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domenica 21 gennaio 2024

NAPOLI capitale dell’arte e dell’altruismo

 
In copertina - copia del mensile
Casa Mia di novembre1997
Che riprende il salotto di villa della Ragione di Ischia
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Prefazione

Questo libro (il mio 159°) raccoglie una serie di articoli da me pubblicati negli anni Novanta sul mensile Casa mia, del quale per circa 10 anni ho curato la pagina culturale.

Si parte da quando il periodico dedicò la copertina ed un articolo ricco di foto alla mia villa di Ischia, alcuni anni dopo la stessa attenzione fu dedicata alla mia villa di Posillipo.

Seguono poi una serie di articoli dedicati ad aspetti di Napoli che il tempo ha cancellato, in primis il mercatino dell'antiquariato, che per anni si teneva ogni domenica nella villa comunale e che da tempo è scomparso, oppure quelli dedicati a via Costantinopoli o a piazza dei Martiri, che lo scorrere implacabile degli anni ha completamente stravolto.

Seguono poi molti altri pezzi, dedicati anche a località famose della Campania, come Salerno o Ischia, che strappano una sorta di malinconia.

Auguro ai miei adepti una piacevole lettura e appuntamento a breve al mio 160° libro.

Achille della Ragione

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In 3° di copertina - il dipinto di Vito Brunetti
 raffigurante il nipote Gian Filippo
dal titolo Sorriso malizioso


Indice

  • Prefazione 
  • Casa mia 
  • Casa dolce casa 
  • Posillipo: il paradiso
  • Via Costantinopoli, un’arteria da rivitalizzare 
  • I salotto buono della città 
  • Una nuova vecchia immagine della città di Napoli 
  • Ischia
  • Cultura: l’oro di Napoli 
  • Piazza del Plebiscito: l’ombelico di Napoli 
  • Visitando i riti priapici e la cittadina di Furore 
  • La villa comunale ed il mercatino dell’antiquariato 
  • L’Ippocratica Salerno: il passato proiettato nel futuro 

Napoli 1^ edizione Gennaio 2024

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In 4° di copertina
il Salotto di villa della Ragione a Posillipo




sabato 20 gennaio 2024

Posillipo: il paradiso terrestre

 

Napoli via Posillipo

Posillipo già dal significato del nome, ”tregua del dolore”, infonde serenità e dolcezza, accoppiando le bellezze naturali al lavorio dell’uomo, la feracità della terra alla varietà dello scenario, il mistero del mito ai ricordi storici.

L’ultimo grande cantore di Napoli, Salvatore Di Giacomo, ha espresso nel modo più alto il fascino di questo splendido promontorio nella sua canzone A Marechiare, i cui versi immortali ci fanno assistere al sorgere della luna su di un mare pervaso da un senso panico di amore e di gioia:

Quanno sponta la luna a Marechiare

Pure li pisce fanno all’ammore,

se revoteno ll’onne de lu mare,

pe’ la priezza cagneno culore,

quanno sponta la luna a Marechiare…

In questo canto dolcissimo, ammaliante come quello antichissimo delle sirene omeriche, è tutto il meraviglioso incantesimo della costa e del mare di Posillipo. Un mare che ha visto il suo orizzonte solcato da navi appartenenti a tante civiltà diverse: dalle triere greche alle poliremi romane, dai vascelli corsari alle galee, dalle fuste alle caracche, dalle caravelle ai galeoni ed alle fregate, fino agli anni più vicini quando la prima domenica di maggio, tra le baie del Cenito e Mergellina, gli equipaggi dei circoli nautici si contendevano in una tiratissima volata la prestigiosa coppa Lysistrata, la più antica del canottaggio italiano.

In pochi chilometri di costa si reperiscono tutti i tipi di confine con il mare: dalle spiagge stabili a quelle mobili, in preda ai capricci del bradisismo e delle maree, dalle rocce a picco sul mare, che penetra invadendo le grotte, fino alle piattaforme di tufo che si accoppiano con le onde in tempesta.

La flora ricca e ben conservata associa i pini mediterranei ai lecci maestosi, le palme agli acanti, le agavi selvagge e carnose ai cespugli ubiquitari di fico d’India.

I silenziosi banchi di tufo videro, dopo le dimore romane, le case dei pescatori e le ville dei ricchi, gli edifici degli ordini religiosi, le residenze sfarzose dei signori rinascimentali, dei viceré, della nobiltà borbonica, fino all’arrivo di facoltosi stranieri che verso la fine del Settecento cominciarono a giungere numerosi, attratti dallo splendore dei luoghi e dalla mitezza del clima in una sorta di ideale prosecuzione del Gran Tour.

Questi stranieri contribuirono all’affermarsi delle più diverse correnti architettoniche, che trovarono esempi tra le dimore di Posillipo: dal neoclassico al neogotico, dal neoromantico al neorinascimentale fino al liberty.

Anche la nascita della Scuola di Posillipo, un’espressione pittorica di grande fama, fu propiziata dalla presenza di un nucleo cospicuo di stranieri, tutti appassionati delle bellezze artistiche e paesaggistiche del luogo.

Fu il Van Wittel nei primi anni del Settecento ad introdurre per primo a Napoli un modo di dipingere non più ispirato al paesaggio fantastico, bensì alla rappresentazione realistica dei luoghi, ripresa en plein air con il contatto diretto tra l’artista e la veduta.

Successivamente fu il Pitloo a dare inizio alla Scuola di Posillipo, che vide tra i suoi adepti artisti del calibro di Giacinto Gigante e Vianelli, Duclére e Consalvo Carelli.

Molti di questi pittori abitarono a Posillipo ed avevano, come suol dirsi, casa e bottega, panorama da riprendere e clienti stranieri pronti ad acquistare i loro prodotti.

Le ricchezze archeologiche sono in gran parte sconosciute ai napoletani. Quanti di essi conoscono la misteriosa grotta di Seiano o hanno mai sentito parlare del grandioso teatro della Gaiola? Solo di recente la grotta restaurata è stata restituita ai napoletani che hanno cominciato a visitarla, scoprendo stupefatti l’intatta bellezza della cala di Trentaremi, la suggestione del percorso nella penombra della cripta fino alla luce della verdeggiante valletta della Gaiola, la imponente mole del teatro, il paesaggio straordinario del golfo che si domina dal porticato accanto all’Odeon.

Posillipo potrebbe costituire con i suoi panorami mozzafiato, con i suoi luoghi antichi, con le sue strade larghe e senza traffico una valvola di sfogo, anche per poche ore, dei napoletani, incattiviti dal contatto con il centro caotico della città, degradato ed imbarbarito, violento e rumoroso.

La parte alta di Posillipo, corrispondente a via Manzoni, è quella che più ha subito l’attacco dell’uomo, che l’ha in parte trasformata in una periferia del Vomero. Ma il fascino del luogo era tale che, nonostante le numerose edificazioni, la vivibilità si è conservata più alta che nel resto della città.

Via Manzoni si snoda tra la veduta del Vesuvio e quella di Pozzuoli e dei Campi Flegrei. All’inizio della strada vi è Villa Patrizi, nella quale si trova un teatro che costituisce il più importante esempio di sala di spettacolo privata del Settecento in Italia meridionale, purtroppo di recente danneggiata da un incendio, mentre nel suo parco troneggiano secolari alcuni cipressi cantati da August von Platen.

Proseguendo nel casale di Villanova vi è la chiesa di Santa Maria della Consolazione dalla spettacolare pianta esagonale, realizzata nel 1737 dal Sanfelice, regno incontrastato per oltre cinquanta anni del leggendario parroco Giuseppe Capuano, morto in odore di santità.

Verso l’incrocio con via Petrarca, poco dopo un albero plurisecolare del quale i movimenti della terra hanno messo a nudo le enormi radici, si trova la cinquecentesca Torre Ranieri, eretta a presidio del golfo dalle incursioni turche ed in riferimento strategico con il Castello di Baia, che si intravede all’orizzonte. Sulla destra un castelletto neogotico dove soggiornò Enrico Caruso e per un tempo il Podestà di Napoli.

Via Manzoni è strada relativamente moderna, ma non priva di attività artistiche e culturali.  La prima è costituita dallo studio di Jacques (fig.1), estroso personaggio, creatore a Napoli della foto artistica, che tanto successo ed imitatori ha avuto negli anni successivi. Attraverso un procedimento segreto che egli ci accenna nel suo slang misto di italiano, napoletano, francese, inglese, tedesco ed olandese che contraddistingue la sua figura cosmopolita, riesce ad infondere alle sue foto su tela di grande formato l’aspetto di un quadro che, con tanto di cornice, il cliente può appendere alla parete del salotto, certo di fare bella figura con gli amici e di arredare elegantemente un ambiente. 

  

Fig.1

Giunto quaranta anni fa a Napoli in viaggio di nozze, Jacques si è innamorato della città per cui l’avventura con la moglie Yvonne si concluderà nel sole, invece che nelle nebbie del Tamigi. Egli è il fotografo ufficiale della regina di Inghilterra nelle sue visite in Italia e membro di importanti associazioni fotografiche internazionali. Nelle sue foto d’autore su tela introduce una calda visione mediterranea, in stridente contrasto alla staticità formale della ritrattistica vittoriana. Un’altra magia di Jacques è il restauro delle foto antiche che, ingiallite e spesso sgualcite, riacquistano come per un misterioso incantesimo la lucentezza e la vivacità del colore.

La tranquillità della strada, con il suo panorama che tiene costantemente desta l’ispirazione, ha favorito negli ultimi decenni il lavoro artistico del sempre giovane Maurizio Valenzi, classe 1909, più noto come ex sindaco che come pittore, ma in questa veste abilissimo ed ancora attivo.

Negli ultimi anni, libero dagli impegni politici, l’artista ha intensificato il suo lavoro di pittore sperimentando anche nuove tecniche.

“Napoli è nel mio cervello dalla mattina alla sera” ci confida Valenzi “Il golfo è la dietro i vetri delle mie finestre, ho visto mutare le sue luci, cambiare lentamente il panorama, ma la cosa che più mi attrae è la gioia di una regata. La mattina quando mi alzo e passo davanti alla stanza dove sono i colori e le tele mi viene una maledetta voglia di chiudermi dentro e dimenticare tutto il resto”.

Nel salotto troneggia un quadro dal quale l’artista non si è voluto dividere a nessun prezzo perché raffigura il figlio Marco (fig.2), abile giocatore di scacchi, intento a risolvere una posizione ostica ed intricata. 

   

Fig.2

Valenzi ha dedicato molte delle sue energie alla grafica ed i suoi disegni possiamo trovarli a prezzi abbordabili presso l’Ariete, galleria nata da trenta anni e famosissima per le sue cornici, di ogni stile, formato e prezzo, frutto di un artigianato apprezzato e richiestissimo.

Bottega a gestione familiare sorta per l’impegno dei coniugi Todaro, affiancati dalle tre figlie Valeria, Fiorella e Gabriella, fanciulle di eterea bellezza (fig.3), note nel quartiere come le Tre Grazie è specializzata nel restauro di dipinti e di mobili dell’Ottocento. Essa propone inoltre un repertorio amplissimo di stampe antiche e gouaches a prezzi incredibili, nonché oggettistica di Old Sheffield. 

  

Fig.3

Tele di autori moderni completano l’offerta della galleria che aumenta ogni anno il raggio della sua attività, la cui punta di diamante è costituita dalle mostre periodiche di pittori contemporanei. Nomi famosi come Spinosa, Treccani, Girosi e tanti altri sono transitati per l’Ariete prima di spiccare il volo verso la fama ed il successo.

Poco più avanti, in una splendida dimora, vi era la casa atelier di un’altra promessa della pittura napoletana, Vito Brunetti, classe 1914, specialista in paesaggi e nelle atmosfere sfumate alla maniera degli impressionisti, molto curato nell’aspetto cromatico reso sulla tela con grande sensibilità e notevole vivacità. Nella ritrattistica era insuperabile nell’abbozzare con poche e rapide pennellate il carattere della persona raffigurata, dopo un’accurata introspezione psicologica. La sua nota distintiva era l’attitudine a cogliere, quasi a sorprendere i tratti distintivi di un volto, riuscendo da una traccia anche piccola a scoprire, con un’analisi minuziosa e spietata, il mistero del personaggio, come si evince dal suo capolavoro: il ritratto sornione e malizioso dell’adorato nipote Gian Filippo (fig.4). 

  

Fig.4

Sulle ultime curve di via Manzoni sorge uno splendido maniero in stile neogotico, un falso architettonico potrebbe obiettare qualche purista, senza dubbio, ma il Castello De Vita, dal nome degli attuali proprietari, possiede un fascino misterioso e ben si sposa con l’atmosfera bucolica che impronta questo ultimo tratto di strada, poco prima dell’incrocio con la storica Torre Ranieri (fig.5). 

  

Fig.5

Alle spalle della villa un’enorme tenuta in cui i proprietari, dopo una lunga scelta tra selezionati vitigni, hanno creato il vino doc don Filippo, che dalla prossima vendemmia sarà il giusto corollario della mensa di pochi fortunati. Le sale del castello, viceversa, non sono frequentate da pochi eletti, bensì grazie ad un’illuminata scelta imprenditoriale dei De Vita, almeno per un giorno, in occasione di feste e sponsali, diventano il sogno proibito  per tante persone di tutte le età.

Alle soglie del Parco Virgiliano, in via Pascoli si trova il laboratorio di ceramica Le nuove terre di Silvana Panadisi (fig.6), una gentile signora cromosomicamente trentina ma. e ci tiene a sottolinearlo, napoletana di adozione.

La figlia Paola Margherita, diplomata all’Accademia di Belle Arti, collabora con la madre dirigendo dei corsi di ceramica, scultura e disegno artistico. Il laboratorio, frequentato da numerosi allievi, predilige la lavorazione dell’argilla.

Tra i numerosi prodotti posti in vendita, gli articoli che incontrano più successo sono i vasi di varie fogge e dimensioni, di terre refrattarie, destinati al giardinaggio e l’oggettistica di graffito su smalto a due colori. La signora Panadisi, affabile conversatrice, difende l’indirizzo culturale del suo laboratorio che rifugge dal facile cromatismo squillante e predilige la severità dello smalto bicolore. 

  

Fig.6

E siamo all’ultima tappa di questo itinerario artistico: la fonderia Gemito (fig.7) di piazza San Luigi di Francesco Guerritore, pronipote, per parte di madre, del celebre artista, dove in una suggestiva caverna scavata nel tufo, di generazione in generazione, si tramandano le tecniche che produssero tanti capolavori. Circondati da un ampio giardino popolato di gatti, gli artigiani lavorano alacremente, utilizzando calchi originali. Il lavoro d’equipe presuppone una divisione dei ruoli: abbiamo così l’operaio formatore, il fonditore ecc., con tutte le difficoltà di ricambio per la perenne crisi delle vocazioni artigianali e per la circostanza che l’Istituto d’Arte a Napoli trascura l’insegnamento della tecnica a cera persa e predilige la lavorazione dell’argilla.

La fonderia oltre al bronzo lavora anche l’argento ed i suoi prodotti trovano il loro sbocco preferenzialmente negli Stati Uniti e nel Giappone, dove irradiano la fama di colui che fu il nostro più grande scultore dell’Ottocento: Vincenzo Gemito.

Achille della Ragione 

(foto di Mario della Ragione) 

  

 

Fig.7

 


Villa di Ischia

 

Dal 1983 al 2015 è stata la villa di un miliardario

In primo piano, la piscina la cui originale forma consente lunghe nuotate.
Il bordo è stato realizzato con mattonelle antisdrucciolo refrattarie al calore. Detti materiali prevengono spiacevoli scottature ai piedi.
Sulla destra l'albero di noci, le cui grandi radici, espandendosi verso la piscina, mettono in pericolo la vita dello stesso


Quando gli attuali proprietari varcarono il cancello della loro proprietà di Ischia si trovarono dinanzi ad una splendida villa immersa in un vigneto, un tempo appartenuto ad un'anziana signora svizzera. Con pazienza e competenza, i nuovi proprietari decisero di trasformare una parte del vigneto in giardino e di adibire un'altra parte di esso a zona agricola, ideale per la coltivazione di ortaggi tipicamente mediterranei.

la folta vegetazione del giardino

Immersa nel verde di alberi e piante, dalla casa è possibile ammirare il panorama che si estende dalla chiesa del Soccorso alla baia di San Francesco. 

Dalla piscina, ci spiega l'ospitale padrona di casa, è possibile vedere l'Epomeo, la cui maestosa presenza dona a tutti noi un senso di pace e di protezione, simile ad un abbraccio materno. 

da questa prospettiva è possibile ammirare l'Epomeo la cui maestosa presenza, dice la padrone di casa, dona a tutti noi un senso di pace e di protezione simile ad un abbraccio materno


Fu forse questa bellezza a suggerire al proprietario di casa il nome per questa villa: quello di sua moglie Elvira. All'esterno dominano dunque le piante tipiche della flora mediterranea: limoni, pini, sterlizie e alberi di noci diventano protagonisti e fonte di produzione, per le ottuagenarie zie, detentrici di un'antichissima ricetta, dell'ottimo nocino e del profumatissimo limoncelIo. 

Innamorati della natura, i proprietari di casa hanno creato un giardino tropicale, proprio dove fino a pochi anni fa avevano trasportato sabbia e ciottoli per i castelli dei loro tre figli. Oggi, questo spazio, un tempo luogo di giochi, è il regno incontrastato di ninfee bianche e gialle, di piante cactacee e dell'ormai raro papiro. 

Col passare degli anni il giardino si è sviluppato enormemente, irradiandosi tutt'intorno alla casa. Non è casuale allora, se quella che un dì fu una piccola sterlizia è oggi una pianta alta circa sette metri, o se l'esemplare più vecchio di un gruppo di cicas vanta oggi la veneranda età di circa ottanta anni. 

Qui tutto è pace e serenità, forse anche perché vegliano sulla tranquillità dell'abitazione Athos e Lady, due splendidi cani, che allontanano senza tanti complimenti gli ospiti sgraditi. Questo giardino rappresenta, dunque, un vero e proprio paradiso in continua trasformazione. Se di giorno, dice il padrone di casa, è scenario ideale per nuotate, partite a ping-pong o a bocce o ancora per allegre passeggiate in bici, di notte, la luna piena che appare dietro l'Epomeo mi ispira romantiche passeggiate con mia moglie durante le quali non esito a recitarle sonetti. 

A conferma delle sue parole, la signora interviene spiegandoci di aver raccolto le composizioni del consorte in un diario. Bagni notturni e feste intorno alla piscina - spiega ancora - animano le serate estive di questa villa in un'atmosfera allegra e spensierata. 

Ed è proprio la piscina a catturare l'attenzione. Il particolare sistema a tracimazione, ad ogni tuffo, fa straripare l'acqua verso i filtri di depurazione comandati da due grossi motori costantemente in funzione.

Talvolta - spiega il padrone di casa - abbiamo la piscina anche con acqua termale, grazie alla presenza di un pozzo collegato ad una sorgente artesiana che ci consente bagni termali direttamente a casa. 

E a sera, la particolare illuminazione del giardino crea un effetto di grande suggestione in un gioco di alta raffinatezza tra profumi, colori ed odori del Mediterraneo.



Il clima mite e temperato dell'isola di Ischia e il fertile terreno consentono alle piante una rigogliosa crescita. Nella foto, uno splendido esemplare di sterlizia alta circa sette metri


In un angolo del giardino sorge la zona tropicale: ninfee bianche e gialle, piante cactacee e papiri crescono rigogliosi grazie ad una piccola cascata capace di riciclare l'acqua


il salone.
Interamente di certunica il lampadario è stato realizzato da un noto artigiano di Ischia come del resto tutti gli altri che illuminano la casa. Il pavimento, a cui il proprietario è particolarmente affezionato, è composto da marmi policromi


Achille della Ragione

foto e didascalie del pittore Stefano Trapanese


particolare del letto

stanza da letto

sala da bagno

salone

soggiorno



La villa comunale ed il mercatino dell’antiquariato


Il veterano “Carmine Ceraso” con i suoi antichi documenti


Ferdinando IV Borbone, quando ordinò nel 1778 all’architetto Carlo Vanvitelli di ideare e costruire la Villa reale, fu categorico: “Dev’essere una passeggiata da Re”. Ed il Vanvitelli prese l’ordine alla lettera, profondendo il massimo impegno nell’opera che, grazie all’indefesso lavoro delle maestranze, fece nascere nella zona di Chiaia il Real passeggio, oggi Villa comunale.

L’apertura al pubblico nel 1781 coincise con la fiera annuale, che prima si teneva al largo di Palazzo, l’attuale piazza del Plebiscito, e mostrò al numeroso pubblico accorso un luogo da sogno, improntato al raffinato gusto francese, rispettoso dei principi di simmetria e assialità prospettica tipica dei giardini transalpini. A cagione di questa somiglianza i napoletani più eruditi coniarono il vezzoso nomignolo di “Tuiglieria” a ricordare i prestigiosi giardini parigini. Essa accolse tra i suoi viali fontane ed opere d’arte, come le celeberrime statue della Flora, dell’Ercole e del Toro Farnese, posto quest’ultimo nel mezzo del vialone centrale, dove fece a lungo bella mostra di sé, fino a quando venne sostituito dalla fontana di granito proveniente dagli scavi di Paestum sorretta da quattro leoni, opera dell’architetto Pietro Bianchi, e denominata amorevolmente dai napoletani “delle paparelle”.

La villa illuminata di notte costituì il più ricercato luogo di svago, di divertimento e di tranquillo riposo per l’aristocrazia napoletana e solo per essa, perché infatti l’ingresso era vietato ai servitori, ai poveri, agli scalzi, ai malvestiti ed ai malintenzionati Se queste regole severe fossero in vigore ancora oggi la Villa comunale sarebbe una landa deserta.

Soltanto una volta l’anno, l’8 settembre, l’accesso era libero a tutta la popolazione che poteva assistere al pomposo corteo reale che si recava alla chiesa di Piedigrotta.


Un’accattivante maja desnuda


Una scelta di vasi di giorno…

Rare ceramiche di Vietri.
 
C’è solo l’imbarazzo della scelta
tra la roba di “masto Antonio”

Nel 1807 Giuseppe Bonaparte decise di prolungare il tracciato della villa, le dimensioni aumentarono notevolmente e si creò un’area boschetto, mentre anche nella zona vanvitelliana venivano sistemate numerose statue copiate da originali romani, greci e rinascimentali dagli scultori Tommaso Solari e Giovanni Violani.

Nel 1834 venne completato l’ultimo tratto della villa, che per un tempo assunse la denominazione di Villanova, ad opera del Gasse, il quale raggiunse l’odierna piazza della Repubblica, seguendo l’ispirazione dei giar- dini all’inglese. Negli stessi anni venne allestito un galoppatoio, che contribuì a conferire un carattere internazionale ed aristocratico ai giar- dini reali, che divennero comunali in epoca post-unitaria, quando furono eseguiti amplissimi interventi lungo il litorale con la costruzione di via Caracciolo, che mutò la fisionomia originaria della villa, trasformata così da passeggio reale ad insula parco chiusa tra due grosse arterie viarie.

Alla fine dell’800 risale la costruzione della stazione zoologica, un classico edificio che richiama il carattere delle fabbriche rinascimentali fiorentine. L’acquario fu un’istituzione propugnata da Anton Dohrn, celebre scienziato, convinto assertore delle teorie evoluzionistiche del Darwin. Essa non è soltanto un’opera pregevolissima sotto il profilo scientifico, ma riveste notevole interesse per la storia dell’arte, non solo napoletana ma europea, perché costituisce il punto di coagulo di un gruppo di artisti stranieri: Fiedler, Hildebrand ed il più noto von Marées, che realizzò i grandi affreschi a tempera, ancora oggi perfettamente conservati, rappresentanti “Scene marine ed agresti di vita meridionale”. Un esempio diretto di pittura sviluppato secondo cadenze del tutto inedite per la nostra cultura. L’acqua- rio, dotato della più ricca biblioteca scientifica del sud Italia, è uno dei più importanti laboratori scientifici a li- vello internazionale.

Alla fine del secolo scorso la villa fu arricchita da numerose strutture architettoniche quali la Casina pompeiana, utilizzata dalla Società di Belle Arti e la grande Cassa armonica, stu- penda struttura in ferro e ghisa, preziosa testimonianza del Liberty partenopeo, tempio della musica, costruita da Enrico Alvino in fondo al grande viale centrale, di fronte alla severa statua di Giovan Battista Vico.

Il grande giardino ospita rare specie vegetali e splendidi e rigogliosi esemplari di lecci, pini, palme, araucarie ed eucalipti.

Nel corso del Novecento la villa è decaduta giorno dopo giorno. Priva di recinzioni e di sorveglianza è divenuta, salvo durante il Ventennio, regno incontrastato di perdigiorno e filoni- sti, con torme di scugnizzi sempre pronte, con eguale solerzia, al gioco del pallone come ad infastidire i tranquilli visitatori.

Il punto più basso lo si raggiunse durante l’occupazione anglo-americana, quando la villa, divenuta ostello di sbandati e terra di nessuno, fu a lungo recintata con filo spinato per impedire alle tante sciagurate signorine di appartarvisi per i loro turpi convegni.

Il recente recupero della villa è storia di oggi ed è uno dei meriti dell’amministrazione comunale che, con formule sbrigative che pur hanno fatto discutere, ha assegnato ad un celebre architetto del nord, Francesco Mendini, il compito di restituire ai giardini un respiro ed una dimensione europea.

La villa è stata così illuminata in maniera originale, le statue sono state nettate (ma quanto resisteranno?) dalle scritte blasfeme e demenziali, apposte dai nuovi barbari, le aiuole ridisegnate, le piante vecchie e malate sostituite; inoltre sono stati predisposti parchi giochi ed eleganti chioschi di generi di conforto.

Oggi è possibile, grazie a questi benemeriti interventi, passeggiare con serenità in un ambiente confortevole, beandosi della vista del mare e perché no colloquiare con le memorie del nostro passato, effigiate nelle tante statue, ritornate all’antico splendore, con l’aiuto di un aureo ed economico libretto sull’argomento, scritto da un valente studioso, il prof. Nicola Della Monica.

Nella villa da oltre dieci anni si svolge con cadenza alternata nei week-end un vivace mercatino antiquariale che, nato in sordina, ha conquistato in breve tempo la fiducia dei collezionisti napoletani e soprattutto ha fatto avvicinare alla passione per l’antico ampie fasce di neofiti. La merce esposta è la più varia: mobili e ceramiche, quadri e vasi, croste e cianfrusaglie, tappeti, statue, cartoline, manifesti, libri antichi e moderni, telefoni d’epoca e giradischi rotti, e chi più ne ha più ne metta. Ogni tanto ci scappa l’affare per l’intenditore, più spesso capita “l‘imbrusatura” per chi si avvicina la prima volta a questo tipo di mercatini.

Gli espositori non sono solo napoletani, ma vengono da tutta la Campania ed anche da altre regioni.

Qualche domenica, con il sole ed il divieto di circolazione, la folla è straripante e gli affari per i commercianti vanno a gonfie vele.

Alcune bancarelle sono tenute da persone colte e competenti, come è il caso del signor Carmine Ceraso, antico libraro e lui stesso appassionato collezionista, che commercia in libri, stampe, documenti antichi, vecchie cartoline, foto osé d’epoca.

Oppure il signor Aniello D’Ambrosio, artigiano muratore, specializzato in restauri e mosaici, in grado di soddisfare qualsiasi ordinazione. E che dire di “masto Antonio”, basta il nome tanto è famoso e ricercato per le sue rare cose superflue, che fanno la gioia di ogni appassionato.

Ampia e variegata è l’offerta di mercanzie del “Rigattiere” con bottega in piazzetta Nilo e qui in trasferta con una nutrita esposizione di oggetti in vendita, dalle statue più o meno discinte, ai pupi siciliani riprodotti in legno e di varie dimensioni, fino alle composizioni di ceramica di Castelli, di Vietri e napoletane.

I libri antichi dalle preziose copertine sono offerti in numerose bancarelle e l’occhio del conoscitore spesso riesce a fiutare il pezzo di pregio sfuggito allo stesso commerciante. Molto è anche il ciarpame e tutta una serie di cose inutili che sembra incredibile possano trovare un acquirente, ma molti sono i frequentatori di bocca buona ed alla fine ogni oggetto, se ha pazienza, trova la sua collocazione.

Le vendite sono sollecitate dall’atmosfera incantevole di una splendida villa baciata dal mare, l’elemento regolatore della visibilità e della vivibilità dell’intera città e dalla spettacolare via Caracciolo, la strada, senza false modestie, più bella del mondo.

E su questa bellezza che tutti ci invidiano, concludiamo, per la gioia dei neoborbonici, con una favoletta.

Un bambino passeggia in compagnia dei genitori sul celebre lungomare e chiede al padre perché al famoso ammiraglio è stata intitolata una strada così importante. “Perché era un martire del ’99 caro figliolo” - risponde il genitore - “e cosa ha fatto per divenirlo?” - chiede ingenuo il pargoletto - “ha tradito il suo Re!”.


Achille della Ragione

(foto di Mario della Ragione)



Cianfrusaglie cercasi








venerdì 19 gennaio 2024

Ischia (l’antica Pithecusa)

  


“Ischia è come una montagna svizzera gettata in mezzo al golfo di Napoli e racchiude in sé tutti i vantaggi dei monti e del mare” è una frase di Alphonse de Lamartine, il celebre autore di ‘Graziella’ e schizza in poche parole per Ischia un felice ritratto che coniuga come meglio non si potrebbe alcuni topoi del romanticismo, un’immagine del secolo scorso che sembra coniata oggi per essere data in pasto ai mass-media attraverso le agenzie di viaggio. Ischia con le sue bellezze naturali fa parte oramai dell’immaginario collettivo, reso mitico ed affascinante dai racconti di tanti illustri visitatori che hanno propagandato le sue attrattive, ma essa è stata lungo per gli isolani luogo normale dell’esistenza, un’esistenza spesso difficile per l’isolamento, per la fatica del lavoro, per le frequenti incursioni dei pirati, per i periodici terremoti.

Prima del turismo di massa che oggi l’ha travolta e stravolta ci furono i viaggi e prima dei viaggi le esplorazioni. Esse hanno interessato diversi momenti della storia moderna: l'esplorazione appartiene al Rinascimento, il viaggio al periodo borghese, il turismo al nostro periodo proletario. Senza dimenticare l'importanza che l’isola ha avuto in periodo romano, angioino ed aragonese.

La vicinanza dei Campi Flegrei, tappa celeberrima ed ineludibile del Grand Tour, ha condotto sull’isola tanti incantati viaggiatori che hanno colto di Ischia aspetti che il tempo e l’incuria degli uomini hanno in parte offuscato. “Un angolo sperduto del mondo dove l’aria è temperata e salubre, la terra è estremamente fertile e ove sono montagne, colline, valli, piccoli campi pianeggianti, tutti fusi insieme in una verietà selvaggia e stupenda” sono parole di George Berkeley che nel 1717 descrive Ischia in una lettera ad un amico

In seguito le famose tavole che nei “Campi Flegrei” di Sir William Hamilton illustrano la natura vulcanica dei luoghi diffusero in tutta Europa l’immagine dell’isola che oggi è divisa in sei comuni: Ischia Porto, Casamicciola, Lacco Ameno, Forio, Serrara Fontana e Barano.

Il territorio è costituito quasi interamente da rocce vulcaniche perché molte eruzioni hanno riversato ampie colate di lava che attualmente si ornano in più punti di rigogliose selve di pini, che ben si sviluppano su un così ferace terreno.

Il castello aragonese è situato su di un isolotto trachitico e fu costruito nel 1441; in seguito venne a formare un grazioso borgo. Vittoria Colonna vi andò a nozze con Ferdinando d’Avalos e vi abitò a lungo.

Il porto di Ischia, uno dei pochi approdi naturali d’Italia, fino al 1854 non era che un tranquillo lago craterico costiero frequentato da pescatori e da cacciatori. Messo in comunicazione con il mare per ordine di Ferdinando II di Borbone è ora uno scalo dove a tutte le ore attraccano e partono natanti di ogni tipo.

Ad Ischia Porto fervono le iniziative culturali a dispetto dei frequentatori molto spesso disattenti e presi soltanto dal divertimento e dalla tintarella. Numerosi sono gli ateliers di artisti non solo isolani, e tra questi ci ha colpito in maniera particolare quello di Maria Gloria, una simpatica pittrice che sprizza vitalità da tutti i pori e la cui notorietà ha raggiunto oramai anche l’estero. Ella ha cominciato la sua attività negli anni Settanta sotto la benevola guida del mitico Vincenzo Funiciello, caposcuola indiscusso dei collages ischitani. In pochi anni di apprendistato Maria Gloria si rivelò un’artista prodigiosa realizzando magnifiche opere che piacquero anche ad alcuni istituti d’arte e di cultura che le tributarono validi riconoscimenti a testimonianza della sua eccellente intraprendenza. La sua è una tecnica originalissima: assembla stracci colorati a costituire un’immagine in cui il cromatismo è allegro e seducente ed il messaggio è semplice ed accattivante. Il suo atelier si trova a piazza Croce, nel cuore della passeggiata serale; il soggetto preferito un clown triste ed allegro nello stesso tempo, come il carattere della nostra simpatica Maria Gloria.


Il clown triste
il soggetto preferito di Maria Gloria

Proseguendo la passeggiata lungo la litoranea si incontra dopo qualche chilometro la cittadina di Casamicciola, posta sulla costa settentrionale, gradevole località di soggiorno con spiagge sempre affollatissime, stazione idrotermale celebre per le sue acque miracolose soprattutto nelle forme reumatiche ed artritiche. I fanghi fortemente radioattivi sono particolarmente apprezzati dalla clientela tedesca che approfitta da marzo a novembre degli efficaci benefici delle cure termali.

A Casamicciola ha sede la ditta Mennella, famosa in tutto il mondo per le sue ceramiche , frutto del lavoro di abili artigiani, che sfortunatamente diventano sempre più rari per la riprovevole disaffezione dei giovani verso il lavoro artigianale.

Piatti, bicchieri, tazzine, posacenere, lampadari, tutti di colori sgargianti e variopinti, che allietano le case dei fortunati acquirenti, fornendo un tocco di allegria, Alcune antiche lavorazione, che si tramandano di padre in figlio, costituiscono un segreto difficile da carpire.

Da anni nel mese di luglio presso il “Suisse Residence” dei fratelli Orofino si svolge un festival internazionale di scacchi che richiama sull’isola i più forti giocatori del mondo. La manifestazione, che mette in palio grossi premi, attira centinaia di qualificati scacchisti da tutta Europa, che si sfidano per ore incuranti del caldo e dei tanti richiami che distrarrebbero un comune mortale.

Nella tranquilla Lacco Ameno, ridente paesino confinante con Casamicciola, oltre a fonti termominerali particolarmente attive, hanno sede i più famosi alberghi dell’isola frequentati assiduamente da una clientela di VIP appartenenti al jet-set internazionale.

Sulla piazza principale, a ridosso del famoso ‘Regina Isabella’ si affacciano le vetrine della galleria ‘El Prado’, un negozio di antiquariato tra i più famosi d’Italia, sempre presente alle mostre ed alle esposizioni più prestigiose. Percorrendo le numerose sale, in compagnia dei titolari, raffinate figure di intenditori, tanto amanti dell’arte da trascurare spesso l’aspetto mercantile delle opere esposte, si possono ammirare tanti capolavori, da meravigliarsi che gli stessi possano trovarsi in vendita in una località di villeggiatura, per quanto rinomata, e non nelle vetrine di qualche antiquario di Roma o Firenze. Splendida una serie di tele ovali di De Mura rappresentanti i continenti, dalla vecchia Europa alla giovane America impersonata con le fattezze sode e prorompenti di una giovane fanciulla; una coppia di prodigiose nature morte floreali di Andrea Belvedere presenti alla grande mostra di New York del 1961 e pubblicate in tutti i libri di storia dell’arte; due imponenti candelabri d’argento di gusto barocco, che farebbero la felicità della più raffinata padrona di casa e per finire mobili di ogni epoca e di ogni stile, sempre pezzi di altissima qualità rifiniti con grande cura del particolare.

I fiori rappresentano uno degli elementi più pregnanti di Ischia, isola verde per antonomasia, ove allignano le specie più diverse, talune rarissime alle nostre latitudini. Palme, banani, cedri, cycas trovano nel clima caldo e nella terra fertilissima il pabulum per crescere e svilupparsi rigogliosamente.

Numerosi sono i vivai ed i negozi specializzati nell’allestimento di giardini lussureggianti e tra questi uno dei più noti è il ‘Cactus’ in località San Francesco, della signora Lucia Capuano, che conta tra i suoi clienti gli alberghi più importanti e le ville più esclusive. Figlia d’arte, il padre Mario ha curato il giardino a tanti personaggi famosi, la signora Capuano, che ci accoglie tra le piante più strane dal penetrante e misterioso profumo, ci confida di avere con la flora dell’isola un feeling particolare sin da quando era bambina e si divertiva a coltivare fiori nel suo piccolo orticello. “Le piante per crescere bene hanno bisogno di cura ed amore perché come tutti gli esseri viventi sono dotate di sensibilità”

   

 Una splendida tela di Francesco De Mura

I titolari della galleria ‘El Prado’


La signora Lucia Capuano mentre parla con i fiori

L'Antico è viceversa una bottega d’antiquariato gestita con passione e ed amore da due soci, i signori Iacono e Tremante, amici per la pelle ed uniti dalla stessa passione per cose antiche da scovare insieme nei piccoli mercatini e e nelle antiche case dell’isola. Oltre a pezzi di pregio come una credenza senese del XIX secolo,manifattura artistica dell’epoca proveniente da una villa del Chianti, ed un bambin Gesù del secolo XV in legno laccato, scuola del Verrocchio, appartenente ad una madonna che si trova nel Duomo di Siena, il negozio dispone di un’ampia scelta di oggettistica offerta a prezzi molto interessanti e che spesso trova collocazione tra collezionisti stranieri in vacanza.

Il Comune di Forio con il suo porto turistico si estende sopra un promontorio ed è la patria dello squisito vino Epomeo, già delibato con gusto dagli antichi romani

Il centro culturale della cittadina è rappresentato dalla Galleria Del Monte, un cenacolo che tratta arte contemporanea, ove grazie alla passione dei proprietari Giuseppe e Maria Rosaria è possibile incontrare artisti, giornalisti, scrittori nel corso dei numerosi dibattiti e vernissages che si svolgono durante l’anno. Grandi mostre si sono tenute di recente. Afro con tutta la sua produzione grafica, Eduard Bargheer con oltre 50 opere, l’espressionismo tedesco ed il maestro Capogrossi. Attualmente, dopo l’inaugurazione nella suggestiva cornice del Castello Aragonese, si sta svolgendo un’antologica dell’opera grafica di Alberto Burri, che sarà visitabile fino a tutto settembre per la gioia dei suoi numerosi estimatori.

Il  professor Del Monte e la sua consorte hanno sempre prediletto un’arte contemporanea di profilo internazionale, perché la clientela molto competente è costituita quasi esclusivamente da stranieri.

Una delle poche eccezioni è stata quest’anno la personale di Raffaele Iacono, un isolano che si sta imponendo come uno dei rappresentanti più interessanti del panorama artistico italiano contemporaneo, con atelier in una delle antiche torri di Forio.

E per concludere il comune più montagnoso dell’isola, parzialmente arroccato sull’Epomeo, è Serrara Fontana con la sua brava rotonda belvedere dal panorama mozzafiato e il promontorio di Sant’Angelo. Il gioioso paese a sud della montagna si affaccia su un orizzonte ampio e delizioso che nei giorni di cielo limpido abbraccia la penisola sorrentina e Capri, von la quale rivaleggia ad armi pari la frazione di Sant’Angelo, la località più chic dell’isola, ricca di famosi ristoranti come il ‘Pirata’, di ricercate boutiques come la ‘Caprese’ ma soprattutto dotata di acque minerali sulfuree, una vera panacea per le affezioni ginecologiche e respiratorie. Tra i complessi termali vi è il ‘Tropical’, stracolmo di fiori, piante esotiche e tropicali di ogni genere dal quale si può ammirare un panorama tra i più famosi dell’isola. Posto sulle pendici della baia di Sant’Angelo, a breve distanza dalla splendida spiaggia di Cava Grado, possiede piscine modernissime a varie temperature ed è in grado di offrire una completa cura termale. Famosa è la sua sauna naturale e la grotta romana.

Dalla sua scuola di fisioterapia è sbocciata Angela Abundo, la più rinomata massaggiatrice dell’isola, direttrice di uno studio dove si affrontano con successo le più diffuse patologie reumatiche, facendo ricorso anche, se necessario, a discipline orientali. Per avere un appuntamento da lei è impresa ardua perché le sue mani passano per miracolose.

L’isola di Ischia si trova a gestire oggi un difficile riequilibrio tra fasti del passato, esigenze del presente, prospettive del futuro; lentamente è in atto una trasformazione da mito dell’anima a meta del turismo, spesso di massa e disordinato.

Bisognerà trovare una formula che sappia contemperare le esigenze del turismo napoletano, a volte chiassoso ed invadente, con la necessità di quello straniero, tedesco in particolare, che cerca la pace e la tranquillità. Non saranno certo provvedimenti demenziali come quello emanato quest’anno che vietava lo sbarco delle auto dei proprietari non residenti a salvare la tranquillità dei villeggianti, bensì il futuro dovrà essere necessariamente incentrato nella massima valorizzazione delle peculiarità che fanno unica quest’isola: le acque termali, il buon vino, le tradizioni artigianali, la calda ospitalità.


 i simpatici signori Iacono e Tremante, titolari del negozio ‘L’antico’

 un serafico Bambin Gesù del XV secolo


i coniugi Del Monte animatori dell’omonima galleria    



giovedì 18 gennaio 2024

Cultura: l’oro di Napoli


I fratelli Colonnese tra splendidi e preziosi volumi

Maggio, mese delle rose, è per Napoli sinonimo d'arte e di storia, grazie alle manifestazioni che da alcuni anni si svolgono alla riscoperta delle nostre ricchezze nascoste. E' ormai risaputa la difficoltà di entrare in certe chiese, oratorii o palazzi di notevole interesse, o perché chiusi, incustoditi, o perché, per alcune chiese, c'è solo il tempo per una frettolosa messa di mezz'ora la domenica. E' un peccato perché si perde la visione di molte opere d'arte tra cui alcune di grandissima bellezza.
E' perciò un miracolo che Napoli per alcuni fine settimana diventi una città accessibile grazie alla partecipazione ed alla collaborazione di tutte le istituzioni che aprono le porte di oltre 200 monumenti, la metà dei quali normalmente non visitatili per restauri, per abbandono o per mancanza di custodia.
Il "maggio dei monumenti", dopo aver costituito un rito prevalentemente dei napoletani, nelle ultime edizioni ha visto una grossa fetta di coloro che affollano chiese e palazzi, biblioteche e musei provenire dall'immenso hinterland cittadino. Persone civilissime che si accostano alle opere d'arte con avidità di conoscere e con rispetto reverenziale, segno evidente che la diseredata periferia non è una terra popolata da diavoli, come raccontavano alcuni viaggiatori del Settecento, parlando della plebe napoletana, bensì da gente che sente il bisogno di accostarsi alle "meraviglie" della capitale. Napoli ritorna dunque ad essere capitale nel senso proprio che nel passato le era riconosciuto dai "regnicoli", come somma dei valori di arte e di storia di cui essa é pregna.
Queste grandiose manifestazioni hanno permesso sull'onda del loro successo il restauro di molti monumenti d'arte ma è auspicabile che a ciò venga affiancato il recupero del piccolo edificio adiacente, spesso "sgarrupato". Ciò permetterebbe di migliorare la vivibilità del centro storico che a Napoli, città fittamente abitata da secoli, ha una delle maggiori estensioni del mondo. Il turismo, e con esso l'economia, potrebbe averne un enorme impulso.
Una città d'arte deve essere conosciuta principalmente dai suoi abitanti, quali devono viverne monumenti ed i palazzi più prestigiosi che conservano intatti i segni vitali della sua storia e della sua civiltà. Molti napoletani rinvengono così per la prima volta nelle testimonianze della città i segni sicuri della propria identità culturale, percorrendo itinerari tradizionalmente poco noti, riservati a studiosi ed a rari turisti stranieri. In questi giorni la Napoli città d'arte è in piena ebollizione dopo la "tre giorni" che ha visto il responsabile dei dicastero culturale del governo, l'affascinante ministra Melandri, inaugurare a getto continuo mostre, musei e manifestazioni artistiche di grande importanza.
I turisti finalmente sono giunti a frotte, ansiosi di conoscere della tanto decantata città, non solo gli splendidi panorami, ma anche il suo centro antico, ricco di tradizioni millenarie e di civiltà. Le visite guidate da un esperto, previste per il mese di maggio, sono già cominciate e le prossime avranno come meta i tesori del Banco di Napoli in mostra a Villa Pignatelli, il museo di Capodimonte, dove da poco si è riaperto dopo quasi vent'anni il secondo piano, dedicato alla pittura napoletana

dal Trecento al Settecento. la stando nostra su Mattia Preti e la città antica con le sue chiese, i suoi palazzi e i mille tesori nascosti da scoprire assieme.
Il cuore della città, punto di incontro di decumani e cardini, associa nei suoi vicoli chiese e bassi, palazzi maestosi e fondali tetri, che trasudano quel particolare freddo umido che sa di muffa proveniente dal sottosuolo.
Il decumano centrale, che conduce al cuore dell'antica città greca, parte dal conservatorio di San Pietro a Majella, sorto nel 1799 allorquando i quattro conservatorii napoletani allora esistenti furono raccolti in un solo istituto. Di fianco al tempio della musica si trova la chiesa omonima che possiede il più importante soffitto cassettonato di Napoli, opera di Mattia Preti, sul quale vi è in questi giorni a Capodimonte una grande mostra.
Il ciclo pittorico, uno dei più cospicui del Seicento europeo, consta di dieci grandi tele con scene della vita di Papa Celestino V nella navata e di Santa Caterina di Alessandria nel transetto. La vicenda di Papa Celestino V, che da umile eremita sui monti della Majella assurse al soglio pontificio, salvo poi a rinunciarvi disgustato dagli intrighi della curia, ènarrata con profondo compatimento e con iconografia originalissima: il Santo eremita tra le nevi incredulo all'annunzio della sua elezione da parte dell'angelo che irrompe da destra, mentre drammatico è viceversa nel pallore della morte il corpo esanime di Santa Caterina d'Alessandria, immolatasi per la fede.
Pochi passi più avanti si incontra la "Libreria Colonnese - Napoli" sede della omonima casa editrice fondata nel 1965 da Gaetano e dalla moglie Maria. Specializzata in volumi non reperibili sul mercato tradizionale, promuove inoltre iniziative culturali: mostre, dibattiti, presentazioni di libri, performances, visite guidate. Lo spirito che anima l'attività di Gaetano Colonnese e che si evince subito discutendo con lui e la moglie è di rinnovare il piacere del libro quale oggetto prodotto da un tipo di artigianato che si desidera preservare, contribuendo ad una maggiore diffusione della lettura per non arrendersi, del tutto, all'assalto elettronico delle immagini.
Colonnese è drastico nelle sue affermazioni: come le medicine combattono le malattie, i libri combattono l'ignoranza e le relative degenerazioni; ogni libreria che chiude diventa un varco per i barbari ed ogni libreria che apre sbarra loro la strada.

 

Libreria Antiquaria Colonnese
non vi è che l'imbarazzo della scelta


Di recente il battagliero libraio è stato al centro di una serrata discussione, che ha avuto eco anche sulla stampa cittadina, la quale ha dedicato ampio spazio ad una sua idea originale: creare l'abitudine, in occasione di festività contrassegnate dal dono di una bomboniera, di includere nella stessa un libro di piccole dimensioni, ma di alto contenuto come poesie d'amore o massime filosofiche.
Tra gli autori "beneficiari" di questa diffusione libraria ha dissentito Raffaele La Capria, autore del celebre volumetto su Nicolò Pesce, personaggio leggendario simbolo del desiderio inconscio del vincere la forza degli elementi. Egli ha ritenuto che in tal modo il libro viene declassato a merce né più nè meno che qualsiasi altro prodotto commerciale. Pur lasciando ai posteri l’ardua sentenza riteniamo che l’iniziativa sia da incoraggiare, perché tutto ciò che avvicina, anche se in maniera  anomala, un potenziale lettore al libro è degno di lode.
Di fronte al conservatorio vi è il negozio di Carlo Napolitano dove si vendono i più perfezionati pianoforti non solo di Napoli ma di tutta la Campania. Erede di una antica dinastia, il titolare ci parla delle profonde tradizioni musicali della città che ha visto all'opera tanti artigiani famosi in tutto il mondo nella produzione dei celebri mandolini, una lavorazione che è quasi scomparsa con la morte senza eredi degli ultimi "masti" attivi fino ad oltre novant'anni. Altre lavorazioni, fino ad alcuni anni fa molto diffuse ed oggi fortunatamente scomparse, erano quelle dei laboratori ricavati sotto il livello stradale, dove gli artigiani sembravano attaccati al lavoro come cozze allo scoglio. La ditta dei fratelli Setola negli anni passati lavorava in queste condizioni, mentre oggi è completamente industrializzata ed è specializzata in un settore macabro quanto necessario. Fornisce infatti bare alle ditte interessate al nostro ultimo viaggio ed alcune di queste "creazioni" sono veri e propri capolavori artigianali. Il motto dell'azienda potrebbe essere "perché vi ostinate a vivere quando con pochi soldi potreste aver un ottimo funerale?".
 
il sig Carlo Napolitano con il suo pianoforte preferito


Pochi passi e siamo di fronte alla "Scarabattola", laboratorio fondato nel 1996 dai fratelli Scuotto, scrigno in cui oltre alla produzione dei pastori, che resta prioritaria, si può ammirare tutto ciò che spiriti creativi, manipolando la materia, riescono a produrre. I due titolari, abilissimi creatori anche di “pulcinellerie", sulle quali preparano una mostra, intendono ripristinare la finezza plastica e coloristica del pezzo singolo inquadrata in un'impostazione scenografica e teatrale di ampio respiro. Grazie all'abilità ed all'entusiasmo dei fratelli Scuotto la "Scarabattola" si propone di divenire un punto di riferimento sia per il recupero di tradizioni artigianali secolari come quella del presepe e del pastore, sia un ambizioso catalizzatore di espressioni più moderne di un artigianato attuale che propone forme nuove.
 
'il pastoraro' capolavoro dei fratelli Scuoppo


  
interno della 'Scarabattola' dei fratelli Scuotto

 
Sotto i portici del palazzo D'Angiò è la sede di "Archimass", dell'architetto De Chiara, un'associazione nata nel 1985 che si propone la diffusione del design nel Mezzogiorno. Essa inoltre crea oggetti, gradevolmente colorati, soprattutto vasi, i quali si ricollegano alla tradizione dell'immaginario mediterraneo, che lentamente travasa nel patrimonio espressivo della scuola napoletana. L'architetto da anni ha fondato una scuola di ceramica con vari corsi di durata semestrale, frequentata da signore annoiate della buona società e da giovani che imparano un mestiere.
Presso il complesso di Santa Maria la Nova l'associazione ha organizzato per il "maggio dei monumenti" una grande mostra di design "Il sogno impossibile: oggetti e forme del desiderio". L'architetto De Chiara, fiero della sua realizzazione, ci confida che in un momento in cui Napoli pare riacquisire la sua coscienza civile è quanto mai opportuno proporre un'occasione che stimoli il dialogo delle idee e riaffermi la creatività napoletana.
 
estroso candelabro in terracotta
Arch. De Chiara


 
Fioriera 'octopus 2'
Arch De Chiara



Al centro dei decumano si trova piazza San Gaetano, la più antica della città, ove duemila  anni fa sorgevano i maggiori edifici pubblici ed i più ricercati negozi, come la profumeria "Licinia", frequentata dalle matrone più eleganti, mogli ed amanti dei potenti di allora.
La chiesa di San Paolo Maggiore fu costruita sulle rovine del tempio romano dei Dioscuri, il cui pronao con otto colonne, di cui oggi ne rimangono solo due, fu utilizzato da facciata.
Di fronte vi è la chiesa di San Lorenzo, unica testimonianza in Italia di gotico francese e a lungo la più nobile ed elegante della città, luogo di incontro fatale per Boccaccio che qui conobbe la sua Fiammetta della quale a lungo cantò nei suoi poemi. Di questa celebre chiesa, delle sue ricchezze e delle numerose leggende ad essa legate, parleremo più diffusamente a dicembre quando ci interesseremo di San Gregorio Armeno.
A piazza S. Gaetano ha sede l'associazione Napoli sotterranea, diretta dallo speleologo Enzo Albertini, che si propone il recupero del sottosuolo e la sua valorizzazione attraverso studi e visite guidate.
Oggi Napoli presenta, a fronte di una città visibile, una realtà sotterranea misteriosa ed affascinante. Da piazza S. Gaetano parte uno dei percorsi più interessanti che permette in un'ora e trenta minuti di percorrere le viscere palpitanti della città attraverso un'antico acquedotto romano.
Il nostro sottosuolo ha sempre ispirato curiosità ed interesse fra scrittori, studiosi e viaggiatori del passato. Dunque non è stato soltanto sofferente spazio di umili scavatori, né riparo per perseguitati, né esclusivamente fonte di materiale per l'edilizia povera o ricca, e neanche solo pietoso immenso deposito degli sterminati nelle ricorrenti pestilenze.
 
un ampio spazio del misterioso sottosuolo napoletano


Grande merito per il risvegliato interesse verso il nostro sottosuolo lo si deve ad Eleonora Puntillo, autrice del vendutissimo "Grotte e caverne di Napoli" ed a personaggi come il dott. Enzo Albertini, che si rammarica che tante cavità siano oggi non più raggiungibili perché ostruite da detriti scaricati abusivamente da pozzi, soffocandone così la possibilità di sfruttamento ed il loro enorme interesse storicoculturale.
Dove sorgeva l'antica profumeria Licinia oggi vi è una fabbrica e vendita al dettaglio di liquori derivanti da antiche ricette napoletane. "Limonè" è una cooperativa di giovani, tutti laureati, che senza attendere l'impiego piovuto dal cielo, rimboccatesi le maniche ed usufruendo degli aiuti regionali previsti per i giovani imprenditori, hanno creato un'attività che rende e li fa sentire realizzati.
 
 
la fabbrica di liquori 'Limonè'


La produzione va dal limoncello al finocchietto, al classico nocino, ai babà in crema di limoni, il tutto assemblato in contenitori variopinti dalle forme ellissoidali.
L'ambiente di lavoro è poco meno di un museo: si può ammirare un pozzo del quarto secolo ed un opus reticolatum appartenente all'attiguo tempio dei Dioscuri.
Il dott. Furia e la dott.ssa Colucci, animatori della cooperativa, si interessano anche dell'organizzazione, nei loro locali, di mostre fotografiche, di fumetti e di pittura, per permettere a giovani artisti di farsi conoscere ed apprezzare.
  

 

Il dr Furia offre ai visitatori un assaggio dei suoi prodotti


Se poi durante la passeggiata dovesse venire appetito, può provvedere facilmente la pizzeria De Matteo, presente sulla strada dal 1936, la quale, dotata di una friggitoria che sforna a getto continuo crocchè, panzarotti e paste cresciute, è in grado di offrire 50 diversi tipi di pizza, da asporto e da consumare sul posto.
Molte le ricette segrete e tra i clienti, oltre a studenti ed alla povera gente che fino a pochi anni fa pagavano dopo otto giorni, non mancano gli avventori illustri, come il presidente Clinton che trovò il tempo per gustare una "margherita" durante le riunioni a Napoli del G7.
Poco prima dell'incrocio del decumano con via Duomo vi è la piazza dei Girolamini con la chiesa omonima, nel cui interno vi è la famosissima controfacciata, dipinta da Luca Giordano, rappresentante la "Cacciata dei mercanti dal tempio". Durante i bombardamenti del 1943 vi furono gravissimi danni al soffitto ligneo ed alla cupola; il terremoto del 1980 ha fatto il resto, costringendo nei depositi della soprintendenza da quasi vent'anni capolavori di Solimena, Cavallino, Guido Reni e tanti altri. Nella piazza v'è la casa dove Giovan Battista Vico visse felicemente con la sua moglie analfabeta ed il palazzo che fu a lungo sede dell'Accademia degli Oziosi.
Dopo l'incrocio con via Duomo, il decumano, prima di giungere al Tribunale, assume l'aspetto di una bolgia infernale, il degrado ambientale supera i livelli di guardia, le botteghe artigianali sono del tutto assenti. E' un continuum di parrucchieri, salumerie, banchi lotto, intramezzati da spazzatura, contrabbandieri, extracomunitari, spacciatori di droga ed affini. L'ultimo avamposto di civiltà è costituito dalle poche suore di Madre Teresa di Calcutta, che a vico dei Panettieri gestiscosno una mensa che fornisce centinaia di pasti caldi ogni giorno ai diseredati della città.
L'attività caritatevole è portata avanti da suore provenienti dall'Africa e dall'Asia, dirette da un'energica sorella svedese, animate da una forza sovraumana, sostenute dallo Spirito Santo ed aiutate dal cuore dei napoletani che offrono derrate alimentari. Sarebbe bello che la passeggiata al decumano si concludesse con una visita a questo antico chiostro, tempio dell'amore e della fratellanza ed un aiuto materiale a queste coraggiose suore non sarebbe certo sgradito.