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mercoledì 26 settembre 2018

Acque termali miracolose: Stufe di Nerone


1 - Antico manifesto Terme Puteolane


Napoli e provincia, per la presenza di due distinti vulcani, sono ricchissime di acque termali che, a seconda della composizione, sono dotate di prodigiose virtù curative per le più svariate patologie, un grandioso patrimonio sottoutilizzato che potrebbe trasformarsi in una grande risorsa economica (fig.1).
Sin dal medioevo Pozzuoli e Baia, per la caratteristica peculiarità delle loro acque, ad uso della balneoterapia, vennero alla cronaca attraverso una sorta di “Guida” che costituiva non solo una localizzazione delle fonti naturali ed attive che esistevano in quel tempo nel territorio flegreo ma, soprattutto, ne indicava l’utilità nei rimedi per combattere qualsiasi genere di dolore. Il testo, che è considerato tuttora un valore documentale della medicina medioevale, sia per le scienze che per la terminologia e la pratica attuativa, è il codice  pergamenaceo “De balneis Puteolanis” attribuito a Pietro Anzolino da Eboli, un chierico della corte di re Manfredi, forse medico, testo che si fa risalire alla scuola medica campana operante tra il 1258 ed il 1266, che già prima di questa pubblicazione godeva di una notevole fama. Il prezioso codice, che comunque ha subito nel tempo la mutilazione di diciotto carte miniate descriventi trenta bagni, è conservato in pochissimi esemplari in alcune biblioteche tra le quali la Biblioteca Angelica di Roma, dove abbiamo potuto consultarlo con grande interesse. In esso sono descritte una serie di terme, molte delle quali non ancora esaurite.
Facendo tesoro di un articolo di Aurelio De Rose, contenuto nel suo libro “Neapolis aneddotica e memoria, gli antichi bagni termali  e i loro benefici”, partiamo dal Balneum Sudatorium, oggi conosciuto come Stufe di San Germano, inglobate nell’omonimo hotel posto all’inizio della via Domiziana, frequentato un tempo dai giocatori delle squadre di calcio ospiti, per incontrare il Napoli, che ne sfruttano, attraverso l’abbondante sudorazione, la capacità di liberare il corpo dalle tossine.
Continuiamo: il Balneum Plagae, sue Balneorum, ovvero l’odierna Bagnoli, posto alle falde del monte Olibano, le cui acque curavano qualsiasi morbo; Balneum Sulphatara (fig.2 ), presso l’omonimo monte che oggi  ha solo il cratere attivo ed allora curava la sterilità delle donne; Balneum Bullae, in località Pisciarelli ad Agnano, con le acque in ebollizione che tra gli altri suoi pregi aveva quello di curare la vista; Balneum Petrae, nella località che ancora oggi è detta La Pietra, che annullava calcoli e giovava alla vescica ed al cuore; Balneum Calatura, alle pendici del monte Olibano, utile sia alle cure della pelle che ai polmoni, oltre che alla mente;Balneum S.Anastasie, presso la località Cappuccini tra Bagnoli e Pozzuoli, la cui sorgente, oggi assorbita dal mare, curava gli arti rinnovando la forza del corpo;Balneum Cantarellus, presso il Tempio di Serapide a Pozzuoli, oggi non più esistente, che cancellava le ulcere della pelle e giovava agli artritici; Balneum Tripergula (fig.3 ), presso il lago d’Averno, utile a chi soffriva di iperidrosi (sudore) e debolezza del corpo.
La punta che chiude il golfo di Baia dalla parte di Pozzuoli è nota come Punta Epitaffio, perché poco distante da qui, presso le attuali Stufe di Nerone, il vicerè spagnolo don Pedro d'Aragona volle fosse posta un'iscrizione nella quale si elogiavano le proprietà terapeutiche dei sudatorii.
In mare, presso questa punta, esistono inabissati i resti di due complessi monumentali: una villa che fu dei Pisoni ed un insieme di edifici che dalla cima di Punta Epitaffio si distendevano fino alla riva antica del mare, di cui resta un ninfeo straordinario (fig.4).


2 -  Petrus de Ebulo-Balneum Sulphatara

3 - Petrus de Ebulo - Balneum Tripergulae

4 -Ninfeo Punta Epitaffio, statua di Dionisio con corona d'Edera
5 -Sudatorio di Tritoli
6 - Bagni-Di-Nerone ieri

La tradizione letteraria e la suggestione popolare legarono l'impianto termale più singolare del territorio al nome dell'imperatore. Il sudatorio di Tritoli (fig.5) così anche era noto, doveva essere parte di un grandioso complesso termale che sorgeva su tre livelli: dal mare, fino ad oltre metà dell'altura dell' altura.
Il primo livello è oggi sommerso, ma oggi come allora, tuttavia, il calore continua a sprigionarsi da una falda sotterranea e, convogliato in due cunicoli, raggiunge le stanze che ancora rispettano l'originaria disposizione.
Anche i resti dell'antico Bagno di Tritoli sono stati identificati dov'è l'attuale chiesa di San Filippo. Il Balneum Trituli era caro ai Romani, ma raggiunse la massima notorietà nel Medioevo. "Qui dicono fossero tante statue di stucco che dimostravano con l'attitudini, a che giovasse quel Bagno. Si racconta che i medici salernitani, vedendo che i malati più non ricorrevano a loro, ma ai bagni, partiti da da Salerno con ferri e venuti a Tritola avessero rotto le statue e guaste le iscrizioni" (Parrino 1709).
Poco distante doveva esserci il Balneum Silvianae, anche esso citato da Pietro da Eboli.
Oggi il moderno complesso termale delle Stufe di Nerone testimonia dopo 20000 anni la continuità col passato, il cui spirito esala ancora da questa terra, tra i vapori dei sudaticci naturali che agli antichi parvero "la virtù miracolosa delle terme" (Amedeo Maiuri).
Incastonate nello splendido scenario dei Campi Flegrei, le Stufe di Nerone (fig. da 6 a 10) sono le terme in Campania conosciute fin dai tempi antichi per la cura e per il relax. Le acque termali che sgorgano alla temperatura di 80°C sono ricche di preziosi elementi minerali necessari al corpo per rimanere in tono ed elasticità; ma sono anche riconosciute ottime alleate per la cura di reumatismi, artrosi, per la riabilitazione...
L'ampio parco termale con le sorgenti naturali, le palme, gli ulivi, le pergole, permettono di vivere una piacevole giornata di relax all'aperto, intervallando una sauna, un idromassaggio nella piscina termale nella zona calda.
Una esperienza ai limiti dell’estasi che va ripetuta più volte, quasi all’infinito.

Achille della Ragione

7 - Ingresso Stufe di Nerone, oggi
8 - Stufe di Nerone
9 - Stufe di Nerone

10 - Stufe di Nerone











sabato 22 settembre 2018

I laghi di Lucrino e d’Averno ed il Monte Nuovo

fig. 1 - Grotta della Sibilla


I due laghi di cui ora parleremo mi sono particolarmente cari, perché legati a piacevoli ricordi di un periodo felice della mia vita: la giovinezza, che ogni giorno si allontana sempre più. Frequentavo il Lido Napoli a cui ho dedicato uno scritto che invito il lettore a consultare digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/2018/06/come-era-bello-il-lido-napoli.html
La mattina era consacrata ai bagni di mare e di sole, mentre dopo pranzo, ragazzi e ragazze, rigorosamente in bikini, indossati zoccoli colorati e rumorosi, si avviavano a percorrere le sponde dei due laghi con un obiettivo ben preciso: la grotta della Sibilla (fig.1), che per tutti era notoriamente l’accesso agli Inferi, mentre per noi costituiva una via preferenziale per accedere alle dolcezze del Paradiso. Infatti il buio induceva le ragazze a prenderci teneramente per mano, fingendo di essere impaurite; al minimo rumore sospetto ci abbracciavano e spesso e volentieri, identificato un anfratto accogliente, si passava a baci e carezze e talune volte anche ad incontri di natura biblica.
Cominciamo ora a descrivere i due laghi partendo dal più vicino al mare, quello di Lucrino (fig.2–3) formatosi in epoca antica a seguito del moto ondoso del mare che, apportando progressivamente della sabbia, ha col tempo chiuso un'insenatura naturale con un istmo..
Il nome Lucrino deriva dal latino lucrum (lucro, guadagno, profitto) per gli allevamenti di pesci e soprattutto di ostriche che intorno all'anno 90 a.C. vi aveva installato il senatore romano Sergio Orata, divenendo in breve tempo uno degli uomini più ricchi dell'epoca. Gli allevamenti di pesci e ostriche, molto redditizi, proseguirono per tutto il periodo dell'impero romano.
Nel I secolo a.C. a causa del moto bradisismico discendente, irrompendo le onde del mare nel lago e danneggiandone gli impianti, gli allevatori richiesero al Senato Romano di intervenire; le opere di restauro e di soprelevazione dell'istmo che separava il lago dal mare furono realizzate da Giulio Cesare, e magnificate da Virgilio e presero il nome di via Herculea in onore di Eracle che, secondo il mito,  l'avrebbe creato quando dal remoto occidente condusse in Grecia i buoi che aveva rubato al mostruoso Gerione.
Nel 37 a.C. nel corso della guerra navale che vide contrapporsi Ottaviano a Sesto Pompeo, Marco Vipsanio Agrippa, a sostegno di Ottaviano, tagliò l'istmo carrozzabile per permettere alle navi di accedere nel bacino del lago trasformato temporaneamente in porto militare e ricollegò i due tronconi di strada litoranea con un ponte ligneo mobile, mentre gli allevamenti ittici proseguivano nella metà sinistra del lago. Il Portus Julius ebbe vita breve nel lago di Lucrino, in quanto che il bacino, essendo poco profondo e andando soggetto a insabbiamento, risultò ben presto inadatto alle pesanti navi da guerra. Infatti già nel 12 a.C. la flotta militare imperiale venne trasferita a Miseno, mentre gli impianti portuali continuarono a essere utilizzati per scopi civili e commerciali.
La zona di Lucrino fu un lussuoso luogo di villeggiatura dell'epoca romana che, rientrando fra gli insediamenti costieri particolarmente amati dai Romani per l'amenità dei luoghi, vide sorgere lungo tutta la costa magnifiche ville e dimore di soggiorno di personaggi di rango dell'epoca. Oltre al già citato Sergio Orata, ebbe una villa che si affacciava sul lago Marco Tullio Cicerone, dimora da lui chiamata Academia, famosa fin dall'antichità poiché ospitò le spoglie dell'imperatore Adriano, morto nel 138 in uno dei palazzi imperiali nella vicina Baia. Dopo la morte di Cicerone, la villa passò di proprietà ad Antistio Vetere, il quale, eseguendovi dei lavori di ristrutturazione, vi rinvenne una sorgente di acqua termale, cui accenna Plinio, e che nel medioevo veniva ancora chiamata Balneum Ciceronis o Balneum Prati e utilizzata a fini curativi. Molte delle sorgenti termali esistenti in epoca romana e utilizzate nel medioevo a fini terapeutici, sono andate irrimediabilmente distrutte nel 1538 a seguito dell'eruzione del Monte Nuovo.
Il lago in antico si pensò che  potesse essere identificato con il fiume infernale Cocito  La prossimità col quello d'Averno, considerato nell'antichità l'ingresso agli Inferi, rendeva evidentemente "sospetta" tutta l'area, ed eventuali fenomeni fisici inconsueti potevano far sorgere leggende e favole. Virgilio narra infatti più volte di fenomeni di ebollizioni. Connessa all'idea che la zona avesse a che fare con il regno dei morti, abbiamo la testimonianza da un lato di Plinio che ci parla di una città Cimmera collocata fra il lago di Lucrino e il lago d'Averno; dall'altro abbiamo Strabone che precisa che i Cimmeri vivevano in case sotterranee collegate fra di loro da gallerie, dove essi accoglievano anche gli stranieri che venivano sul posto per interrogare l'oracolo dei morti situato sotto terra  e che proprio grazie all'oracolo essi traevano parte del loro sostentamento con una tariffa per le consultazioni fissata dal loro re; ma, come è facile intuire, molto probabilmente anche nutrendosi di parte delle carni degli animali sacrificati agli inferi.
Il 29 settembre 1538, dopo una serie di fenomeni precursori: terremoti, ritiro del mare a seguito di una imponente sollevazione del suolo e boati sotterranei, con una eruzione vulcanica durata 5 giorni, sorge ex novo il Monte Nuovo. L'eruzione cambia totalmente la topografia del luogo (fig.4): cancella completamente il villaggio di Tripergole con tutti i suoi edifici civili, religiosi e militari; vengono totalmente distrutte le antiche sorgenti termali  e sepolti i rispettivi impianti di epoca romana che si trovavano presso il villaggio descritti accuratamente da Pietro da Eboli, distrutti per sempre anche i resti della villa di Cicerone, scompare anche una grande sala termale romana, di forma circolare caratterizzata da sei finestre nella cupola, chiamata "Truglio" (fig.5); e infine, il lago Lucrino subisce un drastico ridimensionamento, riducendosi a un decimo di quello che era stata la sua estensione in epoca romana; così come appare ancora al giorno d'oggi (fig.6).


fig. 2 - Lago di Lucrino
 fig. 3 - Lago di Lucrino
fig. 4 - Dall'alto il monte Nuovo e i due laghi

fig. 5 -Tripergole,  il famoso Truglio

fig. 6 - Il lago di Lucrino dall'alto

Oggi il lago di Lucrino possiede una notevole attrattiva per i buongustai: il ristorante La Ninfea (fig.7), al quale se vi presentate a mio nome godrete di uno sconto. Inoltre, seppure notevolmente ridotte rispetto all'epoca antica, tuttavia non mancano in zona sorgenti di acque termali. Ancora utilizzate e frequentatissime per relax e terapie sono le Stufe di Nerone (fig.8), situate ai piedi del Monte delle Ginestre, dove oltre agli impianti moderni per le immersioni, sono tuttora in uso alcune strutture di epoca romana quali gli ambienti voltati delle saune (fig.9) e una fangaia di forma circolare all'aperto. Vi è poi il Lido Nerone lo Scoglio (fig.10) in riva al mare ai piedi del Monte Grillo, dove è possibile immergersi nelle acque bollenti in apposite vasche situate sulla spiaggia.
Il lago d'Averno (fig.11–12), di origine vulcanica, deriva il suo nome dal greco άορνος "senza uccelli" perché il gas sulfureo li uccideva tutti ed era molto famoso nell'antichità, perché lo si credeva fosse la porta degl'Inferi (Ade). Lo specchio d'acqua colpisce per la plumbea, immota pesantezza delle sue acque, negre come acque infernali (fig.13). Il carattere austero e solenne, quasi tenebroso del luogo, il colore delle acque scaturite dal fondo di un vecchio cratere, dense e limacciose, la presenza di una fonte termale lungo la riva del lago, considerata come acqua della Stige, e il ricordo di antiche esalazioni irrespirabili, che ammorbavano l'aria e rendevano impossibile il volo degli uccelli, avevano circondato questo luogo di misteriose e paurose leggende e fatto sorgere sulle sue rive, la religione dell'oracolo. Gli antichi favoleggiavano che nel lago vivesse il popolo dei Cimmeri, condannati a vivere all'interno di grotte e cavità sotterranee, gli stessi Cimmeri, ai quali Omero fa giungere Ulisse per interrogare Tiresia, l'oracolo dei morti, prima del suo ingresso nell'Ade. Durante la lotta ingaggiata da Ottaviano per la conquista dell'Impero, il Lago d'Averno, sacro alla religione dell'oracolo e della morte, venne sconvolto dal tumulto bellico. La flotta di Sesto Pompeo, minacciava il litorale ed i ricchi porti della Campania; Agrippa, geniale stratega di Ottaviano, non esitò dinanzi a culti e superstizioni popolari. Vide nel Lago d'Averno un eccellente porto ed un sicuro e comodo cantiere di costruzione, e non esitò a fare quant'era necessario per trasformare il lago in un porto militare, il Portus Julius (37 a. C.). 


fig. 7 -  Ristorante La Ninfea
fig. 8 - Stufe di Nerone

 fig. 9 - Stufe di Nerone, sauna antica

 fig. 10 - Lido Nerone lo Scoglio

 fig. 11 - Lago d'Averno

fig. 12 - Lago d'Averno
 fig. 13 - Lago d'Averno

Vicino al lago si trovano vari reperti archeologici (fig.14): il Tempio d'Apollo (fig.15), l'Antro della Sibilla Cumana (in realtà una grotta scavata nel tufo, di circa 200 m, probabilmente creata per collegare il lago al mare, la quale, per la suggestione dell'ambiente e le infiltrazioni d'acqua che creano un fiumiciattolo sotterraneo, veniva associata allo Stige infernale e ai luoghi dell'Acheronte) e la Grotta di Cocceio, un cunicolo scavato dai Romani per scopi militari che collegava il lago a Cuma; per non più visitabile a causa di danneggiamenti strutturali avvenuti durante la seconda guerra mondiale e da poco riaperto al pubblico.
Il lago ospita una comunità stanziale di folaghe insieme a  germani reali e altri anatidi. Nelle acque sono presenti diverse specie di pesci tra cui bavose di acqua dolce, alborelle e specie alloctone  ma anche pesci rossi e tartarughe d'acqua dolce domestiche liberate nel lago. Sono presenti anche bisce, rane e gamberetti d'acqua dolce.

Achille della Ragione

 fig. 14 - Reperti archeologici
fig. 15 - Tempio di Apollo nel lago D'Averno
fig. 16  - Grotta di Cocceio

giovedì 20 settembre 2018

Sveliamo il segreto delle ampolle di San Gennaro

Chiesa San Gennaro - Pozzuoli, via Domiziana


Ieri 19 settembre per la ennesima volta consecutiva le ampolle contenenti il sangue di san Gennaro, appena estratte dalla cassaforte, erano già allo stato liquido, come capitò anche durante la visita di Lech Walesa e in occasione della venuta a Napoli di papa Francesco.
Bisogna concludere oramai che il prodigio (non chiamiamolo miracolo, perché  anche la Chiesa non lo riconosce) ha trovato finalmente una spiegazione
In attesa che indagini serie, eseguite da una commissione internazionale di scienziati, sulle tante ampolle di sangue, appartenenti a santi meno famosi, ma soprattutto di proprietà di nobili famiglie napoletane, possa chiarire definitivamente la natura del fenomeno, sarebbe troppo indiscreto chiedere perentoriamente di collocare una micro telecamera nella cassaforte dove sono conservate le ampolle del patrono di Napoli ed osservare se per caso durante i mesi trascorsi tra un prodigio e l’altro, lo scioglimento non si ripeta continuamente e non unicamente nelle occasioni canoniche?
Per il prestigio di San Gennaro sarebbe un brutto colpo, ma finalmente Napoli potrebbe entrare a testa alta nel mondo contemporaneo.

Achille della Ragione

lunedì 17 settembre 2018

Il porto di Pozzuoli ed il mercato ittico

tav. 1 - Il porto di Pozzuoli ed il mercato ittico


Il porto di Pozzuoli ha una gloriosa e bi millenaria storia alle spalle, per conoscere la quale rinviamo al capitolo in cui ci dilunghiamo sulla storia di Puteoli. Oggi la struttura ricettiva per le navi è completamente cambiata (fig.1), non attraccano più navi mercantili provenienti da ogni angolo del Mediterraneo (fig.2), ma più semplicemente maestosi traghetti della Caremar (fig.3) e di altre compagnie, che assicurano i collegamenti verso Procida ed Ischia, vi poi un settore dedicato alle imbarcazioni da diporto ed un ampio spazio che accoglie i pescherecci (fig. 4–5–6), che assicurano ogni giorno, d'estate e d'inverno, un rifornimento costante di pescato, per soddisfare le richieste, non solo dei ristoranti della zona, ma anche i palati più raffinati ed esigenti.
"Come state a pesce?" Se questa celebre  quanto maliziosa frase di Totò fosse rivolta ad uno dei tanti venditori al minuto del mercato ittico di Pozzuoli, la risposta perentoria e veritiera sarebbe sempre la stesa: “Ne ho di freschissimo, odoroso e soprattutto gustoso, potete scegliere tra varie specie e dimensioni”.
Per descrivere con precisione e dovizia di particolari quanto esposto sui banchi di vendita, ci vorrebbe l'inimitabile pennello di Giuseppe Recco (fig.7), in grado di fissare sulla tela il delicato momento del trapasso tra la vita e la morte, la bocca spalancata alla ricerca disperata di ossigeno, le squame che lentamente virano di colore e la rigidità cadaverica, che lentamente fa variare la curvatura del pesce.
Le massime esperte di rigidità del pesce sono naturalmente le donne, le quali girano attente tra i banchi e nello scegliere la merce valutano con attenzione la fisiologica curvatura e la lucentezza degli occhi.
Nel mercato ittico di Pozzuoli la vendita al dettaglio incontra quella all’ingrosso. Il mercato è famoso soprattutto per i crostacei, in particolare per i gamberoni (fig.8) e i granchi, piatto fisso dei menù della Vigilia. E’ possibile trovare anche specie di importazione, in arrivo dai mari di Sicilia e Calabria. 


 tav. 2- Mosaico con pesci - Napoli, museo archeologico
  
 tav. 3  - Maestosi traghetti
 
 tav. 4 - Imbacazioni piccole
 tav. 5 - Imbacazioni piccole

 tav. 6 - Imbacazioni piccole
 tav. 7 -Giuseppe Recco - Natura morta di pesci con gatto - Siglato - Napoli, collezione della Ragione

tav. 8 - Varie specialitá di pescato


La pesca e le attività ittiche hanno avuto un ruolo centrale nella storia e nella cultura puteolana. Per secoli, i pescatori di Pozzuoli hanno percorso in lungo e largo l’alto Tirreno, esportando le loro tecniche marinaresche insieme alle tradizioni millenarie di cui erano depositari. Oggi i pescatori sono una razza in estinzione, che giorno dopo giorno lotta eroicamente per sopravvivere. Le loro storie familiari, i loro racconti, la loro lingua costituiscono un’importante testimonianza storica, che ci permette di comprendere i profondi cambiamenti avuti dalla comunità puteolana nell’ultimo secolo. Il mercato ittico di Pozzuoli, più semplicemente conosciuto come "mercato del pesce", è una vera e propria istituzione per cuochi e massaie di Napoli e dintorni. E chi lo conosce è disposto anche ad andarci alle prime luci dell'alba. 
Inizialmente situato sul porto, il mercato del pesce di Pozzuoli oggi si è spostato in via Fasano, nelle vicinanze dello stazionamento dei bus Eav. Luogo di culto per i professionisti della cucina, ma anche per i semplici curiosi, esso è uno di quei luoghi dove poter respirare a pieni polmoni la tradizione napoletana.
Il fascino dell'andirivieni notturno (in realtà mattutino) cancella i talvolta fastidiosi odori del pesce che da queste parti raggiunge ottimi livelli di qualità. Non è un caso che il mercato sia letteralmente preso d'assalto nei giorni di festa come Natale e in ogni periodo dell'anno in cui la tradizione suggerisca portate di mare.
Organizzato in tanti piccoli stand (fig.9–10), oggi il mercato ha forse perso un po' della magia data dal porto e dalla sua atmosfera, ma mantiene intatta la qualità di un luogo che caratterizza in modo pregnante la vita di Pozzuoli ed il suo passato.
Tuttavia per i puteolani il vero mercato del pesce era esclusivamente quello che si svolgeva al porto e questo, forse, è solo quel che ne rimane. Come abbiamo anticipato, il mercato rappresentava una particolare attrattiva per i forestieri e visitatori della città, che potevano così spendere le ore mattutine in cerca del miglior pescato, tra un caffè e una chiacchiera coi pescatori. Quel che è certo è che il mercato del pesce di Pozzuoli rimane uno dei principali centri campani per le spese ittiche. E, come in ogni mercato, solo chi arriva presto trova la merce migliore!
Tra le figure storiche del mercato ittico di Pozzuoli, che insieme ai pescatori completano la filiera del mare, è d’obbligo citare Procolo (fig.11), detto Scintillante, perché come ci spiega testualmente il personaggio: “Mio padre Salvatore, detto Autore, vendeva solo alici. Brillavano e allora nacque il soprannome Scintillante. Tutti venivano a vederlo mentre vendeva i pesci, era divertente, faceva un po’ di teatro coi suoi richiami: “’I bbott’ in cielo, ‘i bbott’ in terra… m’i mangio crure, m’i mangio cotte… ah n’atu muorz’, ah n’atu muorz’!”. Poi a casa non diceva una parola. Io e i miei fratelli abbiamo ereditato il ‘contronome’ Scintillante, perché in 60 anni non abbiamo mai venduto alici che vengono da fuori, mai. Una volta siamo rimasti per due mesi senza alici e non ne abbiamo acquistate di altra provenienza. Sarebbe come vendere alici che hanno già un giorno: non hanno lo stesso sapore. Altri pesci li puoi conservare, anche per due giorni. Le alici no”.
Accanto a Procolo è presente Daniele Esposito, suo genero e braccio destro, che si lascia coinvolgere nell’intervista. La sua testimonianza si rivela interessante, non solo perché aggiunge ulteriori particolari sull’attività di vendita, ma anche perché nelle sue parole si riflette la saggezza del bravo apprendista. Dopo aver lavorato per alcuni anni a Brescia come carpentiere, è voluto tornare alla natìa Pozzuoli in cerca di un impiego. Anche se fare il pescivendolo non era il suo sogno, ci dice di sentirsi fortunato del lavoro che svolge ormai da dieci anni: “Sicuramente è un mestiere disgraziato per gli orari, ma almeno mi garantisce la libertà. E poi mi permette di dedicare tempo alla famiglia”. Alla domanda su cosa gli abbia trasmesso Procolo del suo modo di lavorare, risponde: “Il mio primo pensiero quando mi sveglio sono il lavoro, i pesci, la preparazione del banco, i clienti. La colazione la facciamo, se la facciamo, quando abbiamo pensato a tutto. Spesso ordiniamo il caffè, ma lo beviamo freddo perché siamo concentrati sul lavoro. Forse questo suo modo di fare è un po’ maniacale, ma ha preso anche me”. In realtà, ci sembra che Daniele abbia ereditato da Procolo quel sentimento, misto di piacere e dovere, che spinge una persona a svolgere il proprio mestiere con dedizione e cura per ogni singolo particolare. Non è mania, si chiama ‘professionalità’, anche quando si tratta di togliere via le teste alle alici.

Achille della Ragione


tav. 9 -Interno mercato ittico
 tav. 10 - Pesce in primo piano
tav. 11 - Il mitico Procolo

sabato 15 settembre 2018

Dipinti di scuola napoletana a Vienna

Cari amici,

in attesa di rivederci per il nuovo ciclo di corsi e visite guidate vi invio il mio saggio “Dipinti di scuola napoletana a Vienna”.
Si tratta di un reportage su due importanti musei viennesi visitati nel corso di un recente viaggio in Austria, il Kunsthistorisches Museum e la Galleria del Belvedere.
In particolare mi sono soffermato su una splendida collezione di  dipinti di scuola napoletana del ‘600 e ‘700 che annovera artisti del calibro di Luca Giordano, Mattia Preti, Francesco Solimena e tanti altri.
Buona lettura e arrivederci a presto

Dante Caporali









testo e foto di Dante Caporali

mercoledì 12 settembre 2018

Luciano De Crescenzo Premio Nobel per la letteratura?

De Crescenzo 1 - Libro


La notizia della riduzione teatrale di Così parlò Bellavista (fig.1), con esordio al San Carlo e poi in giro per l’Italia per due anni con un calendario già stabilito, unito al compleanno (90 anni) dell’autore, hanno fatto balenare l’ipotesi di una candidatura di Luciano De Crescenzo (fig.2), al Premio Nobel per la letteratura, un riconoscimento che l’Italia aspetta da tempo, dopo l’assegnazione nel 1997 a Dario Fo con la motivazione:  “Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.
L’ipotesi ci trova consenzienti e vogliamo collaborare alla sua conoscenza proponendo ai lettori la sua biografia: Un ingegnere filosofo, che fa parte del I tomo del mio libro Quei napoletani da ricordare (fig.3), consultabile in rete digitando il link
http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo93/articolo.htm


De Crescenzo 2 - Un ingegnere filosofo

Un ingegnere filosofo

Luciano De Crescenzo vive da molti anni lontano da Napoli, però è rimasto napoletanissimo nel cuore ed alla sua città natale sono ispirate tutte le sue opere letterarie e cinematografiche, ma soprattutto i suoi pensieri ed i suoi desideri.
Da quando risiede a Roma per motivi di lavoro, egli considera la città eterna soltanto una periferia della sua amata Partenope, ove corre non appena gli è possibile da sua figlia Paola, che si occupa a Napoli di grafica pubblicitaria ed ha disegnato anche la copertina dei suoi ultimi libri.
Il nostro amato concittadino ha il vezzo di nascondersi l’età, probabilmente perché dimostra molti meno anni di quanti realmente ne abbia. Sfoglieremo inutilmente il suo libro «Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo» alla ricerca della sua data di nascita.
In 250 pagine molto fitte sono raccontate decine di aneddoti, di descrizioni, di confidenze, di meditazioni, ma di quel fatidico giorno neanche l’ombra: un mistero impenetrabile.
Nella parte filosofica del libro, «Luciano», con un’immagine di rara poesia, ci confida di sentirsi come un impiegato che ha avuto quattro settimane di ferie e ne ha fatte già tre e mezzo.
Egli fantastica di stare seduto su di un corridoio di passaggio e di gettare uno sguardo in due camere attigue una sulla destra più grande piena di ricordi buttati alla rinfusa ed una sulla sinistra avvolta nella penombra. Un grosso orologio che segna implacabile lo scorrere del tempo che trasforma la grandezza delle due camere: la destra che rappresenta il passato diventa sempre più grande e affollata, la sinistra, il futuro, sempre più piccola ed ombrata.
Attraverso un televisore magico, giorno dopo giorno, tutta la vita trascorsa può essere rivista come pure è possibile dare una sbirciatina al futuro, ma bisogna stare attenti a non spingersi troppo avanti nel tempo per non imbattersi in una data tremenda, dopo la quale lo schermo non darebbe più immagini in movimento.
Secondo le nostre indagini anagrafiche egli nasce nella nostra città nel 1928. Quasi 80 anni, anche se lo spirito è ancora quello di un ragazzino birbante.
Ma cominciamo dal principio; Luciano nel 1928, come abbiamo scoperto, nasce a Napoli e va a collocarsi subito in una famiglia numerosa e rumorosa come quelle che andavano di moda una volta, ricca di nonne, zii single, zie zitelle e numerose cameriere, alcune in pianta stabile ed altre che cambiavano continuamente perché sospettate di aver rubacchiato. Lo zio, di nome Luigi, detto «o pallista» per le teorie che raccontava di continuo era il preferito tra tutti i parenti (quarantadue tra primo e secondo grado) e le zie Olimpia e Maria che erano state sfortunate con i mariti, per cui erano diventate due zitelle di ritorno.
La madre era nata nella Duchesca nel 1883 ed a quarant’anni era ancora zitella; la gente per strada la salutava con rispetto, poi però le mormoravano dietro «Nisciuno ’a vuluta». Lei era già rassegnata allo zitellaggio, quando grazie all’opera di «’onna Amalia ’a Purpessa», di mestiere sensale di matrimonio, conobbe il papà di Luciano un uomo dagli occhi azzurri, ma dai capelli tutti bianchi tale da parere «’nu viecchio». Il matrimonio combinato tra due persone così avanti negli anni sembrava destinato soltanto a reciproca compagnia, ma i figli arrivarono lo stesso, prima Clara e dopo cinque anni il sospirato erede maschio: Luciano.
Il padre era una specie di burbero benefico che non aveva in alcuna simpatia le smancerie ed i vezzeggiamenti, severo al pari dei padri dell’inizio del secolo.
Egli era proprietario di un negozio di guanti in piazza dei Martiri, ma non possedeva l’animo del commerciante bensì dell’artista, come era stato il nonno, che il pittore lo aveva fatto sul serio e con ottimi risultati sul piano artistico sotto la guida di De Nittis. Egli era un po’ preoccupato che avendo superato i 65 anni il figlio ne avesse soltanto 15.
Quando dopo la guerra bisognò cominciare tutto daccapo egli esclamò: «Il guaio è che io sono troppo vecchio per ricominciare e tu troppo giovane per prendere il mio posto; forse avrei dovuto sposarmi prima». E così dicendo, strinse la mano del figlio, e restarono in silenzio per alcuni minuti.
Il primo incontro con l’erotismo avviene all’età di 10 anni, quando Luciano frequentava la prima media all’Umberto I di via Carducci con il ritrovamento in palestra di un preservativo, tra le urla e le imprecazioni del professore Carosone, insegnante di ginnastica ed amante delle parolacce che per lui, memore dell’etica fascista erano indice di virilità.
E poi dopo aver appreso la parte meccanica del sesso, il primo amore; anzi i primi, perché Luciano confessa candidamente di aver avuto quattro primi amori uno per età: bambino, adolescente, giovanotto ed infine adulto. E di essere ancora in attesa di quello da vecchio.
Lilly, Gisella, Gilda e Irene le quattro fortunate mortali.
Con Gilda c’è stato di mezzo anche un matrimonio, durato alcuni anni, una figlia, un annullamento da parte della Sacra Rota ed oggi Luciano e Gilda sono come due vecchi amici, anzi anche qualche cosa di più.
Vengono poi gli anni difficili della guerra, durante i quali Luciano, con i suoi numerosi parenti e parte delle masserizie familiari, è costretto a numerose peregrinazioni alla ricerca di una località tranquilla ove «sfollare» ed alla fine la scelta cade su Cassino, ritenuto un posto sicuro, il «ventre della vacca», dove come tutti sanno infuriarono numerose battaglie con grande accanimento da parte dei combattenti.
A Cassino la famiglia De Crescenzo si sistemò in una villetta, ospite di alcune vecchie signore e visse tra mille peripezie per alcuni mesi, fino a quando i tedeschi requisirono i locali da loro abitati per trasformarli in un ospedale da campo e senza tanti complimenti ne trasferirono gli occupanti in camion verso Roma, all’epoca divenuta città aperta.
Nella capitale la famiglia trovò sistemazione presso l’Hotel Aosta, grazie all’interessamento di un vecchio conoscente, l’avvocato Percuoco.
Il nostro Luciano fondò con il cugino Gegé una piccola società di compravendita di generi di borsa nera.
Le mercanzie più vendute erano sigarette comprate a San Lorenzo, caciotte di Frascati, olio e sale di Marino.
Questi piccoli commerci permisero alla famiglia De Crescenzo di andare ad abitare ai Parioli fino al 4 giugno, data fatidica in cui sfilarono per le strade di Roma i soldati americani.
E finalmente giunse il giorno del grande ritorno a Napoli, in una città in cui profonde ferite erano state inferte dai bombardamenti: via Marina era stata rasa al suolo, i famosi vetri della galleria giacevano a terra in frantumi.
Il bel palazzo dove abitava la famiglia De Crescenzo a Santa Lucia aveva perso tutta la scala di marmo e le ringhiere in ferro battuto, mentre il negozio in piazza dei Martiri era quasi scomparso per lo scoppio di una bomba, che aveva colpito palazzo Partanna ed alcuni guanti col loro marchio erano stati ritrovati nella villa comunale a più di un chilometro di distanza. La casa di villeggiatura del Vomero era stata requisita dagli inglesi che ancora la occupavano.
Ma poi tutto passa e si ritornò alla vita normale.
Nel 1960, Luciano, grazie alla raccomandazione del cavaliere De Vico, un amico di famiglia, entra nella IBM, dove passerà poco meno di venti anni, facendo carriera e giungendo fino alla carriera di marketing manager, cioè vicedirettore. Il lavoro non soddisfaceva lo spirito artistico e ribelle dell’ingegnere, il quale, covava l’aspirazione di divenire scrittore ed uomo di spettacolo e non vedeva l’ora di cambiare attività e divenire famoso.
Nel periodo in cui De Crescenzo pendolava ancora tra l’IBM ed il mondo dello spettacolo, con sporadiche licenze straordinarie che gli costavano ottantamila lire lorde di trattenute dallo stipendio di ingegnere, ebbi modo di conoscerlo nelle vesti di presentatore della trasmissione «Il Miliardo», programma prodotto negli studi dell’emittente Telenapoli in via Crispi.
A presentarci fu un amico comune, il dott. Lucio Testa, da poco divenuto regista della RAI, grazie alla raccomandazione del padre, all’epoca un pezzo grosso della Criminalpol.
Io avevo da pochi mesi partecipato alla trasmissione «Rischiatutto» di Mike Bongiorno e godevo ancora di una certa popolarità presso il pubblico che, l’amico Lucio Testa, di intesa con Luciano De Crescenzo, volevano sfruttare per la loro trasmissione a Telenapoli. Ricordo un lungo pomeriggio di prove della puntata condotta da De Crescenzo, che era un personaggio molto spontaneo ed affascinante. La trasmissione registrata non andò però mai in onda per difficoltà economiche dell’emittente, ma conservo un ricordo gradevole di quella giornata trascorsa insieme fino alle otto di sera, ora in cui Luciano si accomiatò da me e dal regista per terminare la serata con una polacca bellissima, un’attricetta che aveva rimorchiato negli studi di Telenapoli e che si riprometteva di «passare per le armi»; cosa che mi risulta avvenne puntualmente, a prestare fede al racconto che il mio amico Lucio, un «arrapato» di prima categoria, mi fece il giorno seguente con dovizia di particolari.
Finalmente venne il momento in cui Luciano ebbe il coraggio di lasciare l’IBM, tra la meraviglia di tutti i parenti, che lo ritenevano uscito di senno, e di seguire la sua inclinazione naturale verso il cinema, la televisione e l’attività di scrittore.
Del suo passato di ingegnere all’IBM gli restarono, oltre alla liquidazione, quattro computer, per ricordo.
Diventa una fabbrica di best-seller, regista, attore. Il primo successo in libreria è «Così parlò Bellavista», un caleidoscopio di fatti e personaggi napoletani, che in seguito diventò un grosso film di cassetta con le sue frasi divenute celebri: «Napoli è l’unica speranza che il mondo abbia di sopravvivere. Però che traffico...».
Seguono poi altri libri di successo come «Zio cardellino», una «Autobiografia», «La domenica del villaggio» e tutta la serie sulla filosofia greca. Tra i film diretti, oltre ad un doppio Bellavista è da ricordare «32 dicembre».
Negli ultimi anni gli esplode l’amore per la filosofia, una scienza che oltre ad appassionarlo, contribuisce anche a cambiare il suo modo di vivere.
Luciano è attratto dalla filosofia greca, sia perché da quella sono nate tutte le altre, ma principalmente perché in essa vede rappresentato il modo di vivere e di pensare del popolo napoletano.
Nelle regioni meridionali hanno a lungo soggiornato Pitagora e Parmenide ed anche il grande Platone è stato nel nostro Sud per ben tre volte ad imparare la filosofia della verità contro quella deteriore delle opinioni. È solo da Napoli e dal Mezzogiorno che può ricominciare una ripresa culturale italiana. Infatti la nostra città rappresenta il più grande serbatoio umanistico del mondo.
Egli rimane colpito da alcuni personaggi singolari come il professor Riganti, un vecchio saggio napoletano incontrato al circolo Canottieri al Molosiglio, il quale con una serie di pacati ragionamenti lo convince che è inutile correre dietro al denaro ed al potere, perché essi non sono in grado di garantire né la felicità, né tantomeno l’immortalità, per cui l’uomo saggio non solo non li persegue, ma non li desidera e si allena a morire, come i santoni indiani che hanno scoperto questo segreto già alcune migliaia di anni fa.
È perciò cosa saggia abituarsi all’idea della morte per poi sottovalutarne l’importanza, come se si trattasse di un semplice sfratto di casa, con un po’ di nostalgia per ciò che si lascia e con un pizzico di curiosità per quello che si andrà a conoscere.
Un altro personaggio originale che incoraggia Luciano sulla strada della filosofia globale è il professor Barbieri, un signore molto anziano che abita a Napoli nella zona di Piazza Mercato e che più che un professore di lettere ama considerarsi un educatore globale. Egli insinua nei suoi discepoli un insegnamento sottile quello del «dubbio positivo».
Per il prof. Barbieri, un vecchio che a saggezza non sfigura nel confronto con i filosofi greci, il dubbio è una divinità discreta che espone con calma le sue idee ed è pronta a cambiarle radicalmente non appena qualcuno gli dimostra che sono sbagliate.
Il dubbio è rappresentato dal punto interrogativo simbolo del Bene, mentre quello esclamativo è simbolo del Male. I sacerdoti del dubbio positivo sono quasi sempre brave persone, tolleranti, disponibili e democratiche, mentre i paladini del punto esclamativo sono individui violenti di cui avere paura. A questa categoria di individui appartengono le persone più disparate, dagli integralisti islamici, ai tifosi di calcio, dai brigatisti rossi a quelli neri.
I libri della filosofia greca scritti da De Crescenzo, accolti con la puzza sotto il naso dagli specialisti del settore, invidiosi delle grosse tirature, hanno invece incontrato un grosso successo presso i lettori, attratti dallo stile semplice ed accattivante.
Attraverso la loro lettura ci si accorge che il napoletano è figlio e nipote della filosofia greca e degno rappresentante di essa nei tempi moderni, mentre Luciano De Crescenzo con i suoi dubbi e le sue certezze, ne è l’ultimo epigono ed il degno cantore.

Achille della Ragione

De Crescenzo 3 - Copertina

lunedì 10 settembre 2018

Il Rione Terra tra passato, presente e futuro

fig. 01 -  Rione terra

Il Rione Terra è un agglomerato urbano che costituisce il primo nucleo abitativo di Pozzuoli, abitato fin dal II secolo a.C. Si trova su una piccola altura che permetteva di controllare bene gli arrivi dei nemici provenienti sia dal mare sia dalla terra (fig.1-2-3). Il quartiere fu sgomberato nel 1970 a causa della notizia di una presunta crisi bradisismica, annunciata dai geologi e diffusa attraverso i mezzi di comunicazione. Tra i motivi che indussero allo sgombero pesarono  anche le pessime condizioni igieniche che vi albergavano. Ulteriormente danneggiato dal terremoto dell'Irpinia del 1980 e da una nuova recrudescenza del bradisismo negli anni Ottanta, il rione è stato per lungo tempo oggetto di restauro e riqualificazione, insieme al percorso archeologico sottostante. A partire dal 2014 è di nuovo aperto e visitabile ed aspetta ansioso di divenire il volano di un’attrazione turistica in grado di convogliare decine di migliaia di visitatori.
  
fig. 02 -  Rione terra
fig. 03 -  Rione terra

Per descrivere il Rione Terra di Pozzuoli, occorre inevitabilmente prendere a prestito un'espressione usata magistralmente da Alberto Angela in una puntata di Superquark “C'è un quartiere dove i capitoli della lunga storia di Pozzuoli si sono sovrapposti come pagine di un libro, il Rione Terra”. Nessuna espressione può essere più esatta di questa. Infatti di tutto il territorio puteolano, la rocca del Rione Terra è l'unico luogo che è stato protagonista di tutte le evoluzioni storiche. Dai primi anni della colonizzazione greca e romana fino all'epoca moderna. Secondo lo storico greco Strabone, la rocca era da considerarsi lo sbarco di Cuma e fu qui quindi che con ogni probabilità, nel 529 a.C., sbarcarono gli esuli dell'isola di Samo e fondarono Dicerachia, il governo dei giusti. Fu però in epoca romana che Pozzuoli e la rocca conobbero il loro periodo di maggior splendore. 
Pozzuoli per secoli è stato, prima della nascita di Ostia, il maggior porto di Roma e conseguentemente la città ne ebbe cospicui vantaggi economici. L'allora Puteoli divenne  una colonia romana nel 194 a.C. ed aveva proprio nella rocca il suo motore. Con la nascita del porto di Ostia prima ed il decadimento dell'Impero Romano poi, Pozzuoli cadde velocemente in declino, fino a che la vasta città che si estendeva fino a comprendere la moderna Bacoli, si ridusse proprio alla piccola rocca del rione Terra. È da questo momento (400 d.C. circa) che questo angolo di città inizia a “stratificarsi”. Le culture che si sono succedute hanno costruito le loro botteghe e le loro abitazioni su quelle che un tempo erano le mura romane.  
 L'esempio più lampante di questo fenomeno è senza dubbio il duomo della città di Pozzuoli (fig.4), che fu edificato proprio sulle mura del tempio di Augusto. Il duomo, costruito all'epoca della dominazione spagnola, ingloba il tempio di epoca romana, che a sua volta inglobava un tempio di età repubblicana risalente al 194 a.C., che venne già ristrutturato da Silla nel 78 a.C.
Il cuore palpitante da circa 2000 anni del Rione Terra è costituito dall’attuale Cattedrale, alla quale abbiamo dedicato un esaustivo saggio dal titolo esplicativo: Da un tempio greco romano alla cattedrale di Pozzuoli, al quale rinviamo il lettore che deve solo digitare il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/search?q=Da+un+tempio+greco+romano+alla+cattedrale+di+Pozzuoli+
mentre per approfondire la straordinaria pinacoteca (fig.5) in essa conservata si può consultare il mio articolo: Ammiriamo i big del Seicento napoletano digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/search?q=Dopo+mezzo+secolo+riapre+la+cattedrale+di+Pozzuoli+
Fino agli anni '60 il Rione Terra era ancora il centro vivace, per quanto popolare, della città ed il passare dei secoli avevano ormai nascosto le costruzioni dei tempi romani. Il 2 marzo del 1970 la rocca venne evacuata a seguito di uno dei frequenti sciami bradisismici della storia di Pozzuoli. Da qual momento in poi la zona sarà abbandonata fino ai primi anni '90, quando finalmente si decide di rimettere a nuovo quello che da sempre è stato il centro pulsante di una città dalla storia millenaria. Proprio durante i primi lavori di ripristino, la memoria romana è riaffiorata. Sotto il Rione Terra c'è un intero percorso archeologico quasi perfettamente conservato, che rende l'idea di come era  2000 e più anni fa. Senza esagerazioni si può dire che questa rocca sia un museo a cielo aperto di tutta la storia puteolana, dal 500 a.C. fino ai giorni nostri e non si può non visitarlo.
Il percorso archeologico sotterraneo del Rione Terra è un viaggio nell’antica colonia romana, Puteoli, fondata nel 194 avanti Cristo e divenuta presto porto commerciale di Roma. Il percorso è situato sotto la rocca di tufo che domina il golfo, tra Nisida e Baia  e si sviluppa lungo gli assi principali della città romana, cardini e decumani (fig.6). Il visitatore, passeggiando lungo le strade dell’antica Puteoli, verrà affascinato dall’architettura dei numerosi edifici, dai depositi di grano, dal forno per la lavorazione e la cottura del pane (pistrinum) con le macine quasi intatte, dai criptoportici, dalle botteghe e dai magazzini (fig.7). Il percorso archeologico è arricchito da installazioni multimediali che guidano il pubblico alla scoperta delle attività che si svolgevano nell’antica città.
Un’altra importante quanto sconosciuta attrazione culturale è costituita dal museo diocesano (fig. 8-9-10) sorto come strumento per contrastare, da un lato, lo stravolgimento e la quasi totale cancellazione della bi millenaria storia di Pozzuoli, a causa della trasformazione così profonda e repentina della diocesi locale durante il XX secolo e, dall'altro, consentire uno studio più approfondito delle tradizioni cristiane degli abitanti.

fig. 04 - Duomo di-Pozzuoli
fig. 05 - Coro, volta ed altare maggiore della cattedrale
fig. 06 - Antichi cardini
fig. 07 - Antiche botteghe
fig. 08 - Sale del museo diocesano
fig. 09 - Sale del museo diocesano
fig. 10 -San Paolo scrive a Filemone-Pozzuoli museo diocesano

La città di Pozzuoli nel corso della sua storia non ha mai avuto un museo diocesano poiché tale funzione era supplita dalle numerose chiese presenti nel territorio, che contenevano opere d'arte di valore: fra queste la più importante era il duomo di San Procolo, situato sul Rione Terra, che è stato per secoli il motore della città e della diocesi. Nel maggio 1964 il suo incendio ha causato la perdita di una gran parte del patrimonio artistico cittadino.
Inoltre, l'evacuazione del rione Terra nel 1970 e del centro storico nel 1983-1984 a causa del bradisismo, con la creazione di nuovi quartieri assai distanti dai luoghi d'origine, e l'immigrazione di residenti provenienti da aree limitrofe hanno determinato un sovvertimento nella percezione e nella fruizione del territorio da parte degli abitanti e una quasi totale dimenticanza dei capolavori artistici ancora presenti sul territorio.
Per salvaguardare la memoria della storia dell'arte puteolana già alla fine degli anni '70 l'allora vescovo di Pozzuoli Salvatore Sorrentino pensò all'apertura di un museo diocesano del quale fu allestita nel 2000 una prima sezione presso gli ambienti della Curia al villaggio del fanciullo per volontà del suo successore monsignor Padoin. La sede definitiva è stata inaugurata il 20 maggio 2016 presso i locali del palazzo vescovile al Rione Terra un tempo ad uso del seminario diocesano.
Oggi il tempo sembra essersi fermato, con centinaia di appartamenti e decine di botteghe, completate da anni e che attendono di essere occupate (fig.11–12–13). Di giorno splende il sole di notte non circola anima viva, ma solo tenebrosi fantasmi, di cui ci pare di udire la voce che implora: fate presto! Sono certamente gli spiriti degli antichi abitanti del luogo, che conservano intatto il segreto e la forza dei puteolani, gelosi del loro passato ed arbitri del loro futuro, costretti a vivere, purtroppo, in un interminabile e soffocante presente, del quale si sono scocciati per cui da oggi debbono divenire attivi artefici del loro destino.

Achille della Ragione

fig. 011 - Ingresso rione terra
fig. 012 - Una stradina
fig. 013 -Affacciati sul mare