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sabato 25 febbraio 2012

Rebibbia Uber Alles

Trionfa al festival di Berlino il film dei fratelli Taviani

i fratelli Taviani
Il penitenziario del carcere di Rebibbia è da alcuni mesi al centro dell'attenzione dei mass media internazionali.
Prima la visita del Pontefice, il quale, in occasione delle festività natalizie, non si è dimenticato di andare a visitare le sue pecorelle smarrite; ieri il trionfo, dopo oltre venti anni, al prestigioso festival di Berlino del film documentario dei fratelli Taviani, interamente girato nel carcere romano, con i detenuti che mettono in scena il "Giulio Cesare" di Shakespeare.
Una pellicola che non vuole compiacere il gusto del pubblico, ma in tende scuotere le nostre certezze morali e civili, puntando l'indice sul disastro del nostro sistema penitenziario, dove la dignità umana viene calpestata ogni giorno, trasformando esseri umani, pur colpevoli di efferati delitti, in automi disarticolati, in pallidi ectoplasmi, a volte in marionette impazzite.
Il pubblico applaude con entusiasmo, ma molti hanno le lacrime agli occhi, al pensiero che i bravissimi attori: Cosimo, Salvatore, Fabio, Giovanni, Antonio, Vincenzo e Gennaro non sono presenti, rinchiusi nella solitudine delle loro celle.
Le scene sono state girate all'interno del reparto di massima sicurezza, nelle celle, nei cortili angusti e claustrofobici che costituiscono l'universo desolante di persone, le quali a contatto con le parole immortali del grande genio, hanno conosciuto una nuova dimensione provocando dirompenti emozioni.
Il film parla di intrighi, tradimenti, morte, uomini d'onore, una terminologia familiare per chi vive nel braccio di massima sicurezza e per chi è condannato per omicidio, mafia, criminalità organizzata. Comincia a colori con il finale del "Giulio Cesare", per proseguire poi con un livido bianco e nero.
L'energia della narrazione vive nello stridente contrasto tra i silenzi delle celle e la forza straripante della rappresentazione teatrale, con la struggente malinconia, alla fine dello spettacolo, del ritorno alla desolante realtà della reclusione.
Si tratta di un riconoscimento che, oltre a gettare di nuovo luce su un tema di scottante attualità, come la drammatica situazione in cui versa il nostro sistema carcerario, costituisce un plauso ai tanti volontari, che tentano con ogni mezzo anche attraverso l'arte ed il teatro, il recupero di tante vite difficili.
Il film è stato già visto in mezzo mondo, dalla Francia all'Inghilterra, dal Brasile all'Australia, fino addirittura alla Norvegia ed all'Iran e siamo certi che sarà accolto con interesse anche dal pubblico italiano.

scene girate nel carcere di Rebibbia
il Giulio Cesare
detenuti a Rebibbia
i fratelli Taviani vincitori a Berlino 



giovedì 23 febbraio 2012

L’eterna lotta tra il bene e il male


Tuti noi abbiamo cognizione di cosa sia il bene e cosa rappresenti il male nella vita di ogni giorno; pochi si pongono il problema se il male si annidi nell’universo dal momento della creazione e sia in eterna lotta col principio contrario.
Mentre un intelligente architetto, che tutte le religioni indicano come Dio, creava le rose, un suo avversario gli poneva accanto le spine; mentre nel cielo svolazzavano nugoli  di variopinte farfalle, nello stesso tempo nascevano virus e batteri. A mio parere bene e male sono collegati all’ordine ed al disordine che regnano nell’universo. 
Basta lo spostamento di un solo aminoacido, tra le centinaia che compongono una proteina, come la mioglobina, presente in numerose specie animali, per creare una grave malattia, come pure il tanto decantato libero arbitrio, è influenzato da una tale quantità di fattori, dall’equilibrio ormonale e psichico alla casualità degli avvenimenti, da costituire una pura chimera. 
Il bene e il male si fronteggiano ad armi pari e non esistono solo come categorie del pensiero umano, destinate a scomparire con l’estinzione dell’uomo; costituiscono una realtà frutto di un’intelligenza suprema costretta a destreggiarsi tra il caso e la necessità.

lunedì 20 febbraio 2012

Il fascino perverso del transessuale



I recenti squallidi episodi di cronaca che hanno visto importanti uomini politici colti in fallo…, mentre, pur essendo ammogliati, cercavano tra le braccia di un transessuale qualcosa che la moglie, la famiglia, la società, nella quale era membri… di rilievo non erano in grado di dargli, ha riproposto all’attenzione generale ed al necessario dibattito culturale tra gli esperti una spinosa problematica, che rischia di far saltare i delicati equilibri sui quali poggia la nostra società.

Tre termini, ritenuti erroneamente sinonimi, occupano spesso le pagine dei giornali e le trasmissioni televisive: travestito, transessuale, transgender.
Tutti sono pervasi da una voglia di cambiamento della propria identità sessuale, come si evince chiaramente dal prefisso comune trans, ma mentre i travestiti amano semplicemente assumere i vestiti ed i comportamenti tipici dell’altro sesso(come ad esempio i celebri femminielli della tradizione napoletana), i transessuali anelano, con l’aiuto della chirurgia, di variare la propria anatomia genitale, per farla corrispondere a quella psicologica, mentre infine i transgender negano la dicotomia sessuale e ritengono di poter assumere contemporaneamente anatomia ed identità sia maschile che femminile. Un comportamento sfacciatamente sovversivo per i canoni della nostra civiltà, che si rifà all’antico mito degli androgini, creature bisessuali, descritte da Aristofane nel Simposio di Platone o alla figura di Tiresia, che divenne donna per sette anni, per poi ritornare ad essere uomo.
Prima di proseguire è necessaria un’ulteriore precisazione scientifica: nella nostra specie, a differenza di altre, non esiste la figura dell’ermafrodito ed alcune patologie, legate a tare genetiche, danno luogo ad individui con un duplice corredo di attributi sessuali, ma in nessun caso essi sono in grado di funzionare alternativamente come maschio o femmina. Alcuni soggetti presentano pene ed utero rudimentale, oppure il cosi detto ovotestis, la presenza nell’ovaio di tessuto testicolare primordiale. 
Per cui le trasformazioni praticate al tavolo operatorio non sono in grado di sovvertire ciò che la natura non ha previsto. 
Ma l’interrogativo che sempre più incalzante si presenta in questi giorni è cosa cerchino tanti uomini potenti tra le braccia(e tra le coscie…) di questi misteriosi individui. E come mai non capiscano quanto sia facile essere oggetto di un ricatto. Basta una cimice, una microtelecamera nascosta, un pedinamento e si finisce oggetto di minacce ed estorsioni, se non sulle pagine dei quotidiani.
La nostra morale li disprezza e considera disdicevole frequentarli, per cui il rischio di essere colti in fragrante rappresenta un concreto pericolo, che pare non spaventi più di tanto i loro più assidui clienti, addirittura eccitati dal rito della trasgressione. 
Non esistono attendibili studi scientifici sulla psicologia del transessuale, se non alcune datate considerazioni di Foucault, per cui dobbiamo affidarci a quel che hanno raccontato sull’argomento registi e scrittori.
Il transessuale si differenzia dall’omosessuale che conserva l’ortodossia del soggetto attivo e di quello passivo nella dinamica sessuale, come capitò a Verlaine quando lasciò sua moglie per Rimbaud divenendo, la “vergine folle” del suo “sposo infernale”.
Il transessuale è un uomo in fuga dalla sua identità, che cerca di trasferirsi nell’altro sesso senza rinunciare al suo, spesso per necessità contingenti legate al suo triste mestiere. Lapidarie a tal proposito le parole che Almodovar mette in bocca ad Agado, il protagonista del suo film Tutto su mia madre, il quale, alla domanda perché non si faccia asportare chirurgicamente quell’imbarazzante appendice che gli ricorda la sua mascolinità, risponde candidamente: ” E poi come lavoro, i miei clienti vogliono una donna col pisello”.
Ancora più clamorosa è un’altra dichiarazione del regista spagnolo, tra i primi a denunciare il problema sociale del transessuale: “ Trans fu quel Dio che si fece uomo restando Dio”.
La nostra società vive sull’apparenza più che sulla sostanza, per cui il trans diventa, più che fenomeno da baraccone, curiosità da esibire in pubblico, dal Grande Fratello al Parlamento. E poiché in un’epoca da basso impero e di finta democrazia come la nostra spuntano come funghi difensori di ogni causa, anche la più strampalata, perché non concedere loro di farsi una famiglia, di adottare dei figli, di costituire un modello di riferimento per le nuove generazioni?
Alcuni paesi Europei, apparentemente all’avanguardia, vorrebbero concedere loro il doppio congedo, uno di maternità ed uno di paternità, già ora la mutua rimborsa integralmente le spese per il cambio del sesso, ma anche per loro non sarà facile creare un ordine in un campo dove regna sovrana l’anarchia. 
Altrimenti saremmo costretti a gettare alle ortiche migliaia di anni di civiltà, riscrivere Bibbia e Corano, oltre a mitologia e psicoanalisi, filosofia greca e poesia provenzale.
Si aprirebbe un futuro da incubo dominato da istinto e permissività e non più da razionalità e morale.

I femminielli



Napoli nella sua lunga storia, più volte millenaria, non ha conosciuto né il ghetto né l'Inquisizione, perché il carattere peculiare che ci contraddistingue da sempre è la tolleranza, che oggi, pur tra tante pressanti emergenze, ci fa progettare a Ponticelli una grande moschea e che in futuro ci permetterà certamente di rappresentare un ideale laboratorio sperimentale di convivenza tra popoli eterogenei e culture diverse.
Il napoletano, come dimostrano recenti statistiche, non vede di buon occhio l'omosessuale più o meno dichiarato, quello politically correct, che oggi, altrove, va tanto di moda ed è apparentemente accettato da una società ipocritamente buonista. Ma da noi il femminiello può vivere quasi sempre, soprattutto nei quartieri popolari, in una atmosfera accogliente, segnata dal consenso e dal buonumore. Nato in uno squallido basso, privo di aria e di luce, in una famiglia in cui la promiscuità è la regola, e dove i figli, tanti, dormono tutti assieme in un unico letto, il femminiello trova il pabulum ideale per sviluppare le sue particolari tendenze; è sempre l'ultimo dei figli maschi, cocco di mamma, al cui modello di dolcezza femminile tende spontaneamente, decidendo, ad un certo momento, senza essere incalzato da cause organiche o costituzionali, di appartenere: di essere donna! Nei quartieri popolari è raro che questa decisione venga giudicata una disgrazia, la famiglia non pensa nemmeno lontanamente di allontanarlo, perchè sa bene che anche la società del vicolo lo accetterà senza problemi, anzi poco alla volta lo utilizzerà bonariamente come un factotum buono per mille piccoli servizi, dall'aiuto nel fare la spesa al rammendo degli abiti, mentre nessuna mamma avrà timore di affidargli i suoi bambini, anche piccoli, se dovrà allontanarsi per qualche ora dal basso per un'improvvisa incombenza.
Il femminiello gode quindi di una bonaria tolleranza in tutti i quartieri poveri della città, dove collabora attivamente all'arcaica economia del vicolo e dove, per la cultura popolare, non è mai un deviato, ma al massimo uno stravagante, che ama travestirsi ed imbellettarsi come una donna, assumere movenze e tonalità vocali caricaturali, amplificate da una gestualità quanto mai espressiva.
Il popolino lo accetta volentieri e lo utilizza frequentemente come valvola di sfogo di malumori e aspettative insoddisfatte, scaricandogli addosso, senza malizia, una valanga di improperi in un cordiale quanto irripetibile turpiloquio, condito di frasi onomatopeiche ad effetto, comunque senza mai isterismi o inutili intenzioni moralistiche.
Volgarmente è chiamato ricchione dal popolino, che ignora di adoperare un termine assai antico e di origine spagnola. Furono infatti i nostri dominatori per tanti secoli ad introdurre, all'inizio del Cinquecento, nel nostro dialetto la parola orejones, con la quale si indicavano gli omosessuali, eredi della dinastia incaica, che si facevano forare ed allungare i lobi delle orecchie come segno distintivo.
Naturalmente personaggi dal sesso mascherato erano già presenti presso di noi da migliaia di anni e dobbiamo tornare molto indietro nel tempo, se vogliamo comprendere fenomeni che ancor oggi resistono nella nostra cultura, pur con le dovute trasformazioni.
Un esempio paradigmatico di quanto profonde siano le radici di antiche pratiche appartenenti al mondo dei travestiti, esistenti ancora oggi, anche se difficilmente visibili, avendo nel tempo acquisito il carattere della massima riservatezza, è costituito dalla cosiddetta figliata d''e femminielli. Essa non è altro che un rituale derivante dall'antico rito della fecondità, praticato per secoli nella nostra città. La figliata si svolge segretamente alle pendici del Vesuvio, a Torre del Greco, ed è stata descritta accuratamente con accenti vivaci da Malaparte nel suo libro "La pelle" e dalla regista Cavani nell'omonimo film. 
Questa originale iniziazione ad una femminilità particolare prevedeva un utilizzo di segrete conoscenze alchemiche, oggi perdute ed avveniva durante periodici festeggiamenti per l'avvenuta nascita del "maschio-femmina", dagli iniziati chiamata "Rebis", res + bis, cosa doppia. Il rituale, descritto nella "Napoli esoterica" di Buonoconto, richiedeva la presenza di un ermafrodito, l'unica creatura che contenesse i due elementi in cui è suddivisa tutta la natura. I greci, da cui discendiamo, ritenevano divino l'ermafrodito, perché figlio della bellezza (Afrodite) e della forza (Ermes).
Naturalmente nel tempo la purezza ideale dell'ermafrodito alchemico si è in parte smarrita, sostituita dalla più materiale ambiguità del femminiello, ma l'antica memoria del rito non è andata del tutto smarrita e conserva immutata ancora oggi la forte carica simbolica, che suggestiona a tal punto alcuni soggetti, da fargli provare le stesse emozioni ed i lancinanti dolori del parto. Sdraiato sul lettino ed assistito dalle parenti, il femminiello vive le ore del travaglio ed il momento del parto. Alcuni soggetti si immedesimano a tal punto nel rituale, da presentare, per effetto di una profonda quanto inconscia memoria ancestrale, tutti i segni della sofferenza con un'evidenza sconcertante, dall'accelerazione del battito cardiaco alla sudorazione, dal pallore anemico alle contrazioni dei muscoli addominali. Durante le doglie le parenti accompagnano il travaglio con ritmiche litanie, la cui origine si perde nella notte dei tempi, dal trivolo vattuto, letteralmente dolore picchiato, al classico taluorno, un triste accompagnamento vocale delle veglie mortuarie, caratterizzato da una lamentazione ritmica, scandita da colpi portati alle guance dalle due mani contemporaneamente, mentre la testa oscilla ampiamente avanti e indietro. Nell' acme della figliata, il femminiello simbolicamente espelle dalle cosce un bambolotto di pezza (di legno a forma di fallo, secondo Malaparte, che asserisce di aver assistito ad una figliata) accolto con grande gioia dalle comari, che accolgono trionfante il neofita nella loro ambigua comunità, offrendo in abbondanza agli astanti vermouth e babà.
A questi riti antichi e dimenticati si ricollega la credenza che il femminiello porti fortuna, sia portatore di una carica di magico, stando al limite del diverso, in condizione simbolica di ermafroditismo. Questo è il motivo per cui egli è delegato a distribuire parte della sua fortuna agli altri nelle riffe, dove si mettono in palio dei regali in natura, legati all'estrazione dei numeri del lotto. In genere di lunedì, giorno dedicato tradizionalmente al culto dei morti, avvengono, in vari punti della città, queste originali tombolate, accompagnate ad ogni numero estratto dalla spiegazione dei significati reconditi espressi nella "Smorfia". La più famosa estrazione avviene ancora oggi periodicamente nella chiesa di Santa Maria alla Sanità, conosciuta dal popolino come Monacone, all'uscita delle sottostanti catacombe di San Gaudioso. Il rituale è stato magistralmente descritto da Roberto De Simone nella "Gatta cenerentola".
I femminielli sono spesso ignoranti, a volte analfabeti, per la precocità della loro scelta e per la scarsa accoglienza da parte della scuola, che non gradisce la loro presenza nelle aule, al fianco di coetanei, nei quali i processi di identificazione sessuale sono ancora in via di definizione. A tredici anni sono già introdotti a pieno titolo nella cerchia dei travestiti ed hanno ricevuto da parte del quartiere il consenso sociale che permette loro di identificarsi in una comunità riconosciuta, che ha un solo nemico giurato: il mondo delle prostitute, gelose del loro antico mestiere e giustamente timorose di perdere clientela.
Di giorno il femminiello fa vivere al quartiere momenti di gustosa ilarità, quando va a fare la spesa o semplicemente passeggia guardandosi intorno. Truccati pesantemente soprattutto alle labbra, indossano camicette scollate e pantaloni attillatissimi, che a fatica nascondono una dimenticata, ma sempre imbarazzante appendice sessuale. Nonostante la cultura modesta, hanno spirito mordace, senso del ridicolo e la battuta sempre pronta. Raggiungono il massimo della teatralità dal verdummaro, quando palpeggiano e scelgono le zucchine più lunghe e più dure o si beano accarezzando i meloni più tondi. Quando entrano in un negozio il divertimento è assicurato, vengono accolti con piacere dagli astanti e qualche ragazzo impertinente li sfruculea, canticchiando qualcuno dei motivi dedicati a loro dai neomelodici o la celebre canzone di Pino Daniele, che racconta la storia di un travestito di nome Teresa.
Non solo i compositori di canzonette hanno dedicato la loro attenzione al mondo dei travestiti, finanche un celebre commediografo, come Patroni Griffi , ha composto un lavoro teatrale "Persone naturali e strafottenti" e poi un romanzo "Scende giù per Toledo", il cui protagonista, Rosalinda Sprint, un travestito, rappresenta la più efficace metafora di una città, costretta dai ritmi incessanti imposti dalla modernità, a vivere in uno stato permanente di indeterminatezza. Rosalinda è rappresentata come pura fisicità, ostentata e sofferente, i suoi monologhi, pur nella loro stupidità, posseggono una carica di trasgressione e teatralità, derivata da una perentorietà biologica prorompente che non ammette ammiccamenti né compromessi con la cultura dominante.
Anche Attilio Veraldi, acuto indagatore dell'odierno disordine napoletano, ha costellato di oscuri travestiti le intricate trame dei suoi noir. E lo stesso fanno Michele Serio nel suo romanzo granguignolesco "Nero metropolitano" e Andrej Longo nel suo ultimo lavoro "Adelante".
Fino agli anni Settanta indossare abiti da donna era per un uomo vietato dalla legge, ad eccezione dei giorni di Carnevale, e le forze dell'ordine potevano comminare multe salate ai contravventori. Una sentenza, accolta poi da tutta la giurisprudenza successiva, stabilì che i travestimenti non erano più reato e da allora, tra lo stupore generale, il passeggio dei femminielli, in precedenza confinato prevalentemente nei vicoli dei quartieri spagnoli, è dilagato in pieno centro cittadino, con l'incessante ancheggiare di silfidi dalle spalle muscolose e dai seni siliconati prorompenti, a stento tenuti a bada da scollature vertiginose, dalle cosce monumentali generosamente esposte in minigonne mozzafiato. Esseri indefinibili, troppo belli per essere donne, che tradiscono il loro stato ambiguo per l'altezza eccessiva e per il profumo pestilenziale.
Il fenomeno, come abbiamo visto, non era nuovo, nuovo era soltanto lo scenario, che abbracciava oramai tutta la città.
In passato, come apprendiamo dalla "Storia della prostituzione" del Di Giacomo, vi erano luoghi, stabiliti dall'Autorità, dove travestiti e prostitute potevano liberamente esercitare...A lungo questa zona fu l'Imbrecciata, che si trovava nei pressi di Porta Capuana, vicino al borgo di Sant'Antonio Abbate. Cominciò a svilupparsi intorno al 1530 ed in quell'area vennero progressivamente localizzati tutti i postriboli partenopei. Infine,in un editto emanato nel 1781, l'Imbrecciata fu riconosciuta come l'unico quartiere dove era ammesso il meretricio. Nel 1855, per evitare sconfinamenti, la zona fu delimitata da un alto muro di cinta con un solo cancello d'accesso, presidiato dalla polizia, che faceva cessare ogni attività poco prima della mezzanotte. Questa segregazione durò fino al 1876, quando fu consentita la prostituzione anche in altri quartieri. Nell'ambito di questo rione off limits vi era una strada frequentata solo dai travestiti, che si chiamava per l'appunto vico Femminelle, toponimo che tramutò prima in via Lorenzo Giustiniani ed oggi via Pietro Antonio Lettieri.
A questa strada malfamata dedicò un intero capitolo Abele De Blasio, medico e scrittore, autore di un ancora letto e consultato "Nel paese della camorra". Un'attenzione resa obbligatoria nel discettare di onorata società perché, già dal Settecento, tutto il quartiere era caduto sotto il controllo della malavita organizzata.
Lo studioso distingue due categorie di omosessuali: i passivi, che definisce ricchioni e gli attivi, chiamati senza perifrasi uomini di merda. La camorra, una struttura verticistica a forte impronta maschilista, ammetteva tra le proprie fila soltanto gli omosessuali attivi, un uomo di merda poteva così essere anche un uomo d'onore, un ricchione assolutamente no.
Come abbiamo visto sotto la dominazione spagnola, impregnata di un cattolicesimo rigoroso e perbenista, gli omosessuali erano ghettizzati e tenuti sotto stretta osservazione. Non sappiamo quanti fossero, ma sappiamo che, se colti in flagranza, venivano puniti.
Il 17 febbraio 1504 Ferdinando III, detto il cattolico, promulgò una legge che prevedeva pene severe non solo per gli omosessuali, ma anche per chiunque si fosse abbandonato ad atti di sodomia. Ad aumentare la severità delle sanzioni ci pensò poi Filippo II, il quale, il 28 luglio 1571, fece approvare una legge, che puniva addirittura i baroni, se gli stessi, nell'amministrare giustizia nei loro possedimenti, si fossero dimostrati indulgenti verso i cultori della via aborale.
Soltanto nell'Ottocento, dopo l'Unità, il clima divenne più liberale e Napoli da capitale di un regno divenne, per anni, capitale dell'omosessualità europea, con una prostituzione maschile in grado di soddisfare i desideri inconfessabili di ricchi viaggiatori stranieri provenienti dai quattro angoli del globo, alcuni dei quali celebri artisti e letterati.
Dopo aver esaminato il passato, uno sguardo ai nostri giorni.
La diffusione capillare della droga, anche se giunta in ritardo nella nostra città, perchè ad essa si opponevano famosi camorristi, come lo stesso Cutolo, ha travolto equilibri secolari ed anche la comunità dei femminielli ne ha risentito vistosamente. La peste del XXI secolo, l'AIDS, ha cominciato a dilagare, riducendo a larve e fantasmi vaganti tanti omosessuali, costretti a diventare miseramente posteggiatori abusivi o mendicanti. I vicoli dei quartieri spagnoli, dopo il sisma del 1980, sono stati progressivamente occupati da extracomunitari, dalla cultura lontanissima dalla nostra, per cui è scomparso quell'ambiente familiare del vicolo, con la sua economia ed i suoi rapporti interpersonali molto stretti, quasi maniacali. La vita quotidiana nelle stradine sopra via Toledo era scandita da un senso di socializzazione e di appartenenza fortissimo, ancor più stretto per chi viveva nella stessa strada. Il senso della vita comunitaria tra il popolino si è affievolito lentamente dal dopoguerra in poi, per deteriorarsi maggiormente con l'arrivo di cingalesi e capoverdiani. Un dato eminentemente urbano, non derivato dalla civiltà contadina, che ha caratterizzato per secoli i nostri vicoli e che oggi è al capolinea. Scomparso il proprio territorio protetto i femminielli si trovano oggi alla deriva senza bussola e senza consenso sociale. Devono combattere con i viados brasiliani, importati massicciamente dalla malavita, portatori di una sottocultura diversa, legata unicamente al moloch dei nostri giorni infelici: il denaro.
Cambieranno, scompariranno, come sono scomparse le nostre puttane, sostituite egregiamente da albanesi e nigeriane? Sembra sia in atto una vera e propria mutazione cromosomica. In ogni caso i femminielli di domani saranno diversi da quella specie, che ha allignato per 25 secoli all'ombra del Vesuvio, costituendo una caratteristica, nel bene e nel male, della nostra amata città.

giovedì 16 febbraio 2012

Lettera aperta al Ministro Severino

L'UNITA' di DOMENICA 22 GENNAIO 2012  pag.26


Gentile signora Severino,

sono napoletano come Lei, medico escrittore attualmente detenuto nel carcere di Rebibbia, ed ho molto apprezzato il Suo toccante discorso in occasione dellavisita del SantoPadre, per cui desidero ringraziarLa, anche a nome dei miei compagni di sventura.
Lei non ha potuto vedermi, perché la mia domanda (cattiva), per quanto condivisa dai cappellani, è stata censurata dalla segreteria del Pontefice.
In ogni caso è stata pubblicata da numerosi quotidiani sotto forma di lettera al direttore:
«Colgo l’occasione per sottoporLe una mia proposta che,nonostante abbia prospettato da tempo alla direzione, non ha finora ricevuto risposta. Ho la fortuna che mia figlia e mio genero siano commissari europei e, dopo aver consultato tutti i presidenti delle commissioni, mi hanno assicurato, in tempi brevissimi, la disponibilità di 100.000 euro per una o più iniziative a favore dei reclusi di Rebibbia.
Il mio sogno è che si possa permettere-a costo zero- l’opportunità di ricevere ed inviare mail a parenti ed amici,grazie al finanziamento della Comunità Europea.
Naturalmente la posta elettronica in arrivo ed in partenza,a differenza di quella tradizionale che gode della segretezza, potrebbe avere un filtro censorio .Rimanere in contatto costante con i propri cari è l’unico rimedio che conosco per sopportare la sofferenza, la solitudine,Se non la malinconia.
si ha l’energia per la realizzazione di un’iniziativa del genere,che ci porrebbe una volta tanto all’avanguardia in Europa, avanzo una seconda proposta: quella d’invitare i maggiori esperti internazionali del settore a tenere un ciclo d conferenze sulle metodiche più avanzate per meglio tollerare la detenzione, dall’ipnosi alla meditazione trascendentale, senza alcuna preclusione (ricorda la signora Ministra la scena relativa di Arancia meccanica?) e raccogliere poi i risultati in un volume da diffondere presso gli istituti di pena di tutto il mondo. Attualmente ho constatato che l’unica tecnica ampiamente attuata consiste nell’uso generoso di psicofarmaci, sconfinante nell’abuso,ch trasforma i detenuti in pallidi ectoplasmi, in automi, molto spesso in marionette impazzite.
Non mi dilungo, gentile signora,ma sarei onorato di un Suo riscontro

lunedì 13 febbraio 2012

Musica in libertà a Rebibbia


“L’ombroso” una band da schianto

Il reparto G8 di Rebibbia costituisce il fiore all’occhiello del penitenziario per le numerose attività che vi si svolgono: da un corso di giornalismo ad un gruppo universitario, che frequenta la facoltà di Giurisprudenza, ad una sezione molto attiva di Lega Ambiente, fino ad una compagnia di attori che allestisce spettacoli teatrali.
Ma l’attività più “rumorosa” è senza dubbio quella di un gruppo musicale alla quale spesso partecipa in prima persona anche uno degli educatori: il dottor Del Curatolo, persona umanissima ed appassionata, che vuole condividere con i suoi assistiti le note e l’atmosfera di sana allegria.
Ai detenuti bastano delle botti di legno percosse veementemente con nodosi bastoni per far sentire subito il rumore cupo e fragoroso, che devasta il cuore delle foreste africane, sono sufficienti pochi strumenti a corda per percepire le emozioni di Siviglia o di Barcellona, poche note dolenti di sax per aprire squarci poderosi sulla musica di oltre oceano dell’ultimo secolo.
Essa sa esprimere in egual misura l’amore e le passioni, ma anche l’indignazione e la rabbia attraverso una fontana di suoni, ora sussurrati ora gridati, in un immenso quanto sconvolgente geyser di emozioni canore.
Nel tempo varie band si sono alternate, perché fortunatamente qualche componente torna libero, ma viene subito sostituito, perché sono in tanti coloro che vogliono associarsi alla combriccola, che viene guidata da Andrea (foto), un musicista professionista, che funge da volontario e coordina le varie iniziative in campo musicale.
I partecipanti sono Giovanni ed Emiliano alla batteria; Salvatore, che si alterna tra basso e chitarra, oltre a cantare in maniera mirabile; Francesco alle percussioni; il dottor Del Curatolo, il quale è un abile chitarrista e Paolo, cantante e valido alle tastiere in egual maniera.
Il gruppo si è esibito più volte nella Festa della Musica, una manifestazione organizzata da Lega Ambiente nell’area verde, ma il sogno è di potersi esibire nel teatro del penitenziario davanti a tutti i compagni di sventura degli altri reparti; un sogno che, grazie alla sensibilità della direzione, sono certo diverrà presto realtà.
Tra le mura di Rebibbia di recente i fratelli Taviani hanno girato un film che sarà fra poco presentato al Festival di Berlino, nel quale vi era uno spazio anche per la musica.

Ali e Corazza


"Ali e Corazza" è il romanzo di esordio di un giovane: Daniele Trovato, attore di teatro e blogger (http//aramchek.splinder.com) oltre che sistemista e progettista informatico, ma dopo aver letto la sua prima opera, pensiamo che tra poco diverrà scrittore a tempo pieno, perché dotato di una vena fluida, di un dettato elegante e di una fervida fantasia in grado di avvincere il lettore, il quale, dopo aver letto il primo capitolo, intitolato enigmaticamente "Il labirinto", viene preso da una frenetica voglia di giungere all'ultima pagina per scoprire la fine della torbida storia ambientata nell'intrigante mondo dei transessuali, divenuto un argomento di scottante interesse negli ultimi tempi, quando abbiamo visti invischiati con questi strani personaggi esponenti della politica e del jet set da Lapo Elkan a Marrazzo.
Il personaggio attorno al quale ruota il racconto è Angela Greganti, un transessuale fascinoso ed elegante che si divide tra la sua attività di Pierre in locali notturni dalla clientela particolare e sporadicamente esibendosi come prostituta, raffinata per una clientela d'élite. Ed infatti il fulcro della narrazione si svolge in una lussuosa villa, dove nel corso di un festino, a base di droga e lussuria, il protagonista si trova ad assistere ad un episodio di violenza perpetrato da un ministro in carica nei riguardi di una ragazza, che rimane vittima delle ripugnanti pulsioni sessuali dell'importante uomo politico.
L'indegno spettacolo che la vede testimone sarà l'occasione per Angela di una rivisitazione del suo passato e di una meditazione amara quanto realistica del suo presente e del suo futuro, che non riveliamo per non togliere al lettore il piacere di scoprirla attraverso le pagine del libro, che viene letteralmente divorato nel corso di un pomeriggio, come è capitato a me, che, con l'interesse dello studioso, avevo già a lungo indagato l'inquietante fenomeno attraverso un articolo: "Il fascino perverso del transessuale" ed un breve saggio: "I Femminielli", entrambi consultabili su internet, digitandone tra virgolette il titolo.
Perché uomini potenti, ricchi e belli sono attirati da questi esseri, che la morale comune condanna senza condizioni, ma che non bisogna mai dimenticare sono creature umane degne di comprensione e soprattutto di essere capite prima di essere giudicate?
Le mie indagini, tra antropologia ed inchiesta giornalistica, mi portarono a scoprire il quid misterioso, che attira uomini intelligenti e sensibili, nella femminilità, nella capacità di ascoltare e di consolare; delle qualità che le nostre donne hanno smarrito, in preda alla frenesia del lavoro.
L’autore è più esplicito nel suo linguaggio ed afferma perentoriamente che l’attrazione fatale consiste: ”Nell’abilità nel succhiare l’uccello e nel prenderselo in culo senza tante storie” a differenza delle puttane e di tante signore per bene, le quali ritengono sacro e inviolabile l’orifizio aborale.
Ne fa anche una questione di odori: “Il sudore che imperla le sue cosce è un nettare odoroso che esercita sugli uomini un effetto ferino”. Un parlare tosto, senza preamboli o metafore, che conduce il lettore a conoscere un universo misterioso, divenuto di sconvolgente attualità, con personaggi come Luxuria, il quale ha avuto l’onore di sedere sugli sranni di quell’aula sorda e grigia, denominata Parlamento, creando imbarazzo e sollevando inutili diatribe circa l’utilizzo dei bagni degli uomini o delle donne.
Noi personalmente ricordiamo con nostalgia Cicciolina, prorompente pornostar, la quale proprio in questi giorni, allo scoccare dei sessanta anni, ha cominciato ad usufruire della lauta pensione riservata ai nostri onorevoli.
Una lettura avvolgente ed appassionata che ci sentiamo di consigliare, facendo nostra, la dedica a Pasolini, che da lucido intellettuale ammoniva: “Chi si scandalizza è sempre banale, ma è quasi sempre male informato”.
Vorrei concludere questa modesta recensione con un pensiero ai quaranta transessuali reclusi nel carcere di Rebibbia, maltrattati e vilipesi, costretti a vivere in un ghetto nell’inferno del penitenziario.


venerdì 10 febbraio 2012

Così è la vita, imparare a dirsi addio:

L’ultimo libro di Concita De Gregorio




Ancora in testa alla classifica delle Top Ten, l’ultimo libro di Concita De Gregorio “Cosi è la vita, imparare a dirsi addio” Affronta il tema delicato della morte e cerca con garbo, tra aneddoti e letture di indicare il modo più adatto per spiegarlo ai bambini. Quando si racconta loro che il nonno è partito per un lungo viaggio, oppure è andato in cielo, i bambini, nel loro candore, covano la speranza che un giorno possa tornare, mentre invece il distacco è definitivo. L’autrice al posto di queste scorciatoie, insegna a dire la verità in un modo così delicato da farne un vero inno alla vita. E come la morte anche la vecchiaia ci fa paura, per cui un culto disperato del corpo, che attraverso la chimera della chirurgia plastica, costringe sempre più donne a vivere in uno squallido “Burka di silicone”. Non amiamo parlare della morte, l’unica certezza che abbiamo, ci infastidisce solo il pensiero, ci comportiamo come se si trattasse di un argomento che non ci riguarda, siamo cosi impegnati a lavorare, ad occupare ogni istante di tempo libero, a divertirci, a viaggiare, sempre di fretta, senza un momento di sosta per meditare sull’epilogo della nostra vita. Oggi più di ieri temiamo la morte, l’ultimo tabù che ci è rimasto dopo aver distrutto tutti gli altri dal sesso all’amor patrio, che ci attanagliavano da tempi lontani. La nostra società, profondamente secolarizzata vuole allontanare l’idea della fine della nostra vita terrena, perché è un pensiero che ci induce ad esacerbanti esercitazioni metafisiche sul motivo della nostra esistenza, sul nostro destino, su Dio. Oggi si muore in assoluta solitudine, nessuno è in grado di sussurrare quelle dolci parole di cui hanno bisogno i morituri, nessuno sa più stringere quelle mani tremanti per infondere coraggio e rassegnazione.