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domenica 25 agosto 2013

INVENTORE A RUOTA LIBERA

Pietrangelo Gregorio

Pietrangelo Gregorio nasce a Calabritto nel 1928.
Dopo aver trascorso infanzia e giovinezza a Piedimonte Matese, si laurea, in Francia, in Ingegneria elettronica ed ottica, dedicandosi animo e corpo alla ricerca che lo porta a realizzare oltre  300 brevetti per conto proprio e per conto di imprese.
Il merito maggiore di Pietrangelo Gregorio è la nascita, a Napoli, della prima televisione privata italiana (nonostante la pretesa di primato avanzata da Tele Biella) il 23 dicembre 1966 quando attivò via cavo il segnale di Telediffusione Italiana - Telenapoli, il cui marchio venne ufficialmente registrato quattro anni dopo, il 17 dicembre 1970, per trasformarsi poi nel 1976 in Napoli Canale 21, grazie al sostegno economico dell’editore Andrea Torino.
L’ingegnere Gregorio è stato un rivoluzionario del tubo catodico in un momento in cui imperava il monopolio della televisione di Stato. 
Con la trasformazione di uno scantinato in studio televisivo, ha creato una televisione di quartiere realizzata da un cittadino per i cittadini, che avevano, tramite questo nuovo mezzo televisivo, la possibilità di interloquire direttamente con le istituzioni alle quali venivano esposti i problemi della cittadinanza, pungolandoli di continuo per la loro risoluzione.
Collegando ad un amplificatore le antenne del palazzo di piazza Cavour dove abitava, Gregorio fece accordi con gli esercizi commerciali della zona, molti dei quali allestirono sale che permettevano di assistere alle trasmissioni serali basate su notizie locali, canzoni, barzellette, cabaret e piccoli messaggi pubblicitari.
Erano periodi epici: non si poteva registrare e tutto avveniva in diretta. 
In contemporanea, debuttavano, sull’emittente, gruppi comici destinati a divenire famosi come i Cabarinieri di Lucia Cassini, Renato Rutigliano ed Aldo De Martino.
Poi venne Filo diretto, trasmissione innovativa nella quale il vero protagonista era il pubblico che telefonava da casa: alle segnalazioni sui disservizi, si intrecciavano richieste di aiuto per trovare lavoro o risolvere altre necessità.
Le istituzioni, prima scettiche, divenirono, in seguito, attente ai contenuti del programma, costrette dal martellamento continuo ad intervenire per esaudire le legittime richieste dei cittadini telespettatori. 
Con Filo diretto l’ingegnere difende chiunque subisca soprusi ed ingiustizie: celebri i suoi interventi in favore di Enzo Tortora e per il sequestro Cirillo. Racconta che, non riuscendo a trovare  un giornalista che dialogasse in diretta con la gente qualunque che, a mezzo telefono, interveniva in trasmissione, prese su di sé l’onere di condurre  il programma che, in 15 anni, ha trasmesso 1000 puntate. Alcuni dei meriti di Filo diretto sono stati l’apertura di cinque farmacie alla 167 di Secondigliano, che ne era sprovvista, ed il costringere l’assessore Anzivino a mandare i netturbini nelle zone in cui  i cittadini lamentavano il deposito incontrollato o il mancato ritiro della spazzatura (da qui il soprannome di ‘o ‘ngignere d’a munnezza).
Gregorio è anche autore della prima trasmissione a colori, avvenuta il 24 maggio 1971, ed è stato anche l’anima di altre emittenti napoletane: Telestudio 50, Teleoggi, Telecasoria, Rete Sud, Napoli TV, Antenna Vesuvio. Ha anche offerto alla città di Napoli, ed ha fatto realizzare da Napoli Nostra, sei parchi gioco ed ha organizzato e finanziato le ultime due spettacolari edizioni di Piedigrotta nel 1980 e 1981.
Con la sua attività ha creato centinaia di posti di lavoro ed ha aiutato e promosso molti giovani che non riuscivano a far conoscere il proprio talento: molti affermati giornalisti, professionisti, artisti e tecnici devono a lui parte del successo.
Credendo nei valori dell’amicizia, ha subito una serie di raggiri, truffe e furti che lo hanno distrutto finanziariamente ma, grazie ai suoi brevetti, sta risalendo la china e, ad 84 anni, è ancora attivo nell’innovativo settore della web tv.
La moglie Carmen, che gli ha dato sei figli, è stata la paziente compagna di vita ed invenzioni: tra queste, il 3D Stereoscopico che, il 30 marzo 1994, gli ha permesso di mandare in onda trasmissioni tridimensionali con il sistema stereo g. a. di sua invenzione. Nel 1992 aveva realizzato il più grande schermo polarizzato mai costruito (60 metri di lunghezza contro i 48 metri dello schermo di Disneyland), il cui primato è ancora imbattuto, sul quale, per oltre un anno, furono video proiettate le riprese televisive tridimensionali su Pompei, con la spettacolare riproduzione stereoscopica dell’eruzione del 79 d. C. ma, dice Gregorio, quest’impresa «non piacque al ministero dei Disastri, invece di soldi accumulai solo debiti».
La storia di Pietrangelo Gregorio è quella di un uomo che avendo creato la prima televisione privata italiana, poteva diventare potente come Berlusconi ed invece, da buon sognatore napoletano, a differenza dell’altro, ha prodotto solo milioni di debiti.
Il suo aspetto svagato, la parlata ironica, i capelli lunghi e bianchi perennemente spettinati, danno l’idea che da un momento all’altro tiri fuori la lingua come Einstein nella famosa foto.
La prima invenzione del facondo inventore fu un contachilometri ad aria. Fu poi la volta del fototachimetro, antenato dell’autovelox, senza parlare del grattaschiena a batteria e della bilancia parlante ma, quando fu il turno della televisione via cavo, la politica fiutò l’affare.
Gregorio racconta che impiantò lo studio televisivo nei suoi uffici dove erano di casa Nino Taranto, i Cabarinieri, Mario Da Vinci, Gloriana ed altri artisti. Estese i cavi a piazza Cavour ed a Toledo, collegandosi con i bar. Il successo dell’iniziativa fu lo spunto, con Elio Rocco Fusco ed i fratelli Monaco,  per la nascita di Telediffusione Italiana-Telenapoli, con sede a via Toledo e telecamere a colori, una vera meraviglia ignorata dai giornali, anche quelli napoletani.
Furono ideati programmi seguitissimi come il Tormentone con la conduzione di Angelo Manna, il cui scopo era la difesa dei diritti dei cittadini. Manna si rivolgeva direttamente alle istituzioni che venivano ripetutamente sollecitate, con modi bruschi, a risolvere i problemi segnalati.
Seguirono poi un talk-show con Maurizio Costanzo, un programma culturale con il professor Alessandro Cutolo, famoso conduttore, per la Rai, di Una risposta per voi, e Notturno napoletano con i napoletanisti Renato De Falco e Max Vajro. Con il successo arrivarono anche  i soci: Achille Lauro con una quota del 35% ed Andrea Torino con il 15%. Il restante 50% rimase nelle mani della famiglia Gregorio.
Nel frattempo era spuntato Silvio Berlusconi che, racconta l’ingegnere «stava sbancando tutti. In un convegno, mi pare dell’83, alcuni esasperati annunciarono che stavano per far saltare i suoi ripetitori. Dissi: perché volete la galera? Esistono metodi elettronici e pacifici, venite a casa mia. M’inserii sulle frequenze, disturbai i segnali. Andai da Confalonieri, trovammo un accordo sulla cessione di programmi e di una fetta di pubblicità. Non ci fu tempo, Craxi varò una legge su misura di Berlusconi. Lui stava a Milano, aveva credito facile; io a Napoli, dove le banche sono un castigo di Dio ».
Agli inizi degli anni Novanta, Gregorio cambiò genere: «Mi dedicai al tridimensionale. Nel 1992 realizzai il più grande schermo a 3D del mondo, lungo 60 metri contro i 48 di Disneyland. Feci un documentario eccezionale su Pompei. Non piacque al ministero dei Disastri, invece di soldi accumulai solo debiti».
Questa è la storia di Pietrangelo Gregorio, almeno fino ad oggi perché l’ingegnere è ancora attivo e probabilmente pronto a riservarci nuove sorprese.




aiuto, il caldo ci soffoca!



Quest’estate la temperatura, senza che nessuno l’avesse minimamente previsto, è salita di circa 6 gradi rispetto alle medie stagionali.
Un eventuale aumento di altri 6 gradi significherebbe la scomparsa di ogni specie vivente ma, nonostante lo scenario inquietante, nessuno pensa  a rallentare lo stravolgimento ambientale, causa dei rialzi termici.
Ci pare di ascoltare, già sbigottiti, il suono straziante delle trombe di Gerico che annunciano la fine della vita sulla terra.
Cosa fare? Diminuire drasticamente tutti i consumi inutili, risparmiando materie prime ed acqua, attuando una rivoluzione energetica che sfrutti fonti rinnovabili come l’idrogeno, ubiquitario ed adoperabile da oggi. Altri provvedimenti dovranno essere il frutto di una nuova corrente di pensiero volta alla strenua ed intelligente difesa dell’ambiente.
La fantasia al potere sarà uno slogan che ritornerà prepotentemente d’attualità.


DUE ANNI DI BUDDISMO A REBIBBIA


Da circa due anni sono, per quanto innocente, “gradito ospite” (definizione  dell’Ispettore Capo Giannelli quando presentai il mio ultimo libro sulla napoletanità al Palazzo Odescalchi di Roma), nel carcere di Rebibbia. 
Dal primo momento ho seguito un interessante corso di buddismo diretto, con alcuni validi collaboratori, da Antonello, figlio del compianto Mario Riva, leggendario presentatore del Musichiere, una delle trasmissioni cult della Rai. E qui scatta l’ipotesi del Karma perché a 10 anni avevo partecipato, vincendo, ad una puntata del Musichiere riservata ai bambini (a 25 anni parteciperò al Rischiattutto di Mike Bongiorno).
Mi avvicinai al corso di buddismo non solo per curiosità ma soprattutto perché all’inizio, nell’equipe degli istruttori, vi era una psicanalista che venne a trovarmi più volte al reparto 68, con la quale contavo di illustrare questa pratica,  che cerca la pace interiore e la serenità dell’animo, come possibile rimedio per tollerare meglio le asperità e le tribolazioni della vita da recluso.
Con tale finalità sono anche in contatto con uno studioso americano che da anni compie esperimenti su tipo “arancia meccanica” inducendo, attraverso la visione forzata di episodi violenti, a disintossicarsi dalla debordante carica di aggressività insita in molti abitanti del pianeta carcere. 
Presi in esame, senza alcuna preclusione ideologica, la meditazione trascendentale e la ricerca della fede, lo yoga e l’ipnosi al fine di creare un utile vademecum, da pubblicare e distribuire nei penitenziari, che costituisse una bussola alternativa al metodo adoperato attualmente come unico mezzo per tenere calmi i bollenti spiriti di molti, che sconfina costantemente nella somministrazione massiccia di psicofarmaci che, in breve, trasformano tante, troppe persone da uomini, cui è stata tolta, oltre alla libertà anche la dignità, in pallidi ectoplasmi, automi disarticolati, marionette impazzite.
Questo libro è ancora incompleto e la pratica del buddismo ne costituirà un capitolo fondamentale.
Mi ero già avvicinato allo studio del buddismo una decina di anni fa.
L’evento scatenante fu un pellegrinaggio a Medjugorje compiuto da una cugina di mia moglie, cattolica tiepida e preside, la quale accompagnò una sua allieva gravemente malata e 2-3 volte, nel corso delle preghiere, ripetute ossessivamente, cadde, senza saperselo spiegare, in estasi.
L’episodio mi incuriosì e, da laico inveterato, andai alla ricerca di una spiegazione razionale dell’accaduto.
Con l’aiuto di un docente universitario di fisica, esperto in acustica, esaminammo accuratamente la lunghezza d’onda delle litanie lauretane e scoprimmo che era identica a quella del ritmo incalzante del “nam myoho renge kyo”, parola d’ordine della Soka Gakkai, la corrente buddista più seguita in Italia, la stessa insegnata a Rebibbia.
Proprio in questi ultimi anni, recenti studi di neurobiologia, utilizzando la PET, hanno dimostrato che questi suoni, riprodotti in laboratorio, fatti ascoltare a volontari, stimolano “loci cerebrali” specifici, deputati al raggiungimento dell’estasi e dell’orgasmo.
Torniamo al corso di Rebibbia, facendo una premessa: il buddismo nell’ultimo secolo ha assunto il ruolo di  religione cosmopolita sia per i fenomeni migratori legati alla globalizzazione, che hanno visto trasferirsi comunità di asiatici in Europa, America del Nord ed Australia, sia perché lassismo dei costumi, crollo delle tradizioni e decadenza spirituale hanno indotto molti a convertirsi alla nuova credenza.
In Italia, in particolare, la scuola buddista più seguita, la già citata Soka Gakkai, sta aumentando il numero di proseliti al ritmo del 10% annuo ed ormai, con 70.000 fedeli ufficiali (quelli che hanno ricevuto il “Gohonzon”, sorta di battesimo) ed i praticanti occasionali sono ormai il doppio degli ebrei e, dopo cattolici e musulmani, costituiscono la terza comunità religiosa del Paese.
In Italia questa scuola è arrivata da una cinquantina d’anni e, pur basandosi sugl’insegnamenti del Budda storico, vissuto nel V secolo a.C., s’impernia su una lettura riformata ed anticonvenzionale di Nichiren Daishonin, una sorta di San Francesco nipponico, contemporaneo del Patrono d’Italia.
Il buddismo, a differenza dell’induismo, non crede all’esistenza di un’anima immortale e descrive l’uomo come una combinazione di forze ed energie fisiche e mentali, ritenendo che ognuno passi da una vita all’altra attraverso innumerevoli rinascite (Samsara) che dipendono dalle azioni passate (Karma).
La cantilena dei praticanti, cui abbiamo accennato: “nam myoho rengekyo”, si può letteralmente tradurre: “dedico la mia vita al Dharma, alla legge mistica del Sutra del loto”.
In parole povere, il seguace della Soka si rammenta e crede fermamente, che ogni nostro pensiero ha un impatto, negativo o positivo, non solo sulla felicità personale ma su quella dell’intero universo.
Da qui nascono le nobili battaglie in favore della pace, dell’ambiente e per il rispetto reciproco tra etnie e religioni.
Un programma propositivo degno di essere accettato ed incoraggiato, perché si propone la felicità collettiva ed una forma, a mio parere, di immortalità surrogata.
Non vorrei dilungarmi e concludo con ciò che ha rappresentato per me la frequenza di questo corso di buddismo: il rafforzamento della mia convinzione che il comportamento dei singoli deve perseguire non solo la propria felicità ma anche quella del prossimo.
Milioni di uomini di antiche e sagge civiltà hanno creduto e credono nella comunione del destino di tutti i viventi.
Sono pensieri che ci danno l’idea della nostra miseria e della nostra nobiltà: sperduti nell’infinita immensità dello spazio, destinati a vivere un lampo a confronto dell’eternità, non riusciamo a credere che la nostra coscienza si sia accesa per caso, a contemplare un universo ostile o quanto  meno indifferente al nostro destino. 

mercoledì 21 agosto 2013

IL RE DELLA SCENEGGIATA



Mario Merola

Mario Merola, nato a Napoli nel 1934, spentosi a Castellammare di Stabia nel 2006, è stato l’incontrastato re della sceneggiata per essere riuscito a dare a questo genere, spiccatamente regionale, una dimensione nazionale, riuscendo anche a creare un filone cinematografico che  portò  per alcuni anni fuori dal palcoscenico una tipologia di spettacolo basata su una filosofia  tipicamente napoletana.
La sua attività artistica non si è limitata all’interpretazione vocale di brani del repertorio della canzone classica napoletana ma ha anche giocato un ruolo nella rivalutazione del genere musical-teatrale della sceneggiata, in auge ai primi del Novecento.
Merola è uno degli artisti italiani che ha venduto il maggior numero di  dischi anche se le stime di vendita  non sono precisate nella loro globalità per il gran numero di falsi.
Mario Merola ha origini umili. Figlio di un ciabattino, vive nel quartiere popolare di Sant’Erasmo. Per sbarcare il lunario, lavora come scaricatore di porto.
Precocemente sviluppa la passione per il canto e, con gli incassi delle prime esibizioni canore, nel 1964 riesce a sposare Rosa Serrapiglia dalla quale avrà tre figli: Roberto (organizzatore di eventi musicali), Loredana e Francesco, anch’egli cantante, che negli ultimi anni ha accompagnato il padre in moltissime occasioni tra le quali l’esibizione al Festival di Napoli del 2001, vinto con il brano L’urdemo emigrante.
La prima esibizione in pubblico di Merola avviene per caso, agli inizi degli anni Sessanta: era da poco suonata la sirena della pausa pranzo al porto di Napoli e Merola, assieme a dei colleghi scaricatori, si era diretto nella piazzetta nei pressi della chiesa di Sant’Anna alle Paludi per assistere ai festeggiamenti in onore della Madonna. Il cantante  Mario Trevi, che si doveva esibire, arrivò con una decina di minuti di ritardo. Nell’attesa, i colleghi invogliarono Merola a salire sul palco e ad esibirsi, per la prima volta, dinanzi ad un pubblico.
Il primo disco, Malufiglio, inciso nel 1962, gli porta una certa fama.
Lascia definitivamente il lavoro al porto ed al Teatro Sirena di Napoli interpreta la sceneggiata Malufiglio.
Nel 1963, con la canzone Sò nnato carcerato, tratta da un vero fatto di cronaca, colpisce il pubblico popolare. La canzone tratta della vendetta di una moglie che uccide l’assassino del marito: arrestata, in stato interessante, partorisce in carcere alcuni mesi dopo. Dalla canzone viene tratta una sceneggiata, portata in scena a Napoli, con, tra gli interpreti, la famosa attrice Tecla Scarano.
Merola incide dischi, si esibisce in spettacoli, matrimoni e feste di piazza divenendo anche talent-scout (tra gli altri, contribuisce alla scoperta di Massimo Ranieri). Durante uno spettacolo, il grande Totò gli chiede di prendere la chitarra e cantargli un po’ di canzoni.
Nel 1964 debutta al Festival di Napoli con la canzone Ddoce è ‘o silenzio, in coppia con Elsa Quarta.
L’anno successivo è la volta di T’aspetto a maggio, con Achille Togliani, e Tu stasera sì Pusilleco con Enzo Del Forno.
E’ ancora al Festival di Napoli nel 1966 con le canzoni Femmene e tammorre, e Ciento catene, nel 1967 con Allegretto ma non troppo, nel 1968 con Cchiù forte ‘e me e Comm’a’nu sciummo, nel 1969 con ’O masto, Ciente appuntamente  e  Abbracciame e nel 1970 con ‘Nnammurato ‘e te! e Chitarra rossa. Il Festival, interrotto  nel 1971, sarà ripreso da Canale 5 nel 2001 per due sole edizioni: Merola si esibisce con il figlio Francesco interpretando L’urdemo emigrante, arrivando così ad un totale di otto partecipazioni. 
Negli anni Settanta ed Ottanta rilancia in televisione e nelle tournée fuori Napoli, la tradizionale sceneggiata, un canovaccio teatrale ispirato ad una canzone del repertorio popolare, basato di solito sul triangolo “isso, essa e ‘o malamente” (lui, lei ed il mascalzone). Parallelamente inizia l’attività di attore cinematografico in produzioni ispirate a storie di cronaca nera (Sgarro alla camorra ) o alle consuete sceneggiate (Lacreme napulitane ).
Debutta al cinema nel 1973 con il film Sgarro alla camorra. Continuerà dal 1978 quando verrà chiamato dal regista Alfonso Brescia e da Ciro Ippolito , per interpretare tre film: L’ultimo guappo, Napoli…serenata calibro 9 e Il mammasantissima, film d’azione che intrecciano il nuovo filone poliziesco alla tradizione della sceneggiata napoletana. Interpreta i ruoli del boss e del guappo, mentre nei drammi più tradizionali incarna le figure di padri e mariti alle prese con tradimenti di vario genere, come in Napoli…la camorra sfida e la città risponde e I contrabbandieri di Santa Lucia e Sbirro, la tua legge è lenta…la mia no! e Da Corleone a Brooklyn, in coppia con Maurizio Merli. Gli schiaffi che Mario Merola dava nei suoi film erano per la maggior parte veri: per esempio, in Giuramento, Merola dà uno schiaffo al “malamente” Ricky facendolo schiantare tra alcune casse di Coca Cola. Le sue cine-sceneggiate, oltre ad avere avuto successo in Italia, hanno avuto riscontro internazionale arrivando ad essere doppiate in inglese, francese, arabo, turco, tedesco.
Nel 1977 Mario Merola ed altri artisti italiani, tra cui Luciano Pavarotti, sono ricevuti alla Casa Bianca da esponenti politici statunitensi tra cui il presidente Gerald Ford ed il segretario di stato Henry Kissinger. Nel ricevimento ufficiale Merola rappresenta la canzone classica napoletana e si esibisce per un’ora: lui stesso racconta che durante il viaggio in pullman da New York a Washington si sedette vicino a Pavarotti e per tutto il tempo parlarono di canzoni napoletane. Il grande tenore gli disse che, tornati in Italia, avrebbero inciso insieme un disco di canzoni napoletane che avrebbero cantato in un concerto a Modena. Il tutto saltò perché i due artisti, non conoscendo i programmi l’uno dell’altro, avevano preparato le stesse canzoni e Pavarotti, che si esibì dopo Merola, si trovò in difficoltà: dopo quel giorno, i due cantanti non ebbero più modo d’incontrarsi. Sempre negli Stati Uniti, il cantante napoletano partecipò anche al concerto tenuto dal suo grande amico Claudio Villa.
Nel 1978 a Mario Merola fu chiesto il pizzo dalla camorra e, dopo il suo rifiuto, i camorristi spararono contro il portone di casa sua. In questa occasione, fu aiutato dai contrabbandieri.
Tra le sceneggiate portate in teatro da Merola, quella che ha lasciato un’impronta di rilievo nella sua carriera è Zappatore, rappresentazione  originaria del 1930, diretta da Gustavo Serena, tratta dall’omonimo brano di Libero Bovio. Esattamente 50 anni dopo, il regista Alfonso Brescia decide di riportare al cinema la sceneggiata dirigendo il film Zappatore con Mario Merola, Regina Bianchi ed Aldo Giuffrè. Il film registra un incasso record di sei miliardi di lire.
Nel 1981 è ospite al Festival di Sanremo dove canta Chiamate Napoli 081, grande successo al pari di Guapparia e Zappatore. Nel 1981 Canale 21 manda in onda in diretta la sceneggiata Zappatore, riscuotendo notevoli ascolti. Nello stesso periodo continua l’attività di attore cinematografico con Lacreme napulitane in coppia con Angela Luce: questo film è considerato il capolavoro della sceneggiata. Nel decennio seguiranno film come La tua vita per mio figlio, Carcerato, Napoli Palermo New York il triangolo della camorra (ultimo film del genere poliziottesco-sceneggiata), I figli …so pezzi ‘e core, Torna e Guapparia (ultimo film fino al 1999); a questi s’aggiungono Tradimento   e Giuramento, in coppia con Nino D’Angelo.
Nel 1989 per festeggiare i suoi trenta anni di carriera, la Rai aveva in programma la realizzazione di un programma  intitolato I 30 anni di Merola-la Storia,la Musica. Il progetto fu accantonato perché in quell’anno Merola fu accusato di associazione mafiosa: successivamente, il cantante fu prosciolto da ogni accusa ma il progetto non fu più ripreso.
Negli anni Novanta, Merola è vicino all’esperienze  canore di Gigi D’Alessio. Nel 1996 partecipa alla soap opera Un posto al sole  nel ruolo di un boss della camorra e nel 1997 partecipa alla conduzione del programma da Rai 1 abbinato alla Lotteria Italia.
Nel 2000 ritorna al cinema e nel 2001 partecipa e vince al Festival di Napoli con il figlio Francesco cantando L’urdemo emigrante.
Sempre nel 2001 presenta il programma in diretta Piazzetta Merola sull’emittente satellitare Napoli International che manda in onda il programma in tutta Europa e negli Stati Uniti.
Nel 2003 dà la voce al personaggio di Vincenzone nel film d’animazione Totò Sapore e la magica storia della pizza. In questi anni si esibisce in tutto il mondo con il figlio Francesco, anch’egli interprete e musicista. Verso la fine del 2004 ritorna, dopo 20 anni, ad interpretare una sceneggiata: debutta infatti a Napoli con ‘E figlie, di Libero Bovio.
Nel 2005 è ospite in molte puntate di Buona Domenica dove recita brevi sceneggiate e presenta il suo libro Napoli solo andata…Il mio lungo viaggio.
Il 5 aprile 2004 Mario Merola festeggia 40 anni di matrimonio, 45 di carriera ed il 70° compleanno, il tutto ripreso dalle telecamere. I festeggiamenti si svolgono al Grand Hotel La Sonrisa (luogo dal quale viene trasmesso ogni anno il programma Napoli prima e dopo) e vi prendono parte colleghi ed amici che si esibiscono in numerosi brani napoletani. Nell’occasione, Merola viene premiato dalla Regione Campania per essere uno dei più grandi interpreti della canzone classica napoletana.
I festeggiamenti continuano il 19 settembre dello stesso anno con il concerto Merola Day alla Stazione Marittima di Napoli, cui assistono 100.000 spettatori: il concerto è  trasmesso dall’emittente televisivo Napoli Canale 21 e dall’emittente radiofonica Radio Kiss Kiss.
Il 7 novembre 2006 Mario Merola è ricoverato in rianimazione all’Ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia dopo aver mangiato cozze crude. Muore nello stesso ospedale alle 21 del 12 novembre per arresto cardiocircolatorio.
I funerali si svolgono a Napoli due giorni dopo nella Basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore ( la stessa dove si era sposato). Durante l’omelia il parroco, padre Alfredo Di Cervo, ha detto «La vita di Merola è stata vissuta e cantata nei suoi colori più umani. Il Signore avrà accolto Mario in Paradiso anche per ogni volta che le sue note hanno toccato il cuore di qualcuno, aiutando a scegliere la pace e il bene». Erano presenti le autorità politiche, i colleghi e, nella piazza antistante la chiesa, circa 40.000 persone di cui almeno la metà segue in processione il feretro fino al Cimitero Monumentale di Napoli, dove l’artista è sepolto.
Sui manifesti funebri, affissi nelle strade, si leggeva: «E’ mancato l’artista del popolo, il grande Mario Merola». Mario Merola è sepolto in una cappella privata accanto ai genitori di Gigi D’Alessio, che l’aveva sempre considerato un suo familiare.
Come da lui stesso dichiarato nell’autobiografia, Merola ebbe il vizio delle donne e del gioco d’azzardo: afferma  che dal 1975 al 1995 ha perso al gioco circa 40 miliardi di lire. Nel 1989, Giovanni Falcone inviò un avviso di garanzia a Merola ed al collega Franco Franchi  nell’ambito dell’inchiesta che avrebbe portato al Maxiprocesso quater nel quale erano accusati di associazione mafiosa. Merola fu interrogato da Giovanni Falcone stesso che in seguito prosciolse i due artisti da ogni accusa.
Ho avuto occasione di incontrare Mario Merola 2-3 volte in un posto singolare: dal barbiere di Piazza Bellavista a Portici, dove abitava alla fine degli anni Settanta. Anch’io ho soggiornato a Portici per un anno in una villa di Via Zuppetta, dove mi ero trasferito dopo un attentato terroristico da parte dei fanatici attivisti di Fede e Libertà, che fecero saltare in aria la mia Jaguar.
Il barbiere era un vero mago della rasatura. Senza arrivare a far tenere in bocca al cliente una pallina per mantenere tesa la guancia, conosceva un altro trucco, semplice ma efficace: bagnava con acqua calda un asciugamano e lo teneva per 20-30 secondi sul volto del cliente, provocando un arrizzamento del pelo, che poteva essere reciso poi in profondità. 






martedì 20 agosto 2013

Bagnoli grida vendetta


panorama di Bagnoli


Gran parte del futuro di Napoli si gioca sulla destinazione che la classe politica, nazionale e locale, prima o poi, più poi che prima, deciderà di assegnare all’area di Bagnoli, all’isolotto di Nisida ed alla spiaggia di Coroglio, attualmente in uno stato di abbandono che grida vendetta, con gli scheletri dell’Italsider e della Cementir, ai quali si sono aggiunti di recente le ceneri della Città della Scienza, che una mano blasfema, attuando un piano criminale, ha dato alle fiamme, distruggendo i sogni di tanti bambini e le speranze di riscatto di una città capace di ferirsi a morte nell’indifferenza generale. Sembra lontana anni luce, ma all’inizio dell’ottocento la zona era un eden, tutta immersa nel verde, mentre la spiaggia si affacciava su di un mare invitante ed era frequentata dalle famiglie della buona borghesia, che possedevano a breve distanza le loro ville. Trascorrevano un tempo felice e mai avrebbero immaginato che un mostro d’acciaio, che produceva acciaio, si sarebbe impossessato di luoghi destinati, per vocazione spontanea, al godimento delle bellezze naturali poi invece venne l’ILVA ed all’inizio degli anni sessanta, quando era folle opporsi alle chimere della produzione di massa e del progresso, l’Eternit e la Cementir, che per decenni hanno significato riscatto sociale e stipendio per migliaia di famiglie della zona.
L’Italsider era la punta di diamante della siderurgia italiana e fu l’artefice della creazione di una classe operaia consapevole dei propri diritti, per trasformarsi, crollato il mercato, in una rocca forte comunista, che, mentre la flotta di Achille Lauro affondava, nell’indifferenza delle banche, ha divorato migliaia di miliardi dallo Stato, ha inquinato terra, mare e cielo, per divenire poi quel mostro ecologico inamovibile, per il disaccordo della classe dirigente, precludendo ogni progetto di rinascita della città, mentre potrebbe sorgere il più grande porto turistico del mediterraneo, con alle spalle alberghi di lusso, mentre Nisida potrebbe ospitare un casinò, attirando così una ricca clientela internazionale e producendo a pioggia benessere e migliaia di posti di lavoro.
Le tracce imbarazzanti di cento anni di fornace non sono concentrate unicamente in ciò che rimane delle fabbriche abbandonate, un totem disperato, come il braccio della statua della libertà che emerge allucinato dalla terra, come nel finale del celeberrimo “Il pianeta delle scimmie” e che solo un pazzo potrebbe ipotizzare di trasformare in un museo di archeologia industriale, ma le stigmate più velenose emergono dalla sabbia: amianto, arsenico, piombo, zinco, sostanze che evocano neoplasie, dermatosi, broncopatie. Scarti di antiche produzioni che richiedono una lunga e costosa bonifica di cui non si parla, pensando di poter ignorare il problema.
industrie dismesse

degrado in spiaggia
Nonostante il panorama di morte della speranza e di desolazione ubiquitaria, nonostante le macerie di quella che fu la Città della Scienza distrutta da furore dell’ignoranza, che sembrano simboleggiare il dominio della violenza sulla cultura, si percepisce il pollone di un’energia travolgente nella folla di giovani che, incurante del mare inquinato, affolla la spiaggia, prendendo il sole di giorno, per ritornare poi a trascorrere la serata fino a notte fonda approfittando dei numerosi ristoranti e della musica sparata al limite dei decibel mentre un alito di vento invita a sorseggiare un bicchiere di vino bianco freddo ed a consumare cornetti caldi appena sformato, contemplando ammirati le gambe affusolate di splendide ragazze in minigonna dalla falcata assassina.
Bagnoli è ancora viva e vitale, grazie a questi giovani e vuole mostrare con furore la sua disprezzata bellezza, costituita da spazi, panorami, facili vie d’accesso, ristoranti che a buon prezzo forniscono piatti di pesce fresco. Un luogo pieno di mare, di sole e di notti brave, a pochi minuti dal centro, asfissiato dai gas di scarico delle auto.
Vi è poi uno straordinario pontile, approdo un tempo di navi gigantesche, che protrude come artiglio sul mare e permette indimenticabili passeggiate con l’illusione di poter raggiungere a piedi le isole del golfo.
Dai giovani viene la vita, dai giovani promana la speranza che in futuro a Bagnoli possa essere restituita ai fasti del passato, producendo benessere fisico e spirituale e soldi tanti soldi.

pontile nord
pontile nord
l'arenile di Bagnoli

l'arenile di Bagnoli

movida notturna a Bagnoli




lunedì 19 agosto 2013

L’EREDE DI EDUARDO

Luca De Filippo


Luca De Filippo, nato a Roma nel 1948 dall’unione di Eduardo con Thea Prandi, è da considerare, senz’ombra di dubbio, l’erede non solo dei diritti ma, soprattutto, del lascito spirituale dell’illustre genitore.
Vi è stato un momento della sua carriera in cui ha cercato uno spazio autonomo, cimentandosi su testi di altri autori, impegnandosi anche nella regia, ma il richiamo della foresta e lo scorrere inesorabile del tempo, che hanno reso la sua fisionomia sovrapponibile a quella del padre, lo hanno fatto ritornare ai testi sacri della tradizione eduardiana.
Inizia a calcare il palcoscenico ancora bambino, portato in scena dal padre Eduardo nella commedia scarpettiana Miseria e Nobiltà, che lo vide esordire nel 1955 ad appena sette anni nella parte di Peppeniello.
Dall’età di vent’anni recita con il padre in teatro e nelle riduzioni televisive di numerosissime commedie edoardiane come Sabato, domenica e lunedì, Filumena Marturano, Non ti pago, Napoli milionaria!, Uomo e galantuomo, Natale in casa Cupiello, Le voci di dentro cimentandosi anche con Pirandello (Il berretto a sonagli) e svariate commedie di Eduardo e Vincenzo Scarpetta (O tuono ‘e marzo, ‘Na Santarella, Tre cazune furtunate).
Dopo il ritiro del padre dalle scene, fonda una sua compagnia, La Compagnia di Teatro di Luca De Filippo, che dal 1981 porta in scena  lavori eduardiani come Ditegli sempre di si, Non ti pago, Uomo e Galantuomo, Napoli milionaria!, L’arte della commedia, Le voci di dentro, Filumena Marturano, La grande magia  ma anche opere di Molière (Don Giovanni, Tartufo) e Pirandello (Il piacere dell’onestà  protagonista Umberto Orsini, in cui Luca è solo regista).
Non mancano nel suo repertorio direzioni di commedie e drammi del teatro contemporaneo come La casa al mare di Vincenzo Cerami nel 1990 ed Aspettando Godot di Samuel Beckett nel 2001. Nel 1997 interpreta, con Anna Galiena, L’amante di Harold Printer con la regia di Andrée Ruth Shammah.
Per la televisione è protagonista delle miniserie Quel negozio di Piazza Navona (1969), Naso di cane (1987), Sabato, domenica e lunedì (1990) e Mannaggia la miseria (2010) mentre al cinema è il padre di Silvio nel film di Gabriele Muccino Come te nessuno mai ed interprete di Venuto al mondo, regia di Sergio Castellitto, nel 2012.
Nelle stagioni teatrali 2010/2011 e 2011/2012 porta in scena, con grande successo, la commedia paterna Le bugie con le gambe lunghe  mentre quest’anno inaugurerà il cartellone del Teatro Bellini di Napoli con La grande magia.
Il mio unico incontro con Luca avviene a Venezia, dove mi trovavo per il Carnevale, grazie ai buoni uffici di un compagno di classe, fratello minore di Marisa Laurito, che fungeva da manager della sua compagnia.
Siamo sul finire degli anni Ottanta: quella edizione del Carnevale prevedeva il gemellaggio tra Napoli e Venezia.
Finita la recita, fui ricevuto nel camerino dell’attore al quale posi una domanda alla quale fu data una risposta approssimativa: «Nel Sindaco del Rione Sanità vi è la figura di un medico che si chiama Della Ragione. Poiché ho consultato gli elenchi degli iscritti all’Ordine dei medici di Napoli e provincia dal 1900 ad oggi e  non vi è traccia di un sanitario con quel cognome, a chi si è ispirato suo padre?».
«Non so darle una risposta precisa ma bisogna tener conto che spesso Eduardo dava al personaggio un nome che lo identificava: Bonaria, ad esempio, che bona… lo era realmente. Per cui credo che, poiché il dottor Della Ragione alla fine della commedia firma un referto in cui dice la verità, sottolineando in fede, credo che mio padre  abbia voluto trasformare il trionfo della “ragione sulla falsità” nel suddetto cognome».
La spiegazione mi convinse, anche se la verità rimarrà sempre in dubbio e bisognerebbe interrogare  lo spirito del grande artista che vivrà fra noi fino a quando  le sue opere saranno rappresentate ed applaudite dal pubblico.

LA MAGICA BACCHETTA DI RICCARDO

Riccardo Muti


Riccardo Muti, il più illustre direttore d’orchestra italiano, nasce a Napoli nel 1941 da mamma napoletana e padre originario di Molfetta.
Frequenta il liceo classico Vittorio Emanuele II iscrivendosi in seguito, senza laurearsi,  alla facoltà di Filosofia dell’Università Federico II.
La sua vera passione è la musica: presso il Conservatorio napoletano di San Pietro a Maiella studia pianoforte con il leggendario maestro Vincenzo Vitale, conseguendo, con lode, il diploma. Trasferitosi a Milano, studia Composizione con Bruno Bettinelli e Direzione d’orchestra con Antonino Votto.
Debutta nel 1967 al Teatro Coccia di Novara vincendo il Premio Cantelli per giovani direttori d’orchestra, violinisti e flautisti. Dal 1968 al 1980 è direttore principale e direttore musicale del Maggio Musicale Fiorentino. Tra le produzioni portate in scena in questo periodo, di notevole interesse sono state le rappresentazioni del Nabucco di Verdi con la regia di Luca Ronconi, una cui replica del 1977, al Teatro Comunale di Firenze, si ricorda in particolare per i costumi del quarto atto  riconducibili alle divise dei soldati italiani del Risorgimento, e quelle del Guglielmo Tell di Rossini in versione integrale ed Otello di Verdi con l’inedito finale del terzo atto.
Nel 1969 dirige I Puritani di Vincenzo Bellini con Mirella Freni, Luciano Pavarotti e Sesto Bruscantini nella prima rappresentazione radiofonica dell’Auditorium RAI del Foro Italico di Roma. Nel 1970 ne dirige la ripresa al Teatro Comunale di Firenze.
La collaborazione con il Kleines Festspielhaus di Salisburgo inizia nel 1971 con la direzione del Don Pasquale di Gaetano Donizetti interpretato da Rolando Panerai e Fernando Corena.
Ancora Panerai, con Renato Bruson, è protagonista di Un ballo in maschera, ripreso nel 1972 dal Teatro Comunale di Firenze.
Dal 1972 al 1982 è direttore principale della Philarmonic Orchestra di Londra con la quale ha effettuato diverse registrazioni di opere italiane, tra cui l’Aida di Verdi con Montserrat Caballé e Placido Domingo, che, ad oggi, risulta essere uno dei dischi d’opera più venduti al mondo. Con la stessa orchestra registra il Macbeth  riaprendo tutti i vecchi tagli aggiunti nel corso degli anni da vari direttori, e, per il repertorio sinfonico, l’integrale delle Sinfonie di Schumann e Ciajkovskij.
Al Wiener Staatsoper dirige l’Aida con Gwyneth Jones e Placido Domingo nel 1973, La Forza del destino con Cesare Siepi e Sesto Bruscantini nel 1974, il Requiem di Verdi con Fiorenza Cossotto nel 1975, Norma con la Caballé e la Cossotto nel 1977, Rigoletto con Bruson ed Edita Gruberova nel 1983, Le nozze di Figaro nel 1993 e nel 2001, Così fan tutte con Barbara Frittoli e Cecilia Bartoli nel 1994 e nel 2008, Mefistofele con Samuel Ramey nel 1977 e Don Giovanni con Anna Caterina Antonacci nel 1999. Fino ad oggi Muti ha diretto 108 rappresentazioni viennesi.
Dal 1980 al 1992 è stato direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Filadelfia, che ha portato in diverse tournée internazionali: ne era stato nominato direttore principale nel 1979 e direttore onorario nel 1982 ed è con questa orchestra che nel 1991 dirige la sua prima opera pucciniana: Tosca.
Nel 1981 è al Teatro alla Scala di Milano dove dirige Le nozze di Figaro. Presente ogni anno, anche con orchestre ospiti come la Philarmonic Orchestra di Londra, ne diventerà direttore principale nel 1986 e, fino ad una clamorosa rottura avvenuta nel 2005, la guiderà in  numerose ed applaudite tournée all’estero. Per il Teatro alla Scala ha diretto Nabucco, Don Giovanni, Guglielmo Tell, I vespri siciliani, Idomeneo, Parsifal, Don Carlos, Macbeth, Traviata, Il Crepuscolo degli Dei, Il trovatore, Otello.
Negli anni in cui è direttore principale alla Scala, Muti continua a dirigere  a Firenze, Napoli, Filadelfia, Monaco, Vienna, Londra, Liegi e per il Festival di Ravenna.
È spesso ospite della Filarmonica di Berlino e della Filarmonica di Vienna con la quale nel 1996 è in  tournée in Giappone, Corea ed Hong Kong: con la Filarmonica di Vienna è stato protagonista dei Concerti di Capodanno del 1993, 1997, 2000 e 2004, guidandola ancora nel 2008 in una lunga tournée giapponese.
Dal 1971, anno in cui ha debuttato con Don Pasquale di Gaetano Donizetti, su invito di Herbert  von Karajan, è uno dei partecipanti abituali al Festival di Salisburgo, dove dirige opere e concerti ed è particolarmente apprezzato per l’allestimento delle opere di Mozart. In particolare, l’allestimento di Così fan tutte è stato ripreso ininterrottamente dal 1982 al 1988. Nel 1990, dopo la morte di von Karajan, il Festival gli ha affidato la nuova produzione del Don Giovanni. Nel 1991 declina l’invito a dirigere La clemenza di Tito perché ritiene la regia non confacente all’ultima opera di Mozart; inoltre, per dissapori con il nuovo direttore artistico Gerard Mortier, Muti non dirige più opere ma solo concerti con la Filarmonica di Vienna fino al 2005, quando, scaduto il mandato di Mortier, torna sul podio per Il Flauto magico e l’Otello di Verdi nel Festival 2008.
Sempre nel 2008, è la sua prima volta all’Opera di Roma dove dirige Otello di Verdi nella produzione andata in scena al Festival di Salisburgo. Dopo il successo ottenuto nel 2009 e nel 2010 con Ifigenia in Aulide di Gluck e l’Idomeneo di Mozart, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, gli offre la direzione musicale del teatro capitolino. Nel 2011 ha diretto Nabucco, spettacolo inaugurale della stagione inserito nelle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
E’ Muti ad inaugurare, nel febbraio 2009, la nuova stagione sinfonica del Teatro San Carlo di Napoli, riaperto dopo un importante restauro.
Nel febbraio 2010 è alla Metropolitan Opera House di New York per dirigere Attila di Giuseppe Verdi.
Nel febbraio 2011, a Chicago, durante una prova per un concerto della Chicago Symphony Orchestra della quale è direttore stabile, riporta, a seguito di una caduta, una frattura alla mascella per la quale è operato nei giorni successivi. Secondo i medici dell’ospedale dove è stato ricoverato il malore è dovuto ad una irregolarità del battito cardiaco che ha reso necessaria l’applicazione di un pacemaker.
Nello stesso periodo, in qualità di direttore della Chicago Symphony Orchestra, ha vinto due Grammy Award per la registrazione del Requiem di Verdi.
Il maestro, che risiede da anni a Ravenna, è sposato con Cristina Mazzavillani ed ha tre figli, Francesco, Chiara (nota attrice) e Domenico.
La sua lunga attività, lungi ancora dalla conclusione, può compendiarsi nella motivazione della laurea honoris causa  in Lettere e Filosofia rilasciatagli dall’Università di Siena: «La sua arte interpretativa, la sua attività di svecchiamento di obsoleti canoni esecutivi, che ha influenzato positivamente schiere di giovani direttori, la diffusione della musica d’arte presso platee di giovani, la fondazione di importanti istituzioni musicali, le molteplici iniziative umanitarie, ne hanno fatto uno straordinario rappresentante della cultura italiana nel mondo. Ci possono essere numerose motivazioni per insignire una personalità artistica di rilievo della laurea honoris causa. Alcune di esse sono di immediata riconoscibilità: il livello artistico raggiunto, l’attività internazionale, nel caso di un musicista la produzione discografica, la capacità di far scuola, la riconoscibilità e l’originalità del metodo… Proprio in questi anni il maestro Muti ha creato l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini chiamando giovani musicisti selezionati da una commissione internazionale. All’inizio poteva apparire un atto di fede. Oggi, a soli due anni di vita, è un fenomeno unico in Italia e ammirato dal resto del mondo. La critica e il pubblico hanno notato che con la “Cherubini” Riccardo Muti fraseggia da par suo con toccante e sicura delicatezza e che i nostri migliori talenti – oramai orchestra – con lui e grazie a lui dimostrano di avere la capacità preziosa di mettere in evidenza, sotto una luce intensa, ogni minimo dettaglio timbrico e armonico delle opere. Riccardo Muti, nel momento della sua piena e riconosciuta maturità artistica, ha deciso di mettere a disposizione dei giovani la sua esperienza ed il suo talento. Un docente eccezionale, per capacità e motivazioni» .

sabato 17 agosto 2013

LA SIGNORA DELLA POLITICA

Amelia Cortese Ardias


Per Amelia Cortese Ardias novant’anni spesi all’insegna del liberalismo, prima con Benedetto Croce e con il marito Guido, poi nel Partito Liberale Italiano e nella politica regionale. Una vita attiva, che non si ferma nonostante l’età veneranda, che si divide tra la casa di Chiaia e la sede della Fondazione di famiglia intitolata dal 1990 al marito Guido ed al figlio Roberto.
Laureata in Lettere e Filosofia, giornalista pubblicista, esperta in pubbliche relazioni, è socia onoraria del Soroptimist, dell’Inner Wheel, del Lion Virgiliano, del Lyceum Club, dell’Accademia di Cucina, dell’Università Popolare di Napoli, del Circolo Artistico Politecnico di Napoli.
Presidente dell’Associazione Amici del San Carlo e presidente, nel 1971, del premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha ricoperto numerose cariche politiche ed amministrative.
E’ stata: Consigliere Comunale di Napoli nel 1970 e Consigliere della Provincia di Napoli nel 1972. Eletta per quattro legislature (1975, 1980, 1985, 1990)  alla Regione Campania, ne ha ricoperto numerosi assessorati fino a divenire Vice Presidente della Giunta Regionale dal 1993 al 1994 e Vice Presidente del Consiglio Regionale dall’aprile 1994 al giugno 1995.
Ha scritto i seguenti libri:
Guido Cortese un Liberale Moderno, Mondadori-Le Scie-ArteTipografica, 1967;
Il concreto quotidiano, Gruppo Editori Campania-La Buona Stampa,1985
Attualità dell’azione politica per il Mezzogiorno, G. Cortese (S.E.N.1986);
Concretezza liberale per il Mezzogiorno (Sansoni, 1975);
Politica in positivo (Fratelli Fiorentino, Napoli, 1990;
Donne Giovani Europa (E.S.I. Napoli 1993);
Un percorso in Regione (Arte Tipografica, Napoli, 1996).
Amelia Cortese Ardias, la cui grande passione è stato il giornalismo, ha lavorato 10 anni alla Rai di Napoli.
La sua discesa nell’agone politico inizia con l’organizzazione della campagna elettorale del marito Guido, già membro della Costituente, eletto nel 1953 con 50.000 preferenze. 
Da allora, la Signora comincia ad impegnarsi in prima persona, dando inizio ad una lunga carriera politica. Tra i suoi amici più cari c’è Fulvio Tessitore, ex rettore dell’Università Federico II e vicepresidente della Fondazione Cortese, la cui attività consiste nel promuovere iniziative, convegni, ricerche e borse di studio allo scopo di approfondire il dibattito sui cambiamenti culturali della società contemporanea, strettamente connessi a quelli economici, politici e sociali.
Particolare attenzione è rivolta all’Unione Economica Europea, ai nuovi interrogativi ed alle nuove sfide dovute all’introduzione dell’euro, vero e proprio spartiacque tra due epoche, prodromo dell’unione politica.
Allo scopo di trovare una risposta ai gravi problemi (alta disoccupazione, bassa crescita economica, pressione fiscale ed eccessiva spesa pubblica) che l’Unione Economica Europea deve affrontare, la Fondazione ha avviato una serie di ricerche per mettere a fuoco la questione del rapporto tra Nord e Sud all’interno dell’Europa e dell’area mediterranea perché dalla trasformazione e dallo sviluppo del nostro meridione dipendono la collocazione internazionale dell’Italia ed il conseguente benessere degli italiani. 
La collaborazione con Università, Fondazioni, Enti culturali ed aziende produttive approfondisce il dibattito culturale sulle nuove tendenze in economia e politica, cogliendo le trasformazioni in atto nel panorama internazionale  della società civile.
Il primo incontro con la “Signora” lo ebbi alle elezioni amministrative del 1970, alle quali, in coppia con Elio Rocco Fusco, mi presentai con un battagliero manifesto affisso ubiquitariamente  “Vota della Ragione e Fusco gli ultimi onesti”.
Amelia Cortese Ardias appoggiava il notaio Triola e ci promettemmo un reciproco scambio di voti.
Seguirono fugaci incontri alle conferenze da lei organizzate ed alle prime del San Carlo.
Di lei conservo l’immagine di una vera signora: discreta, volitiva, elegante, di poche parole.
Il mio augurio è che possa raggiungere e superare il traguardo di 100 e più anni. 

L’EREDE DI PEPPINO

Luigi De Filippo

Luigi De Filippo, l’erede spirituale del grande Peppino, fratello di Eduardo e Titina, nasce a Napoli nel 1930 dal matrimonio di suo padre con Adele Carloni.
Nel 1951, a 21 anni, debutta nella compagnia paterna. Negli anni Sessanta appare in qualche film della commedia all’italiana ma il suo grande amore è il teatro.
Nel 1978 fonda una propria compagnia con la quale, oltre alle commedie di famiglia ed a quelle di cui è autore, recita  classici come Gogol, Molière, Pirandello.
Nel 1987 interpreta per la Rai il ruolo del giudice Venturi nello sceneggiato La Piovra 3.
Nel 2001 riceve il Premio Personalità Europea in Campidoglio per i 50 anni di carriera.
Da giugno 2011 è direttore artistico del Teatro Parioli di Roma.
Nonostante il teatro sia sempre stata la sua passione ed ancora oggi, ad 83 anni portati splendidamente, continui a calcare i palcoscenici di tutta Italia, Luigi è conosciuto anche come attore cinematografico avendo partecipato a decine di film,  alcuni al fianco del celebre padre.
Tra i tanti ricordiamo: Filumena Marturano del 1951 in cui ha recitato al fianco degli zii Titina ed Eduardo, regista della pellicola; Non è vero …ma ci credo, Lazzarella, Cerasella, Arrangiatevi con Totò e Peppino, Policarpo ufficiale di scrittura con Peppino, Rascel ed una giovanissima Carla Gravina, il bellissimo film di Nanni Loy Le quattro giornate di Napoli, Ninì Tirabusciò: la donna che inventò la mossa, con Monica Vitti, In nome del popolo sovrano, regista Luigi Magni, e l’ultima interpretazione televisiva Pupetta - Il coraggio e la  passione per Canale 5.
Il mio incontro con Luigi De Filippo avviene a Roma nel 2010 presso una libreria che in questi giorni ha tristemente chiuso i battenti, la Feltrinelli  di via Del Babbuino, in occasione della presentazione di un libro, di cui conservo gelosamente una copia con dedica, in cui raccontava la sua vita.
Terminata la presentazione, cominciò il dibattito con il pubblico ed io gli chiesi perché non reagiva all’inerzia del Comune di Napoli che, come per altri illustri personaggi come Achille Lauro, procrastinava all’infinito la decisione di dedicare una piazza o una strada alla memoria dell’illustre genitore.
Proprio a Napoli, dove vi sono via Kagoshima e via Jan Palach, via dei Chiavettieri al Porto e via dei Chiavettieri al Pendino; dove nei nuovi quartieri, da Ponticelli a Scampia, non vi è divo hollywoodiano o libro d’autore che non sia ricordato da una strada, non si riesce a trovare, non dico una piazza ma una stradina, un vicolo, un vicoletto, un fondaco che rammenti personaggi che hanno portato il nome di Napoli nell’Italia e nel mondo (nel caso del Comandante).
«Lei apre una ferita sanguinante» è stata la risposta di Luigi.
Ho ribattuto: «Perché non organizza una raccolta di firme a piazza Plebiscito ed invita stampa e televisioni? Le do io una mano».
«Ho vergogna!»  è stata la disarmante replica.
Per fortuna si è vergognata anche la commissione toponomastica del Comune che, se pur in ritardo, ha rimediato all’omissione dedicando una strada all’indimenticabile “Pappagone”.

C’ERA UNA VOLTA…SCUGNIZZI

Sal Da Vinci 

La grande notorietà di Sal Da Vinci è legata alla sua straordinaria interpretazione nel musical C’era una volta Scugnizzi, spettacolo che ha girato l’Italia mietendo successi, grazie anche ad una travolgente colonna sonora.
Sal Da Vinci nasce a New York nel 1969 perchè il padre Mario, cantante ed interprete della sceneggiata napoletana, impegnato in una tournée negli Stati Uniti, era stato lì raggiunto dalla moglie.
Il debutto nel mondo della musica avviene nel 1974 quando, in duetto con Mario, incide la canzone Miracolo ‘e Natale, da cui è stata tratta l’omonima sceneggiata.
Nel 1978 interpreta il suo primo film: Figlio mio sono innocente!.
L’anno successivo gira due film: Napoli storia d’amore e di vendetta, e Tanti auguri, in cui, con il nome d’arte di Al Sorrentino, vero cognome di Mario e Salvatore, è protagonista al fianco del padre. Nel 1981 registra il primo album: ‘O guappo ‘nnammurato, con pezzi del repertorio classico napoletano e gli inediti Lettera a Napoli e Meglio ca ‘o ssaje.
Ancora film nel 1983(Il motorino) e 1986 quando nel film Troppo forte di Carlo Verdone impersona uno scugnizzo napoletano.
Ma la vera passione di Sal è la musica.
Dopo aver inciso due brani, Guaglione (scritta da Lanzetta e Senese) e  Mannaggia e viva ‘o re (del solo Senese), partecipa nel 1992 al concorso Una voce per San Remo indetto dalla Rai all’interno del contenitore domenicale Domenica in ed incide Chi vincerà, mi raccomando, sigla del programma di Massimo Ranieri Adesso tocca a te, mi raccomando.
Il 1994 lo vede vincitore su Canale 5 della seconda ed ultima edizione del Festival italiano di musica: la canzone, Vera, è il brano trainante del suo primo album, Sal Da Vinci, pubblicato da Ricordi.
Nel 1995 si esibisce a Loreto davanti a papa Giovanni Paolo II ed a 450.000 giovani, cantando un brano in latino: Salve Regina, di Francesco Palmieri. Nello stesso anno pubblica il singolo Fai come vuoi.
Nel 1996 il singolo Dimmi come fai anticipa l’album Un po’ di noi.
Una svolta importante nella carriera del cantante si verifica nel 1999 quando Roberto De Simone gli affida la parte da protagonista nell’Opera buffa del Giovedi Santo: in questo lavoro Sal ha modo di evidenziare tutta la sua estensione vocale, che gli permette di passare senza fatica e con grande limpidezza dai toni acuti a quelli gravi.
Lo spettacolo, la cui prima è al Teatro Metastasio di Prato il 12 gennaio 2000, resta in cartellone due anni, portato in giro con grande successo negli altri teatri italiani.
Sempre nel 2000, Sal partecipa al programma televisivo Viva Napoli, condotto da Mike Bongiorno e vince, con Tu si ‘na cosa grande, il Premio Internazionale Videoitalia come migliore interprete ed artista più votato all’estero. Collabora con il padre Mario e Gigi Sabani all’album Simmo ‘e Napule paisà, di cui cura la produzione artistica ed esecutiva.
Da marzo 2002 a febbraio 2007 torna a teatro nel ruolo di Saverio, il prete protagonista del musical C’era una volta…Scugnizzi, premiato con l’Oscar del Teatro assegnato dall’Ente Teatrale Italiano come miglior musical dell’anno 2003.
Nel 2004 incide con Lucio Dalla, Gigi D’Alessio e Gigi Finizio la canzone Napule e partecipa al “Concerto per Napoli legale” in cui canta Ajere e ‘A città ‘e Pulecenella.
Nelle stagioni teatrali 2005/2006 e 2006/2007 prende parte al progetto musicale teatrale Anime napoletane in cui canta brani napoletani rivisitati in chiave moderna, alternandosi ad interventi recitati di Pietro Pignatelli, suo collega nelle prime edizioni di C’era una volta…Scugnizzi, nella parte del camorrista assassino del prete coraggio Saverio, interpretato dallo stesso Da Vinci.
Nel 2006 compone e canta la colonna sonora del film Ti lascio perché ti amo troppo, di Alessandro Siani del quale è ospite nel programma “Fiesta”, cantando alcuni brani.
Nel 2009 partecipa al Festival di Sanremo con la canzone Non riesco a farti innamorare, scritta con Vincenzo D’Agostino e Gigi D’Alessio, classificandosi al terzo posto. 
Ancora teatro e musica con gli spettacoli Il mercante di stelle, del 2010, ed E’ così che gira il mondo del 2012 in cui Da Vinci alterna canzoni classiche napoletane a nuovi brani, di cui è anche autore. 
In questi spettacoli, veri e propri recitals, il cantante, da vero showman, intrattiene il pubblico con aneddoti, esibendosi su un palcoscenico ricco di luci e colori, con una scenografia che strizza l’occhio ai grandi musicals americani.

IL PRESIDENTE DEGLI SCUDETTI


Corrado Ferlaino

Corrado Ferlaino, nato a Cosenza nel 1931, ingegnere, imprenditore, è famoso per aver ricoperto per anni la carica di presidente del Napoli e, soprattutto, per avere portato all’ombra del Vesuvio due scudetti.
Nipote del magistrato Francesco Ferlaino, ucciso dalla ‘ndrangheta a Lamezia Terme nel 1975, separato, cinque figli, vive in una splendida dimora all’inizio di via Tasso.
Appassionato di automobilismo, alla guida di una Ferrari GTO, ha preso parte a quattro edizioni della Targa Florio. Il suo miglior piazzamento è stato un quinto posto nel 1964, in coppia con Taramazzo.
Durante la sua gestione, protrattasi con brevi intervalli fino al 2000, il Napoli ha militato sempre nella massima serie, raggiungendo il massimo fulgore negli anni Ottanta in corrispondenza della presenza in maglia azzurra di Diego Armando Maradona, vincendo due scudetti, una Coppa Uefa, una Coppa Italia ed una Supercoppa italiana; precedentemente, sempre con la gestione  Ferlaino, la squadra azzurra aveva vinto, nel 1976, una Coppa Italia ed una Coppa di Lega Italo-Inglese.
Fin dall’inizio della sua presidenza, Ferlaino è stato legato alla tifoseria da un rapporto di odio-amore. Era capace di far quadrare i bilanci societari privandosi dei giocatori più amati dai tifosi (un esempio su tutti quello del portiere Dino Zoff), ma capace anche di acquisti importanti come Giuseppe Savoldi, Ruud Krol e del già citato Maradona.
L’avventura calcistica di Corrado Ferlaino inizia nel 1967, quando l’allora presidente, Roberto Fiore, che aveva sollevato l’entusiasmo dei tifosi con l’acquisto di Sivori e Altafini, gli cede una piccola quota azionaria. Nella contesa tra Fiore ed il presidente onorario Achille Lauro, Ferlaino si schiera dalla parte del Comandante, che lo fa eleggere presidente il 18 gennaio 1969: Fiore, amareggiato, lo accusa di essere traditore e bugiardo.
La prima stagione della gestione Ferlaino si conclude con un sesto posto. 
Il suo arrivo all’Hotel Gallia di Milano, sede del calcio mercato, è al centro dell’attenzione. Scortato da una mezza dozzina di persone, affitta una lussuosa suite per due settimane, offre pranzi e cene, vola  ogni giorno da Milano a Napoli e viceversa per seguire i suoi affari d’imprenditore.
Anche per questo modo di fare, teso anche a stupire e ad essere al centro dell’attenzione, non è amato dagli imprenditori calcistici. Lo scomparso Bruno Passalacqua gli dà pubblicamente del buffone dopo il fallimento della trattativa per il passaggio di Juliano dal Napoli al Milan. 
Anche uno tra i più spregiudicati presidenti, Giusy Farina, ex numero uno di Vicenza e Milan, lo guarda con sospetto dichiarando: «Quando tratto con lui, sto sempre con le spalle appoggiate al muro. Non si sa mai».
Per fare soldi e costruire uno stadio di proprietà della squadra, l’ingegnere-imprenditore teorizza l’azionariato popolare ma tra tutti i suoi sogni riesce a realizzare solo la creazione di un settore giovanile, vero e proprio vivaio costituito da giovani talenti scoperti da osservatori inviati sui campetti di periferia.
I primi anni della presidenza Ferlaino vedono un alternarsi di allenatori di prestigio come Chiappella e Pesaola, licenziati e richiamati più volte sulla panchina della squadra. Ad alcuni acquisti importanti, come quello del centravanti Sergio Clerici, si affiancano la scoperta di un giovane talento napoletano, Gianni Improta, e cessioni altrettanto importanti e dolorose come quella del portiere Dino Zoff, idolo delle folle, ceduto alla Juventus. Gli scontri, più o meno velati, tra Ferlaino, Lauro e Fiore, portano la società ad una spiacevole situazione di insicurezza che culmina con la protesta  di gran parte dei tifosi che, dopo l’uscita di scena del portierone Zoff, scelgono di non rinnovare l’abbonamento al Calcio Napoli, non riponendo molta fiducia nella nuova squadra costruita dal presidente (la stagione 1972-1973 ha solo 37.000 abbonamenti, misera cosa per lo stadio San Paolo che si vanta di contenere più di 80.000  spettatori): la sconfitta in Coppa Italia, in casa, contro il Sorrento di Achille Lauro, rappresenta una delle pagine più tristi per Ferlaino e tutta la tifoseria azzurra.
Nel Sorrento gioca Beppe Bruscolotti, che mette in ombra il grande Josè Altafini, marcandolo ad uomo: l’anno dopo, neo acquisto del Napoli, inizia una prestigiosa carriera che lo porterà ad essere il vero punto di riferimento dell’intera squadra, nonché capitano della stessa per molti anni.
Adducendo motivi familiari e di lavoro, Ferlaino si trasferisce per qualche tempo in Australia, affidando la squadra al ragionier Sacchi per l’amministrazione. La squadra comincia ad agitarsi per gli stipendi pagati in ritardo: Sacchi vuole andarsene ed anche il consiglio d’amministrazione ha la stessa intenzione. Sul proscenio si ripresenta Roberto Fiore, intenzionato a riprendersi la presidenza. 
Si arriva ad un accordo tra Ferlaino, che resta presidente, ed il ragionier Sacchi. Il Napoli finisce con un deludente nono posto in campionato. 
Ferlaino intuisce che bisogna cambiare tutto, mentalità e gioco. Licenzia Chiappella e chiama Louis Vinicio, ‘o lione, che a Brindisi ha dato buona prova di sé come allenatore. Nella stagione 1972/73 nasce anche il Commando Ultras che ha il suo capo tifoso in Gennaro Montuori, soprannominato “Palummella” per l’abilità di saltare da un gradone all’altro della curva per dare il comando ed i tempi del tifo. L’acquisto del bomber Clerici e lo schema spumeggiante voluto dal nuovo allenatore, fanno volare la squadra al primo posto dopo sei giornate ma le speranze iniziali s’infrangono dopo alcune sfide dirette per concludersi con un dignitoso terzo posto.
Dopo Clerici, sono i gol di Beppe Savoldi a far sognare i tifosi: anche stavolta, dopo poche giornate, il Napoli è capolista ma le sconfitte consecutive con Inter e Juventus frenano le aspettative della squadra. 
Presidente ed allenatore non vanno più d’accordo: Vinicio rinuncia alla panchina quando ci sono ancora due finali di Coppa Italia da disputare. 
Ciò nonostante, la squadra, guidata dall’allenatore in seconda Del Frati e dall’allenatore della squadra Primavera, Rivellino, riesce a vincere la seconda Coppa Italia dopo quella conquistata nel 1962.
La stagione seguente il nuovo allenatore è Bruno Pesaola, altro amato ex giocatore azzurro, amico di tutti, ma bisogna attendere il 1987 per vedere realizzata la promessa che Ferlaino ha fatto a tutti i napoletani nel momento in cui è diventato presidente della squadra: portare lo scudetto a Napoli.
L’ingegnere-tifoso si vanta di aver sempre evitato la retrocessione e si considera l’”ultimo dei Borboni” ed è davvero osannato come un re quando l’abilità di Antonio Juliano, che ha militato nel Napoli ai tempi di Sivori e Altafini, diventato dirigente della squadra, riesce a portare a Napoli il fuoriclasse argentino Diego Armando Maradona, il “pibe de oro”, strappandolo al Barcellona.
Dopo un altro scudetto arrivato tre stagioni dopo, la retrocessione della squadra in serie B, nel 1998, rompe definitivamente il feeling tra Ferlaino ed i tifosi: alcune frange estremiste minacciano di morte il presidente che denuncia un paio di attentati dinamitardi alla sua residenza napoletana.
All’inizio degli anni duemila, dopo una co-gestione societaria con Giorgio Corbelli, Ferlaino ha ceduto il Calcio Napoli all’imprenditore alberghiero Salvatore Naldi, uscendo definitivamente dal mondo del calcio (se si esclude una breve parentesi come presidente del Ravenna): da allora, si è dedicato alla ristrutturazione di antiche ville nella zona di Ercolano.
In una recente dichiarazione alla stampa, Corrado Ferlaino, con alcune affermazioni che hanno suscitato molte polemiche, ha svelato alcuni trucchi da presidente e le manovre di Maradona per sfuggire ai controlli antidoping. 
Nell’intervista l’ingegnere afferma: «Maradona mi attacca sempre, mi ritiene un nemico ma l’ho salvato decine di volte. Dalla domenica sera al mercoledì Diego era libero di fare quel che voleva, ma il giovedì doveva essere pulito. Moggi, Carmando e il medico sociale chiedevano ai giocatori se erano a posto. Io non sapevo cosa accadeva ma qualche anno dopo ho scoperto che, se qualcuno era a rischio, gli si dava una pompetta contenente l’urina di un altro; lui se la nascondeva nel pantalone della tuta e nella stanza dell’antidoping, invece di fare il suo “bisognino”, versava nel contenitore delle analisi l’urina “pulita” del compagno. Nonostante questo, Diego, quel giorno del 1991, fu trovato positivo.
Moggi - continua Ferlaino riferendosi all’allora manager del Napoli -  aveva chiesto a Maradona se era in condizione e lui rispose: sì, lo sono, va tutto bene. Il fatto è che i cocainomani mentono a se stessi. Risultò positivo e quando l’allora presidente federale Nizzola mi chiamò in via confidenziale per darmi la notizia, fu troppo tardi. Insistetti, gli dissi: presidente, dimmi cosa posso fare, ma lui rispose: ormai non puoi fare più nulla». 
Sul sistema in vigore oggi afferma: «Non si può andare in tuta a fare i controlli, bisogna essere nudi, quindi il trucco della pompetta è irrealizzabile. Adesso c’è una lista con dei numeri, ognuno corrisponde a un calciatore, un medico preposto li estrae a sorte. Ma non è difficile trovare medici amici. Per cui basta toccare con le mani inumidite  dalla saliva i numeri dei giocatori sicuramente puliti, così i numeri diventano più luccicanti e quando si estrae si sa come scegliere. Una specie di sorteggio pilotato».
Altre rivelazioni riguardano il secondo scudetto vinto dal Napoli nel 1990: «Allacciai buoni rapporti con il designatore Gussoni. Il Milan aveva un arbitro molto amico, Lanese, a noi invece era vicino Rosario Lo Bello, che era un meridionalista convinto. Il campionato si decise il 22 aprile: il Milan giocava a Verona, Gussoni designò Lo Bello per quella partita; successe di tutto, espulsioni, milanisti arrabbiati che scaraventarono le magliette a terra: persero 2-1. Noi vincemmo serenamente a Bologna per 4-2 e mettemmo in tasca tre quarti di scudetto». E la famosa monetina di Alemao a Bergamo? «Fu colpito – spiega l’ingegnere – forse ingigantimmo l’episodio ma la partita comunque era già vinta a tavolino. Facemmo un po’ di scena. L’idea fu del massaggiatore Carmando. Alemao all’inizio non capì, lo portammo di corsa all’ospedale, gli feci visita e quando uscii dichiarai addolorato ai giornalisti: “Non mi ha riconosciuto”. Subito dopo scoppiai a ridere da solo, perché Alemao era bello e vigile nel suo lettino».
Negli anni Novanta, Ferlaino è stato coinvolto in diverse inchieste su appalti e tangenti avviate dalla Procura di Napoli per i lavori nell’ambito delle opere per i Mondiali ’90 e per la ricostruzione post terremoto del 1980: tali vicende si sono concluse per prescrizione dei reati ma la storia delle tangenti gli ha procurato qualche giorno di arresti domiciliari.
Attualmente, è indagato, sempre dalla stessa Procura della Repubblica, per una presunta evasione fiscale da 30 milioni di euro attraverso la costituzione di società off-shore in Lussemburgo, Inghilterra, Svizzera ed alcuni paesi dell’America Latina.
Vorrei concludere ricordando i numerosi incontri che ho avuto con lui in occasione del mio libro Achille Lauro Superstar, un personaggio verso cui aveva una stima sconfinante nella venerazione, e l’appoggio che mi ha dato in occasione delle mie numerose presentazioni della biografia del Comandante.

giovedì 8 agosto 2013

PEPPINO, FACCI SOGNARE!

Peppino di Capri

Peppino Faiella, conosciuto universalmente come Peppino di Capri, nasce nel 1939 nell’isola delle sirene.
Originario di una famiglia di musicisti (il nonno fu musicista nella banda di Capri ed il padre Bernardo, che aveva un negozio di dischi e strumenti musicali, suonava il sax, il clarinetto, il violoncello ed il contrabbasso in un’orchestra), si esibisce al pianoforte per la prima volta nel 1943, all’età di quattro anni, suonando per le truppe americane sull’isola natale durante la guerra.
Per cinque anni studia in privato musica classica prima di scoprire, a metà degli anni ’50, la sua nuova tendenza: la musica rock, che iniziava prepotentemente ad affacciarsi all’orizzonte. Nell’autunno del ’58, all’età di 18 anni, incide i primi dischi: Malatia e Nun è peccato, che per Peppino ed il suo gruppo, significano il successo immediato, segnando l’inizio di una lunga carriera che dura ancora oggi.
Nei cinque anni successivi lancia hits come Voce ‘e notte, Nessuno al mondo, Luna caprese, Let’s twist again, Saint Tropez twist, Roberta ed altri brani che lo vedono sempre tra i “numero uno” in vetta alle classifiche.
Il primo dei numerosi film ai quali partecipa, in parti secondarie, è del 1961, Mina…fuori la guardia: si tratta, per lo più, di musicarelli, molto in voga negli anni ’60 e ’70, nei quali semplici trame offrono la possibilità agli attori cantanti di far conoscere le proprie canzoni.
Nel ’65 partecipa come “supporter” alla mitica ed unica tournée italiana dei Beatles. Gli anni dal 1960 al 1966  segnano il periodo d’oro di Peppino, cui segue un quinquennio di crisi accantonato definitivamente nel 1970, anno in cui fonda la casa discografica SPLASH, con relativi studi di registrazione. Il 1970 è anche l’anno del primo album di Napoli ieri e oggi, cui seguono altri due album nel 1973 e nel 1975: rielaborando in chiave moderna i classici della canzone napoletana, accostati a canzoni nuove, questi dischi dalla copertina di velluto consacrano Peppino come vero sdoganatore, presso le nuove generazioni, della canzone classica napoletana che, con arrangiamenti accattivanti, diventa persino ballabile nelle discoteche.
La prima partecipazione al Festival di Sanremo (è uno dei recordmen del festival con ben 15 presenze) è del 1971 con un brano di Pino Donaggio, L’ultimo romantico. Nello stesso anno pubblica Musica, Frennesia e la sigla della trasmissione televisiva di Mike Bongiorno, Rischiatutto, Amare di meno.
Nel ’73 vince il suo primo festival di Sanremo con Un grande amore e niente più e nel dicembre dello stesso anno lancia Champagne, che in breve diventa un grande successo internazionale. Nel ’76 vince il suo secondo Sanremo con Non lo faccio più e negli anni successivi raccoglie molti consensi attraverso partecipazioni ai grandi spettacoli del sabato sera ed ai vari  Sanremo con Il sognatore, E mo e mo’, Evviva Maria, Favola Blues ecc..
Nel 1982 pubblica un disco di grande successo, Juke box, dove reinterpreta classici degli anni ’60 in chiave moderna, affidandosi, per i cori, alla famosa pop-band napoletana de Il Giardino dei Semplici.
Nel settembre ’98 festeggia i suoi quarant’anni di carriera con lo spettacolo Champagne, Di Capri di più in onda su Rai 1 dalla famosa piazzetta di Capri.
Dall’autunno 2003 ad oggi pubblica vari album tra i quali ricordiamo il live  Peppino di Capri in tour e la riproposizione della preziosa antologia di canzoni napoletane Napoli ieri ed oggi in 5 CD contenenti 80 brani selezionati tra il 1970 ed il 2003.
Nel 2004 è coautore di un libro dal titolo Il Sognatore, scritto con il giornalista Rai Geo Nocchetti, in cui il cantante si racconta attraverso un piacevole excursus che spazia dall’artistico al privato.
Nel 2008 festeggia 50 anni di carriera e nel 2009, tra vari concerti e passaggi televisivi, incide 2 CD: Collection 1 e 2, che contribuiscono a mantenerne sempre vivo il  successo, fino all’ultimo concerto live al Parco della Musica di Roma da cui sono tratti il  video ed il CD audio Peppino di Capri 50° anniversario.
Tra il 2007 ed il 2010 Peppino ha composto ed orchestrato la colonna sonora delle 3 fiction Capri, trasmesse da Rai 1, mentre tra il 2010 ed il 2011 è stato impegnato nell’allestimento di un Musical, che racconta il suo percorso artistico.
In un album di 12 brani, Magnifique With Orchestra, ispirato all’internazionalità della sua isola, interpreta famosi brani stranieri ed alcuni suoi successi, diventati ormai veri e propri classici.
L’ultima fatica di Peppino è un brano in lingua napoletana, lanciato nel maggio 2013, dal titolo ‘A voglia ‘e cantà.
Infiniti sono stati i miei contatti con Peppino: ero presente a quello che è stato per lui l’incontro  più importante della sua vita, quando, nel corso di una delle consuete feste megagalattiche che il mio amico Gian Filippo Perrucci organizzava nella villa di via Tasso, ebbe modo di incontrare Giuliana, sua seconda moglie, figlia di un dentista, appartenente alla buona borghesia napoletana.
Altri incontri li ho avuti in occasione di feste organizzate nella sua bella villa di Capri e ad Ischia, presso la tenuta del grossista di moda Altieri, mio vicino di villa, accanito appassionato di musica ed amico di quasi  tutti gli artisti importanti dell’epoca, tra i quali, naturalmente, non poteva mancare Peppino che, almeno due volte l’anno, dopo essersi esibito al Poseidon, concludeva la serata a villa Altieri, tra cene prelibate ed esibizioni al pianoforte che duravano fino all’alba.
L’episodio più divertente che ricordo  fu quello avvenuto da Ciro a Santa Brigida, dopo uno spettacolo di Vittorio Gassman al teatro Augusteo.
Con mia moglie ed una coppia di amici, arrivai per primo al ristorante, seguito dopo poco da Peppino e consorte e Gassman e regista.
Dopo poco, Peppino si avvicinò al tavolo del  grande attore e lo abbracciò affettuosamente, parlandogli per cinque minuti, per interrompere la discussione solo all’arrivo della pizza.
Occorre premettere che Peppino, a quel tempo, era notevolmente ingrassato ed i nei sul suo volto erano divenuti dei ponfi mostruosi.
Gassman, dopo alcuni momenti in cui era palesemente interdetto, si rivolse al cantante ed educatamente gli chiese: “Ma lei chi è…sa, io sono smemorato!”, “Sono Peppino di Capri!”.
Il tutto si concluse con un brindisi generale offerto dall’indimenticabile attore a base di un MOET d’annata.