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giovedì 29 dicembre 2011

Il nuovo calendario Pirelli 2012

Ritorno alle origini ed al nudo

Il nuovo calendario Pirelli per il 2012 segna un prepotente ritorno al nudo integrale, dopo anni in cui le modelle vestivano abiti sontuosi o erano inquadrate in complesse scenografie.
Potremo così ammirare “nature” l’inglese Kate Moss sopra una roccia baciata dal sole, l’italiana Tamara Maccarone, in arte Margareth Madè, appoggiata ad un albero frondoso, oppure la russa Natasha Poly, in piedi davanti ad una grotta ed infine tra le foto più strabilianti, la Saskia de Braun rannicchiata in posizione fetale o la lituana Edita Vilkeviciute con ipiedi a mollo nell’acqua, a rimembrare Afrodite che nasceva dalle spume del mare.
In totale per la stesura del celebre calendario si alternano nove modelle e tre attrici, manca all’appello Angelina Jolie che non voleva mostrarsi nuda.
18 scatti in bianco e nero e 7 a colori che diverranno, per via della limitata tiratura, un oggetto da cult, che andrà letteralmente a ruba.


La modella russa Natasha Poly in riva al mare

Come fotografo per la prima volta è stato scelto un italiano, Mario Sorrentino, napoletano di nascita, ma newyorchese di adozione che, dopo lo sfondo di scenari esotici dall’Africa alla Cina ha scelto gli aspri paesaggi della Corsica per immortalare i suoi nudi ammiccanti ed ammalianti.
Nella storia del celebre calendario vi sono nomi leggendari da Sophia Loren, nel 2007, quando aveva 72 anni a Naomi Campbell, nel 1987, appena sedicenne.
In passato il calendario nacque per meccanici e camionisti, oggi è ambito da voyeurs raffinati e dai gusti pretenziosi; una gioia per la vista dei maschi, ma anche le femministe non si oppongono, come Rebecca Walker, che candidamente ha dichiarato: “Un esempio di arte Pop che permette di riflettere sulla variabilità del gusto nel tempo”.


La modella olandese De Brauw in posizione fetale

giovedì 22 dicembre 2011

Un atto pubblico di resipiscenza


Gentile direttore,

di recente ho letto sulla sua rivista molte pagine dedicate al tema dell’aborto.
Chi le scrive è un grande peccatore, perché per decenni ho praticato l’interruzione volontaria della gravidanza e nello stesso tempo sono il massimo specialista italiano della materia: mi sono battuto per l’approvazione e l’applicazione di una legge, che regolasse la spinosa questione; negli anni Settanta ho introdotto in Italia il metodo Karman (basato su una semplice aspirazione della durata di pochi secondi) che può essere adoperato solo nelle prime settimane di gestazione, quando esiste solo una rudimentale stria primitiva e nessuna traccia di attività elettrica cerebrale; nel 1992 ho sperimentato in ambiente ospedaliero, una associazione di farmaci in grado, sempre nei primi giorni di gestazione, di indurre l’aborto senza necessità di intervento chirurgico.
Ho organizzato simposi sull’argomento e scritto sulle principali riviste italiane e straniere.
Potrà sul web consultare, tra le tante mie pubblicazioni, digitando tra virgolette il titolo, la mia relazione introduttiva al convegno “L’Embrione, tra Etica e Biologia”, al quale parteciparono oltre a medici e scienziati di fama mondiale, anche docenti della facoltà di  Teologia di Napoli.
Avrei molto da dire anche sulla fine della vita, quel delicato momento, sul quale la Chiesa non si è definitivamente pronunciata, a differenza del suo inizio, sancito nel 1869 da Pio IX con un dogma nell’Apostolicae Sedis, il quale fa coincidere la fecondazione con l’entrata dell’anima nel corpo. Un’asserzione che riveste un profondo significato, anche sotto il profilo scientifico, perché in quell’attimo si origina un nuovo essere, frutto di due diversi patrimoni genetici, che prima non esisteva.
Durante i 35 anni di professione ho sempre adoperato esclusivamente il metodo Karman, seguendo la teoria di quegli studiosi che distinguono un pre-embrione, antecedente l’embrione e ritengono che il primo, un mero agglomerato di cellule, privo di individualità, perché in ogni momento può trasformarsi in due gemelli monozigoti non abbia ancora dignità umana.
Ho sempre creduto in un Dio creatore, con profonda convinzione, poi all’improvviso ho incontrato il Dio della misericordia, che da mesi mi invita a riflettere ed a fare pubblica ammenda di tutto ciò che ho fatto e propagandato nel corso della mia vita.
Anni fa un celebre collega americano, dopo aver praticato circa 40.000 interruzioni di gravidanza, un numero inferiore a quelle da me eseguite, manifestò sui principali quotidiani i segni del suo pentimento, una sensazione identica a quella da me provata in questi ultimi mesi e vorrei, attraverso la sua autorevole rivista (se vuole anche sotto forma di intervista) rendere pubblica la mia resipiscenza, contando, grazie alla mia notorietà e alla mia autorevolezza, di poter influenzare, non certo il fedele, ma il laico e soprattutto l’opinione pubblica o il legislatore.

Achille della Ragione
Via Manzoni 261 B
80123 Napoli

mercoledì 21 dicembre 2011

Piene di grazia. I volti della donna nell’arte


L’ultimo libro di Vittorio Sgarbi


Vittorio Sgarbi è come tutti sanno poliedrico, polemista dall’urlo squassante, politico rompiballe, critico d’arte esperto (anche se del Seicento napoletano non capisce una mazza), ma soprattutto irresistibile affabulatore ed affascinante scrittore, dal dettato fluido ed accattivante.
Nel suo ultimo libro “Piene di grazia. I volti della donna nell’arte” egli affronta un tema di cui da sempre pittura, scultura e letteratura si sono interessate: la figura femminile, che egli giustamente ritiene tra i massimi regali che ci ha fatto il creatore.
Egli parte dalle immagini della Madonna, l’iconografia più frequentemente rappresentata sulla tela, ma tratteggia con eguale entusiasmo sante ed eroine, inseguendo il mistero della seduzione, che domina incontrastato anche nella poesia, da Dante e Petrarca fino a Leopardi, Foscolo e Montale.
Egli trasfigura il volto muliebre, spesso evanescente, nel simbolo di sogni e desideri e nel porto sicuro che ognuno di noi vuole raggiungere per riposare placido ed appagato per l’eternità.
La magia dell’arte consiste nello sfidare la caducità della materia e lo scorrere inesorabile del tempo, donando alla bellezza femminile, destinata a sfiorire un surrogato di immortalità, come nel caso del monumento funerario realizzato da Jacopo della Quercia, il quale riesce a fissare nel marmo per il suo vedovo inconsolabile la perfezione delle forme di Ilaria del Carretto (fig. 1).
fig.1

Per la copertina ha scelto un volto misterioso ed ammiccante dipinto da un preraffaellita, un gruppo di meravigliosi pittori per i quali l’universo femminile ha dominato tutta la loro iconografia, da Ofelia (fig. 2) alla Beata Beatrix (fig. 3), da Everett Millais a Dante Gabriel Rossetti.  
L’autore confessa che non saprebbe scegliere il suo quadro preferito, anche se fa trapelare che i capolavori ai quali si sente più legato sono la Dama con l’ermellino di Leonardo (fig. 4),
fig.4

il viso della Madonna della pala di Castelfranco di Giorgione (fig. 5) e l’Annunciata di Antonello da Messina (fig. 6),
fig.5 particolare

fig.6

 ma impazzisce in egual misura per le donne opulente di Tiziano (fig. 7), per le indomite eroine di Artemisia, per le bimbe impuberi di Balthus (fig. 8).
Magistrali le descrizioni della Cleopatra della Gentileschi (fig. 9), 
fig.9

di cui ci fa percepire l’afrore ammaliante che promana prepotente dal suo corpo scultoreo, mentre l’Annunciata di Antonello sembra fulminarci con il suo sguardo, in grado di leggere nella profondità delle nostre anime.
Giunge poi a tratteggiare la trasformazione che l’arte subisce nello scontro con la contemporaneità, quando decadendo l’iconografia religiosa, immortalata nelle categorie della bontà e della bellezza, prende il sopravvento un’estetica assoluta al di là dei temi e dei generi. Caduta la bellezza ideale e la grazia la donna assume una dimensione originale e rivoluzionaria, come ne Les demoiselles d’Avignon di Picasso (fig. 10) 
fig.10

o nella valenza demoniaca, inquietante e maligna partorita dal pennello di Klimt (fig. 11) e di Khnopff (fig. 12).
fig.11


fig.12

Sconvolgente la lezione offerta da Balthus, per il quale le sue modelle, tutte bambine, innocenza e peccato si incrociano, mettendo a fuoco la fragilità dell’uomo travolto dagli istinti.
Sgarbi sa che l’80% dei suoi lettori appartengono al gentil sesso, ma sono certo che questa sua ultima fatica letteraria, grazie anche al corposo corredo iconografico, avrà successo anche tra gli uomini ed in breve la vedremo tra i top ten nelle classifiche, grazie anche alla lodevole abitudine, diffusasi da qualche anno, come strenna natalizia, al posto di una cravatta o di un foulard, di regalare un bel volume, per divertirsi o meditare, in ogni caso per esercitare il nostro cervello, che personalmente, più della bellezza, ritengo sia il dono più prezioso che il creatore ha voluto elargire all’umanità.


giovedì 1 dicembre 2011

Il Papa visita i gironi infernali

 

Il 18 dicembre il Papa si recherà nel carcere di Rebibbia a celebrare la Santa Messa ed ad ascoltare, reparto per reparto, le esigenze dei detenuti.
Un gesto nobile e carico di significato simbolico, a pochi giorni dal Natale che darà agli ultimi tra gli ultimi la forza si sopportare la sofferenza di trascorrere il giorno più lieto dell’anno nella solitudine e nella tristezza, lontano dai propri cari. Nelle sue ultime encicliche il Papa ha saputo parlare con estrema saggezza non solo ai credenti ma anche a tutti gli uomini di buona volontà e la sua visita non può essere vista solo nel quadro della sua missione di Pastore, il quale ha a cuore le sue pecorelle smarrite, bensì si carica di pregnanti significati simbolici.
Sicuro di interpretare le richieste di tutti i compagni di pena, anche se non sarò io ad avere il privilegio di parlargli, vorrei semplicemente dirgli: “Santità, le sue preghiere sono ben più potenti delle nostre. Faccia che l’infallibile Giustizia Divina illumini quella terrestre, spesso fallace, e che la sua invocazione venga ascoltata non solo nell’alto dei Cieli ma anche nelle sorde e grigie aule del Parlamento, il quale, pur preso da pressanti problemi di natura economica, trovi il tempo e la volontà di varare al più presto un improcrastinabile provvedimento di clemenza, che permetterà di sfollare le carceri e di restituire ai detenuti, ridotti al rango di bestie, la dignità di uomini.

martedì 22 novembre 2011

Mario Monti


Finalmente un governo tecnico incaricato di assumere provvedimenti poco graditi senza dover temere il giudizio degli elettori: patrimoniale,aumento dell'età in cui andare in pensione,una seria lotta all'evasione fiscale e tra questi,ormai indifferibile ed invocato anche dal nostro saggio Presidente Napolitano, un 'amnistia ed un indulto, che sfollino le carceri dove il sovraffollamento ha creato condizioni di invivibilità che nemmeno Dante ha immaginato per i suoi gironi infernali.
i detenuti non sono bestie e con i lori amici e parenti pregano che un tale provvedimento venga varato, e sono tanti, tutti gli uomini di buona volontà

MONNEZZA

correva l’anno 2006 quando decisi di raccogliere in un volume: Viaggio nella spazzatura campana le mie riflessioni sul tema dei rifiuti, che avevano già trovato eco in un capitolo di Gomorra dedicato all’argomento. Il libro da tempo esaurito (ma consultabile sul web) ebbe un discreto successo e tradotto in inglese suscitò l’interesse di alcune importanti aziende del settore, che avevano messo a punto un sistema al plasma sperimentato attraverso le ricerche spaziali della NASA. Esse mi contattarono perché volevano offrire le loro scoperte agli amministratori regionali ed una di esse era disposta ad investire 200 milioni di dollari in cambio dello sfruttamento della spazzatura napoletana per alcuni anni.

Mi attivai tramite le mie conoscenze politiche per far pervenire l’offerta nelle sedi competenti e volete sapere come andò a finire? Bene, lo vorrei sapere anche io, visto che non ricevetti mai risposta, perché la parola gratuitamente spaventò coloro che sono abituati a lucrare tangenti su ogni appalto. Sono passati cinque anni e nulla è cambiato se non in peggio: i sacchetti rimangono in strada e chi protesta per il diritto alla salute propria e dei propri familiari è ancora una volta un “brigante” da manganellare.

La gente è stanca di essere  privata di tutto anche dell’aria che respira. Non vuole essere sommersa da cumuli di spazzatura ed ammalarsi di cancro. Eppure a ragioni legittime si risponde con i reparti della polizia in stato di assedio e i diritti più elementari come la dignità umana sono ridotti a un cumulo di monnezza da buttare nelle discariche. Ma dove si trovano queste discariche? Vicino a centri abitati e quando non c’è più spazio, qualcuno pensa di utilizzare il parco naturale del Vesuvio, un’oasi di straordinaria bellezza, come  un immondezzaio a cielo aperto. Le discariche per la gente del sud sono diventate delle camere a gas. Le stesse che i tedeschi usavano per mandare a morire milioni d’ebrei. Eppure la UE aveva già ammonito l’Italia per questo problema dilagante e ora giustamente nega i finanziamenti già stanziati, se il governo non risolverà la questione, anzi minaccia gravi sanzioni Siamo diventati i Pulcinella del mondo grazie a come siamo stati e siamo governati. La nostra nazione si sta sbriciolando:erosione delle coste, inquinamento ambientale, abusivismo edilizio e invece di correre ai ripari ascoltando le proteste legittime della gente, si pensa di risolvere le questioni a colpi di manganello.

http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo23/articolo.htm

Achille Lauro superstar




un libro,"Achille Lauro superstar", su un napoletano doc ingiustamente dimenticato, nonostante sia stato per decenni sindaco plebiscitario, grande imprenditore ed il più famoso e ricco armatore al mondo di tutti i tempi.
La rilettura storica di Lauro non è fatta da destra e di ciò è garante la fede politica dell'autore, Achille della Ragione, da sempre militante radicale, il quale, nella prefazione, definisce Berlusconi un clone del Comandante. Ed il Nostro eroe, di rincalzo, in una spiritosa intervista impossibile, definisce il Cavaliere il suo miglior allievo"Egli non ha fatto che copiarmi: televisioni, giornali, una squadra di calcio e tanta, tanta pubblicità".
Achille della Ragione, valente ginecologo, è un personaggio poliedrico, attivo in più campi dalla critica d'arte all'agonismo scacchistico. Egli, da anni impegnato a rivisitare concittadini scomodi, ha cercato di sdoganare il Comandante dalla sua sinistra fama, legata alla stagione del sacco edilizio e di "Mani sulla città", dimostrando, con numerosi ed inediti dati documentari, che la grande cementificazione selvaggia non avvenne negli anni in cui Lauro fu sindaco, bensì durante i trenta mesi della reggenza Correra , il famigerato commissario prefettizio inviato dal potere centrale a punire la città che votava monarchico.
Un altro capitolo di grande interesse è quello dedicato al crac della flotta con i conseguenti processi da poco terminati, che hanno interessato personaggi di primo piano (armatori, imprenditori, politici, faccendieri), che possono oggi agire liberamente grazie al complice silenzio dei mass media e che nel libro vengono coraggiosamente indicati con tanto di nome e cognome.
Il libro, scritto con la severità dello storico, ma ricco di aneddoti che rendono la lettura scorrevole ed avvincente, come ad esempio, il capitolo dedicato alla leggendaria esuberanza sessuale di don Achille, è già in seconda edizione a pochi giorni dall'uscita, grazie ad una coraggiosa politica editoriale: consultabile gratuitamente su internet http://digilander.libero.it/achillelauro/indice.htm 

ISSO, ESSA E O MALAMENTE, L’EPOPEA DELLA SCENEGGIATA



La sceneggiata è una forma di rappresentazione popolare che alterna il canto con la recitazione su toni drammatici, che si sviluppa a Napoli tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento sulle ceneri del cafè chantant

Lo spettacolo si basava su una canzone di grande successo, da cui la sceneggiata derivava il titolo ed attorno al tema musicale veniva costruito un testo teatrale in prosa.
La nascita del genere è legata ad un motivo fiscale, perché furono istituite delle tasse sulle canzonette, mentre il prelievo sugli spettacoli teatrali era più basso, ciò indusse alcuni autori a scrivere commedie sul testo di canzoni famose.

Uno dei primi spettacoli fu Pupatella nel 1918, basata sulle parole di Libero Bovio e legata ai temi tradizionali del tradimento e della malavita.
Si affermarono alcune compagnie specializzate, come la Cafiero Fumo, che mise in scena nel 1920 Surriento gentile di Enzo Lucio Murolo, al quale si deve l’escamotage di aggirare la tassa sugli spettacoli di varietà con la creazione di spettacoli misti con recitazione drammatica e canzonette. Nella celebre compagnia lavorarono anche D’Alessio, Maggio, Taranto, Sportelli e Trottolino, mentre alcuni teatri divennero dei veri tempi del genere, come il Trianon ed il San Ferdinando.
Oltre ai protagonisti vi era sempre uno stuolo di caratteristi, a volte molto bravi, che concorrevano al trionfo del bene sul male ad opera della giustizia divina o per il decisivo intervento dell’eroe vendicatore.

La sceneggiata ebbe grande successo all’estero tra gli emigranti e leggendaria si staglia tra gli interpreti attivi a New York nella comunità di Little Italy la figura di Gilda Mignonette, la regina degli emigranti e il testo ‘O Zappatore, con accenti fortemente sociali ed ambientata in parte proprio negli Stati Uniti o Guapparia, un vero e proprio decalogo ad uso di uomini d’onore.
All’inizio si sfruttavano canzoni famose, spesso di Libero Bovio, e su questa si creava la trama della sceneggiata, in seguito si lavorò all’inverso: scrivendo di sana pianta il soggetto per trarne eventualmente vantaggi con la vendita dei dischi.
Il pubblico si entusiasmava ascoltando i dialoghi stereotipati dei protagonisti e saliva sul palcoscenico in massa per fermare le gesta del cattivo, prima che a fare giustizia ci pensasse isso, l’eroe, il guappo buono. Talune volte invece obbligava gli attori ad un bis della scena finale, quella nella quale il cattivo veniva ucciso, per cui il ”fetentone” era costretto a rialzarsi e, dopo improperi e colluttazioni, a farsi sparare di nuovo.

Il genere lentamente perse il suo contatto con l’anima del pubblico e venne poco rappresentato, fino agli anni Settanta, quando vi fu una certa ripresa grazie a Mario e Sal Da Vinci a Pino Mauro, Nino D’Angelo, ma soprattutto a Mario Merola, dominatore assoluto del Teatro 2000 e protagonista anche di numerose trasposizioni cinematografiche.
Mario Merola l’eroe della sceneggiata

I canoni sui quali si articolavano le trame ruotavano intorno a temi fissi: l’amore, il tradimento, l’onore, sintetizzato in alcune figure fondamentali: isso, l’eroe positivo, essa, la donna agognata e ‘o malamente, il cattivo ed altre parti minori come ‘a mamma, ‘o nennillo e ‘o comico.
La donna è vista costantemente in un’ottica maschilista, pronta sempre a tradire ed in grado di riscattarsi solo come mamma.

Gli stessi archetipi si trasferiscono sullo schermo negli anni Settanta ed il successo di pubblico si rinnova, anzi la moltiplicazione degli spettatori insita nel nuovo mezzo di diffusione permette l’acquisizione di un numero di fan ancora più alto.
Le pellicole utilizzano gli stessi ingredienti della sceneggiata classica: l’ingiustizia subita, l’onore ferito, l’amore contrastato, il tradimento della donna, i pianti, i duelli, il sangue che sgorga a fiotti ed alla fine il buono che prevale sul cattivo, un topos universale che pervade la letteratura anche colta dalla notte dei tempi, fino alle moderne rivisitazioni del mito tipo Batman, 007 e simili.
Il ritmo drammatico della sceneggiata, sia essa teatrale o cinematografica, si attaglia perfettamente alla cultura napoletana dominante, che ieri come oggi, è stata quella della plebe con i suoi arcaici riti di sangue ed il modo sbrigativo, ma a volte efficace, di amministrare la giustizia.

Sarà Mario Merola ad incarnare, nonostante la mole poderosa ed il volto di innocuo bamboccione, il mito dell’eroe vendicatore, del camorrista giustiziere, del guappo buono, travasando dai legni dei teatri di periferia alla gloria della celluloide, che ancora si riverbera, dopo oltre trenta anni, sulle emittenti private campane, che imperterrite, quotidianamente, ripropongono le gemme… della sua produzione da I contrabbandieri di Santa Lucia a Napoli serenata calibro 9, dall’esplicativo sottotitolo: I mandolini suonano, le pistole cantano.

Sono film che costituiscono un sottogenere, a metà strada tra il poliziesco americano e la classica storia di camorra, un filone che contagerà anche altre città, a partire da Milano, ma le pellicole napoletane rimarranno le più intriganti.

Un altro protagonista di queste cine sceneggiate sarà Pino Mauro con il suo mitico I figli non si toccano impregnato di retorica e di antiche consuetudini dell’onorata società; egli veste i panni di un vendicatore ancora più spietato ed avrà anche lui il suo pubblico affezionato, pur senza raggiungere il successo di Merola, in versione contrabbandiere o meglio ancora a bordo di una scalcinata 127, in grado di seminare le Alfa Romeo dei carabinieri o di caracollare audacemente su un treno merci, facendo perdere le proprie tracce.

Indimenticabili le sue rivisitazioni del celebre Zappatore, un’icona idolatrata a lungo anche dagli intellettuali di sinistra, gli stessi che in passato avevano massacrato i film di Totò. Le scene più commoventi dei suoi film venivano accolte dal pubblico in delirio con applausi scroscianti.
Negli ultimi anni l’attore era spesso malato e costretto a ricoveri i ospedale, che veniva letteralmente invaso dai suoi sostenitori, appartenenti a quel sottoproletariato degno erede della plebaglia seicentesca del vice regno spagnolo.

Nel 2006 ai suoi funerali vi era mezza città, la Napoli dei vicoli e delle periferie degradate, a mostrare l’egemonia della sua sottocultura e ad urlare a tutto il mondo orgogliosa: questa è Napoli e Napoli siamo noi.

domenica 20 novembre 2011

MEDITAZIONI SUL LAVORO

Ripensare al ruolo del lavoro, liberi dalle categorie ottocentesche

In questo articolo propongo ai lettori alcune meditazioni sul tema del lavoro prese dal relativo capitolo del mio libro “Stato, lavoro, denaro, benessere, felicità” in uscita con Mondadori. Si tratta di spezzoni di articoli, relazioni, lettere al direttore e frammenti di conversazioni con esperti del settore come Bertinotti, Terni o Conway.
fig. 01 - Pelizza da Volpedo - Il quarto Stato
Molti hanno del lavoro ancora una visione fuorviata dalle categorie ottocentesche (fig.01 “Pelizza da Volpedo - Il quarto Stato”), invece è necessario riformularne le coordinate, perché sul lavoro si gioca il futuro del mondo, il quale una volta si divideva semplicemente in ricchi e poveri (fig. 02), mentre oggi, ed in futuro il divario sarà sempre più accentuato, tra chi ha un lavoro e chi non lo ha.
fig. 02 - Cammarano - Ozio e lavoro

Negli ultimi decenni abbiamo osservato in tutti i Paesi occidentali come, sul totale della ricchezza prodotta ogni anno, la quota che va a remunerare il lavoro è scesa in percentuale di molti punti, conquistati da quella che va a remunerare il capitale.
Naturalmente queste variazioni sono l’esito di macchinari sempre più costosi, che svolgono una parte dei compiti prima affidati all’uomo; un contadino o un pescatore, l’uno con la zappa l’altro con l’amo e la canna, producevano solo per il loro lavoro, mentre un moderno impianto con tecnologie avanzate (fig. 03) produce in proporzione al capitale investito. La conferma si è avuta quando sulla questione Fiat, discutendo del costo del lavoro, qualche impertinente ha fatto notare che quest’ultimo incide solo per il 7% nel determinare il prezzo di un’automobile.
fig. 03 - Catena di montaggio

Prima o poi la produzione di beni, ma anche di servizi, non avrà bisogno del lavoro. Sorgerà allora il drammatico problema di dividere equamente la ricchezza, basterà un governo sovranazionale, possibilmente illuminato, a risolvere equamente la questione?
Il lavoro solo di recente ha assunto una posizione centrale nella società, infatti in passato esso era affidato agli schiavi ed ai servi della gleba, mentre alcune religioni lo consideravano un modo per espiare le colpe (lavorerai con gran sudore!). Il cristianesimo lo ha parzialmente cominciato a rivalutare con san Benedetto e la sua regola:ora et labora e solo con Lutero prima e con Calvino poi è divenuto un modo per riscattarsi e procurarsi meriti per l’aldilà. In seguito tra lavoro e potere si è creato un collegamento sempre più stretto con la crescita del ruolo delle classi borghesi ed operaie e lavorare è divenuto, oltre che il mezzo per procacciarsi denaro allo scopo di migliorare il proprio tenore di vita, anche una leva per costruire e consolidare la democrazia.
A metà del secolo scorso il capitalismo sembrava avesse risolto gran parte della questione sociale, perché lo sviluppo dell’economia non si era incamminato nello sfruttamento sistematico del fattore lavoro, una delle minacce paventate dal marxismo, bensì le retribuzioni crescevano parallelamente all’aumento della produttività, senza intaccare i profitti del capitale ed i lavoratori progressivamente miglioravano il loro livello di vita, integrandosi armonicamente nel tessuto sociale.
A questa situazione si era pervenuti non certo automaticamente, ma soltanto in virtù della formazione di un potere sindacale (fig. 04) solido, in grado di sostenere alla pari i rapporti di forza tra capitale e lavoro.
Tutto questo è venuto meno con la liberalizzazione nella circolazione dei capitali e la conseguente globalizzazione dell’economia, che permette alle imprese di trasferire la produzione dove il costo del lavoro è più basso ed il potere sindacale inesistente o debole, circostanza che permette di rendere vani i diritti dei lavoratori faticosamente conquistati dopo decenni di lotta.
fig. 04 - Manifestazione sindacale

Un altro fattore non trascurabile che ha influito nel modificare il mercato del lavoro è stato la scomparsa di quella invisibile, ma consistente barriera, tra capitalismo avanzato occidentale ed economie sottosviluppate del terzo mondo, circostanza che ha messo in concorrenza i lavoratori di diversi Paesi, scatenando una corsa al ribasso nelle remunerazioni.
Il ruolo ed il peso economico di interi gruppi sociali è andato progressivamente declinando, mentre la quota di ricchezza che remunera il lavoro è andata progressivamente diminuendo a favore di quella che remunera il capitale. Nello stesso tempo vi è sempre meno bisogno del fattore lavoro per produrre la stessa, se non maggiore, quantità di beni e servizi.
Nella nostra società la dignità del lavoro ha goduto sempre della massima considerazione e la perdita del suo valore economico ha mortificato anche il suo valore morale e sociale, mettendo in crisi le stesse fondamenta su cui si basano le nazioni occidentali. Il lavoro non è visto soltanto come mero mezzo per procacciarsi del denaro, con il quale acquistare dei beni, ma anche come segno di distinzione e di collocazione nel tessuto sociale.
Esiste un rapporto diretto tra libertà del lavoro e democrazia è lì che si aperta tempo fa la prima crepa nell’assolutismo del potere e probabilmente è proprio lì che potrebbe richiudersi.
L’unica via per sottrarsi a questa concorrenza spietata che in breve lasso di tempo vedrà trasferirsi nei paesi terzi gran parte delle produzioni è un forzato ritorno al protezionismo. L’alternativa è accettare un vertiginoso aumento della disoccupazione ed una estrema precarietà nella durata dei contratti ed una sempre più bassa remunerazione del lavoro.
Vi è anche un’altra possibilità, difficile da percorrere e che può in ogni caso riguardare una piccola quota di lavoratori: specializzarsi in attività ad elevato contenuto di tecnologia e competenza oppure indirizzare le risorse verso settori ad alto benessere sociale. Per essere più espliciti favorire attraverso opportune tassazioni la costruzione di autobus e treni invece che automobili o scooter, o meglio ancora meno telefonini e più investimenti nell’istruzione. Sarebbe necessario che la politica riprendesse il controllo dell’economia, un’ipotesi in controtendenza con l’andazzo attuale che vede la finanza dominare il mondo rendendo vane e risibili le decisioni dei governi. Una riorganizzazione delle scelte consumistiche e degli obiettivi di una società incrinerebbe anche il dominio della concorrenza tra i produttori ed il martellamento della pubblicità, che ci spinge ad acquistare beni e servizi dei quali non abbiamo alcun bisogno.
Sindacalisti e politici affermano continuamente che il lavoro è un diritto. L’affermazione è una vecchia litania populista, demagogica e gravemente fuorviante che non ha alcun fondamento. Il lavoro, quello che consente di creare ricchezza lo creano le imprese le quali ovviamente non hanno alcun dovere. La nostra Costituzione nell’affermare che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro indica un obiettivo che tutte le istituzioni e le parti sociali, ognuna nel proprio ambito di competenze devono porsi. Di conseguenza se il lavoro fosse un diritto ogni disoccupato avrebbe pieno titolo di perseguire, in tutte le sedi possibili, non esclusa quella giudiziaria, chi questo diritto gli nega, già ma chi?

Il lavoro precario: maledizione o necessità?

Il lavoro precario è una maledizione (fig. 05) per i giovani, i quali non hanno più punti fermi che permettano di fare progetti per il futuro: formarsi una famiglia, fare dei figli, comprarsi una casa con un mutuo, godere un domani della pensione.
fig. 05 - Il lavoro come maledizione

In passato anche il Papa ha fatto sentire la sua autorevole voce sul problema, ma purtroppo, più che lamentarsi del fenomeno, non è riuscito ad avanzare alcuna proposta risolutiva. Molti credono che il lavoro precario sia una triste prerogativa dell’Italia, viceversa esso è una regola in tutti i paesi europei, per non parlare degli Stati Uniti, dove la estrema mobilità del lavoro è considerata la ricetta dello sviluppo economico.
La scuola fino a quando il problema non avrà trovato una soluzione dovrà impegnarsi a fornire ai giovani una preparazione multidisciplinare, in previsione che, nel corso della vita, siano costretti più di una volta a cambiare completamente tipo di attività. Lo Stato ed i sindacati devono impegnarsi ad elaborare e rispettare una legislazione che preveda la possibilità reale di licenziamento per giusta causa, allo scopo di sfatare il pregiudizio (in gran parte vero) che un datore di lavoro che assuma un dipendente lo debba assumere a vita. Bisogna convincersi che una strenua difesa del lavoro comporta una palpabile penalizzazione per chi lo cerca.
Gli economisti debbono spiegarci se la precarietà è una condizione favorevole dello sviluppo economico e prospettarci modelli alternativi, nei quali un maggiore rispetto dei diritti del lavoratore sia compatibile con un incremento della produzione.
I politici debbono recepire la gravità del problema e, coraggiosamente, proporre soluzioni anche contro i poteri forti, spesso sopranazionali e sempre onnipotenti. Il loro compito è il più gravoso e necessita di un grosso appoggio per evitare il senso di solitudine delle scelte decisive, in mancanza delle quali non esisterà un futuro, non solo per i giovani ma per la nostra civiltà.

Lavorare è necessario?

Il progresso scientifico e l’automazione (fig. 06) negli ultimi anni hanno fatto sì che, con una quota minore di lavoro, si riesca a produrre una maggiore quantità di beni e servizi, una cosa certamente positiva che nel tempo potrà liberare l’uomo dalla maledizione biblica di essere costretto con gran sudore a procacciarsi il necessario per vivere. Paradigmatico è l’esempio di quanto produce un contadino americano ed uno africano: il primo grazie ai fertilizzanti, alla cospicua irrigazione ed all’uso di macchinari riesce a produrre quanto cento dei suoi colleghi africani, per cui, ipotizzando che in futuro anche loro potranno usufruire degli stessi accorgimenti, fra non molto il lavoro di uno solo potrà bastare a produrre il cibo per gli altri 99, i quali potranno anche non lavorare, se però colui che produce sia disposto a dividere con gli altri il frutto del suo lavoro. E qui nascono le difficoltà forse insormontabili per l’egoismo dell’uomo, probabilmente bisognerà creare una rotazione nel lavoro: un giorno ogni cento. Una prospettiva allettante che invita però alla meditazione sulla sua fattibilità, dopo che per anni abbiamo ascoltato l’utopico slogan “lavorare meno lavorare tutti”. In numerosi altri campi la riduzione del lavoro è stata massiccia, mentre il prodotto ha continuato ad aumentare senza sosta, riuscendo a soddisfare gli scriteriati bisogni crescenti di una civiltà dominata dall’imperativo categorico di consumare, consumare ed ancora consumare.
fig. 06 - Robot al lavoro

Non è ipotesi fantascientifica immaginare un mondo nel quale il lavoro non sarà necessario (fig. 07) ed i beni ed i servizi necessari saranno realizzati dalle macchine e dai robot. Il problema drammatico sarà costituito dalla distribuzione dei prodotti, venuto meno anche l’uso del denaro o quanto meno del modo per procacciarselo al quale siamo abituati. Ed a complicare ulteriormente il quadro vi è il moloch della globalizzazione, che annulla le decisioni e le volontà non solo dei cittadini, ma degli stessi Stati, impotenti davanti al potere cieco delle multinazionali.
Potremo in futuro, quanto prima, liberarci dal fardello del lavoro, ma dovremo affrontare e risolvere una serie di non facili problemi: distribuire equamente la ricchezza e creare una reale uguaglianza tra nazioni e cittadini. Un compito arduo ed affascinante che dovrà essere l’obiettivo delle nuove generazioni.
fig. 07 - Lavoratori sul lastrico.

sabato 19 novembre 2011

villaggio globale



Oggi viviamo in un villaggio globale. Le informazioni circolano in tempo reale dovunque, anche nel terzo mondo. I nostri penitenziari però appartengono purtroppo al quarto mondo.

Tra i provvedimenti a costo zero, che migliorerebbero sensibilmente la vita dei detenuti, vi potrebbe essere la possibilità di ricevere ed inviare mail a parenti ed amici.

I telegrammi costano tanto (ben pochi possono permetterseli) ed arrivano dopo giorni. I colloqui sono per molti impossibili. Pensiamo agli stranieri, che costituiscono oramai il 40% della popolazione carceraria e sono in continuo aumento, i quali non vedono per anni un familiare, mentre con Skype potrebbero vedere i loro volti. Naturalmente la posta elettronica in arrivo ed in partenza (a differenza di quella tradizionale) potrebbe avere il filtro di uno scrivano.

Quante volte vi è la necessità improcrastinabile di contattare un legale o si vive nell’angoscia per un familiare gravemente ammalato?
Senza sognare amnistie o indulti ogni detenuto potrebbe rimanere in contatto con i propri cari, l’unico rimedio veramente efficace che conosco per sopportare la solitudine e la sofferenza.

giovedì 17 novembre 2011

Gentile signora Balivo,


sono un suo conterraneo, potrei essere suo nonno e leggo con interesse la sua rubrica, molto seguita dai giovani, che però le sottopongono quasi sempre problemi legati alla fase dell’innamoramento, transitoria e non dell’amore, quel sentimento misterioso e sublime, il più bel dono che ci ha fatto il Creatore, il quale può sfidare la caducità della materia e durare in eterno.

Vorrei rendere nota ai suoi lettori la mia esperienza.
Ho avuto la fortuna di incontrare una donna unica Elvira e da 40 anni condividiamo la buona e la cattiva sorte, osservando scrupolosamente la promessa che ci scambiammo sull’altare.
In passato ci sono state tante gioie: agiatezza economica, figli, nipoti, la salute, ma poi su di noi ha imperversato un destino avverso fatto di malattie e di traversie giudiziarie. Ma il nostro amore non ha conosciuto crisi: ieri presentazioni di libri a Montecitorio, la partecipazione attiva nel bel mondo della società e della cultura, oggi una ben diversa realtà.
Ma Elvira non mi ha mai lasciato, né in sala di rianimazione, né oggi, che, ingiustamente condannato, sono costretto come un leone in gabbia, a trascorrere il resto dei miei giorni nel buio di una cella.
Grazie all’amore e grazie ad Elvira.
Achille

mercoledì 16 novembre 2011

Gli scacchi tra fumetti e letteratura


Il gioco degli scacchi ha sempre ispirato, sin dai tempi più antichi gli artisti, a partire da oltre 1000 anni prima della nascita di Cristo, come testimoniano la camera mortuaria di Nefertari o gli scacchi eburnei conservati nel museo diocesano di Salerno.

In epoca più recente la letteratura e soprattutto il fumetto si sono ripetutamente interessati all’argomento, a partire dalle strisce più celebri come Topolino o Diabolik, Dylandog o Batman.

Ho avuto la fortuna di poter conoscere un appassionato collezionista: Rocco Rex, il quale, nell’arco degli anni, ha raccolto centinaia di pezzi, alcuni molto rari e li ha messi a disposizione della biblioteca (02) del circolo di cui è presidente, riscuotendo grande interesse tra i soci.

La rivista più antica, di oltre 60 anni, è un fotoromanzo del 1951, nel quale un’affascinante Elisabetta Drago interpreta un’eroina di altri tempi, tra intrighi e passioni culminati in una implacabile sfida da scacco matto, per un totale di trenta puntate (03 – 04).

Sfogliando le pagine consunte di questo antico giornale, principalmente per chi, pur senza avere capelli bianchi, ha tanti anni sul groppone, come il sottoscritto, si rimane colpiti dal candore di questa forma narrativa, che ha entusiasmato per decenni generazioni di adolescenti con storie pulite, costantemente a lieto fine, in grado di far volare a briglia sciolta la fantasia, per le sterminate praterie del sogno e dell’immaginazione.

Mi ha colpito molto la reclame di un concorso di bellezza dell’epoca (05), il culmine dell’ambizione per le ragazze, ma anche per i giovanotti vanesi dell’epoca, che invitava a partecipare spedendo una o più foto, nelle quali era vietato rigorosamente il bikini, sconosciuto allora in Italia e che timidamente faceva la sua comparsa nelle peccaminose spiagge di Saint Tropez.

In particolare la Disney è ritornata più volte sull’argomento dedicando la copertina al gioco (06), allegando un corso di scacchi molto utile per esordienti ed in seguito un numero speciale (07), dedicato al grande Karpov con un nuovo corso per i più piccini.

Tra gli altri divi del fumetto segnaliamo un rarissimo Batman (08) del 1944 alle prese col matto, un Diabolik (09) impegnato sulla scacchiera e un Dylandog (010) che gioca a tutto campo sulle 64 caselle, oltre a due pregiate riviste d’oltre oceano, una del 1958 (011) e l’altra (012) del 1973.

Anche la disinibita Valentina, la flessuosa creatura di Crepax dalle curve irresistibili e dagli anfratti misteriosi, si è entusiasmata del nobile gioco ed in più di un episodio le sue grazie erano in palio tra due sfidanti all’ultima mossa (013 – 014).


Passando alla letteratura cominciamo da alcuni gialli (015 – 016) della mitica casa editrice Urania, che non tutti ricorderanno, con storie avvincenti fino all’ultima pagina, interpretate da personaggi storici famosi, da Napoleone a Fidel Castro, in lotta spasmodica contro marziani ed astronauti sull’infinito territorio di una scacchiera, continuiamo con una copertina angosciante (017) con pezzi e pedine dalle fauci poco raccomandabili, con un testo della Prisma (018), che ci rammenta che il gioco è stato il trastullo prediletto di nobili e borghesi per oltre 30 secoli ed infine il romanzo di un valente giocatore ancora in attività: la variante di Luneburg (019) di Paolo Maurensig.

E vorrei concludere questa breve carrellata proponendo alcuni pezzi della mia personale collezione, da una copia anastatica (020) di un prezioso manoscritto per Luigi di Savoia del 1500, il cui originale è gelosamente conservato nella biblioteca di Parigi, ad alcuni manifesti di propaganda stampati rispettivamente per il concorso ippico romano del 1952 (021), per le Balcaniadi del 1946 (022) e per le Olimpiadi di scacchi di Dubrovnik del 1950 (023).

Colgo l’occasione infine per invitare i lettori a visionare sul web la mia opera sugli Scacchi nell’arte, una carrellata di tremila anni con sessanta immagini sul re dei giochi o il gioco dei Re.


http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo47/articolo.htm

lunedì 14 novembre 2011

Una battaglia di civiltà



Attorno al "Pianeta carcere " da sempre vige un silenzio assordante dei mass media e delle istituzioni. Inoltre, ed è l'aspetto più triste della vicenda, da parte dell'opinione pubblica vi è non solo disinteresse, ma la volontà pervicace di non interessarsi, di non sporcarsi le mani ed il cervello al contatto di problematiche che riguardano chi ha sbagliato ed ha contratto un debito verso la società. In tal modo si commette il grave errore di dimenticare una drammatica verità, costituita dal fatto che i 2/3 dei detenuti sono in attesa di giudizio - per cui, secondo la nostra Costituzione, innocenti - e, di questi, oltre il 60% sarà assolto alla fine del giudizio, naturalmente dopo essere stati annientati e con loro, i loro familiari.
Ho toccato con mano questa invincibile riluttanza, ricevendo da parte di numerosi amici e conoscenti un rifiuto perentorio all'invito a partecipare, anche se solo come ascoltatori, a questo convegno.
La vita dei carcerati è una realtà scottante, ma alla pari dell'eutanasia, dell'omosessualità, della follia, della droga, dell'aborto non interessa, in maniera trasversale, l'intera classe politica, perché non solo non procura voti, bensì fa perdere consensi non appena si accenna all'argomento.
Il livello di civiltà e di democrazia di un Paese si valuta a seconda del modo in cui vengono trattati i più deboli e non esiste categoria più abbandonata e negletta della popolazione carceraria, privata non solo del bene più prezioso per un individuo: la libertà, ma costretta, per il disumano sovraffollamento delle nostre infernali "caienne", a subire una infinità di pene accessorie più varie, dalle violenze sessuali alla sporcizia obbligatoria, stipati come bestie in gabbia, fino a limiti allucinanti di 16 persone in una cella di 4 metri per 4, più una squallida ed angusta latrina per i bisogni corporali, per lavarsi e per lavare le stoviglie dopo i pasti.
Napoli, come sempre, quando si tratta di record negativi è in testa alla classifica con il sovraffollamento da quarto mondo dei suoi penitenziari, al cui confronto i gironi infernali danteschi impallidiscono miseramente.
Il carcere di Poggioreale, come riferito ufficialmente all'inaugurazione dell'anno giudiziario 2002 , può contenere al massimo 1276 detenuti, ma ne ha avuti in media 2199. Nel 2003, pur rimanendo invariata la capienza, abbiamo appreso che si è raggiunto il record di 2386 detenuti. Eureka!!
In queste disperate condizioni,prive di qualsiasi dignità, naturalmente qualsiasi tentativo di recupero è mera utopia:diritto allo studio, al lavoro, ad un minimo spazio vitale rappresentano chimere irraggiungibili.
E così ogni giorno si calpesta e si ignora sfacciatamente il terzo comma dell'articolo 27 della nostra Costituzione, il quale recita solennemente:
"... le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Inoltre, alle disperate condizioni di vita nei penitenziari si associano ulteriori disfunzioni, quali la esasperante lentezza con cui i giudici di sorveglianza esaminano le posizioni dei detenuti, che avrebbero diritto ad uscire dal carcere ed usufruire del regime di semilibertà.
Anche tutti gli altri istituti di pena campani soffrono di condizioni di sovraffollamento più o meno gravi e di condizioni di vivibilità ai limiti dell'incubo.
Un discorso a parte merita il famigerato "41bis", un regime di ulteriore grave restrizione delle libertà personali in aggiunta a tutte le limitazioni della carcerazione. Una normativa ignota negli altri Stati europei, che, applicata con severità, può sconfinare in un trattamento che nel diritto internazionale ha un nome ben preciso : tortura, anche se solo psicologica.
Alla fine di questo angoscioso tunnel non si riesce ad intravedere che una luce fioca, la cui esiguità sembrerebbe togliere ogni speranza ai detenuti ed ogni desiderio di proseguire la lotta ai pochi uomini di buona volontà, che da tempo combattono, ad armi impari, contro inique ingiustizie.
Una sola proposta che possa suonare da minaccia: cosa aspettiamo a portare lo Stato italiano davanti alle Corti di giustizia internazionali!?

Il tramonto del denaro


l’automazione, i computer, i robot quanto prima libereranno l’umanità dal fardello del lavoro ed anche il denaro, ad esso collegato, andrà in soffitta dopo millenni di baratti e secoli di moneta.

Sarà la più rivoluzionaria delle rivoluzioni alla quale non siamo assolutamente preparati, affezionati come siamo a quei simpatici pezzi di carta, sporchi e stropicciati che sono i soldi.
Li desideriamo ardentemente, li conserviamo come reliquie nel portafoglio, per averli facciamo qualsiasi cosa, anche lavorare come matti per tutta la vita, per averne di più siamo disposti a tradire un amico, a scavalcare un debole, ad ingannare un avversario.

Crediamo ciecamente che con il loro possesso si possa comperare tutto ciò che si desidera: oltre a vestiti, auto, cibo ed oggetti lussuosi anche il favore degli altri, l’onestà delle donne, la giustizia degli uomini, la coscienza del prossimo.

Se non ne abbiamo la gente ci guarda con insofferenza e con disprezzo, mentre se mostriamo di averne tanto tutti si dimostrano amici.
Dimentichiamo che il denaro non ci permette di acquistare né la salute, né l’amore, né la vera amicizia e neppure la serenità. Con il loro possesso ci procuriamo soltanto l’invidia della gente, l’unica cosa di cui faremmo volentieri a meno.

ELOGIO DEL POMODORO: L’ULTIMO LIBRO DI PIETRO CITATI


Quando l’anno scorso Pietro Citati licenziò alle stampe il suo monumentale saggio su Leopardi ebbi modo di chiedergli a cosa stesse lavorando.

“Ad 80 anni non vi possono essere grandi progetti” fu la sua laconica risposta. Invece a pochi mesi di distanza ecco un suo nuovo libro dal nome originale: “Elogio del pomodoro”, una raccolta di meditazioni sul declino dell’Europa e sul disastro dell’Italia, sulla morte di Dio e sulla crisi del Cristianesimo fino al devastante fenomeno della globalizzazione.

Tanti piccoli capitoletti densi di significato morale, resi con una prosa fluida e con una cura del dettato sconosciuta a gran parte dei nostri pseudoscrittori e che fa di Citati un punto imprenscindibile per le nuove generazioni.Non sono tutti scritti inediti, alcuni sono già stati pubblicati sulle pagine culturali dei principali quotidiani o sono ripresi da quel magistrale capolavoro che é “l’armonia perduta”, un libro che ho letto almeno 3-4 volte e che consiglio a tutti di leggere.

Ma le inedite riflessioni sui temi più svariati sono molteplici e vanno prima lette e poi a lungo meditate. Il capitolo che  l’autore ha scelto come titolo del libro sembra banale, ma la descrizione di quel sublime ortaggio, ormai standardizzato nella forma e privo di sapore, rappresenta per Citati il rimpianto per la lontana giovinezza, quando condito con olio e sale, esso costituiva il Principe della tavola, sia del ricco che del povero, in tutta l’area mediterannea.

Erano pomodori veraci, con profonde screziature ed audaci spaccature, che sembravano partorire dal pennello di un pittore napoletano del secolo d’oro.

Citati dedica una particolare attenzione al declino dell’Europa ed alla disperata ricerca di spiritualità del mondo contemporaneo. La malattia dei nostri giorni é la depressione,  uno stato dell’anima che in passato si chiamava Melanconia, costituendo per 24 secoli il più grandioso mito che abbia elaborato la civiltà occidentale. Il medico moderno la descrive con le stesse parole adoperate in passato dai poeti e dagli artisti.

Sul consumismo, Citati é particolarmente severo e recita una filippica memorabile, auspicando un ritorno alla virtù della civiltà contadina: la parsimonia, spinta fino all’avarizia.  E sperando che ciminiere ed automobili finiscano di inquinare l’aria che respiriamo, ma sopratutto che dovranno respirare i nostri discendenti, non gli interessa se conosceremo la decadenza, se saremo più poveri e consumeremo di meno. La nostra civiltà continuerà ad esistere fino a quando coltiveremo la cultura e sapremo accogliere, come facciamo da 24 secoli con ogni forza della fantasia tutte le tradizioni, tutti i miti, tutte le religioni e tutti gli esseri umani in fuga dalla povertà e dalla fame. La disperata ricerca di spiritualità del mondo contemporaneo é scandagliata con lucida razionalità ed a chi si lamenta per la morte di Dio Citati replica perentoriamente che mai, nella storia del Cristianesimo é stato attivo un nucleo così puro ed entusiasta come ai nostri giorni. Toccante il capitolo dedicato ai mendicanti: gli ultimi tra gli ultimi, una categoria sempre esistita e che la crescente crisi economica fa  crescere a dismisura e confessa di praticarla assiduamente senza preoccuparsi dello sguardo sprezzante della signora snob in visone, nonostante il termometro segni 25 gradi.


Potremmo continuare a lungo, ma non vogliamo togliere al lettore il piacere della scoperta.
Un libro istruttivo da tenere a lungo sul comodino. Buona lettura

domenica 13 novembre 2011

Ragionevoli proposte per svuotare i penitenziari


Si parla tanto di amnistia ed indulto, alimentando inutili speranze tra i 70000 detenuti, stipati come bestie nelle carceri, dimenticando il delicato momento politico con un governo che vive alla giornata, per cui è pura utopia sperare che si possa raggiungere in Parlamento la maggioranza qualificata necessaria a varare un provvedimento di clemenza.

Si potrebbero invece svuotare rapidamente i penitenziari attraverso una legge ordinaria, che preveda il rispetto di leggi già esistenti, inapplicate per il congestionamento degli uffici dei giudici di sorveglianza, costretti, nonostante il loro lodevole impegno, ad esaminare con attese estenuanti migliaia di istanze.

Le ragionevoli proposte che mi sentirei di avanzare al legislatore sono:

1) Il diritto automatico ai domiciliari per chi deve scontare meno di un anno.

2) L’avviamento obbligatorio ai servizi sociali per tutti coloro che devono scontare gli ultimi tre anni di reclusione.

3) L’utilizzo della carcerazione preventiva solo in casi eccezionali, facendo tesoro del braccialetto elettronico in uso in tutti i paesi civili e non dimenticando che secondo la Costituzione si tratta di innocenti.

4) La possibilità di scontare la pena ai domiciliari per tutti i malati passibili di peggioramento in regime di reclusione e per chi ha compiuto 65 anni.

5) Trasferire in strutture attrezzate i tossicodipendenti per un più efficace programma di recupero, favorendo un futuro inserimento nella società.

Vade retro ciccia


L'obesità, con il corteo di patologie accessorie, dal diabete all'arteriosclerosi, dall'ipertensione all'infarto, ha assunto da tempo in Occidente la forma di una vera e propria pandemia. Il problema, prima ancora che medico, ha assunto oramai una valenza etica e politica, tenendo conto che miliardi di uomini devono fare i conti con la fame e la carestia. All'origine della pinguedine vi sono antiche credenze religiose e momenti storici, come il Rinascimento, quando le donne opulente erano le piu' ambite, come ci tramandano tanti artisti da Giorgione a Tiziano.

Anche l'uomo primitivo era attirato dalla donna formosa, perchè é impresso nel nostro DNA e nel nostro inconscio la convinzione che parto ed allattamento saranno avvantagiati. Nello stesso tempo, nel Cristianesimo celebri eremiti praticavano il digiuno per avvicinarsi a Dio ed i mussulmani osservano da sempre il Ramadan. Anche letteratura e teatro, oltre alla pittura, hanno coniato prototipi debordanti: dal pancione di Falstaff ai grassoni di Dickens, oltre alla bonaria stazza di Babbo Natale o al ventre prominente di Buddha.

Oggi l'obeso comincia a rendersi conto anche moralmente di essere in colpa con se stesso e con la società. Mentre i governi si sono accorti degli enormi costi sanitari rappresentati da tanto lardo in giro. Bisognerà cominciare a vietare la pubblicità di alimenti ipercalorici ed a prescrivere dalle scolastiche diete rigorosamente bilanciate nelle calorie.

La medicina é in ritardo, perchè la cause dell'obesità continuano a sfuggirci, di recente una ricerca australiana ha evidenziato due ormoni: Leptina e Grelina, responsabili dei chili di troppo. Speriamo che venga ideato un antidoto, ma in attesa di farmaci miracolosi, bisogna fare perno sulla volontà ed il sacrificio.
Per chi saprà praticare queste virtu' i risultati saranno esaltanti e duraturi.

L’Amore, il motore che muove il mondo


Bruno Vespa dopo il successo dei suoi libri ambientati nel mondo della politica, fa un’incursione sul tema dell’amore, il sentimento misterioso che muove il mondo.

Anche Attali, il celebre economista francese, l’anno scorso aveva scritto del Matrimonio e dell’Amore. Sono argomenti di scottante attualità, né più, né meno della globalizzazione e della crisi economica.

Nel suo volume il celebre giornalista traccia un singolare dell’animo degli Italiani dai quindici ai novant’anni.Dalle precocissime esperienze sessuali delle ragazze, che gettano la verginità al primo arrivato, al ruolo di dominatrice svolto dalle donne, agli amori delle star dello spettacolo e dei politici con un capitolo dedicato al priapeo Berlusconi, senza però trascurare l’amore verso Dio, quello che provano tanti religiosi, che rinunciano ai piaceri della carne per immolarsi completamente al bene del prossimo.

Si rimane sorpresi ascoltando le storie delle giovanissime, come Giuditta, 15 anni, che ha già baciato centinaia di uomini ed ha avuto il primo rapporto completo con uno sconosciuto.Si parla anche del Viagra, ma senza passione né desiderio, il pur potente farmaco è un’arma spuntata.

Mi sia consentito concludere questa breve digressione con una convinzione personale: l’amore esiste, è tra le meraviglie del creato, il più bel dono che Dio ha fatto all’uomo. Esso può sfidare la caducità della materia e durare in eterno.

Dovete credermi, posso giurarvelo.

sabato 12 novembre 2011

DIO NON ABITA PIU’ QUI


Da troppi anni a Napoli sono gli omicidi a scandire ritmicamente il calendario, mentre tutto il territorio sfugge completamente al controllo dello Stato, che da tempo ha abdicato alle sue funzioni, vicariato dalla delinquenza organizzata, che detta legge oramai in ogni faccenda pubblica e privata. Il Comune e la Regione sono entità astratte prive di ogni potere. L’assoluta incertezza del diritto fa sì che gran parte dei malavitosi siano certi di farla franca e di dover rispondere al massimo ai rimorsi della propria coscienza, un tribunale, almeno da Dostoevskij in poi, di tutto rispetto, ma  purtroppo, non ancora parificato agli ordinamenti di una moderna Repubblica. I giovani fuggono in massa verso un destino meno amaro, una diaspora di dimensioni bibliche che preclude ogni speranza di miglioramento futuro; restano soltanto i vecchi borghesi, pensionati e piccoli commercianti che oramai si sono arresi.
Leopardi che pure l’amava la definì “terra di lazzaroni e di pulcinella” e tanti altri insigni personaggi, da Campanella alla Serao, condivisero pareri negativi, senza parlare dei tanti viaggiatori stranieri, in visita a Napoli, quando la capitale era una delle mete obbligate del Gran Tour. Si giunse così al laconico giudizio di “ un paradiso abitato da diavoli”, coniato quando la camorra non era ancora divenuta una delle organizzazioni criminali più feroci della Terra.

Eppure nonostante questa antica maledizione gravi come un macigno, non esiste città dove disorganizzazione e gioia di vivere convivano con maggiore armonia. Ed è questa la colla che tiene ancora uniti tutti coloro che amano svisceratamente il loro luogo natio, la loro patria e soffrano una struggente malinconia quando sono costretti a cercare altrove pane e tranquillità.

E’ probabile che la nostra città rappresenti un laboratorio dove affrontare una serie di tematiche che da noi hanno da tempo raggiunto e superato il livello di guardia, ma che interessano tutti gli Italiani: traffico, disoccupazione, delinquenza organizzata, smaltimento dei rifiuti, abusivismo, ecc.

I Napoletani sono gente antica, che non ha reciso le radici col passato e che ha rifiutato vigorosamente le suadenti sirene della modernità. Rappresentiamo una delle ultime tribù della terra in lotta contro la globalizzazione.

Abbiamo alle spalle una storia gloriosa di cui siamo fieri, passeggiamo sulle strade selciate dove posò il piede Pitagora, ci affacciamo ai dirupi di Capri appoggiandoci allo stesso masso che protesse Tiberio dall’abisso, cantiamo ancora antiche melodie contaminate dalla melopea fenicia ed araba, ma soprattutto sappiamo ancora distinguere tra il clamore clacsonante delle auto sfreccianti per via Caracciolo ed il frangersi del mare sulla scogliera sottostante.

Avere salde tradizioni e ripetere antichi riti con ingenua fedeltà è il segreto e la forza dei Napoletani, gelosi del loro passato ed arbitri del loro futuro, costretti a vivere, purtroppo, in un interminabile e soffocante presente.

Una mostra su Ribera al museo di Capodimonte

Indagati gli anni giovanili del pittore valenzano

01 Negazione di Pietro

Mentre Napoli sprofonda sempre più nel degrado, la locale sovrintendenza non smette di stupirci e pur tra mille difficoltà logistiche e finanziarie riesce ad organizzare splendide mostre come quella su Ribera, che si inaugura il 22 settembre nelle sale del museo di Capodimonte, dove sarà visibile fino all’8 gennaio.

L’esposizione, curata da Nicola Spinosa, si preannuncia come una delle più interessanti della stagione e si pone principalmente lo scopo di investigare gli anni giovanili del grande pittore valenzano. Essa è una versione ampliata di quella già organizzata sullo stesso tema al Prado da Josè Milicua e Javier Portus. Saranno visibili infatti 45 dipinti, 13 in più della rassegna spagnola.

Nel 1616 giunge a Napoli Jusepe Ribera che rappresenterà una delle figure più importanti del Seicento europeo; valenzano di nascita, ma napoletano a tutti gli effetti per scelta culturale, interessi familiari, affinità di sentimenti. A Napoli avrà residenza, affetti, lavoro, protezione e per alcuni anni sarà protagonista assoluto e punto di riferimento indiscusso.

La sua bottega che forgerà alcuni dei maggiori pittori del secolo dal Maestro degli Annunci ai due Fracanzano, dal Falcone a Salvator Rosa, allo stesso Giordano, sarà un punto di riferimento e di scambio culturale anche verso la Spagna, ove giungerà gran parte della sua produzione, mentre dal Murillo allo Zurbaran, fino allo stesso Velazquez, ospite del Ribera per alcuni mesi nel 1630, perverrà a Napoli l’eco della migliore pittura spagnola, il cui influsso possiamo cogliere agevolmente da un’attenta lettura di molte opere del Finoglia, del Falcone, del Vaccaro, del Guarino e di tanti altri ancora.

Le sue opere ebbero una notevole diffusione anche per la sua abilità di incisore, grazie alla quale egli riproduceva e moltiplicava le sue opere più significative.
Poco sappiamo della sua giovinezza, la tradizione gli assegna come maestro il Ribalta, dal 1611 al 1616 è a Roma, dove con i caravaggisti stranieri, legati da un realismo descrittivo dagli effetti caricati, ci sarà uno scambio fecondo di idee e di esperienze.

Di recente, grazie al reperimento di alcuni documenti, il periodo di permanenza  nella città eterna è divenuto più ampio e di conseguenza maggiori le opere da ricercare; è stata proposta dal Papi una diversa ricostruzione della sua produzione romana con lo spostamento nel suo catalogo dei dipinti precedentemente assegnati al Maestro del Giudizio di Salomone, ipotesi che per il momento non ha convinto gran parte degli studiosi, anche se lo stesso Spinosa, massimo studioso dell’artista, la ha parzialmente accolta. Certamente però da respingere la pretesa di attribuire al Ribera la Negazione di Pietro(01) della sacrestia della Certosa di San Martino che è opera di un ignoto caravaggista nordico attivo intorno al 1620.

La mostra certamente permetterà di approfondire maggiormente la questione, che presenta ancora contorni poco definiti.

Al periodo romano intorno al 1614 – 15 è da collocare la serie di dipinti personificanti i cinque sensi, nota inizialmente da copie seicentesche e per il racconto delle fonti (Mancini) ed in seguito identificata in tele certe del Ribera: dal Gusto(02) di  Hartford al Tatto(03) di Los Angeles, dalla Vista(04) di Città del Messico all’Olfatto(05) di una collezione madrilena. A quegli anni appartiene anche, per evidenti affinità stilistiche, lo splendido Democrito(06) presso Pietro Corsini a New York.
02 gusto
03 tatto
04 vista
05 olfatto
06 Democrito
Negli ultimi anni Papi e parte della critica hanno fatto il nome di Ribera nei suoi anni giovanili come autore di tele in precedenza diversamente attribuite. Tra queste segnaliamo: il San Paolo(07) ed il San Bartolomeo(08) della Fondazione Longhi di Firenze, il San Gerolamo(09) delle Gallerie Trafalgar di Londra, il Mendicante(010) della Galleria Borghese di Roma, l’Udito(011) in una collezione privata che andrebbe a chiudere la serie dei Cinque sensi già Cussida e la Negazione di Pietro della Galleria Corsini.
07 San Paolo
08 San Bartolomeo
09 San Gerolamo
10 mendicante
11 l'udito

Giunto nel maggio del 1616 a Napoli egli sposerà la figlia del pittore Giovan Bernardo Azzolino ed entrerà nelle grazie del viceré, il duca di Osuna, che diventerà il suo protettore, come lo saranno in seguito tutti i potenti di Spagna, presso i quali il suo prestigio sarà illimitato. Egli del luminismo diede una sua personale interpretazione: il realismo caravaggesco fu infatti profondamente drammatico e sintetico, quello di Ribera fu analitico, caricaturale fino al grottesco.

Il Ribera si abbandona ad un verismo esasperato al di là di ogni limite convenzionale col suo pennello intriso di una densa materia cromatica, con un vigore di impasto che ricorda l’accesa policromia delle più crude immagini sacre della pittura spagnola coeva, segno indefettibile della sua mai tradita hispanidad, ignara dei risultati della pittura rinascimentale italiana. Ed ecco rappresentato un infinito campionario di umanità disperata e dolente, ripresa dalla realtà dei vicoli bui della Napoli vicereale con un’aspra e compiaciuta ostentazione del dato naturale.

La sua pittura è carica di materia da poter essere paragonata ad un bassorilievo cromatico, in grado di trasformare il potente chiaroscuro caravaggesco in un’esperienza percettiva tattile. I bagliori della sua tavolozza fanno risaltare la ruvida pelle dei suoi martiri ed in egual misura lo splendore cangiante delle vesti, che a partire dagli anni Trenta segnano il recupero della lezione coloristica della pittura veneta.

Con una tavolozza accesa vengono rappresentati con enfasi appassionata e senza alcuna pietà santi ed eremiti penitenti, sadicamente indagati nella smagrita decadenza dei corpi consunti, dalla epidermide incartapecorita e grinzosa, dagli occhi lucidi e brillanti, martirii efferati e spettacolari, giganti contorti in esasperazioni anatomiche, repellenti esempi di curiosità naturali: donne barbute e bambini storpi dal sorriso ebete; tipizzazioni mitologiche spinte fino all’osceno, come la ripugnante figura del Sileno nella dilagante rotondità dell’enorme ventre pendulo; il tutto con un tono superbo e crudele e con accenti di grottesca ironia e di cupa drammaticità.


Lentamente la brutalità delle sue prime composizioni che fece esclamare al Byron che il Ribera”imbeveva il suo pennello con il sangue di tutti i santi” cedette ad una maggiore ricerca di introspezione psicologica dei personaggi e ad un lento allontanamento dal tenebrismo per approdare, sotto l’influsso della grande pittura veneziana e dal contatto con la pittura fiamminga di radice rubensiana e vandychiana, a nuove soluzioni di “chiarezza pittorica e di rinnovata cordialità espressiva che culmineranno nello splendido Matrimonio di Santa Caterina (012)del Metropolitan di New York “sintesi superba di naturalismo, classicismo e pittoricismo in una sublime armonia di luci e colori” (Spinosa).
12 Matrimonio di Santa Caterina

“A dispetto della sua reputazione ottocentesca di crudo alfiere di un realismo sadico, Ribera fu anche - in certi momenti soprattutto – classico, dando ai racconti del mito la sensualità dionisiaca del Sileno ebbro(013), la crudeltà del Supplizio di Marsia(014), la compunta triste elegia della favola di Venere e Adone(015). Ma sempre con una capacità unica di rendere tutto palpabile, presente, in grado di magnetizzare la retina dello spettatore”(Lattuada).
13 Sileno ebbro
14 Supplizio di Marsia
15 Venere e Adone

Dopo il 1640 una grave malattia limitò di molto la sua attività, anche se la collaborazione di una bottega molto valida gli permise di immettere sul mercato ancora molte opere, spesso da lui firmate anche se eseguite solo in parte.

Anche nella piena maturità Ribera non rinuncia a certi effetti ottenibili solo attraverso contrasti di luce ed ombra e con la grande Comunione degli apostoli(016) completata nel 1651 per i monaci della Certosa di San Martino egli ci regala la sua ultima opera, che esprime la summa del suo stile, perché ad una visione naturalista del volto degli apostoli si accoppia una solenne scenografia di puro stampo veronesiano.
16 Comunione degli apostoli


La bottega del valenzano assunse a Napoli un’importanza fondamentale e fu un polo di riferimento culturale per un’intera generazione di pittori, alcuni direttamente suoi allievi, altri come il Giordano, che si formò giovanissimo sui suoi esempi, esercitandosi nell’imitazione a tal punto da sconfinare nel plagio. Il messaggio riberesco si irradiò non solo a Napoli ed in Italia ma in tutta Europa, principalmente in Spagna e fu rappresentato da una pittura che, nata sotto l’influsso del luminismo caravaggesco, seppe cogliere e tradusse in immagini la realtà più intima degli uomini e volle parlare più al cuore che alla mente.