, droni e monopattini elettrici, tutti doni ai quali il bambino dedica qualche giorno e poi disgustato butta via insoddisfatto.
Tutti gli oggetti del mondo meritano rispetto, tutto ciò che ci circonda, anche se fabbricato in serie è unico ed insostituibile. Anche un vestito fuori moda, un’automobile vecchia o una lavatrice che fa i capricci.
Il futuro è pieno di nubi, ma possiamo ancora sperare che qualcuno riuscirà a ritrovare, nel cuore della civiltà dei consumi, le virtù della civiltà contadina: la parsimonia, la sobrietà, la discrezione, l’amore per le forme ed il colore degli oggetti, la stessa avarizia. Saranno pochissimi, ma forse riusciranno a salvare il mondo. Il loro impegno riuscirà, non dico a fermare o a rallentare, ma almeno ad aprire un piccolo spazio vuoto, nella corsa intollerabile di ciò che molti credono sia il progresso.

fig.10 - automobiline

fig.11 - Teatrini

fig.12 - Cavallo dondolo

fig.13 - Distribuzione regali
articolo pubblicato sul settimanale L'ESPRESSO n.5 del 29 gen. 2017

giovedì 12 gennaio 2017

Mostra su Artemisia Gentileschi a Roma




Nel panorama quanto mai esiguo delle mostre d’arte in Italia, quasi tutte concentrate nella capitale,  un posto di rilievo è costituito dall’esposizione su Artemisia Gentileschi, che si potrà visitare fino al 7 maggio a Palazzo Braschi a Roma.
Molti i quadri su cui meditare, tra i più famosi, ancor di più i dipinti di autori coevi, che permettono cogenti raffronti, inoltre salette ove si possono ammirare brevi video sulla vita della pittrice ed esaustivi pannelli in ogni sala ad illustrare i vari periodi in cui si divide l’attività di Artemisia, tra Firenze, Roma e Napoli.
Unica pecca la proposta di numerose nuove attribuzioni, quasi tutte inattendibili e su questa mia opinione ho il conforto del parere di un celebre studioso della Gentileschi assieme al quale ho vagliato la potenziale autografia di alcuni inediti.
Prima di passare ad esaminare dettagliatamente il periodo napoletano della pittrice, il più lungo e più fecondo, un breve cenno ad un’altra mostra che si sta svolgendo nella città eterna a Palazzo Borghese sulle origini della Natura morta in Italia ed un consiglio spassionato ai miei lettori: evitatela accuratamente, per tre validi motivi: l’eccessivo costo del biglietto d’ingresso, ben 20 euro; la mancanza di novità scientifiche sull’argomento ed infine una vera e propria vessazione che viene imposta al visitatore a cui è concesso un tempo limitato per poter ammirare lo splendido museo, un abuso che segnalo pubblicamente al ministro competente, invitandolo a prendere gli opportuni provvedimenti, in assenza dei quali dovrà provvedere la magistratura che investirò della questione.
E ritorniamo ora ad Artemisia ed al suo trionfante periodo napoletano.








Artemisia Gentileschi a Napoli

Dal 1627 - 30 fino alla morte per oltre vent’anni è presente a Napoli Artemisia Gentileschi, che più che straniera (pittrice romana amava definirsi) bisognerebbe correttamente considerarla napoletanizzata a tutti gli effetti, come il Ribera e tanti altri pittori che, nati lontano, acquistano da noi la fama in lunghi anni di attività che incidono sensibilmente, a contatto con la realtà figurativa locale, nel variare i caratteri della loro pittura originaria.
Ella compare sulla scena artistica napoletana alcuni anni prima del 1630 e la sua influenza, in un reciproco rapporto di dare ed avere con la cultura figurativa indigena, è molto intensa.
Le sue notevoli capacità ricettive e di adattamento all'ambiente sono tali che la sua cifra stilistica in poco tempo diviene partenopea, la sua tavolozza si imbrunisce, acquisendo tonalità più squisitamente naturaliste in consonanza con la tradizione locale portata avanti dal Battistello ed anche la fisionomia di alcuni personaggi si «meridionalizza», la modella dell’Annunciazione sembra scelta tra le ragazze del popolo per i suoi colori spiccatamente mediterranei, i re che si prostrano nell’Adorazione dei Magi sono quanto di più spagnoleggiante si possa immaginare.



A lungo la critica ha ritenuto che Artemisia abbia dato più che ricevuto, ma oggi possiamo ritenere il bilancio in parità alla luce del fatto che la pittrice raggiunge la sua piena maturità e trascorre gran parte della sua carriera alle falde del Vesuvio. I suoi rapporti con gli artisti napoletani sono molteplici dallo Stanzione al Finoglia, dal Guarino a Francesco Fracanzano, fino al Cavallino ed allo stesso Spinelli.
Il suo arrivo a Napoli offrì allo Stanzione più d’un motivo di verifica e di conferma della bontà dell’indirizzo stilistico intrapreso e favorirà una consonanza che si manifesterà in maniera esplicita quando i due lavoreranno assieme in importanti commissioni dalle Storie del Battista per il Buen Retiro, oggi al Prado, alle pale per il Duomo di Pozzuoli. Artemisia trasmise a Massimo la sua accentuata finezza coloristica che proveniva da una cultura pittorica temprata negli anni romani sotto l’influsso del Vouet. La Gentileschi fu «ravvivatrice del caravaggismo a Napoli dal ’30 e maestra a Massimo di giochi luministici di superficie, sia negli sfoggiati capricci dei panneggi, artificiati cartocci barocchi, sia nei tipici pezzati di tinte locali, dove ai bassi bruni e marroni del Merisi contrastano i solferini, i vermigli, i verdoni, i turchini» (Ortolani).
Paolo Finoglia è pittore dalle piacevolezze cromatiche, influenzato da Artemisia a tal punto che è difficile distinguerlo nei quadri non siglati.
Cavallino attraverso la Gentileschi risale direttamente alla fonte primigenia, costituita dalle opere del padre Orazio, come pure per via di Artemisia sfocia nella dolcezza e nella delicatezza del Vouet, affascinato da atteggiamenti, colori, inquadrature. Qualche consonanza stilistica si apprezza anche in molte tele di Pacecco De Rosa e di Filippo Vitale, in particolare nel Giudizio di Paride della pinacoteca di Vienna, nel quale gli intricati nessi con la cultura artemisiesca fanno quasi ipotizzare l’ispirazione ad un prototipo della pittrice.
Ancora da esplorare a fondo e da definire con precisione le interconnessioni con Guarino, con Spinelli e con Francesco Fracanzano. All’incontrario bisogna sottolineare le trasformazioni che la pittura di Artemisia subisce a contatto della cultura figurativa napoletana: «la tavolozza si scurisce, l’impasto si riscalda, l’epidermide si arrossa, si sporca, i panni spesseggiano» (Contini). L’Ortolani era del parere che nei riguardi dello Stanzione il rapporto di dare ed avere fosse nei primi anni a tutto vantaggio di Massimo dal quale Artemisia imparò a schiarire i suoi cupi toni bruni, fino a quando, indossata la nuova pelle combusta al sole di Napoli, ella ci regala «i più nitidi campi di chiare tinte vivaci e i suoi nudi e lenzuoli d’argento che essa accese come di bengala in pronti gesti e in artificiose fogge, rubando a Reni lo spalmarsi delle carni nella luce e giocando di traslucidità epidermiche».
Non bisogna infine dimenticare che la stessa Artemisia fu influenzata profondamente dal classicismo bolognese che costituisce a Napoli una corrente molto importante per la presenza del Domenichino e del Lanfranco al cui fianco la Gentileschi lavorò nel Duomo di Pozzuoli. La committenza per il coro ed il presbiterio della Cattedrale di Pozzuoli fu un lavoro molto importante, che impegnò la pittrice per alcuni anni al fianco di artisti famosi quali il Lanfranco, lo Stanzione ed Agostino Beltrano.
Artemisia realizzò tre grandi pale d’altare I Santi Procolo e Nicea, il Martirio di San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli e l’Adorazione dei Magi. Opere collocabili cronologicamente tra il 1633, data che si legge sulla lapide dedicatoria posta nei pressi della prima tela, e il 1638, anno della partenza della Gentileschi per l’Inghilterra, dove soggiornò presso il padre malato per alcuni anni.
A queste pale va associata la celebre Natività del Battista, forse precedente di qualche anno e facente parte della commissione per adornare la residenza di Filippo IV di Spagna. Essa rappresenta una delle risoluzioni più attuali che l’arte italiana di quel tempo abbia dato di un soggetto religioso. L’opera realizzata coi puri valori tonali, atmosferici, della luce e sciogliendo il pretesto religioso nell’intimo calore sentimentale d’un ambiente realistico e familiare è uno stratificarsi dei panneggi in sfoglie sempre più sottili ed esili, condotte con inedito, paziente calligrafismo.



Artemisia a Napoli, in un ambiente prodigo di occasioni di lavoro, incontrò un grande successo, anche se nel suo animo rimase sempre una straniera «Io so’ romana!» e spesso soffrì per le condizioni di vita a volte disagiate della città: «in Napoli non ho volontà de più starce, sì per li tumulti di guerre, come ancora il male vivere, et delle cose care».
La Gentileschi, grazie al suo talento artistico, godette di un’indipendenza quasi eccezionale per una donna del suo secolo, diventando un simbolo dell'emancipazione femminile. Le sue quotazioni erano molto alte, giungendo ad essere pagata fino a cento scudi per ogni figura dipinta.
Spesso si imbestialiva per l’abitudine levantina dei committenti, già allora in auge a Napoli, di tirare sul prezzo: «non fo all’usanza di Napoli quando chiedo una cifra, che domandano trenta e po’ danno per quattro, Io so’ romana e perciò voglio procedere sempre alla romana». Ella eccezionalmente licenziava un dipinto che, oltre a quello del committente, non incontrasse anche il suo gusto personale. Ad ogni modo per conquistarsi un’ampia fetta di mercato edulcorò in parte lo stile aggressivo dei suoi anni romani, recependo in parte la corrente purista, sorta a Napoli dopo l’arrivo del Domenichino, adottando toni più pacati nel suo linguaggio, condito di brillanti eccipienti coloristici, esaltati dall’uso di una squillante gamma cromatica. Dopo il soggiorno londinese, durato probabilmente fino al 1641, la Gentileschi tornò a Napoli, dove lavorò incessantemente fino alla morte avvenuta nel 1652 o 1653.
Non potremmo concludere la trattazione su Artemisia senza concedere qualcosa al «pettegolezzo», che avvolse tutta la sua vita, pedaggio doloroso per un’artista, che raggiunse un grado di emancipazione assolutamente inconsueto per una donna del suo secolo. Cominciato il suo apprendistato artistico presso il padre Orazio, passò poi alla bottega di Agostino Tassi, un pittore che era anche una sorta di imprenditore degli ambienti artistici romani, capace di convogliare le energie di vaste schiere di artisti in grosse imprese decorative. Egli era un vanaglorioso, soprannominato lo smargiasso, approfittò della sua giovane allieva e fu accusato dal padre Orazio di stupro. La vicenda, molto romanzata, ebbe il suo epilogo in un tormentato processo, al seguito del quale il Tassi fu condannato al carcere, ove dimorò per soli otto mesi. Un mese dopo il processo la Gentileschi sposò un fiorentino, ma la sua reputazione rimase macchiata per sempre per la natura libidinosa della vicenda.
Una conferma della gravità e della perpetuità del giudizio storico riservato alla pittrice la troviamo in questo singolare epitaffio comparso in un volume stampato a Venezia nel 1653:
«Co’l dipinger la faccia a questo,
e a quello nel mondo m’acquistai merto infinito
nell’intagliar le corna a mio marito
lasciai il pennello, e presi lo scalpello
gentil’esca de’ cori a chi vedermi
poteva sempre fui nel cieco mondo;
hor, che tra questi marmi mi nascondo,
son fatta gentil’esca de’ vermi».
Un anatema eccessivo riservato ad Artemisia incredibilmente presentata come una maga del sesso, piuttosto che delle arti figurative, spesso confinate ad un ruolo marginale nelle sue biografie.




giovedì 22 dicembre 2016

Interviste a personaggi celebri

 L’89° libro di Achille della Ragione




In questi giorni è disponibile un’opera quanto mai interessante, che raccoglie una serie di interviste pubblicate negli ultimi anni sulla Circolare spigolosa, un giornale telematico tra i più letti in Italia. Al libro hanno collaborato tre autori: l’instancabile Achille, il giornalista Matteo Cornelius Sullivan, e Davide Pozzi Sacchi di Santa Sofia, un nobile pluriblasonato.
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intervista visiva al principe Emanuele Filiberto


Vogliamo fornirne ai potenziali lettori un assaggio proponendo l’intervista visiva al principe Emanuele Filiberto, che si può godere collegandosi a questo link https://www.youtube.com/watch?v=ID19mQGYEIk


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Molto interessante è anche quella a Ludmilla Radcenko, dopo la quale si sviluppò un’amicizia più che affettuosa degnamente e ripetutamente onorata.

Quattro chiacchere con Ludmilla Radchenko



1  Come e quando hai deciso di venire in Italia?
 Si è trattato di un caso! Volevo semplicemente un posto adatto per cominciare da zero la mia vita. Io cercavo indipendenza. E la società occidentale aveva tutti i presupposti per poter tirare fuori la mia determinazione. Avevo 200 dollari, prestati dal mio padre e da lì ho cominciato a costruire "la mia base"!
2  Quale motivazione ti ha indotto a passare dalla carriera di modella a quella di artista?
Da piccola ho studiato l'arte e mi sono laureata in design. Un giorno mio nonno, insegnante di disegno tecnico, mi disse: “il tuo talento deve venire fuori, fare la modella e lavorare in TV non è un lavoro per tutta la vita, prova di sviluppare qualcosa per ciò a cui hai dedicato anni e anni di studio!”. Forse, fino a qualche anno fa, ero troppo immatura per intraprendere un lavoro diverso dal mondo dello spettacolo,  ma tutti, prima o poi, si domandano cosa faranno da grandi . Tre anni fa mi sono presa una pausa di riflessione, sono volata  New York per gli studi  e ho deciso di fare una scelta radicale!Al mio ritorno ho affittato uno studio, l'ho trasformato ed ho cominciato a lavorarvi febbrilmente. Lì  ho potuto individuare il mio codice, la mia tecnica. Penso che tutto il mio percorso nasca dalla voglia di dimostrare, per l'ennesima volta, a me stessa che so fare e posso fare qualcosa. E’ una sfida.
3   Quali artisti contemporanei ti hanno ispirato maggiormente?
All’ università ero malata di Gauguin, copiavo le sue opere. Qualche anno fa, dopo una mostra a Londra, dedicata a Salvador Dalì ho cominciato interessarmi di surrealismo, sopratutto il senso di composizione. Dopo New York adoravo Street Art, mi attraevano le immagini caotiche, quasi per caso. Leggendo e frequentando le mostre capivo la mia vera passione per la pop art: ho fatto un'intera collezione  in esclusiva per Gigart utilizzando la tecnica di Mimmo Rotella - gli strappi. Roy Lichtenstein, Andy Warhol, James Rosenquist, Robert Rouscenberg,Peter Phillips, Claes Oldenburg, Richard Hamilton - sono loro gli artisti che hanno catturato la mia attenzione.
4  Credi che le tue opere vivranno dopo di te ?
Credo che la passione con la quale mi dedico al mio lavoro non potrà rimanere indifferente al pubblico. IO DIPIGO ENERGIA  e  LE MIE OPERE  SONO UN RACCONTO CHE COLLEGA GLI OGGETTI DI CONSUMISMO DELLA NOSTRA EPOCA E LA RICERCA ICONOGRAFICA IN UN MANIFESTO TRIDIMENSIONALE . IN QUALCHE MODO RAPPRESENTO LA MIA GENERAZIONE  E MI SENTO RESPONSABILE di trasmettere anche L'ETICA OLTRE ALL'ESTETICA NELLE MIE TELE.  Per diventare un artista  che rimane nel tempo ci vogliano almeno 50 anni di percorso. Solo il tempo ci dirà se un giorno io possa (O POTREI???) rientrare tra quelli!
5  Quanto ti pesa essere una donna bella ?
Nonostante la rapidità del mio percorso e tutte le cose positive che mi sono accadute in due anni, mi sono scontrata con una grande difficoltà: Il riuscire ad essere credibile. Naturalmente molte persone hanno pensato che la Radchenko si è convertita in pittrice solo per "mettersi in mostra".  Per me invece è stata una scelta naturale e la pop art mi ha consentito di esprimere la mia visione di vita senza parole e senza usare il mio corpo, mi ha dato coraggio di sfogarmi e sentirmi utile. IL FATTO DI SPOGLIARMI SOLO IN UNA DELLE MIE PRIME  SERIE "ARTE DI ESSERE DONNA" INTERPRETANDO I GRANDI PERSONAGGI STORICI FU LA DICHIARAZIONE DEL MIO PASSAGGIO DALL’ OGGETTO AL SOGGETTO, DAI CALENDARI ALLA MIA DEDIZIONE ALL'ARTE. DA ORA IN POI IL CORPO DIVENTA CASTO E LA MENTE SI SPOGLIA.
Il mio curatore artistico Fortunato D'Amico, prima di ogni mostra, si raccomanda sempre:"Poco trucco, niente tacchi!!!" Io gli rispondo che per il trucco non c'è problema ma ai tacchi ancora non posso ancora rinunciare - sono sempre una donna!!!! :-)
6  La lontananza dal tuo Paese e dalla tua famiglia ti crea nostalgia?
La mia famiglia mi ha regalato un infanzia stupenda e mi ha cresciuta con dei sani principi. La lontananza ha fatto diventare il nostro rapporto ancora più bello, quando nulla diventa scontato. Sono sempre stata autonoma nelle mie decisioni e la scelta di venire in Italia è stata affrontata nel migliore dei modi. Sono felice che ora  possa avere la loro fiducia e renderli orgogliosi anche da lontano. L'unico pensiero che mi preoccupa è non poter dedicare più tempo al mio nonno, quest'anno compie 85 anni, ma è ancora pieno di entusiasmo. Per quanto riguarda il mio Paese in cui ci torno spesso , la mia mentalità è piuttosto europea e mi sento più a casa in Italia. Si, Milano è la città che ha adottato la mia voglia di essere indipendente.
Concludiamo l’intervista e passiamo ad esaminare la produzione della Radcenko: collage con le tecniche più varie ed anche ritratti di tipo tradizionale, spesso di grandi dimensioni, nei quali l’artista trascrive le sue osservazioni sul mondo, mentre i protagonisti delle sue opere errano in una dimensione atemporale, in preda alle loro passioni ed assumono la dignità di eroi.



Nel Pantheon ideale di Ludmilla vi sono l’uno affianco all’altro Garibaldi e Van Gogh, Madonna e la Statua della libertà. Chi di loro resisterà, traghettando la sua fama nel futuro in un mondo globalizzato e multiculturale, che divora i miti e rende anonimi personaggi illustri celebrati nel passato?
Soltanto l’arte saprà sfidare i secoli dando gioia e diletto a più generazioni, fino a quando gli uomini coltiveranno il gusto del bello e si emozioneranno ad assistere al gioco cangiante delle linee e dei colori.
La Radcenko appronta un’ideale Arca di Noè nella quale imbarca, per traghettarle nel futuro, una serie di donne famose, trasformate in icone pop, alle quali dà anima e corpo in egual misura, infatti a questi personaggi impresta le sue splendide forme sinuose, che, grazie a tale artificio, possono tranquillamente sfidare il tempo, passando dalla caducità della giovinezza all’eternità dell’arte.
Abbiamo così la Gioconda (fig. 6) ed Elena di Troia (fig. 7), Caterina di Russia (fig. 8) e Frida Kahlo (fig. 9).
Tra queste figure femminili Ludmilla ci ha confessato di essere particolarmente legata a Frida Kahlo,una pittrice che ha dedicato la vita a trascrivere le emozioni e le proprie idee nei suoi dipinti ”il fatto di spogliarmi nella serie arte di essere donna interpretando grandi personaggi femminili è stata la dichiarazione del mio passaggio da oggetto a soggetto, dai calendari alla mia dedizione all’arte, da ora in poi il mio corpo diventa casto e la mente si spoglia. Tutte le ikone scendono nel mondo reale e condividono con noi la loro storia come tutti i comuni mortali”.
fig. 6

fig.7

fig.8
fig.9

 Lo spettacolo che si è presentato ai miei occhi, guardando questa galleria di personaggi femminili trasferiti sulla tela, è stato superiore alle più rosee aspettative e tale da convincermi di aver conosciuto un’artista in grado di fondere abilmente contemporaneità e tradizione, ma soprattutto di saper rivisitare e spogliare (in senso non solo metaforico) i celebri personaggi raffigurati e farceli conoscere sotto una diversa prospettiva.







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Un volume che non potrà mancare nella vostra biblioteca e che potrebbe costituire una splendida strenna per santificare con cultura le prossime festività natalizie. Un libro che si può ricevere a domicilio ordinandolo

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giovedì 15 dicembre 2016

I tesori nascosti. Tino da Camaino, Caravaggio, Gemito

Una lotta tra bello e brutto, tra vero e falso

A 01 - Sede mostra

Fino a maggio si potrà ammirare a Napoli, nella sede della chiesa della Pietrasanta (tav.1), restituita dopo decenni alla pubblica fruizione, un’esposizione, intitolata “I tesori nascosti. Tino da Camaino, Caravaggio, Gemito”, ricca di oltre 150 dipinti ed organizzata da Vittorio Sgarbi. Una occasione ghiotta, anche se costosa, perché il biglietto costa 12 euro, circa il doppio di una visita a Capodimonte.

A 02 - Merisi

Nei primi giorni file interminabili di visitatori, tra turisti e napoletani, richiamati dal nome illustre del curatore, ma soprattutto dalla possibilità di vedere un Caravaggio (tav.2) inedito. Sulla meritata fama di Vittorio Sgarbi non discutiamo, sull’autografia del dipinto abbiamo più di un dubbio e ci riserviamo di dedicare all’argomento un articolo specifico, dopo aver sentito il parere dei massimi specialisti mondiali del pittore.
Passiamo ora ad esaminare le opere degli altri due artisti che stranamente fanno compagnia al Merisi nel titolo della mostra: Tino da Camaino rappresentato da una scultura (tav.3) più che modesta; stesso discorso per Gemito, in mostra con una testa (tav.4), che, se posta in vendita, faticherebbe a raggiungere una quotazione di un migliaio di euro.

A 03 - Tino da Camaino
A 04 - Gemito

Le opere in mostra appartengono tutte a privati, banche e collezionisti, tra questi la parte del gigante la fa la raccolta personale del curatore Vittorio Sgarbi. Al momento manca un catalogo cartaceo di quanto esposto, una pecca molto grave, a mala pena sostituita da una App scaricabile sul telefonino in grado di fornire descrizioni ed a volte approfondimenti su dipinti e sculture esposte.
Tutto il percorso, dal Trecento al Novecento, è una costante lotta tra bello (tav.5) e brutto (tav.6), ma soprattutto tra falso e vero; il primo ben rappresentato da uno pseudo Battistello Caracciolo (tav.7) ed un Tiziano (tav. 8) che grida vendetta e rientra a pieno titolo in entrambe le categorie.

A 05 - Il bello
A 06 - Il brutto
A 07 - Battistello
A 08 - Tiziano

Molti i dipinti napoletani, tra cui alcuni di qualità eccelsa, da una tavola di Ierace (tav.9), ad una coppia di De Matteis, firmati e datati 1727, da un Mattia Preti del periodo maltese ad uno splendido Ribera (tav.10), in compagnia di altri dipinti attribuiti al valenzano, ma eseguiti dalla bottega. Un eccelso Nicola Malinconico e due Giordano, uno dubbio ed uno notevole (tav.11) di proprietà di uno dei più importanti antiquari italiani: Tornabuoni di Firenze.
La natura morta è degnamente rappresentata da un superbo Luca Forte(tav.12), proveniente dalla celebre raccolta Molinari Pradelli.
Numerosi sono i dipinti dell’Ottocento e del Novecento, napoletano ed italiano, tra questi spiccano due capolavori assoluti: un Ligabue (tav.13) ed un De Chirico (tav.14).
Possiamo concludere con un giudizio positivo, anche se abbiamo sottolineato luci ed ombre della mostra e non si tratta di un chiaro scuro caravaggesco…

A 9 - Ierace


A 10 - Ribera
A 11 - Giordano


A 12 - Forte

A 13 - Ligabue

14 A De Chirico