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venerdì 29 novembre 2013

IL RITMO FRENETICO DELLA TARANTELLA


Taranta,Latrodectus tredecimguttatus female,detta Malmignatta

La stessa parola tarantella richiama alla mente Napoli, anche se, secondo autorevoli studiosi, deriva da una tarantella ballata nelle Puglie che, secondo la credenza popolare, serviva a liberare dal veleno iniettato dal morso della tarantola.
Ben presto la tarantella napoletana acquistò una sua precisa autonomia, divenendo una danza caratterizzata da precisi movimenti segnati da ritmica gioiosità e  da una evidente allusività erotica, che ne ha fatto per due secoli uno dei balli più popolari del mondo.
Bisogna precisare che il tarantismo rinvia ai culti orgiastici dell’antichità greca nei quali la musica ha una funzione catartica in linea con le pratiche culturali del diosinismo; poi, con il predominio del cristianesimo, si determinò una crisi degli orizzonti mitico rituali del mondo antico, a tal punto che vi fu una polemica tra San Paolo e la Chiesa di Corinto, che praticava una liturgia che tendeva eccessivamente al raggiungimento dell’estasi.
Le pulsioni represse durante il medio evo trovarono nella danza sfrenata seguaci in tutta Europa, come i danzatori di San Giovanni e di San Vito ricordati da Nietzche nei suoi scritti.
Il tarantismo è da interpretarsi come l’esorcismo coreutico musicale dell’eros represso, quell’eros che poteva manifestarsi liberamente nell’orgiasmo pagano e che in epoche successive era costretto ad utilizzare travestimenti simbolici e differenti modalità di estrinsecarsi. A Napoli nel 1721 l’illustre medico Cirillo identificò nell’Ospedale degli Incurabili un caso di tarantismo che riuscì a guarire attraverso l’intervento di suonatori da lui convocati.

Tarantolata curata con la musica nel 1959

Edoardo Dalbono, Tarantella
E passiamo ora alla nostra tarantella, non più danza di possessione bensì danza di costume. Sotto il profilo musicale dobbiamo  rilevare una  sostanziale differenza tra il tarantismo pugliese,che ha un tempo pari, e la tarantella, nella quale il tempo dispari crea un ritmo più svelto e brioso.
Accenniamo infine all’ipotesi sostenuta dallo studioso Renato Penna che fa derivare la tarantella dalla fusione del ballo  di Sfessania, di origine moresca, con ilfandango di origine spagnola.
Per quel che riguarda gli strumenti d’accompagnamento vi è il predominio di quelli a corda ed a percussione (calascione e tamburello) su quelli a fiato con l’introduzione  di nuovi strumenti autoctoni come il putipù, lo scetavajasse, ‘o siscariello e il triccaballacco.
Inoltre, nella tarantella la gestualità viene scandita in tre fasi: in piedi, caduta al suolo e movimenti a terra, oltre ad altri  passi e figure d’incerta origine.
Ne esistono due forme: una semplice, ballata da sole donne, ed una complicata, in cui si esibiscono anche gli uomini.
Vogliamo ricordare una rarissima forma ballata ancora oggi a Barano d’Ischia: la‘ndrezzata, tarantella armata in cui gli uomini brandiscono bastoni, ricordata in un celebre film di Pieraccioni.
La tarantella, come raffigurano numerosi dipinti, veniva ballata dal popolo in occasioni importanti come la festa della Madonna dell’Arco, quando i partecipanti si scatenavano in maniera talmente eccitata da far esclamare al Mantegazza che essa gli ricordava, per lo sfrenato erotismo, le orge di alcune popolazioni selvagge.
All’epoca del Gran Tour essa viene illustratapiù volte dagli artisti che accompagnavano i ricchi visitatori, come il nobile Bergeret de Grancourche portò con sé in Italia il sommo pittore Fragonard.
La tarantella ritorna anche in numerosi immagini del Voyagepittoresque dell’Abbè De Saint-Non, pubblicato a Parigi nel 1781. Seguì poi, ad uso dei forestieri meno danarosi, una vera e propria produzione in serie di immagini da riportare in patria come souvenir.

gruppo Sorrento Folk

la 'ndrezzata,di Barano d'Ischia

Di nuovo abbiamo però rappresentazioni della tarantella eseguite da artisti famosi come Angelica Kauffman, Filippo Palizzi ed Edoardo Dalbono, che ci forniscono una serie importante d’informazioni sulla classe sociale ed il sesso dei ballerini, sull’ambiente dove si svolge, sugli strumenti musicali d’accompagnamento, sulle gestualità più comuni. Abbiamo anche testimonianza di una tarantella tra femminielli.
Anche la letteratura ci fornisce descrizioni accurate della tarantella, soprattutto da parte di autori stranieri, che costantemente sottolineano le valenze erotico sessuali della danza.
Valenti musicisti sono stati attirati dall’energia che sprizza vigorosa dai movimenti dei ballerini. Tra questi  possiamo citare Ciaikovsky che conclude ilCapriccioItaliano op.45, tutto luminoso e vibrante, con una trascinante tarantella, oppure Stravinsky, autore nel 1919 del balletto Pulcinella, che si compone di più brani, uno dei quali, appunto, è una tarantella, o, andando a ritroso, la celeberrima Tarantella di Rossini, cavallo di battaglia, ancora oggi, dei più importanti cantanti lirici.
Nell’ultimo secolo il celebre ballo, da fenomeno di costume popolare, si è trasformato in attrazione turistica e solo nell’area sorrentina e nelle isole del golfo si possono, raramente, ammirare esibizioni spontanee.
Tra i libri, che cercano di conservarne viva la tradizione, fondamentale è il testo di MaxVajro, pubblicato nel 1963 per conto dell’Azienda di Soggiorno e Turismo di Sorrento oltre al volume, edito nel 1967 dal Touring Club Italiano, dedicato ai balli popolari.

Tarantella, ballata dal New York city ballet

CANTANTE E CHITARRISTA ANCORA SULLA BRECCIA

Fausto Cigliano


Fausto Cigliano nato a Napoli nel 1937, cantante e chitarrista è stato popolare oltre 60 anni fa. Figlio di un comandante dei Vigili Urbani,vince il Festival di Napoli nel 1959 con Sarrà chi sa?, cantata assieme a Teddy Reno.
Negli anni Cinquanta partecipa ai film Classe di ferro (Turi Vasile), Guardia, ladro e cameriera (Steno), Ragazzi della marina (De Robertis), Cerasella.
Nel 1957 partecipa al Festival di Napoli, facendo il riepilogo delle canzoni che erano state cantate durante la gara, insieme agli altri chitarristi Armando Romeo, Ugo Calise, Amedeo Pariante e Sergio Centi.
Partecipa alle edizioni del Festival di Sanremo dal 1959 al 1962, e si ripresenta nel 1964 interpretando il brano E se domani, che diverrà un grosso successo nella versione di Mina. Nel 1967 conduce alla TV dei Ragazzi il programma Chitarra Club.
È autore di canzoni quali Ossessione ‘70, Napule mia, Nella mia città, Ventata nova, Scena muta.
Nel 1992 compone la colonna sonora dello sceneggiato in 60 puntate Camilla.
Ha partecipato, eseguendo musiche proprie per sola chitarra, al film Identificazione di una donna di Michelangelo Antonioni.
Nel 1999 pubblica il CD Teatro nella canzone napoletana, edito dalla Polosud, che raccoglie 13 canzoni di notissimi artisti teatrali, (da Totò a Pupella Maggio, da Eduardo e Peppino De Filippo ad Angela Pagano, da Raffaele Viviani a Nino Taranto), interpretate dallo stesso Cigliano, accompagnato alla chitarra dal Maestro Mario Gangi.
Nel 2002 incide ...e adesso slow!, in cui reinterpreta a modo suo, traducendoli in napoletano, alcuni classici americani degli anni ‘40 e ‘50 resi famosi, all’epoca, da Nat King Cole ed accompagnato da arrangiamenti per grande orchestra scritti dal Maestro Rino Alfieri.
Nel marzo del 2004 incide L’oro di Napoli, raccolta di classici napoletani con qualche omaggio ad autori contemporanei, quali Sergio Bruni (Carmela) e Claudio Mattone ('A città 'e Pulecenella). Nello stesso anno riceve a San Salvatore Telesino (BN) il Premio Nazionale Anselmo Mattei, una manifestazione di arte, cultura e spettacolo che si svolge ogni anno nella cittadina sannita. Nel 2008 riceve il Premio Mia Martini “Alla Carriera” a Bagnara Calabra, paese natale dell’indimenticabile artista scomparsa.
Partecipa nel 2010 al film sulla canzone Napoletana, diretto da John Turturro, Passione (film 2010).
Ma la passione per la musica era nata qualche anno prima, quando Fausto, che apparteneva a una numerosa famiglia, ebbe regalata una chitarra da un suo compagno di scuola. Ed è proprio la chitarra ad essere la costante del suo rapporto col mondo della musica “leggera” italiana. Esaurita la stagione dei Festival (Sanremo 1961, 1964 con la canzone “E se domani”) Cigliano riprende a studiare lo strumento sotto la guida del Maestro Mario Gangi e, nel 1976, si diploma al Conservatorio di Santa Cecilia in Roma. Il contatto con le discipline musicali risveglia nell’artista il gusto per la ricerca che è inevitabilmente orientata verso le tradizioni musicali della sua città, Napoli. Conseguenza di queste speciali attenzioni sono le incisioni realizzate in concerto con Mario Gangi (Napoli Concerto) e il repertorio dei concerti tenuti in Italia e nel mondo che copre l’intera evoluzione del “fenomeno” canzone napoletana.
Negli anni ‘50 partecipa ai film: “Classe di ferro” (Turi Vasile), “Guardia, ladro e cameriera” (Steno) “Ragazzi della marina” (De Robertis) “Cerasella”.
Cogliano è autore delle canzoni “Ossessione ‘70”, “Napule mia”, “Nella mia città”, “Ventata nova”, “Scena muta”, “E t’aggia perdere”, “Pucundria ed altre”.
Nell’Antologia della canzone napoletana (De Agostini) è uscita la ristampa (CD e cassette) di “Tempo d’ammore”, poesia e canzoni con A. Mille, e una monografia comprendente brani registrati in varie epoche. Ha partecipato, eseguendo musiche proprie per chitarra sola, al film di Michelangelo Antonioni “Identificazione di una donna”.
Nel 1999 è stato pubblicato il CD “Teatro nella canzone napoletana” edito dalla Polosud Records che raccoglie tredici canzoni di indimenticabili artisti teatrali (da Totò a Pupella Maggio, da Eduardo e Peppino De Filippo a Angela Pagani, da Raffaele Viviani a Nino Taranto) interpretate dallo stesso Cigliano, accompagnato alla chitarra dal Maestro Mario Gangi. Nel 2002 esce sempre per la Polosud “...e adesso slow!” dove Fausto traduce in napoletano e reinterpreta a suo modo, alcuni classici americani degli anni ‘40 e ‘50, resi famosi, all’epoca, del grande Nat King Cole. Nel marzo del 2004, viene pubblicato “L’oro di Napoli”, una raccolta di classici napoletani con qualche omaggio ad autori contemporanei, quali: S.Bruni (“Carmela”) e Claudio Mattone (“ ’A città ‘e Pulecenella”). Il disco è interamente suonato voce e chitarra da Fausto ed è arricchito, in alcuni brani, dagli archi di Rino Alfieri e dal background vocal di Gabriella Pascale.
Ha partecipato ad alcuni film:
Guardia, ladro e cameriera, regia di Steno (1956)
Classe di ferro, regia di Turi Vasile (1957)
Ragazzi della Marina, regia di Francesco De Robertis (1958)
La duchessa di Santa Lucia, regia di Roberto Bianchi Montero (1959)
Cerasella, regia di Raffaello Matarazzo (1959)
Destinazione Sanremo, regia di Domenico Paolella (1959)
Ha inciso numerosi dischi:
1957: Souvenir d’Italy/Guaglione 
1958: Il poeta guappo/Tira a campà 
1958: Nun scengo/ Dduje paravise
1958: Hasta la vista Señora/Tres jolie 
1959: Nun e’ peccato, beguine / Nun me parlate ‘e chella 
1959: Ma baciami/Ne stelle ne mare 
1959: Sempre con te/Conoscerti 
1959: Sarrà chi sà/Scurdammoce ‘o cose d’o munno 
1959: Scurdammoce ‘e ccose d’o munno/Vurria tene’ dduie core 
1959: Cerasella/Vieneme ‘nzuonno 
1959: Che me diciste a ‘ffa/Il più bel sorriso 
1959: Tu, si’ tu/L’ammore fa parla napulitano 
1959: Buon Natale a te/Rose 
1960: Splende il sole/A come amore 
1960: Ich liebe dich (Ammore mio)/La donna che vale 
1960: Be mine signorina/Goodbye Maria 
1960: Due sigarette/Luna nuova 
1960: Les feuilles mortes 
1960: Be mine signorina/Ascoltando le stelle 
1960: Chi si’?... chi so’?... /‘O lampione 
1960: Nun ‘o giura’/Tira ‘a rezza, che vene! 
1961: Lei/Mare di dicembre 
1961: Tiempo d’ammore/Ogni volta 
1961: ‘Nnammuratella / Nuttata ‘e manduline 
1961: Distanze 
1961: Duorme/Uh, che cielo! 
1964: E se domani.../Il cuore a San Francisco 
1964: L’ultima luna/Aperitivo a Margellina 
1967: Suona, suona, suona/Quanto mi manchi stasera 
1967: Gerusalemme, Gerusalemme/L’ultimo valzer 
1968: L’ultimo addio/Il tuo nome 
1969: Nuddu (Fausto Cigliano)/Nuddu (Ennio Morricone) 
1969: Come un’asola e un bottone/Immagini 
1969: Ave Maria di Gounod (versione in italiano)/Ave Maria di Gounod (versione in latino)
1979: Strada ‘nfosa/Scena muta 
1981: Ventata nova/Krol 
1986: Ma ch’aggia fa/Pucundria 
Ma Cigliano non si è fermato e con le melodie classiche canta la Napoli di oggi in un album con Gabriella Pascale, con brani di Gragnaniello e Almanegretta, tra Bovio e Di Capua.
Nel pubblicare «L’oro di Napoli vol.2», qualche anno fa Fausto Cigliano aveva manifestato l’intenzione di intitolare un prossimo disco «Silenzio cantatore», «innamorato del capolavoro di Bovio e Lama, la canzone più bella del mondo, come del senso di quelle due parole messe insieme», spiega lui, che però non pensava davvero all’album che abbiamo tra le mani. «Silenzio cantatore», appena pubblicato dalla Polosud, etichetta indipendente che da anni lavora con l’ultimo grande cantante-chitarrista napoletano, è un lavoro sorprendente e coraggioso in cui, vicino a «I’ te vurria vasà» e «Passione» spuntano brani ben meno classici e recenti.
«Con il mio discografico Ninni Pascale ci abbiamo lavorato oltre un anno, verificando dal vivo l’effetto», spiega il settantaseienne chansonnier, che come il Murolo che promosse sul campo alcuni brani di Dalla, De André, Daniele e Gragnaniello come «moderni classici napoletani», mette le mani al canzoniere contemporaneo dall’alto della sua esperienza: «Questi pezzi non hanno nulla a vedere con quelli di Di Giacomo e Viviani, di Tosti e Tagliaferri, se non l’essere stati partoriti con amore, essere frutto di passione verace. Sono diversamente emozionanti, ed è bello cantare brani del proprio tempo, scoprire che c’è un presente, e magari un futuro, per cantaNapoli».
Diviso da Cigliano con Gabriella Pascale e il suo ensemble (quasi una reunion dei Walhalla: con i fratelli Pascale c’è anche Ettore Sciarra, più Vittorio Pepe, Michele Signore e Pasquale De Paola), il cd è una delizia discreta, un lavoro «in sottrazione» che esalta il valore del silenzio cantatore di «Tiempo antico», «unico pezzo scritto da Caruso ed ingiustamente dimenticato», ma anche quello che implode in «Veleno», brano dei Sud Express di Franco Del Prete, già motore di Showmen e Napoli Centrale. «È bello ritrovarsi al fianco di un maestro come Fausto», racconta la Pascale, sottolineando il cocktail delle due voci, «svincolato, ondulatorio».
Tra duetti e brani affidati all’una o all’altra ugola, vengono promossi tra «Dove sta Zazà» e «Maruzzella» anche «Stu criato», testo di Enzo Gragnaniello sul motivo della «Tarantella del Gargano», «Gramigna» degli Almamegretta, «So’ stanco» di Alan Wurzburger: «Oggi ci sono mezzi di comunicazione velocissimi, una canzone appena nata può essere diffusa in mezzo mondo», dice l’artista che lanciò «Sarrà chi sa?», «ma la celerità di circolazione a volte cancella chi non ha grandi mezzi, major o produttori potenti alle spalle. Che ”Napule è”, ”Caruso” e ”Cu’’mme”, per fare qualche titolo, siano moderni classici napoletani ormai è riconosciuto da tutti, o quasi. È giusto, allora, scegliere nel repertorio di Gragnaniello e degli Almamegretta qualche perla trascurata, sottolineare autori meno celebrati come Wurtzburger o Del Prete».
E aggiungere qualcosa di nuovo al moderno catalogo partenopeo: i due Pascale e Sciarra firmano, su testo di un’altra vecchia conoscenza del contingente Vesuwave, Canio Lo Guercio, «T’aggio perso pe’ sempe»: «Negli anni del nuovo rock abbiamo iniziato scimmiottando quanto succedeva all’estero, dovevamo allontanarci dall’oleografia che imprigionava la melodia di casa nostra», ricorda Gabriella, «ma poi abbiamo riscoperto le nostre radici, magari grazie anche alla lezione di qualche divo d’oltreoceano. Fare coppia con Cigliano mi dà una credibilità eccezionale. Se gli esami non finiscono mai, beh diciamo che io ne ho superato uno di quelli importanti davvero».
«Nessun esame e nessun maestro, sei bravissima», taglia corto Fausto presentando il disco al Pan: il 50 per cento del ricavato sarà devoluto proprio al Palazzo delle Arti di Napoli per dotarlo di un elevatore che renda possibile l’accesso ai disabili.

UN PROFONDO ESPERTO DEL MEDIOEVO

Errico Cuozzo


Il professor , dopo essere stato docente di Storia medioevale alla Federico II dal 1969 al 1990, si è trasferito al Suor Orsola Benincasa, dove ha ricoperto la carica di preside della Facoltà di Lettere.
È Socio ordinario della Società Nazionale di Scienze Lettere e Arti in Napoli; socio ordinario dell’Accademia Pontaniana; socio della Insigne Accademia Pontificia dei Virtuosi al Pantheon; componente del Direttivo della Società Napoletana di Storia Patria; componente del Direttivo del Centro Europeo di Studi Normanni; componente 
del Comitato scientifico dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli; collaboratore di riviste medievistiche italiane ed europee; collaboratore dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo alla riedizione del Repertorium Fontium Historiae Medii Aevi; collaboratore del “Dizionario Biografico degli Italiani”; collaboratore del 
Lexikon des Mittelalters ; dirige con G. Galasso e P. Craveri la collana “Historica” dell’Istituto Suor Orsola Benincasa; dirige con M. Caravale e O. Zecchino la collana 
“Fonti e Studi” del Centro Europeo di Studi Normanni edita da Laterza; dirige con A. Cernigliaro e O. Zecchino la collana “Medievalia” del Centro Europeo di Studi Normanni; è direttore della Collana “Alle radici dell’Europa. Pellegrinaggio alle 
Fonti”, Città del Vaticano. 
Nel 1999 è stato nominato componente della Commissione di Garanzia per la selezione dei programmi di ricerca scientifica presentati dai docenti delle Università italiane; tale incarico gli è stato riconfermato per l’anno 2000, e per il 2001. 
In data 28 aprile 2004 è stato designato quale rappresentante MIUR in seno al Consiglio di Amministrazione della Libera Università “S. Pio V” di Roma. Il prof. Cuozzo ha ricoperto tale incarico anche nei trienni 1998/2000, 2001/2003. 
É attualmente componente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Italiano di Scienze Umane con sede in Firenze. 
È autore di numerose pubblicazioni:
Riflessioni in margine all’itinerario di Roberto il Guiscardo nella spedizione contro Salerno del 1076, in “Rivista Storica Italiana”, 81 (1969), pp. 706-720. 
Il “Breve Chronicon Northmannicum”, in “Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano”, 83(1971), pp. 131-232. 
Un vescovo della Longobardia minore: Alfano arcivescovo di Salerno (1085), in “Campania Sacra”, 6 (1975), pp. 15-29.
“Quei maledetti Normanni”. Cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno normanno, Napoli 1989. 
Normanni. Nobiltà e cavalleria, Salerno 1995. 
La nobiltà dell’Italia meridionale e gli Hohenstaufen, Salerno 1995. 
Federico II. Le tre capitali del Regno. Palermo- Foggia- Napoli, Napoli 1995 (in collaborazione con J.-M. Martin). 
Normanni. Feudi e feudatari, Salerno 1996. 
Storia illustrata di Avellino e dell’Irpinia, vol. II: Il Medioevo, a cura di E. Cuozzo, Avellino-Salerno 1996. 
Storia illustrata di Avellino, voll.VII-VIII: “Artificiosa Irpinia”, a cura di E. Cuozzo, Avellino-Salerno 1997.  Le pergamene di S. Cristina di Sepino (1143-1463), a cura di E. Cuozzo e J.-M. Martin, Sources et documents d’Histoire du Moyen Age, publiés par l’École française de Rome, I, Roma 1998. 
Cavalieri alla conquista del Sud. Studi sull’Italia normanna in memoria di Léon-Robert Ménager, a cura di E. Cuozzo e J.-M. Martin, Bari-Roma 1998. 
La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Salerno 2002.
Regesti dei documenti dell’Italia meridionale (570-899), ?cole française de Rome, Roma 2002 (in collaborazione con J.-M. Martin, S. Gasparri, M. Villani). 
Studi in onore di Giovanni Cirelli, a cura di Errico Cuozzo, Salerno 2002. 
Federico II. Rex Siciliae, Salerno 2003. 
Studi in onore di Salvatore Tramontana, a cura di Errico Cuozzo, Salerno 2004 
Lo Stato pontificio nel Medioevo, Salerno 2006. Quando fu relatore nel salotto culturale appassionò il pubblico parlando di Federico II.     

UNA STUDIOSA FIGLIA D’ARTE


Aurora Spinosa

Aurora Spinosa, nata a Napoli nel 1949, è figlia del pittore Domenico, e sorella di Nicola, per 5 lustri vulcanico sovraintendente e senza ombra di dubbio il più grande napoletanista in circolazione. Laureata con lode alla Federico II, ha poi conseguito la specializzazione in storia dell’arte, materia di cui è docente presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, di cui è anche curatrice. In precedenza ha insegnato presso le accademie di Catanzaro e Bologna. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo:
1974 A. Spinosa I cibori fanzaghiani di Santa Patrizia in Napoli e dell’Addolorata in
Serra San Bruno, Napoli.
1975 A. Spinosa, Cosimo Fanzago, lombardo a Napoli, in “Prospettiva”, n.7, pagg.
10-27.
1978 A. Spinosa, Due aspetti del Naturalismo a Napoli: Ribera e Fanzago, “Cultura
Società a Bitonto nel secolo XVII, atti del Seminario di Studi. Bitonto,
dicembre 1978- maggio 1979. 
1979 A. Spinosa, S. Maria della Sanità. La chiesa e le catacombe, Napoli, ed. Regina
A. Spinosa , Ancora sul Laboratorio di pietre dure e sull’arazzeria: i documenti dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, in “Le arti figurative a Napoli nel Settecento”. Napoli
1980 Collaborazione alla pagina culturale del quotidiano “Il Diario”. Schedatura della collezione d’ Errico della Pinacoteca Nazionale di Matera.
1983 A. Spinosa, Quale storia dell’arte in quale Accademia, in “l’Accademia di Belle
Arti di Napoli”, catalogo della mostra a Castel dell’Ovo a cura di AA.VV.
1984 A. Spinosa, Precisazioni su Cosimo Fanzago in “antologia di belle Arti”, nn. 21-22.
1985 Disegni ed acquerelli dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, catalogo della mostra a cura di A. Caputi e A. Spinosa.
Cosimo Fanzago e il naturalismo a Napoli, relazione al Convegno internazionale di studi sul Barocco “Arte e Civiltà del Seicento a Napoli”.
Guida Sacra della città di Napoli di Gennaro Aspreno Galante. Edizione revisionata ed aggiornata da AA.VV, a cura di N. Spinosa.
1987 A. Spinosa, L’Accademia di Belle Arti di Napoli, in “Edilizia scolastica e culturale, Firenze, n.6 (sett.- dic.)
1990 AA.VV., I Ventagli italiani catalogo della mostra.
Per il salotto di Donna Elvira partecipò come relatrice all’importante convegno “L’accademia delle belle Arti e l’arte contemporanea” tenutosi nel salone del circolo canottieri Napoli, in compagnia di Elia Caroli, Tony Stefanucci e Lino Fiorito.

Dalla confindustria ai cavalieri del lavoro

Antonio D’Amato


Antonio D’Amato, nato a Napoli nel 1957 guida un gruppo leader in Europa nel settore dell'imballaggio per alimenti (il suo prodotto più popolare sono i bicchieri di cartone con cui al bar viene servita la Coca Cola), quartier generale ad Arzano. Nel 2000 divenne presidente della Confindustria (non gradito a Cgil e Ds) battendo il candidato Fiat Carlo Callieri. Elezione vista come una svolta a destra dell'associazione che si andava posizionando sull'arrivo di Silvio Berlusconi (vincitore delle elezioni l'anno successivo). 
Si sgolò in favore dell'innovazione di «processo e di prodotto» e per una politica di liberalizzazioni e maggiore flessibilità del lavoro. Nel 2004 l'elezione al suo posto di Luca Cordero di Montezemolo ne sancì la sconfitta.
«Sono cresciuto in azienda, sotto gli occhi di mio padre. Lui aveva cominciato dal nulla. Proveniva da una famiglia della media borghesia, ma era rimasto orfano quando aveva appena sei mesi, nel 1930. La famiglia aveva vissuto di quello che aveva fino alla guerra, dove poi perse tutto. Papà cominciò a lavorare che aveva appena 15 o 16 anni. Fece molti mestieri finché non provò a vendere bicchieri di carta fabbricati da una piccola azienda napoletana. Era un prodotto nuovo su un mercato che si apriva e fu la chiave di volta del suo successo» 
«Sono e resto liberale. Lo ero fin da ragazzo quando, al ginnasio, dirsi tali significava essere guardati come alieni». 
Nel 2008 ha rifiutato la candidatura offertagli dal PdL: «Non vedo l'impegno riformista e la determinazione a cambiare». 
Molto importante la compagna, Marilù Faraone Mennella (1968), bionda, anche lei imprenditrice, conosciuta nel 1990 proprio in Confindustria. 
E ora una nuova sfida: la guida per i prossimi tre anni dei Cavalieri del Lavoro, la federazione nata nel 1923 che ha come soci gli imprenditori insigniti dell'alta onorificenza dal Capo dello Stato. Per Antonio D'Amato, che con una nomina all'unanimità è il nuovo presidente, sarà sicuramente qualcosa di più di un impegno a margine. Chi lo conosce bene - napoletano, classe 1957, leader di Confindustria dal 2000 al 2004 presidente del gruppo Seda, azienda leader mondiale nella produzione dell'imballaggio alimentare con 13 stabilimenti sparsi tra Europa e Usa e oltre 2.500 dipendenti - sa che quando accetta una responsabilità, poi ci si tuffa dentro con determinazione e passione. Le sue prime dichiarazioni, sono un programma e un obiettivo chiaro: concorrere «con un contributo decisivo» alla ripresa e allo sviluppo del Paese. «Siamo in un momento in cui occorre ridare fiducia, mettere insieme le energie più vitali perché il Paese progredisca verso il futuro, giorno dopo giorno, con azioni coerenti» dice D'Amato, che fu insignito dell'alta onorificenza di cavaliere nel 2005 (ha già guidato la parte Mezzogiorno della federazione). Aggiungendo: «In questo senso i Cavalieri del Lavoro contribuiranno con impegno al rilancio del tema della competitività, strada maestra per riprendere a crescere, creare lavoro e aprire nuove opportunità». La promessa dei 586 Cavalieri del Lavoro è, quindi, quella di «creare lavoro», disegnare un futuro meno cupo per i tanti giovani italiani protagonisti mese dopo mese di statistiche deprimenti a cominciare da quel 40% di disoccupazione che li riguarda. 
«Credo che chi rappresenta il 30 del Pil abbia il diritto ed il dovere di essere impegnato per il bene di questo Paese. E noi questa responsabilità l'abbiamo sentita molto» 
ricorda a sua volta Benito Benedini, che ha passato il testimone a D'Amato dopo aver guidato per 6 anni i Cavalieri.
Se si chiede ad Antonio D'Amato, già presidente di Confindustria e da pochi giorni alla guida della Federazione nazionale dei Cavalieri del Lavoro, qual è la cosa che da imprenditore lo fa arrabbiare di più, la risposta è secca e pungente: «L'accettazione passiva, quasi rinunciataria, che il declino dell'Italia, come dell'Europa, siano ineluttabili. E invece no, l'Italia è ancora un grande Paese con grandi opportunità: serve però molto più coraggio e ben altra visione per realizzare i cambiamenti necessari e impedire che la deriva diventi inarrestabile». 
A cominciare dalla manovra, sulla quale anche Confindustria è stata subito molto critica? 
«La legge di stabilità e gli altri interventi di questi mesi sono come dei cerotti del tutto insufficienti per le ferite e le lacerazioni che affliggono l'Italia sul piano della competitività e dell'equità sociale: occorre una forte discontinuità con il passato e questo vuol dire mettere mano a riforme strutturali non più rinviabili, sul piano economico, sociale e istituzionale». 
A partire da ... 
«Dal mercato del lavoro: cosa dobbiamo ancora aspettare perché le parti sociali si confrontino su una riforma che è nella loro disponibilità? E oltre tutto non costa denaro, particolare non costa denaro,particolare non trascurabile per un Paese privo di risorse. Con la riforma Fornero sono aumentati i disoccupati perché si è voluto puntare ad una controriforma delle novità introdotte dalla legge Biagi. Occorre andare oltre e completare la riforma del mercato del lavoro all’insegna della flessibilità». 
Perché più flessibilità? 
«Dobbiamo creare nuove opportunità dì lavoro per i giovani, per le donne e per i cinquantenni espulsi dai processi di ristrutturazione. L'incertezza e l'instabilità dei mercati ci impongono più flessibilità in ingresso ed in uscita. Solo così si genera una dinamica di opportunità che possa riportare in alto il tasso di attività del Paese. E solo creando lavoro si può creare più reddito familiare per rilanciare i consumi e rimettere in moto il circuito virtuoso dello sviluppo». 
Torniamo alle riforme: oltre a quella del lavoro quali quelle, secondo lei, più urgenti da realizzare? 
«La ristrutturazione della spesa pubblica, unica risposta agli sprechi che purtroppo continuano. E la detassazione, perché il peso fiscale su imprese, lavoratori e famiglie è inaccettabile. Mercato del lavoro, spesa pubblica e riduzione della pressione fiscale sono. le tre leve indispensabili per rilanciare lo sviluppo del Paese. A queste devono accompagnarsi la riforma della legge elettorale, la semplificazione amministrativa, la riforma della giustizia, il ridisegno delle autonomie locali e del titolo 5° della Costituzione».
Un programma molto ambizioso? 
«Questa l'agenda minima per un ceto dirigente che non si accontenti del piccolo cabotaggio ma che abbia una visione del Paese e delle sue opportunità. E sia quindi in grado di restituire fiducia e prospettive agli italiani. C'è bisogno di una leadership politica, ma anche di un ceto dirigente che sia determinato ad operare con forte discontinuità e che non si rassegni al declino del Paese che continua proprio per la nostra incapacità di mettere finalmente mano alle riforme necessarie. Come ho detto, l'Italia è un grande Paese, con grandi opportunità. Bisogna esserne tutti consapevoli, ciascuno di noi assumendosi le proprie responsabilità». 
Sembra un sogno considerato il momento politico del Paese ... 
«L'alternativa è che l'Incubo che stiamo vivendo diventi realtà. Sul piano della politica l'attuale maggioranza di governo è sopravvissuta ad una crisi uscendone rafforzata. Proprio per questo mi aspetto più coraggio e più determinazione. Di sicuro, chi avrà il coraggio di operare nella direzione che ho indicato darà anche un segnale di leadership al Paese che nel tempo non potrà non essere premiato». 
La sfida del cambiamento ha prodotto però anche movimenti ed estremismi: preoccupato? 
«Guardi, gli italiani vogliono un futuro diverso per se stessi e per i loro figli. Sotto le incrostazioni delle corporazioni e consociazioni che bloccano ogni cambiamento c'è un fermento di giovani e anziani, dal Nord al Sud, che vogliono voltare pagina. È questa la pancia del Paese». 
C'è chi dice che alla fine anche stare fermi produce effetti positivi sui mercati: la pensa anche lei così? 
«Stare fermi? Ma qui c'è uno sconquasso dopo l'altro. I casi Alitalia e Telecom sono solo gli ultimi e dimostrano che si stanno perdendo pezzi importanti del Paese, o addirittura che si stanno svendendo. Sulla Telecom in particolare il governo farebbe bene a recuperare l'iniziativa: io sono favorevole alla riforma della legge dell'Opa, alla riduzione della soglia del 30%» . 
Ma c'è ancora tempo per rimettere in piedi il Paese e restituirgli quella prospettiva di cui lei parla? 
«Non c'è più tempo da perdere. Si deve e si può avviare subito un reale cambiamento dell'Italia a condizione che ci sia una leadership all'altezza di questa sfida. Il vero problema è che non vedo emergere con chiarezza maggioranze a destra, al centro o a sinistra che abbiano una visione del Paese, in grado di ragionare seriamente di prospettive e non di continuare a navigare a vista accontentandosi del possibile perché non si riesce a fare il necessario». 
Le piace Renzi? 
«In questa esigenza di discontinuità e di rottura di schemi, chi apre un dibattito aiuta comunque il Paese a fare un passo in avanti. Renzi l'ha fatto a sinistra e mi auguro che sia per quella componente politica l'opportunità di un confronto sulle prospettive del Paese, piuttosto che sugli equilibri interni del partito. Così come mi auguro che accada anche per il centrodestra». 
Più falchi o più colombe? 
«Mi basterebbe qualche buon cervello e un po' di coraggio». 
Come possono contribuire i Cavalieri del Lavoro a questa prospettiva di risanamento del Paese, la situazione è davvero molto complessa? 
«Fanno parte dei Cavalieri del Lavoro le più straordinarie figure imprenditoriali del Paese: uomini e donne che rappresentano una quota molto significati del Pil italiano e che si confrontano tutti i giorni sui mercati mondiali. Questo formidabile serbatoio di energie è al servizio dell'Italia e di un percorso ambizioso di crescita economica, sociale e civile. Per ridare fiducia agli italiani e voglia di misurarsi con le sfide del presente e del futuro occorrono valori saldi, consapevolezza delle proprie possibilità tanta grinta e un buon progetto. E su questo terreno i Cavalieri del Lavoro possono dare e daranno nelle loro imprese e nel Paese un contributo di impegno e di ingegno». 
Lei è uomo del Sud: i recenti dati dello Svimez proiettano il Mezzogiorno sempre più nel baratro, in una crisi davvero gravissima. Ci dobbiamo rassegnare? 
«Assolutamente no. Per rimettere in moto l'Italia bisogna ripartire dal Sud. E' qui che ci sono le più grandi opportunità di sviluppo e di crescita per costruire un'Europa competitiva l’Italia deve svolgere un ruolo da protagonista e può farlo solo con un Mezzogiorno pienamente integrato nella prospettiva di Sviluppo. Sono pienamente d'accordo con il presidente Napolitano: serve un piano nazionale per far ripartire il Paese e quel piano non può che muovere dal Mezzogiorno». 
A proposito di discontinuità: deluso anche lei dal sindaco di Napoli, De Magistris, sul quale aveva comunque puntato? 
«Avevamo sperato che potesse segnare un elemento di discontinuità con il passato: purtroppo rischiamo di rimanere ancora una volta nella continuità di un processo di degrado, disoccupazione ed emarginazione di una città straordinaria che ha un patrimonio ambientale, culturale e artistico che il mondo le invidia».
Ho avuto più volte occasione di incontrarmi con il personaggio. A Capri, quando era presidente della Confindustria ad un convegno d’imprenditori ebbi la possibilità di porgli una domanda su cosa fare per risolvere i problemi del Sud. La sua risposta fu talmente cogente che mi venne spontaneo chiedergli perché non entrasse in politica «E’ una cosa sporca!», fu lapidaria la risposta.
D’Amato è un collezionista di pittura napoletana del Seicento. Alcuni anni fa era un neofita e durante una mostra dell’antiquariato nella Reggia di Portici si innamorò di una tela e stava per comprarla. Riuscii a chiamarlo in disparte e a segnalargli che quel dipinto non era autografo. L’acquisto non si concluse ed io senza farmi un amico mi feci un nemico: L’antiquario.

giovedì 28 novembre 2013

Salviamo il sesso curando l’eiaculazione precoce




Il problema dell’eiaculazione precoce rappresenta il più diffuso motivo di consultazione sessuologica in tutto il mondo occidentale e non interessa soltanto gli under 50, ma anche i giovanissimi, anche se le motivazioni sono diverse.
L'eiaculazione è definita precoce quando avviene entro 1/2 minuti dalla penetrazione e quando, chi ne soffre, non ha la capacità di ritardarla. Tuttavia, tale condizione assume i connotati di vera disfunzione sessuale solo quando determina, in chi ne è affetto, una condizione di disagio personale. 
Un'eiaculazione solo occasionai mente troppo veloce, non è patologica ed è più spesso causata da uno stato ansioso particolarmente elevato. 
Ci sono tre tipi di eiaculazione precoce:
* quella primitiva, 
* quella secondaria (o acquisita)
* e l'eiaculazione precoce situazionale. 
L'eiaculazione precoce è presente in circa il 30% della popolazione maschile.
l'eiaculazione precoce primitiva compare fin dalle prime attività sessuali ed è 
presente in tutti i rapporti sessuali. Chi ne soffre, ha una capacità di controllare l'eiaculazione scarsa o assente. Nella sua forma più grave, l'eiaculazione può avvenire già durante i preliminari o appena il pene tocca la vagina. L'eiaculazione precoce primitiva è probabilmente favorita da una ridotta attività della serotonina nell'area del cervello che controlla l'eiaculazione. La serotonina è una sostanza che serve a regolare il trasferimento degli impulsi nervosi da una cellula nervosa ad un'altra. In questo modo la serotonina partecipa alla regolazione di molte funzioni, tra le quali anche quella dell'eccitazione sessuale. 
E' ipotizzabile che, in alcuni casi, l'eiaculazione precoce possa avere un'origine 
psicologica. In ogni caso, l'eiaculazione precoce primitiva non sembrerebbe essere, ad oggi, una disfunzione cronica eradicabile con i farmaci. La terapia farmacologica, per contro, ottiene spesso un buon nel ritardare temporaneamente l'eiaculazione, se somministrata in occasione dell'attività sessuale. 
L'eiaculazione precoce acquisita (o secondaria) compare dopo un periodo più o meno lungo di normalità eiaculatoria. Essa può essere determinata da cause sia organiche sia psicologiche. Le cause organiche sono spesso rappresentate da infiammazioni uro-genitali e, tra queste, prevalgono quelle che colpiscono la prostata. Un tipo particolare di eiaculazione precoce secondaria ad una causa organica, è quella che insorge in soggetti che presentano problemi di erezione. Anche l'ipertiroidismo può causare eiaculazione precoce. Tra le cause psicologiche, un ruolo importante e rappresentato dai problemi di relazione sia nei confronti del sesso femminile in generale sia, più specificatamente, all'interno della coppia. L'eiaculazione precoce acquisita può essere risolta definitivamente eliminando la causa che l'ha determinata. 
L'eiaculazione precoce situazionale è una condizione che si verifica solo in determinate situazioni o contesti sessuali. 
A differenza delle forme sopra descritte, questo tipo di eiaculazione precoce non è da considerare una reale disfunzione ma, piuttosto, una variante della normale prestazione sessuale, quando questa è realizzata in un contesto capace di indurre un elevato grado d'ansia. 
LA TERAPIA MEDICA DELL'EIACULAZIONE PRECOCE 
Come si evince da quanto fin qui descritto, l'eiaculazione precoce può rappresentare il sintomo di una malattia organica, di un'alterazione psico-sessuologica o la risposta a situazioni ansiogene. In tutti questi casi, l'individuazione e la rimozione delle cause che l'hanno determinata, può portare ad un suo miglioramento che può arrivare fino alla guarigione. 
All'alto tasso di incidenza di questo quadro patologico, si associa spesso l'incapacità o la mancanza di volontà. del soggetto Interessato a confrontarsi con uno specialista, propendendo verso soluzioni esotiche quanto dannose, affidandosi ai consigli seducenti della rete e magari low cost, al passaparola di qualche amico o addirittura rinchiudendosi nella sua condizione con il rischio di cadere in una rassegnata depressione.
I problemi della sessualità maschile, come già accaduto per la disfunzione erettile quindici anni fa, non vanno tenuti nascosti, ma vanno portati all’attenzione dello specialista, che oggi ha varie armi a disposizione.
Diverso è il discorso che riguarda la terapia medica dell'eiaculazione precoce primitiva. Fino a ieri si avevano a disposizione solo alcuni farmaci che, benché utilizzati per altre patologie, avevano mostrato avere, come" effetto collaterale", una variabile e transitoria efficacia nel ritardare l'eiaculazione. Tra questi, quelli più comunemente utilizzati sono state le creme anestetizzanti ed alcuni particolari farmaci antidepressivi. L'azione di questi farmaci si spiega con il fatto che orgasmo ed eiaculazione sono eventi che si verificano quando i centri nervosi dell'eccitazione raggiungono i livelli di massima attivazione. Questo fenomeno è spesso innescato dalla stimolazione (calore, stimoli tattili) delle aree genitali più sensibili qual è il glande del pene. Questi stimoli producono segnali elettrochimici che raggiungono i centri nervosi spinali e cerebrali ove vengono elaborati, andando a determinare i fenomeni e dell'eiaculazione e dell'orgasmo. 
Quando i segnali generati dagli stimoli che si avvertono durante la penetrazione in vagina sono troppo intensi, o quando la loro elaborazione nei centri eccitatori del cervello avviene troppo velocemente a causa della carenza di serotonina, l'eiaculazione e l'orgasmo maturano molto più in fretta di quanto avviene nei maschi non affetti da questo problema. 
Recentemente è stato approvato a livello europeo il primo farmaco appositamente studiato e sviluppato per il trattamento dell’eiaculazione precoce: la Dapoxetina che si assume per bocca al bisogno.
Agisce aumentando velocemente e significativamente, nel sistema nervoso, la quantità di serotonina che, come abbiamo più sopra accennato, è una sostanza in grado di inibire l'eiaculazione. Dapoxetina, quando efficace, inizia a ritardare l'eiaculazione dopo un'ora dalla sua assunzione e mantiene il suo effetto per almeno un'ora. Per fare un esempio, si potrà assumere alle 22.00 per avere l'effetto tra le 23.00 e le 24.00. Quanto rapidamente è assorbita dall'organismo, altrettanto rapidamente è eliminata. Ciò consente il suo utilizzo al bisogno, in occasione di un'attività sessuale e, eventualmente, anche una sua assunzione ripetuta nell'arco delle 24 ore. Il tutto con un bassissimo rischio di effetti collaterali, tutti 
peraltro non gravi. La dapoxetina agisce in modo molto simile agli antidepressivi che aumentano la disponibilità della serotonina nel cervello, ma a differenza da questi, viene assunta solo 1-3 ore prima del presunto rapporto sessuale (il che rende la dapoxetina un farmaco "on-demand") ed è disponibile all'organismo in tempi brevissimi. Inoltre, la dapoxetina è un farmaco sicuro, e diversamente dagli antidepressivi non inibisce il desiderio sessuale. Alcuni studi hanno riportato che questo farmaco consente di triplicare i tempi del rapporto, di raddoppiare la soddisfazione del paziente e di migliorare la percezione del controllo dell'eiaculazione stessa. Pertanto è stato riportato anche un aumento della soddisfazione raggiunta dalla coppia durante l'amplesso oltre che dal partner maschile.
Vorremo chiudere questo articolo rammentando una terapia comportamentale, conosciuta come “Stop and Start”, la quale nelle coppie stabili, se si ha pazienza, è in grado di risolvere definitivamente la disfunzione, permettendo alla donna di raggiungere l’orgasmo ed all’uomo di ottenere un godimento soddisfacente. Durante il rapporto, non appena l’uomo avverte l’approssimarsi della eiaculazione, deve fermarsi per il tempo necessario a provocare una parziale detumescenza del pene e solo allora riprendere, pronto a fermarsi di nuovo.
In breve si riesce ad ottenere il passaggio della eiaculazione sotto il dominio della volontà con risultati duraturi e senza dover assumere alcun farmaco.
Solo nelle fasi iniziali può essere utile l’utilizzo sul glande di una pomata analgesica tipo Luan.

Buon sangue non mente

Luigi De Laurentiis 

Dopo nonno e padre, anche Luigi De Laurentiis si avvia a seguire le orme di famiglia e debutta con Vacanze di Natale a Cortina, nei cinema a partire dal 16 dicembre. Egli come tutti i giovani ha delle idee nuove con le quali conta di cambiare il cinema, ad esempio una telecamera sempre accesa sul set.
Luigi da pochi giorni è divenuto papà di una bella bambina, avuta dalla compagna Brooke, alla quale ha imposto il pomposo nome di Isabel Grace Maria.
Nel suo primo film è partito in quarta, scritturando attori del calibro di Sabrina Ferilli e Christian De Sica.
Lo conosciamo meglio attraverso le sue parole.
Luigi De Laurentiis dipende da come lo guardi. Se gli volti le spalle e ti affacci alla vetrata di questo palazzo arroccato sul Quirinale in cui lavora, scopri la più bella vista di Roma mai ammirata, e lì capisci che cosa significa avere successo. Se poi ti giri e guardi le pareti tappezzate da vacanze in tutto il mondo - con le facce di De Sica, Hunziker, De Luigi e tutti gli altri protagonisti del fortunatissimo filone natalizio - vedi la sua storia: quella di un uomo di 32 anni, produttore per tradizione familiare, il cui vacanze di Natale a Cortina uscirà al cinema il 16 dicembre. Ma se infine abbassi gli occhi sulla scrivania, vedi quella che poteva essere l'altra sua vita: acquattati fra copioni e matite, spuntano ovunque modellini di Ferrari e auto da corsa. 
Ma come? De Laurentiis è un marchio di cinema e di pallone (il Napoli, che il padre di Luigi, Aurelio, ha acquistato nel 2004): che cosa c'entrano le automobili? «Mai visto il calcio in vita mia, prima del 2004. Quello che mi appassiona sono le auto da corsa, se potessi è quello il campionato che vorrei vincere. Anche se, certo, noi nella Champions riponiamo grandi speranze». Per il Napoli, Luigi si occupa di merchandising e sviluppo del brand, cura la piattaforma tecnologica - apps, Facebook, sito - e sceglie i colori delle maglie. 
«Perché le maglie per una squadra sono la corazza comunicativa, quella che permette di riconoscerla, e dà forza». 
Detto questo, però, il vero impegno professionale di Luigi è cinematografico. E il cinema sì che lui lo frequenta da sempre. Da quando accompagnava il nonno - Luigi, con il fratello Dino fu il primo del- la dinastia a occuparsi di cinema, ai tempi del neorealismo e di Totò - a vedere i film «Però con lui andavo anche alle gare di cavalli: era un grande scommettitore, e spesso ci prendeva», oppure assisteva alle 
proiezioni in casa, di pellicole come Guerre stellari, il primo Indiana Jones, Ritorno al futuro. egli anni, il ragazzo ha attraversato la fase tombeur (la sua storia con Michelle Hunziker è stata paparazzatissima), ma ha anche studiato produzione all'Università della South California, e adesso affianca il padre nella loro Filmauro, fondata da Aurelio nel 1975. In più, un mese fa - il 3 novembre - è diventato papà.
Come si chiama sua figlia? 
«Isabel Grace Maria». Capisco, si è ispirato al cinema: a Isabella Rossellini e a Grace Kelly. 
«Sbaglia. Isabel e Grace li abbiamo scelti perché funzionano sia in italiano che in inglese, il terzo è il nome della nonna». In italiano e in inglese perché sua moglie è americana? 
«Sì, però con Brooke non sono sposato, non ne sentiamo la necessità. Ci siamo conosciuti mentre giravo Natale a Miami, nel 2005, e adesso è nata la bambina: l'emozione più grande mai provata». 
Una bambina interromperà la genealogia dei produttori De Laurentiis? 
«No, perché? Magari continuerà la tradizione del cinema, oppure quella del calcio. Oppure quella del cibo: mio bisnonno aveva un ottimo pastificio». 
Lei, invece, ha mai pensato di fare altro? 
«No, sono fiero del nome che porto. Fin da bambino: quando assistevo a un film di mio padre e sentivo la gente ridere, era meraviglioso. E poi ho avuto l'opportunità di conoscere tutti i comici di quegli anni, che giravano per casa nostra». 
Chi, per esempio? 
«Alberto Sordi, che mi sembrava il nonnetto. Roberto Benigni, nostro vicino di casa: un cartoon che salticchiava di qua e di là. U go Tognazzi invece mi faceva il gioco del grissino: una parte su un orecchio e una sull'altro, come se il grissino gli attraversasse la testa». 
Andavate anche a cena da Tognazzi? 
«Sì, ma si sa che i suoi piatti non erano granché». 
Quando lei ha deciso di lavorare nella FiImauro, come l'ha presa suo padre? 
«All'inizio è stato complesso trovare i miei spazi, ma dopo i primi due film papà mi ha subito mandato a New York da solo a gestire un intero set». 
Avete 30 anni di differenza, avrete anche idee diverse sul cinema... 
«La nostra idea di comicità è simile. Certo, io sono più attento a cose della mia generazione, come il Web. Mi interessa un caso come I soliti idioti: un successo nato proprio su Internet, quindi passato alla Tv 
e infine al cinema». 
Si -dice che le commedie siano uno specchio della società: come sono cambiate oggi, rispetto ai primi tempi di suo padre? 
«Per parlare al pubblico giovane, abituato a tempi concitati, il montaggio è oggi più frenetico. Ma le cose che fanno ridere non sono cambiate». 
Però, ho l'impressione che quest'anno - con Vacanze di Natale a Cortina - ci sia un'inedita riscoperta della fedeltà. 
«Questo è il Natale in cui la donna prende la sua rivincita. La Ferilli è coprotagonista a tutti gli effetti di De Sica, negli ultimi anni è successo forse solo con la Hunziker». 
A proposito di Hunziker: per un certo periodo, la vostra storia d'amore riempiva i giornali. Com'è andata poi?  «Per favore, lasciamo stare, la mia compagna leggerà quest'intervista. Sono stati due anni molto intensi, siamo stati travolti… dai paparazzi: non potevamo muovere un passo senza essere fotografati». 
D'altra parte, produttori e attrici è un classico. 
«Ho avuto la mia fase, adesso è finita. Sono contento di essere passato attraverso queste esperienze, oggi ho trovato un mio equilibrio e sono felicemente accasato». 
Tornando alla commedia. Anche nel nuovo film di Carlo Verdone che producete, Posti in piedi in paradiso, c'è un tema molto attuale: i padri separati. 
«Sono situazioni spesso terribili, difficili da raccontarsi in commedia. Ma i figli sono la vera speranza, il rapporto con i genitori permette di guardare al futuro». 
Com'è lavorare con Verdone? 
«Affascinante, per l'umiltà che mostra anche dopo 30 anni di successi, ogni volta che viene con un nuovo progetto sembra un ragazzo che ha paura di essere bocciato, ha l'ansia di chi deve fare il suo primo film. Poi inizia a raccontarci la storia, si muove, la recita, e funziona sempre». 
Qui di fronte, il presi e te Napolitano a appena firmato il decreto salva Italia. Ma la crisi quanto incide sui film comici? 
«Nel 2008, quando scoppiò la prima crisi, noi facemmo 27,5 milioni con Natale a Rio: è la terapia delle risate contro la paura. Certo, l'importante è che il film funzioni». 
Come si fa a capire se funziona? 
«Devi poter raccontare la storia in poche parole. Come dicono Spielberg e Coppola, gli elementi della riuscita sono due: la sceneggiatura e il marketing. Negli Usa ci sono ottimi sceneggiatori, si formano attraverso serie Tv di qualità, mentre da noi, a parte Sky, questa scuola non c'è». 
E il marketing? 
«Bisogna fare trailer in cui si capisca ciò che si vedrà, non confusi come si fa in Italia. lo poi sogno di tenere una telecamera sempre accesa sul set: una specie di Grande Fratello del film, da trasmettere su un canale di cinema, così che il pubblico segua giorno per giorno le riprese».

Il cugino di Totò

Federico De Curtis

Tra gli ospiti che hanno apportato significative novità degne di essere divulgate va annoverato , cugino del grande Totò ed abituale frequentatore del salotto di mia moglie.
Egli nel corso di due relazioni ci fece conoscere una serie di segreti ignoti agli stessi specialisti dell’illustra Principe del sorriso.
Prima di discutere della nobiltà dell'artista vorremmo spendere qualche parola su un aspetto trascurato dell'arte di Totò: il surrealismo. Il genio di Totò è universale ed incommensurabile, ma la sua fama è sempre stata circoscritta ai confini patri, colpa di una critica miope, quando l'attore era in attività, di traduzioni e doppiaggi a dir poco deleteri e di una distribuzione all'estero maldestra ed approssimativa. 
Negli ultimi anni grandi rassegne in Europa ed oltreoceano sui suoi film più celebri hanno in parte colmato questa grave lacuna, ma forse è troppo tardi per portare in tutto il mondo il suo umorismo straripante, la sua figura dinoccoluta, la sua maschera comica e tragica allo stesso tempo, degna della fama e dell'immortalità di un archetipo greco. Il ritmo dei suoi film mostra i segni del tempo, né più né meno della produzione di mitici personaggi come Chaplin o Gianni e Pinotto ed è un peccato che dalla sua immutata vitalità possano continuare a trarre linfa vitale solo gli Italiani e pochi altri.
Il Totò surreale che si esprime già nei suoi film più antichi e nel suo teatro, del quale purtroppo non è rimasta che una labile traccia, è stata sottovalutata anche dalla critica più attenta. Nei trattati di cinematografia infatti si parla soltanto di Bunuel e delle sue impeccabili creazioni e non vi è un solo rigo sul funambolismo verbale di Totò, che avrebbe fatto impazzire i fondatori del surrealismo, i quali avrebbero sicuramente incluso qualcuna delle sue battute nel Manifesto del nuovo verbo. 
I due orfanelli, uno dei suoi primi film, in coppia con Campanini, ne è la lampante dimostrazione. L'altro giorno è stato messo in onda dalla televisione ed ho potuto gustarlo credo per la centesima volta. Quelle sue battute al fulmicotone, immerse in un'atmosfera onirica, cariche di antica saggezza invitano alla meditazione ed acquistano smalto ed attualità col passare del tempo. Sono degne di un'antologia da studiare in tutte le scuole. Ne rammento qualcuna per la gioia della sterminata platea dei suoi ammiratori: 
Ai generosi cavalieri corsi a salvarlo nelle vesti di Napoleone. 
"Ma quando mai coloro che provocano le guerre corrono dei pericoli" 
All'amico che gli manifestava stupore nel constatare che i cattivi vengono premiati ed i buoni vengono castigati. 
"Ma di cosa ti preoccupi la vita è un sogno" 
Ed infine all'abate Faria che lo invitava a scappare 
"Ma perché debbo scappare, sono innocente" 
"Proprio perché sei innocente devi avere paura della giustizia!".
Una frase scultorea sulla quale ho avuto occasione più volte di meditare nel corso della mia ingiusta detenzione nel carcere di Rebibbia.
Una frase scultorea che ho fatto mia di recente, mentre moderavo la presentazione di un libro in presenza di magistrati di altissimo rango e che mi ha permesso di fare un figurone.
Ma ritorniamo al racconto del cugino di Totò, il quale con squisita gentilezza ci ha fornito una serie di notizie che, integrate da alcune ricerche genealogiche, ci permette oggi di escludere categoricamente la nobiltà tanto agognata da Totò, perché lo riscattava da un triste passato di figlio di N.N.
Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Commneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, Altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e d’Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte e duca di Drivasto e di Durazzo, così amava definirsi il grande Totò, il quale pur di fregiarsi di questi altisonanti titoli nobiliari spese una fortuna, ma senza rimpianti.
Questa sfilza di titoli, a cui tanto teneva il Principe del sorriso non furono altro che il frutto di un raggiro ad opera di un tal Pellicani, esperto di araldica oggi ottantenne ma ancora attivo con studio a Roma e a Milano.
Il primo a sentire puzza di bruciato e odore di truffa fu Indro Montanelli e lo esplicitò in un suo articolo, ma all’epoca non vi erano le prove inoppugnabili dello scartiloffio.
Oggi viceversa sono disponibili due ben distinti alberi genealogici, uno di Totò e della sua famiglia e l’altro di un tal Camillo de Curtis, un gentiluomo di settantanove anni, da anni residente a Caracas, legittimo erede dei pomposi titoli nobiliari, assunti in epoca remota da un suo avo tale Gaspare de Curtis.
Il Pellicani, che tra l’altro, come ci ha assicurato il colonnello Bellati, è stato per un periodo ospite dello Stato…creò, secondo quanto riferitoci dal tenore De Curtis, che da decenni s’interessa alla vicenda, documenti dubbi, quali una sentenza del Tribunale di Avezzano emessa nel 1914, pochi mesi prima che un cataclisma devastasse la città, distruggendo la cittadella giudiziaria ed altre due sentenze, l’una del 1945, l’altra del 1946, del Tribunale di Napoli, oggi conservate all’Archivio di Stato, completamente diverse nella grafia da tutte le altre carte contenute nel faldone ed inoltre pare combinò artatamente le due discendenze carpendo l’ingenuità del grande artista che, una volta riconosciuta la sua preclara discendenza, fino alla morte amò distinguere la maschera, irriverente scoppiettante e canzonatoria, dal Nobile, gentile, educato e distaccato dagli eventi e dalle passioni. Pubblichiamo per la prima volta questi due alberi genealogici, uno dei quali indagato fino al 1750 e dal loro esame è incontrovertibile che il marchese Camillo de Curtis appartiene ad una diversa schiatta.
Ciò che abbiamo riferito sulla base delle confidenze del maestro Federico, non sposta naturalmente una virgola nella straripante venerazione con cui legioni di estimatori ricordano il grande, inimitabile, immortale artista e tra questi ai primi posti, teniamo a precisare a scanso di equivoci, sta il sottoscritto, il quale ha rivisto ogni film di Totò non meno di quaranta - cinquanta volte ed è in grado di ripeterne a memoria qualsiasi battuta, tutte le poesie e tutte le canzoni. Ma a proposito di canzoni, trovandoci, vogliamo rendere pubbliche altre confidenze forniteci gentilmente dal parente dell’attore, cugino di secondo grado, il quale, a riguardo dell’indimenticabile canzone “Malafemmina” tiene a precisare che la stessa fu dedicata alla moglie Diana, ancora oggi vivente e non a Silvana Pampanini, che l’idea della melodia Totò la prese da una analoga canzone dello zio, padre del maestro Federico, ed infine che a ritoccare musica e parole misero mano il maestro Bonagura e Giacomo Rondinella. E per terminare anche la famosa “Livella”si mormora fosse stata corretta… da Mario Stefanile.
E siamo inoltre certi che Totò dalla tomba se leggesse ciò che abbiamo scritto saprebbe commentare le nostre parole se non con una pernacchia almeno con un perentorio: ”Ma ci facciano il piacere”.



mercoledì 27 novembre 2013

Un nobile blasonato


Agostino Caracciolo


Tra le abitudini dei Napoletani vi è stata sempre quella di associarsi per discutere, divertirsi, ma soprattutto per combattere il terrore della solitudine, stando tutti assieme.
Tali organizzazioni esistevano anche nell'antica Grecia e presso i Romani e prosperarono un po' dovunque durante il Medioevo e il Rinascimento, ma fiorirono maggiormente a Londra e in Francia durante e dopo la rivoluzione, avendo carattere prevalentemente politico.
A Napoli la nascita del primo circolo risale al 7 maggio del 1778, quando il marchese della Sambuca fondò l'Unione dei cavalieri della nobile accademia di musica, al quale fece seguito, cinque anni dopo una nuova associazione promossa da un tal Giovan Pietro Raby, che con alcuni amici prese in affitto una sede per  «discorrervi di negozi esteri e divertirsi in giochi permessi ed accademie di ballo e di musica».
Nel 1864 un gruppo di nobili, tutti di fede borbonica, fonda il Whist, con sede in piazza San Ferdinando, mentre a far nascere l'esclusivo (ancora oggi) Circolo dell'Unione fu il patriota Carlo Poerio, all'indomani dell'Unità d'Italia, il quale riuscì a ottenere da Vittorio Emanuele la concessione dei locali scorporati dal San Carlo, nonostante il pericolo costantemente paventato di un potenziale incendio nelle cucine, che avrebbe devastanti effetti sul Massimo.
Il circolo dell’unione è in assoluto il più esclusivo della città, più ancora del Savoia, dove per essere ammessi vi è una lotta tra palline bianche e nere, mentre nell’associazione che riunisce la nobiltà, anche se scalcinata, le palle bisogna averle, almeno 4, nel blasone e non come Goffredo Buglione, che le aveva nello scroto.
Da anni Presidente dell’Unione è il conte Don Agostino Caracciolo di Torchiarolo, esponente di una delle più celebri famiglie aristocratiche napoletane, il quale è anche uno dei componenti della Deputazione della Capella del Tesoro di San Gennaro, che sovraintende alla corretta conservazione delle sacre reliquie.
La famiglia Caracciolo è una delle più antiche ed illustrissime di Napoli; il primo documento risale all'anno 976, anno in cui morì TEODORO che aveva possedimenti in Napoli e fu seppellito insieme alla moglie Urania nella chiesetta di S. Maria Assunta dei Caracciolo. 
Il Casato già ai tempi del Ducato godeva di grande nobiltà nel Seggio di Capuana, beneficiando di speciali privilegi concessi dal duca Sergio; dopo la soppressione dei sedili (1800), fu ascritto nel Libro d'Oro napoletano. 
Si divise in due grandi linee, quella dei Caracciolo Rossi con capostipite RICCARDO, figlio di Landolfo vissuto agli inizi del XII secolo, e quella dei Caracciolo Pisquizi capostipite FILIPPO, altro figlio del menzionato Landolfo. 
Dai Pisquizi nacque il ramo dei Caracciolo del Sole.
Numerosi furono i feudi posseduti dai Caracciolo Rossi che furono insigniti di prestigiosi titoli.
Nel 1645 il feudo di Castellabate dalla famiglia Acquaviva, conti di Conversano, pervenne alla famiglia Caracciolo di Torrecuso, nel 1704 a Francesco Nicodemo, consigliere Regio, nel 1713 al reggente Falletti, infine, nel 1733 alla famiglia Granito, nella persona di Paride che nel 1745 ottenne il titolo di marchese di Castellabate. 
L'ammiraglio Francesco Caracciolo di Brienza, strenuo difensore della Repubblica Napoletana del 1799,fu impiccato all'albero maestro della nave di Nelson e poi gettato in mare. Le sue spoglie riposano in pace nella Chiesa della Madonna Della Catena, ove il Comune di Napoli ha posto la seguente lapide: 
FRANCESCO CARACCIOLO 
AMMIRAGLIO DELLA REPUBBLICA NAPOLETANA 
FU DALL'ASTIO DELL'INGENEROSO NEMICO 
IMPESO ALL'ANTENNA IL 29 GIUGNO DEL 1799 
I POPOLANI DI SANTA LUCIA 
Ai tempi della regina Giovanna I d'Angiò quasi tutti i rappresentanti di Casa Caracciolo Rossi erano cavalieri dell'Ordine del Nodo. 
Dopo l'uccisione di Sergianni Caracciolo nel 1432, la Regina Giovanna II designò Ottino Caracciolo, conte di Nicastro e Gran Conestabile del Regno, tra gli esecutori testamentari e i sedici Baroni Governatori del Regno con Raimondo Orsini conte di Nola, Innico (Henricus), d’Anna, Gran Siniscalco del Regno, Giorgio della Magna conte di Buccino, Perdicasso Barrile conte di Montedorisi, Baldassarre della Ratta, conte di Caserta, affinché lo conservassero alla sua morte (1435) per il suo erede Renato d'Angiò. 
Galeazzo Caracciolo, marchese di Vico, valoroso comandante, fu inviato da re Alfonso d'Aragona alla riconquista delle terre occupate dai Turchi; il 10 agosto 1481 al comando della sua flotta conquistò la città di Otranto, liberandola dai uomini di Maometto II. 

Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo



Si parla tanto di giustizia lumaca e di sanzioni che l’Europa vuole comminarci, ma cosa dovrei dire io che attendo da quasi 4 anni che la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, dopo aver dichiarato ricevibile il mio ricorso in tutti gli spunti contestati si decida a pronunciarsi. Attesa non piacevole perché trascorsa come ospite dello stato a Rebibbia.

martedì 26 novembre 2013

UN AMANTE DI PROUST

Gennaro Oliviero


Gennaro Oliviero, nato a Portici-Na il 4/6/1940, ha insegnato discipline giuridiche nelle Università di Napoli, Bari e del Molise, ricoprendo numerosi incarichi e ruoli istituzionali. È autore di pubblicazioni di successo, tra cui “Il Travet perduto” e “Come quando dove”. Ha compiuto missioni umanitarie in Iraq a seguito delle quali ha pubblicato il libro “La Babilonia imprigionata” (Clean Editrice, 1994, segnalato alla Galassia Gutenberg del 1995). Ammiratore dell’opera di Proust fin dalla prima giovinezza e fondatore dell’“Associazione Amici di Marcel Proust” (1998), ha dato vita alla pubblicazione del “Bollettino d’informazioni proustiane” e successivamente alla rivista “Quaderni Proustiani” di cui è attualmente redattore. Ha promosso la realizzazione della “Saletta Marcel Proust” di Napoli (Via Giuseppe Piazzi 55), luogo di aggregazione per conferenze, seminari e letture. Nel 2010, in occasione della visita della delegazione francese proveniente da Illiers-Combray, guidata da Mireille Naturel, (Segretaria generale della Société des Amis de Marcel Proust et des Amis de Combray) ha allestito un “museo” proustiano con libri, locandine, cimeli, ecc. nella Galleria Monteoliveto di Napoli. È autore di numerosi scritti riguardanti l’opera di Proust. È curatore del “Giardino di Babuk” (Via Piazzi 55 – Napoli) luogo di incontro per manifestazioni letterarie,artistiche e musicali,dal quale ha preso avvio il ciclo pittorico di Lavinio Sceral, ispirato ai temi proustiani; il museo Marcel Proust di Illiers-Combray ha accolto in esposizione permanente la sua opera “La Cattedrale Bianca”. Abituale frequentatore del salotto tenne una conversazione su Proust, un autore molto amato da mia moglie, ed approfondì, dopo averle lette alcune delle più belle pagine del suo libro più famoso: “ Alla ricerca del tempo perduto”.

UN CULTORE DI STORIA DELLA MEDICINA

Gennaro Rispoli


Gennaro Rispoli è un valente chirurgo, ma soprattutto raffinato cultore di storia della medicina e studioso degli ospedali napoletani, un capitolo affascinante della nostra tradizione, che merita di essere approfondito e portato alla conoscenza di tutti i cittadini. Ricordo con una punta di malinconia la relazione, in anteprima assoluta, che il collega tenne nel salotto culturale di mia moglie Elvira alcuni anni or sono, durante la quale, oltre ad una serie di rarissime foto illustranti antichi e dimenticati nosocomi cittadini, ci mostrò anche alcuni forcipi ed altri strumentari medici adoperati nei secoli scorsi, da lui raccolti per il futuro museo. (A tal proposito chi volesse approfondire l’argomento può consultare su Internet un mio articolo: Paralipomeni per una storia degli ospedali napoletani).
Il suo sogno di aprire un museo delle arti sanitarie si è poi realizzato in alcuni locali dell’ospedale degli Incurabili ed è stato oggetto di una delle visite più interessanti di una delle scorse edizioni del maggio dei monumenti. Oltre cento pezzi esposti in nove bacheche. Si possono ammirare vecchi ferri chirurgici, stampe anatomiche, farmacie portatili, antichi microscopi e clisteri. Affascinante il racconto dell’avventura del barbiere, che si trasforma in chirurgo ed i primi progressi nel campo dell’anestesia, realizzata per la prima volta in Italia proprio nell’ospedale degli Incurabili, una struttura che ha rappresentato il fiore all’occhiello della Scuola Medica Napoletana, a lungo tra le più celebri in Europa. Il Museo è ospitato in alcuni locali del Monastero delle Pentite, a sua volta collocato in quell’ambiente unico costituito dall’ospedale, dai suoi cortili e da quella grande piazza interna dove si affaccia la celebre Farmacia, la chiesa di S. Maria del Popolo degli Incurabili e la cappella dei Bianchi della Giustizia. Un continuum di scale di piperno, corti cinquecentesche e vecchie sale dell’ospedale fondato dalla catalana Maria Longo, in un momento storico in cui si credeva che le malattie fossero legate ad un castigo divino ed i medicamenti erano poco efficaci, per cui le preghiere erano necessarie per sconfiggere morbi ed epidemie. All’opera di medici ed infermieri si affiancavano perciò frati e suore che alleviavano il dolore e la sofferenza e rendevano accettabile anche l’idea della morte.
Una magistrale descrizione di tale museo è stata redatta dal mio fraterno amico Dante Caporali e per ammirare le splendide foto rinviamo a l’articolo pubblicato il 1 Marzo 2013 sulla prestigiosa rivista Scena Illustrata (consultabile in rete), mentre qui ci limitiamo a riportare il testo.
Una gradita sorpresa del Maggio dei Monumenti 2010 è stata l’apertura, anche se solo di due sale, del Museo delle Arti Sanitarie dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli.
Inserite nel ritrovato sito del Collegio delle Convertite queste due sale, che rappresentano soltanto un nucleo iniziale di un futuro Museo di Storia delle Arti Sanitarie, sono intitolate a due importanti esponenti della Scuola Medica Napoletana: Domenico Cotugno, anatomista, ricercatore e rettore dell’Università Partenopea, e Domenico Cirillo, medico e patriota della Rivoluzione del 1799.
Gli oltre cento oggetti, raccolti con pazienza da appassionati medici ed operatori sanitari dell’Ospedale, ci sorprendono per la loro bellezza e per la qualità dei materiali con cui furono forgiati da esperti artigiani per i tanti medici che si avvicendarono nell’arco di quasi cinque secoli nelle corsie di questo complesso, dove tra l’altro fu fondata la prestigiosa Scuola Medica Napoletana.
Strumenti chirurgici, sedie operatorie, macchine anatomiche in cartapesta, stampe mediche e antichi manoscritti, farmacie portatili, microscopi, set per salassi, forcipi e clisteri d’epoca ci aiutano a ripercorrere la storia e l’evoluzione delle scienze mediche che vide questo Ospedale sicuro protagonista, che vanta altresì il primato della prima pratica anestetica realizzata in Italia
La visita del Museo inizia dalla Sala Cotugno, accolti dall’austero sguardo di Domenico Cotugno, raffigurato nel busto marmoreo settecentesco dello scultore Angelo Viva, valente allievo di Giuseppe Sanmartino.
In questa sala l’oggetto che immediatamente attira la nostra attenzione è un’antica sedia operatoria ottocentesca in ghisa imbottita di velluto, che ci atterrisce alquanto se ripensiamo alle pratiche operatorie di un tempo, illustrate da eloquenti pannelli, dove quell’aggeggio e le braccia umane “aiutavano” a trattenere il malcapitato paziente che si dibatteva con analgesia abbastanza precaria.
Un’altra serie di oggetti interessanti è costituita dai bollitori per la sterilizzazione, tra i quali la pentola di Papin, un recipiente a pareti robuste chiuso ermeticamente da un coperchio con valvola di sicurezza, nel quale l’acqua bolle ad una temperatura anche superiore ai 100 °C.
Troviamo poi in altre vetrine un apparecchio per asfissia, una farmacia portatile appartenuta a Domenico Cotugno, un cauterio del ‘700, strumento chirurgico per eseguire bruciature terapeutiche, un astuccio portatile in pelle sempre del ‘700 con tutto il necessaire per operazioni chirurgiche, come bisturi, forbici e rasoi, questi ultimi da sempre presenti nell’armamentario del chirurgo per ricordare che la nobile arte è nata dall’antenato barbiere-cerusico.
Chiude l’esposizione della prima sala un antico manoscritto del ‘600 ed una serie di accuratissime stampe anatomiche provenienti dalla collezione dell’Ospedale, realizzate sotto la guida del prof. Falcone, anatomista dell’800. Questi disegni a mano fin dal ‘500 costituivano il più antico mezzo di comunicazione per la formazione e spesso venivano eseguiti in sala settoria e colorati a mano dagli allievi.
Continuando la visita si attraversa un corridoio dove prosegue l’esposizione delle stampe anatomiche e si entra nella Sala Cirillo dove è presente un busto bronzeo di Domenico Cirillo e siamo subito colpiti da uno scenografico allestimento lungo lo scalone dell’antico Monastero delle Convertite.
Alla sommità dello scalone troneggia di spalle una macchina anatomica settecentesca in cartapesta, un pò simile a quelle famose del principe Raimondo di Sangro della Cappella Sansevero, ma molto più dettagliata nei particolari. Poi vi è una composizione del noto scultore napoletano Lello Esposito intitolata Metamorfosi e che rappresenta una sorta di Pulcinella in decomposizione con un enorme ratto nero su di una spalla ed un uovo all’interno. La scultura simboleggia il proliferare della peste del 1656 a Napoli a causa dei ratti che trasportavano le uova di cimici, principale veicolo di trasmissione della terribile malattia. Infine ai piedi dello scalone una macchina protettiva per la peste, il famoso becco indossato dai medici, contenente filtri e balsami odorosi per contrastare l’aria corrotta che diffondeva il contagio attraverso invisibili particelle.
Una bacheca è dedicata all’ostetricia con tazze per puerpere, una delle quali con impresso lo stemma dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, dediti da sempre all’assistenza ospedaliera, un tiralatte, uno dei primi biberon in vetro e poi una serie di forcipi con antiche stampe relative al parto.
In un’altra bacheca troviamo invece un set per salasso con apposito recipiente in peltro utilizzato durante questa pratica, alcune lancette per salasso con manico in tartaruga ed un interessante coltello a tre funzioni impiegato per il salasso, per provocare la rottura delle acque e per la cauterizzazione.
Di grande interesse sono poi gli strumenti per litotomia, qualcuno risalente addirittura al ‘500, utilizzati durante gli interventi di chirurgia urologica per l’asportazione dei calcoli.
Accanto a vari tipi di sete e garze sterilizzate per suture vi è poi un set portatile con rasoi e seghe impiegato dai barbieri-cerusici che viaggiavano durante le guerre al seguito delle truppe, pronti ad intervenire con amputazioni di arti per evitare pericolo di cancrena.
Infine assieme ad un antico microscopio e ad una rudimentale maschera per anestesia vi è una intera vetrina con clisteri di vario tipo, sia professionali che per uso personale, e bustine di tabacco, quest’ultimo usato come stimolante però con cautela, pena gravi complicazioni che potevano portare fino al decesso.
L’interessante visita si conclude con l’augurio che tale Museo, certamente unico nel suo genere, possa restare aperto con continuità anche dopo il Maggio dei Monumenti e che possa essere soltanto il tassello iniziale di un Museo di Scienze Mediche da estendersi anche alle tante altre istituzioni ospedaliere della città di Napoli.