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sabato 29 giugno 2013

LA VERITA’ ATTRAVERSO IL CINEMA


Francesco Rosi
Francesco Rosi è uno dei più grandi registi italiani di tutti i tempi.
Nato a Napoli il 15 novembre 1922, durante la guerra abbandona l’Università, facoltà di Giurisprudenza, ed inizia a lavorare come illustratore di libri per l’infanzia. Collaborando a “Radio Napoli” ha modo di conoscere Giuseppe Patroni Griffi, Raffaele La Capria ed Aldo Giuffrè con i quali stringe un bellissimo rapporto lavorativo e di amicizia. Nel 1946 il regista Ettore Giannini gli dà modo di entrare nel mondo dello spettacolo scegliendolo come assistente per la messa in scena de “Il voto” di Salvatore Di Giacomo mentre nel 1948 è Luchino Visconti a volerlo come aiuto regista per “La terra trema”, di cui cura anche il doppiaggio in lingua italiana.
Nel 1952 Goffredo Alessandrini, con “Camicie rosse”, gli offre la possibilità di dirigere alcune sequenze del film ma è il 1958 a segnare il vero e proprio debutto di Francesco Rosi nella regia cinematografica con un film, “La sfida”, che, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, ottiene il “Premio speciale della Giuria” ed un grandissimo successo di pubblico e critica. I temi sociali, già affrontati nel film d’esordio, continuano con “I Magliari” del 1959 mentre nel 1961, con “Salvatore Giuliano”, inventa un nuovo genere: il film-inchiesta. Il gradimento del pubblico, nonostante l’argomento “tosto”, trattandosi di un vero fatto di cronaca dai risvolti politici accaduto non molti anni addietro, gli permette di attestarsi al 10° posto nella graduatoria dei film di maggiore incasso dell’anno di riferimento. L’impegno civile continua con “Le mani sulla città” del 1963, “Leone d’oro” alla Mostra del Cinema di Venezia, che racconta il sacco edilizio di Napoli in base ad accordi, più o meno palesi, tra i poteri forti degli anni ’50.
Nel 1967, nella Certosa di Padula, ambienta alcune scene di “C’era una volta…” con Omar Sharif e Sophia Loren, un intermezzo favolistico che lo allontana per un poco dai temi sociali e politici cui ritorna nel 1972 con “Il caso Mattei”, interpretato da Gian Maria Volontè, e “Lucky Luciano” nel 1973.
Nel 1978 dirige la versione cinematografica del bellissimo romanzo di Carlo Levi “Cristo si è fermato ad Eboli”.
Un esame particolareggiato meritano la sua produzione ed i riconoscimenti che ne sono scaturiti dal 1980 ad oggi quando, a 90 anni compiuti, vorrà concedersi, ma non ne siamo certi, un meritato riposo.
Nel 1981 dirige “Tre fratelli”, nel 1984 un adattamento della “Carmen” con Placido Domingo, nel 1987 ancora un romanzo, “Cronaca di una morte annunciata”, di Gabriel Garcia Marquez, nel 1990 “Dimenticare Palermo” e, finalmente, nel 1997 “La tregua”, tratto da un romanzo di Primo Levi, che racconta il ritorno a Torino dello scrittore e di altri ex deportati, liberati dal lager di Auschwitz. La trasposizione cinematografica di questo romanzo, vero e proprio sogno nel cassetto al quale Rosi aveva dovuto rinunciare per il tragico suicidio di Levi nel momento in cui, 1987, si sentiva pronto ad affrontare il tragico argomento, è realizzata grazie all’aiuto di Martin Scorsese, che collabora con il collega italiano nella ricerca dei finanziamenti necessari.
Francesco Rosi, Leone d'oro
Il film, però, nonostante gli alti costi di produzione, non ottiene il successo sperato di critica e pubblico.
Nel 2003 è ancora la volta di Francesco Rosi regista teatrale con “Napoli milionaria” cui segue, nel 2007, a 85 anni, l’annuncio dell’addio al cinema e la sua completa dedizione alla regia teatrale. Tra il 2005 ed il 2012 gli sono stati tributati tanti riconoscimenti ed i suoi film sono stati oggetto di molte retrospettive in Italia ed all’estero. Dopo la laurea ad honorem in “Pianificazione territoriale urbanistica ed ambientale”, conferitagli dall’Università Mediterranea di Reggio Calabria per il film “Le mani sulla città”, riceve l’”Orso d’oro” alla carriera al Festival di Berlino del 2008, la “Legion d’onore” a Parigi nel 2009 ed il “Leone alla carriera” alla Mostra del Cinema di Venezia del 2012.
Accanto alle gioie ed alle soddisfazioni per la lunga carriera di regista cinematografico e teatrale, Francesco Rosi ha dovuto, però, anche subire il grandissimo dolore per la tragica morte della moglie, Giancarla Mandelli, sorella della stilista Krizia, deceduta l’8 aprile 2010 per le gravi ustioni riportate in seguito ad un incendio divampato nell’abitazione di Roma per una sigaretta che ne ha bruciato il vestito.
Prima di concludere, come per tanti altri personaggi celebri, racconterò brevemente l’incontro, ma sarebbe più preciso parlare di scontro, con l’interessato.
La conoscenza diretta con il fratello, autorevole storico e napoletanista, relatore e frequentatore del salotto letterario di mia moglie che, per dieci anni, si riuniva ogni mercoledì nella nostra villa posillipina, non fu sufficiente ad organizzare un dibattito su un tema che mi stava particolarmente a cuore: il film “Le mani sulla città”, per molti un capolavoro, per me un clamoroso falso storico.
Dovetti approfittare di un incontro pubblico al cinema Modernissimo, in occasione di una riproposta del film, presente il regista.
Alla fine della proiezione si accese la discussione tra lodi sperticate ed io fui l’unica voce fuori dal coro.
Il protagonista, un superbo Rod Steiger, per molti raffigura Achille Lauro: viceversa, si tratta di Ottieri, uno spericolato palazzinaro autore di numerosi scempi edilizi tra i quali l’orrendo palazzone in piazza Mercato che ha deturpato per sempre uno dei luogo simbolo della città.
Ma il falso più smaccato è costituito dall’inizio del film mentre scorrono i titoli di testa e la telecamera indugia sulle mostruose palafitte che da Fuorigrotta costituiscono l’accesso alla Tangenziale del Vomero, costruite molto tempo dopo l’ambientazione del film.
Alle mie perentorie contestazioni il regista non seppe replicare ma il pubblico era tutto dalla sua parte e venni travolto da una salva di fischi.

Francesco Rosi e la moglie Giancarla Mandelli


giovedì 27 giugno 2013

Presentazione del libro di Achille della Ragione “La Napoletanità arte miti e riti a Napoli”




 “Napoletanità arte miti e riti a Napoli” di Achille della Ragione
editore CLEAN, pag 176, fig 300 a colori, 15 euro
per la consegna del libro a domicilio Tel. 081 55 14 334

Venerdì 31 maggio 2013 nei locali della Galleria d’Arte “Minerva Auctions”, sita nel prestigioso Palazzo Odescalchi di Roma, è stato presentato l’ultimo libro di Achille della Ragione dal titolo “Napoletanità arte miti e riti a Napoli”, edito dalla casa editrice Clean di Napoli.
Alla presenza di un foltissimo pubblico si sono alternati al tavolo dei relatori la prof.ssa Elvira Brunetti, moglie dell’autore; il prof. Pietro Di Loreto, docente di storia dell’arte; l’ing. Dante Caporali, cultore di cose napoletane e l’autore stesso, il dott. Achille della Ragione.
Una breve introduzione della prof.ssa Brunetti ha focalizzato il contenuto del libro ed i motivi che hanno spinto Achille della Ragione a cimentarsi nella produzione di quest’opera che prevede la pubblicazione di altri quattro volumi sull’argomento per rappresentare alla fine un vero e proprio manuale di Napoletanità vista con gli occhi e l’animo dell’autore, in definitiva un atto d’amore verso questa meravigliosa città.
Il prof. Di Loreto ha tracciato poi un breve profilo dell’autore ricordando le sue varie pubblicazioni sulla pittura napoletana del ‘600, dall’opera in 10 volumi “Il secolo d’oro della pittura napoletana” alle varie monografie su molti pittori napoletani del ‘600 come Giuseppe Marullo, Pacecco De Rosa, Aniello Falcone, Niccolò De Simone, ricordando altresì la grande capacità di Achille della Ragione nel riconoscere le paternità di tanti dipinti del ‘600 napoletano, molti dei quali dati in precedenza ad ignoti ed altri non correttamente attribuiti, in virtù della sua straordinaria competenza.
L’ing. Caporali, amico di vecchia data dell’autore, ha parlato in primo luogo della sua lunga collaborazione con Achille della Ragione per la realizzazione di gran parte della sua produzione letteraria degli ultimi dieci anni, rammentando anche alcuni episodi relativi alle ricerche di archivio e alle innumerevoli visite a chiese e musei,tra i quali l’emozionante scoperta di una Pietà di Mattia Preti, nascosta nella sagrestia di una chiesa di Forio d’Ischia. In seguito ha parlato più in dettaglio del contenuto del libro, che si configura come un vero e proprio viaggio nell’anima più profonda della città di Napoli, nella sua storia, nelle sue tradizioni, nelle sue leggende, insomma in tutto ciò che costituisce la Napoletanità, intesa come un continuo susseguirsi di espressioni artistiche,di miti e di riti, in definitiva di questi tre aspetti che si ritrovano costantemente nella millenaria tradizione partenopea e che molto spesso si fondono tra loro fino a renderne indistinguibili i confini. Poi ha letto alcuni passi del libro soffermandosi in particolare sulle descrizioni di alcune opere d’arte e puntualizzando anche in questo caso la finalità dell’autore, cioè di andare sempre alla ricerca dell’intima essenza dei soggetti rappresentati e quindi dei loro significati più nascosti, sempre allo scopo di mettere in luce i caratteri salienti della Napoletanità.
Infine è intervenuto l’autore del libro, il quale si è intrattenuto in particolare sulla sua situazione personale ricordando le innumerevoli difficoltà da dover superare a causa di regolamenti anacronistici ed ottusi, spesso lesivi della dignità umana, che frequentemente portano anche a non tener conto delle condizioni di salute di tante persone, a volte già compromesse, che inevitabilmente tenderanno sempre più ad aggravarsi.
Quindi proprio per queste ultime considerazioni il libro assume una valenza straordinaria perché è il frutto dell’inesauribile forza di volontà dell’autore, il quale, nonostante le tante  restrizioni di cui è stato ed è ancora vittima, ha tenacemente creduto nella realizzazione di questa sua testimonianza per continuare a sentirsi vivo ed utile agli altri. La lettura di questo volume è senz’altro il modo più efficace per far sentire realmente la presenza di Achille della Ragione fra tutti noi, per non recidere quel sottilissimo filo che ancora ci unisce a lui.

Dante Caporali









lunedì 24 giugno 2013

IL PIU’ ANTICO MESTIERE DEL MONDO



Carneade: chi era costui? La stessa cosa potrebbe dirsi per Frida Kasslatter, sconosciuta alla gran parte dei miei 25 lettori, cui cercherò di farla conoscere, affermando senz’ombra di dubbio: “Io la conoscevo bene!”.
Di origine altoatesina, bionda ed altissima, si accorse a 16 anni di possedere un fisico statuario e, soprattutto, di avere una vera e propria miniera in mezzo alle cosce, che decise di mettere a frutto e chi sa perché, si trasferì all’ombra del Vesuvio, dove aprì uno studio… nella Galleria Umberto, procacciandosi i clienti con brevi passeggiate a passo felpato tra un bar e l’altro, per salire poi con la nuova conquista ad esercitare il più antico mestiere del mondo.
Non ebbe mai un protettore e se ne vantava.
La conobbi da ragazzo e la scritturai per una serata di spogliarelli privati per alcuni amici arrapati, riuniti per l’occasione eretica-erotica nella villa di Gian Filippo Perrucci. Erano altri tempi ed anche vedere soltanto una donna nuda di quelle dimensioni era uno spettacolo erettivo estremamente emozionante.
Salimmo nel suo nido d’amore e lei mi chiese se volevo provare il prodotto: “certamente, ma prima fammi vedere come te la cavi nello spogliarello”.
Abbassò le luci e si appartò pochi minuti in bagno, da dove uscì con guanti rosa lunghissimi, calze dello stesso colore, reggicalze rosso fuoco, reggiseno e mutandine di pizzo, che fece cadere lentamente uno dopo l’altro. L’Eroica di Beethoven faceva da sottofondo musicale.
Rimasta “nature”, rimasi colpito dai suoi seni, duri come il marmo, carnosi, opulenti, che irradiavano una luce abbagliante, un archetipo della bellezza muliebre. Rappresentavano il porto sicuro verso cui ogni uomo anela di fermarsi e riposare per sempre, preziosi come una boccetta di rare essenze, prorompenti, ma nello stesso tempo fragili, come costituiti da sottile cristallo, che a rompersi si disperdono come polvere di talco.
Mentre gli occhi, stregati, non potevano staccarsi dalla contemplazione di quel corpo degno dello scalpello di Prassitele, pensieri filosofici mi passavano per la mente: godere della bellezza di un seno è l’esercizio più nobile che distingue l’uomo dalla bestia, la civiltà dalla barbarie, è la sintesi di una condizione umana immutabile, sospesa tra l’esaltazione dell’amore ed il terrore della solitudine, tra la gioia di vivere ed il pensiero di morire e ci aiuta ad affrontare più serenamente l’angoscia dell’esistenza, a coglierne i piaceri ed a provarne la fragilità.
Lo spogliarello fu un trionfo e procurò nuovi ed affezionati clienti a Frida, la quale, in seguito, grazie ai suoi sfolgoranti attributi ed alla sua abilità di raffinata incantatrice, cominciò a far perdere la testa ed a tenere in suo potere uomini potenti, caduti tra le sue grinfie come teneri agnellini. Tra questi un potente banchiere di Cava de’ Tirreni, che la ricoprì letteralmente d’oro, novella Goldfinger.
Con il denaro guadagnato acquistò nei primi anni settanta il celebre ristorante Zi’ Teresa.
Purtroppo non ebbe negli affari lo stesso successo ottenuto nella precedente professione e fu costretta a chiudere il locale nel 1976.
Quando, qualche anno dopo, mi recai per intervistarla, i nuovi proprietari mi riferirono che da poco era passata a miglior vita per una brutta malattia: “cancro?”, chiesi timidamente, “aids” fu la risposta.
SIC TRANSIT GLORIA MUNDI!



LA STELLA DI NAPOLI DAGLI OCCHI VERDI

1-Eliana Merolla

Dietro ogni grande  uomo vi è una grande donna, per cui che straordinario personaggio è stato Eliana Merolla, compagna fino alla morte di Achille Lauro, anche se deve condividere parte del merito con Angelina, la prima moglie, la quale lo ha assistito nella fase dell’ascesa, da mozzo a più grande armatore del mondo della sua epoca, più del mitico Aristotele Onassis.
Ho avuto modo di conoscere Eliana Merolla intorno al 2002, quando mi apprestavo a preparare il mio volume sul Comandante, “Achille Lauro Superstar”, consultabile in rete, e, nonostante i 65 anni, i suoi occhi color smeraldo erano in grado di ammaliare chiunque si soffermasse a fissarli.
Da poco, per sopravvivere, aveva venduto all’asta una parte dei gioielli donati in omaggio alla sua bellezza da don Achille e viveva modestamente con la figlia Tania nel culto del grande uomo con cui aveva avuto il privilegio di condividere la giovinezza.
Per raccontare la sua storia mi servirò delle pagine che le ho dedicato nel mio libro, prima citato.
Angelina sopportava pazientemente le scappatelle del marito, come una croce da portare in cambio del privilegio di vivere al fianco di un uomo dalla sprizzante vitalità, ma rimase sconcertata quando Achille le confessò candidamente di non desiderarla più sessualmente.
“Ti amo, ti voglio bene, non potrei vivere senza di te, sarai sempre la padrona assoluta del mio cuore, ma non ti desidero più e non voglio mortificarti con una bugia”.
Angelina capì che non c’era nulla da replicare ed accettò le camere separate, ma il suo cuore si spezzò sanguinante di una ferita che non si rimarginò più.

2-Eliana Merolla e Achille Lauro

3-locandina del film La contessa azzurra

4-Kim Capri nel film La contessa azzurra


Quando il suo Achille le confidò che aveva lasciato Jolanda, tirò un sospiro di sollievo, ma non sapeva di essere caduta dalla padella nella brace. Achille aveva lasciato la vecchia fiamma unicamente perché si era innamorato di una donna di cinquant’anni più giovane di lui, con la quale starà insieme fino alla morte: Eliana Merolla.
Cupido fu un concorso di bellezza, uno dei tanti  che, negli anni Cinquanta, programmavano a gara i due giornali napoletani.
Il “Roma” ne organizzava di megagalattici ed “Il Mattino”, sulla sua scia, aveva promosso con grande successo, l’ ”Ondina sport sud”, dedicata alle bellezze estive, quando il bikini era da molti benpensanti considerato, più che osé, un oltraggio al pudore.
Non erano queste le uniche attività che “Il Mattino” organizzava a ruota, carpendo l’idea dalla fertile mente del Comandante, anzi l’esempio più paradigmatico era costituito dalla gigantesca sottoscrizione “Bontà di Napoli”.
Essa, per mesi, sollecitava le offerte dei lettori, solleticandone la vanagloria di vedere il proprio nome pubblicato tra i benefattori. L’iniziativa fu varata allo scopo di approntare, per le feste natalizie, pacchi dono, in tutto simili a quelli elargiti da Lauro, da distribuire a pioggia tra i bisognosi della città.
Sono gli anni in cui nasce a Napoli questo sfrenato attivismo benefico, del quale si fanno paladini grassi signori della nobiltà (decaduta) e della borghesia (nullafacente), in perfetta sintonia  con signore d’annata, legate il più delle volte unicamente all’aspetto mondano della dazione.
Gli effetti nefasti, in termini di persecuzione ai limiti della rottura, si riverberano fino ai giorni nostri, caratterizzati da un quotidiano pullulare di collette, gare di burraco, spettacoli teatrali con  attori dilettanti e sprovveduti, che si susseguono a ritmo vertiginoso, mentre i benefattori (con soldi altrui) sono diventati legioni, animati da due soli obiettivi: comparire come “buoni” in società e, ove mai esistesse, assicurarsi una felice collocazione in Paradiso, ignorando sfacciatamente il dettato evangelico, che ammonisce rigorosamente: “Non sappia la mano sinistra ciò che fa la mano destra”.
E parlando di beneficenza, oggi che i beni demaniali, tra cui le spiagge, vengono alienati per quattro soldi al miglior offerente, con un passaggio di proprietà dal pubblico al privato deleterio, non è fuor di luogo ricordare  che per decenni don Achille ha messo a disposizione del popolo la sua villa a mare di Posillipo per i bagni estivi. Bastava una semplice richiesta per ottenere una tessera gratuita di accesso e la tintarella era assicurata. Le sorelle Capuano, cinque vispe signorine tra gli ottanta e i  novant’anni, ci hanno confidato di aver fatto per anni a villa Lauro i migliori bagni della loro vita.
Il concorso “La stella di Napoli” aveva un premio speciale molto appetibile: un provino cinematografico per diventare attrice protagonista del primo film prodotto da Lauro, dal titolo “La città del sole”.
Scopo della pellicola, per la quale si era raggiunto un accordo con Eduardo De Filippo per affidargli la regia, era quello di mostrare la Napoli nuova, sorta con la ricostruzione, con strade ampie e palazzi nuovi e diffonderne l’immagine per l’Italia.
La folla di ragazze che si accalcava per partecipare alla gara era di conseguenza più nutrita del solito e tra questi,teneri boccioli, vi era Eliana, la più profumata, che si presentava, dopo un ennesimo bisticcio col gelosissimo fidanzato, con la segreta speranza di poter sfuggire ad un  matrimonio che si prevedeva asfissiante e ad un futuro che si preannunciava monotono.

5-Eliana,Achille e Tania

6-la famiglia Lauro

7-matrimonio Lauro-Merolla


La prima selezione scelse, su oltre cento partecipanti, dieci ragazze, che durante la festa di Piedigrotta sfilarono, indossando un succinto costume da bagno, su di un carro speciale dedicato alle stelle di Napoli.
Eliana, con i suoi attributi fuori dal comune, dagli occhi verde smeraldo ai capelli biondo tiziano, per tacere del resto, attirò gli sguardi vogliosi del pubblico e non si contarono i complimenti a gran voce di ogni genere da parte dei più audaci.
Alla successiva finalissima le ragazze furono sottoposte al voto di una giuria composta da personalità della politica, dello sport e del giornalismo. 
Achille Lauro faceva parte dei votanti e si pronunciò con un dieci e lode per Eliana ma, distratto da altri impegni, si allontanò senza attendere l’esito delle selezioni.
Sicuro della sua vittoria, il giorno dopo si rammaricò che la sua prescelta fosse arrivata solo seconda, perciò decise di farle arrivare un suo messaggio e d’invitarla per un incontro nel suo studio, nel quale si sarebbe dichiarato disponibile a far sottoporre anche lei ad un provino per il film da girare. Dall’incontro probabilmente immaginava che sarebbe potuto scaturire anche dell’altro, ma la ragazza spense ogni suo bollore, allorchèsi presentò piangendo. Raccontò la sua triste storia, dai lutti familiari al fidanzato geloso e rompiscatole. Lauro commosso promise di aiutarla.
Nei giorni successivi le sue telefonate s’intensificarono, insospettendo il padre e la madre di Eliana, i quali decisero che avrebbero affrontato Lauro, pregandolo di lasciar perdere la loro figlia.
I genitori lo convocaronoa casa loro e, pur accogliendolo con tutti gli onori come il re di Napoli, cercarono di convincerlo, ma lo scontro fu impari. L’autorità del Comandante tolse loro le parole di bocca ed essi capitolarono, senza condizioni, davanti all’offerta di un contratto di attrice con un cachet superiore a quello percepito dalla stessa Sophia Loren: 25 milioni, una cifra che nessuno avrebbe potuto rifiutare.
Il film, per la regia di Claudio Gora, nonostante la partecipazione di attori famosi, da Paolo Stoppa ad Amedeo Nazzari, non ebbe particolare successo. La Merolla, con lo pseudonimo di Kim Capri, ebbe però  modo di mostrare  le sue ragguardevoli ed esplosive grazie, ma poi preferì entrare nel ruolo più gratificante di amante di Lauro.
A dire la verità, almeno all’inizio, un’amante un po’ sui generis; infatti come con Angelina aveva instaurato un rapporto di fratello e sorella, così con Eliana ne  aveva creato uno, ancora più ambiguo, di padre e figlia.
Si vedevano soltanto la sera per la cena, nell’appartamento di via Crispi vicino a villa Lauro. Si parlava del più e del meno e si accennava anche alle “sedute”, non proprio d’affari, che Lauro aveva avuto nel pomeriggio.
Durante le vacanze i due colombi prediligevano le località della costa azzurra, lambite con il “Karama”, il superbo veliero, dotato di un equipaggio di ben 11 marinai.
Achille copriva la sua amata di regali costosissimi, captando e soddisfacendo al volo qualsiasi suo desiderio.
Ci furono, come in tutti gli amori, anche momenti difficili, quando all’orizzonte comparvero uomini più giovani del Comandante, come un inglese, affascinante e tenebroso, per il quale vi fu una sbandata. Egli voleva sposare Eliana; lei però alla fine, dopo mille ripensamenti, scelse di rimanere al fianco del suo Achille.
Questa decisione fece ricredere i figli di Lauro, i quali cominciarono ad intuire che quella ragazza, così bella e così giovane, era sinceramente affezionata, se non innamorata, al loro genitore.
Eliana pretese però di essere sposata (tutte le donne sono uguali).
Lauro era oramai da anni vedovo e lo stesso si ostinava ad abitare da solo nella villa, recandosi in visita dalla sua compagna solo la sera, alla fine di una giornata di lavoro spesso massacrante, per la cena  e quattro chiacchiere.
Più volte si erano preparate le carte per il matrimonio, ma esse erano scadute, senza che nulla avvenisse.
Eliana, sentendosi presa in giro, minacciò allora di scappare via per sempre ed Achille la riacciuffò soltanto sul filo di lana, mentre si accingeva a raggiungere l’aeroporto.
Furono preparate di nuovo le pubblicazioni, ma i giorni passavano e la fanciulla era ormai rassegnata.
Una sera, mentre cenavano tranquillamente, mancavano pochi minuti alle 22, Achille all’improvviso disse: “Preparati, voglio andare a teatro” e poiché la compagna perdeva tempo a prepararsi, disse bruscamente: “Non è necessario vestirsi eleganti”.
Ma lei intuì che sarebbe successo qualcosa di strano, per cui non volle rinunciare ad un completino in crèpe di lana ed alla pelliccia con il collo di zibellino e, perché no, anche ad un pizzo antico di Bruxelles, uno splendido merletto che era appartenuto ad una sua ava.
Scesi in garage, dove era in attesa la Mercedes con l’autista, prendono posto in una piccola utilitaria e raggiungono la stradina ove è situata la parrocchia di San Benedetto all’Arco Mirelli.
La porta della chiesa è socchiusa, ma all’interno vi è un tripudio di rose pallide e di lillà bianchi. Sull’uscio viene offerto un minuscolo bouquet di fiori alla frastornata Eliana, che trova il braccio del fratelloe raggiunge emozionatissima l’altare.
Don Ciro, credendola sprovvista, si offe di prestarle un velo dalla sagrestia, ma Eliana non rinuncia al suo, con il quale si erano già sposate la mamma e la nonna. 
Momenti di divertito imbarazzo, quando Lauro offre il suo dito al parroco, che sorridendo invita gli sposi a scambiarsi gli anelli.
Sono le 23,30, pochi minuti e sarebbero scadute le pubblicazioni per l’ennesima volta.
Pochissimi i parenti e gli amici presenti alla cerimonia, molti e sfarzosi saranno i regali nei giorni successivi, testimoni due fedelissimi: Gaetano Fiorentino ed Andrea Torino.
All’uscita si assembra una piccola folla di curiosi, medici ed infermieri di turno nel vicino ospedale Loreto e qualche perditempo notturno, che a Napoli non manca mai. 
Un applauso ed in coro un grido augurale: “Viva gli sposi” e di rincalzo: “Vita lunga a don Achille”.
Con questo matrimonio si mette la parola fine ai pettegolezzi ed alle voci di nozze segrete celebrate all’estero.
La prima presentazione ufficiale della sposa al Meeting internazionale degli armatori svoltosi a Sorrento, dove Eliana, nella sua sfolgorante bellezza, oscura le compagne dei più potenti imprenditori del globo.
Dopo pochi giorni al Festival del cinema nuova splendida apparizione, al fianco dei più prestigiosi nomi dello spettacolo.
Divenuta moglie, la famiglia di Lauro cominciò a frequentarla e, conoscendola meglio, seppe apprezzare il suo attaccamento ad Achille, il suo carattere semplice ed allegro e la sua riservatezza.
Ercole, che assieme alla sorella Laura si era opposto strenuamente al matrimonio, paventandone le dannose conseguenze economiche sull’eredità, fu felice di ricredersi, a tal punto da intrattenere ancora oggi cordiali rapporti di amicizia con Eliana, da anni trasferitasi a Roma.
Appena celebrato il matrimonio, la novella sposa, assistita dal suo legale di fiducia, l’avvocato Gallo, si recò dal notaio Monticelli e dichiarò di voler separare i suoi beni da quelli del marito, uno degli armatori più ricchi del mondo, tra i primi contribuenti in Italia, con un volume di tasse superiore a quello versato ogni anno dall’avvocato Agnelli, il padrone della Fiat.
Il motivo di questa scelta, a lungo rimasta segreta, era semplice per quanto sconcertante: la signora era rimasta affascinata  dal potere del suo compagno e non dalla sua ricchezza.
Che questa ragazza volesse bene veramente ad Achille lo aveva intuito la stessa Angelina, la quale, mentre odiò sempre Jolanda, ritenuta una pericolosa rivale, per questa fanciulla che sacrificava la sua giovinezza al fianco di un uomo tanto più anziano ebbe addirittura parole di ringraziamento: “Se rende felice il mio Achille, sono felice anche io”.

8-Tania

9-copertina libro Achille Lauro superstar


Una volta sposati, vi fu il naturale desiderio di un  figlio. Lauro, vicino ai 90 anni, non potendo provvedere personalmente e preoccupato di lasciar sola la sua sposa, si attivò per adottare una bambina. La scelta cadde su una piccola tailandese: Tania, dal visino paffuto e dagli occhi di una bellezza devastante.
Questa bambina è stata l’ultimo, ma forse il più intenso, amore di Lauro, quando negli ultimi anni egli, chiuso nei meandri dei suoi pensieri, non voleva vedere più nessuno ed amava ritirarsi con la sua piccina per giocare e per scambiarsi coccole.
La copriva di giocattoli, però pretendeva che a Natale lei, che poteva  avere tanto, li regalasse tutti ai ragazzi poveri. E Tania si rammarica oggi di non aver nessuna traccia della sua infanzia, anche se rammenta con struggente malinconia un meraviglioso trattore elettrico, che tanto le piaceva.
Sono tanti i teneri ricordi: “Dalle caramelle alla frutta, di cui ero ghiotta, che papà mi portava, svegliandomi ogni mattina, mentre a mamma serviva a letto il caffè (e non è vero, come è stato scritto, che le accettavo per poi nasconderle sotto il cuscino) fino alle giravolte in cielo che mio padre, nonostante l’età, mi faceva fare la domenica”.
Tania è oggi una splendida ragazza di 27 anni, ammirata e corteggiata dai coetanei. Divide con la madre un appartamento a Roma e vive del suo onesto lavoro: gestisce in franchising con grande entusiasmo un negozio “Calzedonia”, che le fornisce molte gratificazioni.
Ha ricordi lucidissimi dei pochi anni vissuti con il padre, al quale è stata sempre legatissima.
“Era bello abitare nella villa di Massa Lubrense, dove sono vissuta fino all’età della scuola, quando mi sono dovuta trasferire a Napoli per frequentare il Santa Dorotea”.
Ancora oggi Tania ha un sogno ricorrente che ha voluto confidarci: “Papà era solito addormentarsi il pomeriggio sulla poltrona, con gli occhi socchiusi verso l’alto e pareva che volesse saltare in cielo. Ed un brutto giorno, che non lo vidi più, mi dissero che proprio lì si era recato.
Ancora oggi nelle notti stellate spingo lo sguardo alla sua ricerca e tanto lo cerco, fino a quando non lo trovo in qualche angolo del cielo, mentre mi guarda benevolo e mi sorride, lui che era tanto buono.
Solo allora sono felice e mi balena alla mente un verso studiato a scuola, che mi ha sempre emozionato: L’amor che move il sole e l’altre stelle”.

sabato 22 giugno 2013

Una vita blindata

Roberto Saviano
Ricordo un incontro a Milano con Bompiani assieme ad un amico scrittore e l’accesa discussione che ne scaturì sul valore degli autori Siciliani contemporanei, a parere dell’illustre editore, sopravanzavano e di molto i colleghi Napoletani.
Questo colloquio è avvenuto nel 2003 ed ancora doveva esplodere fragorosamente il fenomeno planetario di Gomorra, il quale, tradotto in 52 paesi, ha venduto da solo più copie (nell’ordine di decine di milioni) di tutti i narratori isolani.
Roberto Saviano nasce a Napoli il 22 settembre 1979, il padre è medico a Frattamaggiore, la madre Miriam Haftar è di famiglia ebraica ligure. Consegue la maturità scientifica a Caserta e la laurea in filosofia alla Federico II con una tesi con il celebre storico meridionalista Francesco Barbagallo.
Comincia nel 2002 a scrivere su riviste e quotidiani locali, ma soprattutto sul sito web nazione indiana.
Poi nel 2006 esce il libro bomba: Gomorra, un viaggio nel mondo affaristico criminale della camorra, attiva tra Casal di Principe e San Cipriano d’Aversa, fino all’agro Aversano, quel territorio tristemente noto come “il regno dei Casalesi”.
Nel libro sono descritte le ville sfarzose dei boss, che scimmiottano quelle dei divi di Hollywood, di campagne inquinate per sempre fino alle falde acquifere dai rifiuti tossici, smaltiti illegalmente, delle industrie del nord, di una popolazione connivente, di un vero e proprio “Sistema”, che adesca sempre più nuove reclute e che ama la spettacolarizzazione mediatica, con malavitosi di mezzatacca, che si ispirano nel vestiario e nelle movenze ai divi della televisione e del cinema.
Gomorra non è né un saggio, né un romanzo è un mix che ripercorre quella narrativa di denuncia ottocentesca la quale, in ambito napoletano ebbe come precursore Francesco Mastriani, il quale descrisse gli ambienti sordidi e malavitosi che infestavano la città e furono la causa di una crisi economica e politica nota dall’epoca come “Questione meridionale”. Romanzi divenuti best seller come “I vermi” letti con morbosa curiosità da una fiumana di appassionati.
Dal romanzo è scaturito uno spettacolo teatrale e l’omonimo film, vincitore al festival di Cannes del premio speciale della giuria, mentre è in preparazione una versione televisiva in sei episodi, che andrà in onda sui canali SKY nell’autunno 2013.
Il successo planetario ha il suo contrappasso nella vita sotto scorta che dal 2006 Saviano è costretto a subire, soprattutto dopo che nel mese di settembre parlando in piazza a Casal di Principe accusò apertamente i capi del clan dei Casalesi: Bidognetti, Schiavone, Iovine e Zagaria.
Il 20 ottobre pubblica “la bellezza e l’inferno”, ma è un mezzo flop, come “la parola contro la camorra” uscito l’anno successivo. A gennaio l’università di Genova concede la laurea Honoris causa in giurisprudenza e Saviano dedica polemicamente il riconoscimento ai magistrati della procura di Milano che indagano sul caso Ruby, scatenando l’ira di Marina Berlusconi, presidente della Mondadori e di conseguenza il cambio di editore.
In precedenza nel novembre 2010 conduce in televisione con Fabio Fazio un programma su RAI3 “vieni via con me” che ottiene uno straordinario successo con punte di 10 milioni di telespettatori ed uno share del 31,60%. Alle 10 puntate ed alle letture di elenchi sulle più svariate problematiche partecipano ospiti importanti. La trasmissione diventerà un best seller con 8 capitoli e 8 storie che raffigurano un ritratto impietoso della situazione italiana odierna. Roberto scava dentro alcune ferite che ci affliggono: dal mancato riconoscimento del valore dell’unità nazionale, al subdolo meccanismo della gogna mediatica, dall’espansione della criminalità organizzata al nord, all’infinita emergenza dei rifiuti in Campania.
Vi sono poi i racconti di vite vissute con determinazione e coraggio, come la sfida di Don Giacomo Panizza contro la ‘ndrangheta, la lotta di Piergiorgio Welby in nome del diritto a disporre della propria vita, la difesa della costituzione di Pietro Calamandrei. Tutti esempi dai quali partire per ricostruire una nuova Italia.
Come giornalista Saviano collabora in Italia con “la Repubblica” e “l’espresso”, negli stati uniti con il ”Washington post” e il “New York times”, in Spagna con “el pais”, in Germania con “die zeit”, in Inghilterra con “the times”.
Roberto Saviano

Ed arriviamo ai nostri giorni con Saviano che attacca il silenzio del governo sulle organizzazioni criminali e sulla loro penetrazione nel sistema economico del paese.
Dobbiamo sottolineare che molti partiti gli hanno da tempo proposto di diventare deputato, ma lui, con molta umiltà, ha sempre affermato che lui sa scrivere, per governare vi è gente ben più preparata…
Il nuovo libro di Saviano da poco pubblicato dalla Feltrinelli, dal misterioso titolo “zero zero zero” è un appassionante mix tra saggio e romanzo sul traffico internazionale della cocaina con uno sguardo particolare al Messico, nel quale l’autore denuncia, senza timore di indicare nomi di banche e di feroci criminali, come il narcotraffico sia il commercio più ricco e redditizio del mondo, più dello stesso petrolio e non conosca crisi, anche quando l’economia mondiale è in recessione, mille euro investiti in azioni della Apple, il titolo più cresciuto in borsa, dopo un anno diventano 1600, investiti nel mercato della cocaina diventano 282.000!! Il 97% dei soldi prodotti dal traffico di droga viene investito in banche americane ed europee e vanno a sostenere l’economia legale. Egli con linguaggio crudo ci parla di poliziotti corrotti, della ferocia dei Los Zetas, di El Chaop, di Natalia Paris, passando con nonchalance dal Messico alla Columbia, dalla Calabria all’Australia, dalla Lombardia al Canada. E per la presentazione è ritornato nella sua Napoli, dove mancava da 7 anni, a ricevere l’affettuoso abbraccio di duemila persone accorse ad applaudirlo.
Sulla cocaina è stata fatta la più indegna operazione di marketing criminale di tutti i tempi, sdoganando la sostanza, una volta adoperata solo da scrittori, attori e grandi imprenditori ed, abbassandone i prezzi, oggi alla portata di tutti: studenti, impiegati, operai. Si è detto che non crea assuefazione, è invece una bomba pericolosissima che sta distruggendo milioni di persone, senza che gli stati facciano niente di efficace per contrastarne la diffusione.
Saviano ammette, come per la camorra, di subire il fascino perverso dell’argomento, al quale però riserva giudizi estremamente severi. Il suo Io narrante è il Caronte che ci conduce in questo inferno di perdizione e racconta con precisione come la cocaina si sposta dal sud America, verso l’Europa e gli Stati Uniti. Molto belli alcuni ritratti, come quello della affascinante modella colombiana, compagna di un narcos che decide di collaborare o quello di Salvatore Mancuso, a capo del più importante cartello colombiano, il quale si vende alla DEA. Minuziosa la descrizione dei ragazzi africani, i quali, per un pugno di denaro ingoiano gli ovuli di cocaina per sfuggire ai controlli negli aeroporti. Non poteva mancare un capitolo su Scampia, la più grande piazza di spaccio d’Europa.
Per lui la caduta del muro di Berlino è stata meno importante degli accordi tra il messicano Felix Gallardo “el padrino” ed il colombiano Pablo Escobar “el magico”, personaggi da collocare sullo stesso piano di Reagan e Gorbaciov. Gli stessi scontri ideologici tra civiltà ed i conflitti religiosi sono incomprensibili senza tener conto dell’economia criminale. 
Il viaggio comincia a New York tra i boss italiani, a cui tocca il compito di addestrare le nuove generazioni di latino americani feroci come squali.
Nel libro non vi è una trama, né un finale o un chiaro sviluppo narrativo, ma un intreccio di tante storie, di piccoli e grandi protagonisti da triple zero (da cui il titolo del libro) soprannome di Salvatore Mancuso ai suoi concorrenti messicani, caratterizzati da una ferocia inaudita. Un traffico da 300 miliardi di euro di fatturato, tra violenze e torture, in una discesa agli inferi di dantesca memoria.
Concludiamo con l’incontro fugace che ho avuto con il personaggio, due anni fa a Roma presso la libreria Feltrinelli di via Appia. Metal detector, scortatissimo, riuscii ad avvicinarlo alla fine della conferenza, accompagnato dal direttore che garantiva che non fossi un sicario. «Conosce il mio libro: ”monezza viaggio nella spazzatura campana”?» «si credo di ricordare il titolo» «probabilmente le è capitato di leggerlo nel 2005 a puntate sul : ”il corriere di Napoli” un anno prima di Gomorra, perché il capitolo “il triangolo della morte” sembra ripreso letteralmente dal mio critto?» leggero rossore in volto di Savino «la ringrazio vivamente di aver diffuso ciò che ho scritto, il mio libro ha venduto meno di diecimila copie, il suo decine di milioni, le sono veramente grato, grazie».

Roberto Saviano



venerdì 21 giugno 2013

Il ricordo: una forma di immortalità




Da sempre l’uomo, appena si è accorto di essere mortale, ha avuto timore di questo evento naturale ed ha cercato di porvi rimedio, creando le religioni, le quali ci ammoniscono di una nuova vita dopo la morte.
Lentamente l’illuminismo, l’esistenzialismo, la secolarizzazione hanno messo in crisi queste certezze e l’uomo si è trovato smarrito. Negli ultimi tempi la scienza, attraverso la clonazione ci ha fornito una nuova speranza di immortalità, ma siamo ancora lontani dal giorno in cui, in un nuovo corpo, geneticamente identico al nostro, potremo trasfondere le nostre passate esperienze, per cui al momento l’unica forma di immortalità surrogata, sulla quale possiamo fare affidamento è di sopravvivere nel ricordo di chi ci ha conosciuto e ci ha voluto bene.
A pochi è concesso di vivere a lungo nella memoria dei posteri, soltanto le opere d’arte hanno il privilegio di vivere in eterno o quanto meno fino a quando sarà vivo tra gli uomini l’amore per il bello e per il sublime.
Per i comuni mortali una sorta d’immortalità surrogata dura il tempo del ricordo che di lui hanno i suoi familiari: figli, nipoti, prima che cada l’oblio più assoluto e quella persona è come se non fosse mai esistita. Quando i suoi amici saranno tutti scomparsi e gli stessi discendenti non avranno più nozione, se non storica, della sua esistenza, quando dal computer scompariranno le sue foto, i suoi appunti e dalle pareti i suoi ritratti, non rimarrà più niente.
Eppure possiamo credere che le sue ceneri sparse al vento possano viaggiare senza sosta o la sua misera carcassa, seppellita nella nuda terra restituisca gli elementi della sua materialità e possa trasformarsi in un filo d’erba, in un fiore, in una pianta, sulle quali si poserà una farfalla o un uccello, in una mirabile simbiosi che abbraccia tutta la natura vivente, senza necessariamente dover credere alla reincarnazione.
Chi possiede dei bei ricordi può ritenersi fortunato ed è per questo che desta sgomento la notizia di nuovi farmaci in grado di cancellare la memoria, annullando la stessa identità umana, che vive alla luce delle esperienze passate. Ci sono sostanze come il propanololo che annullano anche le emozioni legate al ricordo, falsificando la percezione della nostra esistenza.
Dopo decenni di botulino e di silicone per cambiare il nostro aspetto fisico, ora le varie amnesine già in commercio mettono in primis in pericolo i nostri sogni, rivelatori dei nostri dolori e delle nostre passioni, i quali rispecchiano la tumultuosa complessità del nostro passato. Senza sogni in breve si impazzisce, bisogna perciò fermare queste molecole che minacciano di aggredire la nostra interiorità, la nostra stessa anima!

Marina della Ragione

giovedì 20 giugno 2013

Le mirabilie del regno vegetale




L’uomo nella sua smisurata superbia si è sempre considerato il re dell’universo, solo alcune antiche religioni più tolleranti, come l’induismo, hanno considerato il mondo animale degno di rispetto e considerazione, ma nessuno, neanche San Francesco, che parlava con gli uccelli e ammansiva i lupi ha glorificato il regno vegetale, nonostante costituisca il 99,5% degli esseri viventi, i quali sono in grado di vedere, ricordare, parlare tra loro e accudire ai propri figli.
La cosa più strabiliante è che già 500 milioni di anni fa abbiano trovato la più intelligente ed ecologica soluzione al problema energetico in quella fonte inesauribile, pulita e ubiquitaria, che noi solo da poco abbiamo cominciato a sfruttare, costituita dal sole.
Molte piante sono in grado di percepire la gravità, i campi elettromagnetici, l’umidità e ad analizzare numerosi stimoli chimici.
Se prendiamo in esame il tatto, vi è la zucca spinosa (sicyos angulatus) che ne possiede uno dieci volte più sensibile del nostro, mentre per la vista, pur prive di occhi, attraverso i recettori posti sulle foglie recepiscono stimoli visivi come la luce, della quale sanno discernere qualità e quantità.
Come pure sono in grado di scambiarsi messaggi riguardanti le condizioni dell’ambiente, le caratteristiche del suolo. La presenza di nemici.
sicyos angulatus

Studi recenti evidenziano una vita sociale complessa del tutto sovrapponibile a quella delle specie animali più evolute, nelle quali è sviluppato l’altruismo.
Se due piante vicine non sono nate dallo stesso seme, sviluppano le radici in modo da sottrarre al rivale più spazio possibile, viceversa lasciano alla altra sufficiente territorio per alimentarsi.
Lo stesso fenomeno in maniera macroscopica possiamo osservarlo in una foresta, dove al livello del suolo vi è il buio assoluto e prima che un seme caduto dal alto possa svilupparsi e raggiungere un’altezza tale da vedere la luce passano anni. Le piantine che sopravvivono è perché sono aiutate dai parenti adulti, i quali attraverso le loro radici cedono parte del nutrimento fino a quando non diventano autonome.
Un’altra proprietà che molte piante possiedono è la capacità di apprendere e ricordare.
Esiste una piantina: la mimosa pudica, la quale se toccata chiude le foglie, una reazione necessaria a spaventare gli insetti, ma che richiede energia; quando riconosce che uno stimolo non è pericoloso non chiude più le figlie.
Per quel che riguarda la memoria a breve termine, nella Venere acchiappamosche (dionaea muscipula) se un insetto tocca uno dei suoi sensori disposti sulle foglie, conserva l’informazione per 20-40 secondi e se un altro sensore viene toccato le sue fauci, scattano in un decimo di secondo per fa scattare la trappola.
Chi sa quante altre mirabile noi non conosciamo, perché abbiamo cognizione solo del 10% delle specie vegetali, mentre ogni giorno 150 specie si estinguono senza mai averle conosciute.
Sarebbe il caso di pensare ad una carta mondiale di tutela di questa ricchezza vegetale che altrimenti per colpa dell’uomo verrà distrutta.
Tiziana della Ragione
dionaea muscipula
mimosa pudica


Giornalieri esempi di follia giudiziaria



In questi giorni assistiamo ad un triste spettacolo: di una magistratura, vistasi assediata e sempre più delegittimata, la quale sta dando, disperatamente gli ultimi colpi di coda, mettendo in mostra gli anacronismi lasciatici in eredità dalla costituzione, che nella spartizione dei poteri, non è riuscita a garantire un reale equilibrio tra gli stessi, concedendo ad un manipolo di PM, attraverso milioni di costose intercettazioni a strascico di acquisire una quantità di informazioni, tale da poter ricattare chiunque.
Diteci in quale Paese del mondo un capo di governo può essere sottoposto a 300.000 intercettazioni senza gridare al golpe. Dove un magistrato datosi alla politica, non rientra nella sede predestinata, costringendo, evento rarissimo, il CSM a bacchettarlo nel tentativo di metterlo in regola.
Dove una procura chiama a deporre le più alte cariche dello stato, incluso il Presidente della Repubblica, creando un clamoroso precedente, in un momento delicato, in cui abbiamo bisogno di regole e non di eccezioni, soprattutto in un processo nel quale da pochi giorni la Corte Costituzionale aveva dato torto ai PM, sancendo solennemente la posizione di Napolitano.
E non possiamo esimerci dal prendere in esame l’andamento del processo Ruby, dove si persegue un teorema, più che la ricerca della verità, accusando il cavaliere Berlusconi di corruzione di minorenne, senza alcuna prova testimoniale e di concussione di funzionario pubblico, senza chiedersi se il tentativo sia avvenuto nella veste istituzionale, allora la competenza è spostata automaticamente al Tribunale dei ministri o se da privato cittadino e perché il funzionario avrebbe dovuto esaudire la richiesta.
La colpa di questa follia giudiziaria non dipende solo dai PM in preda a protagonismo e giustizialismo, ma ha origini remote.
La magistratura, come corpo organico di impiegati pubblici, è un grande apparato burocratico che non esiste in nessuna delle democrazie liberali, dove la Giustizia si esercita con procedure più garantiste per l’imputato, derivate dallo habeas corpus. Da noi, per storia, natura e funzioni la magistratura è tutt’altro che garantista. Durante il fascismo serviva il tiranno. Caduta la dittatura, trasferita pedissequamente in un contesto pluralista si è trasformata, priva di controllo democratico in un potere folle come possiamo costatare ogni giorno.


mercoledì 12 giugno 2013

Mattia Preti tra Caravaggio e Luca Giordano


fig.1-Autoritratto

La più grande esposizione sul Cavaliere calabrese, alias Mattia Preti, si terrà presso la reggia di Venaria dal 16 maggio al 15 settembre a cura di Vittorio Sgarbi e Keith Sciberras.
La mostra copre anche il periodo maltese, ritenuto più modesto dalla critica e quasi completamente sconosciuto agli appassionati, una fase durata quasi 40 anni, dal 1661 al 1693, perché l’artista non riuscendo a reggere il confronto col Giordano, si ritirò nella “Piccola isola dalla grande storia” dove, coadiuvato da una fiorente bottega, continuò la sua attività, inviando opere in tutta Europa per committenti anche di alto rango.
Primo grande interprete della pittura barocca che viene a interrompere definitivamente alla metà del secolo, il corso del naturalismo napoletano, è Mattia Preti (fig. 1) (Taverna 1613-Malta 1699), detto il Cavalier calabrese perché Cavaliere di Malta dal 1642. Dopo un primo soggiorno a Napoli si stabilì a Roma (1630-1656), compì viaggi in Italia settentrionale ( a Modena nel 1652-1653 dipinse cupola e coro di San Biagio). A Roma dove lasciò molte opere (affreschi in San Carlo ai Catinari, 1642, e in Sant’Andrea della Valle, 1651), Mattia Preti fu direttamente partecipe di quel felice momento di fervore innovativo, di incontro-scontro di tendenze e di idee e che accompagna il primo fiore del barocco romano. Esperienza ben presente nella sua arte, che è stata definita “geniale trasposizione in campo barocco dei principi formali del caravaggismo”. Il Preti si avvale infatti degli effetti di luce particolare e radente, ma li applica in funzione dinamica a composizioni affollate di personaggi in continuo movimento su fondali di cielo tempestoso o di scenografie architettoniche in un ricchissimo repertorio di variazioni luministiche, lampanti nella “Resurrezione di Lazzaro” (fig. 2) conservata a Roma nella Galleria Nazionale di Arte Antica o nel “Convito di Baldassarre” (fig. 3) e nel “Convito di Assalonne (fig. 4) del Museo di Capodimonte, che dedica un’intera sala al sommo pittore. 
fig.2-Resurrezione di Lazzaro

fig.3-Convito di Baldassarre

fig.4-Convito di Assalonne

La fase napoletana è la più pregnante del suo percorso artistico, ricca di capolavori, mentre la gamma cromatica della sua tavolozza, come in passato era capitato ad Artemisia, vira vigorosamente verso colori rossiccio bruni, cianotici, con volti sofferenti ai limiti dell’anossia.
In passato si credeva che il suo soggiorno all’ombra del Vesuvio fosse durato solo 4 anni, viceversa copre dal 22 marzo 1653, data indicata su una polizza di pagamento, al settembre del 1661, quando si trasferisce definitivamente a Malta, dopo esserci stato 3 mesi nel 1659, per favorire l’accettazione della sua pratica come Cavaliere di Grazia.
Appena nell’”Isola dei Cavalieri” fu subito attivo nella decorazione della co-cattedrale di San Giovanni Battista a La Valletta, per la quale aveva già inviato da Napoli alcune tele: intorno al 1656 il “San Giorgio con il drago”(fig. 5), un “San Francesco Saverio” nel 1658, per la cappella d’Aragona e nel 1659 un “Martirio di Santa Caterina” (fig. 6) per la chiesa della nazione italiana.

fig.5-S.Giorgio e il drago

fig.6-Martirio di S.Caterina

Numerose sono le opere da ricordare eseguite durante gli anni napoletani, tra queste spiccano il grandioso soffitto cassettonato (figg. 7-8) con “Storie di San Pietro Celestino e Santa Caterina” nella chiesa di San Pietro a Maiella e soprattutto il ciclo di affreschi sulle porte di Napoli con il drammatico groviglio di corpi, provocato dalla peste del 1656, un documento impressionante, di cui purtroppo è rimasta una labile traccia, sotto una coltre di sudiciume, nella decorazione di Porta San Gennaro (fig.9), fortunatamente ci sono giunti due splendidi bozzetti (figg. 10-11) preparatori, dai colori squillanti, conservati nella sala Preti della pinacoteca napoletana.
fig.7-Storie di S.Pietro Celestino

fig.8-Storie di S.Caterina

fig.9-La Vergine e i Santi patroni

fig.10-Bozzetto per la Peste

fig.11-Bozzetto per la Peste

E ci sia permesso citare una nostra scoperta: una chicca preziosa custodita nella sacrestia della chiesa di San Francesco d’Assisi a Forio d’Ischia. Si tratta di una spettacolare “Pietà” (fig. 12), dai colori lividi e cianotici, da assegnare senza ombra di dubbio a quel gigante del secolo d’oro che fu Mattia Preti. In passato la critica si è distrattamente occupata del dipinto foriano adombrando l’ipotesi che potesse trattarsi di una copia; ma sia le figure femminili che il volto del Cristo mostrano una morbidezza di tocco ed una preziosità materica che, vanamente potremmo pretendere dalla mano di un copista, anche se molto abile. Se vogliamo invece vedere una copia di questa tela autografa, dobbiamo recarci al Prado, dove potremo ammirare lo stesso soggetto, ma di minore qualità, replicato da uno dei più noti allievi ed imitatori del Preti: lo spagnolo Pedro Nugnez de Villacencio. Quanto siamo ricchi e spreconi noi napoletani! Conserviamo chiusa e non visitabile una tela di uno dei grandi maestri del Seicento europeo, mentre all’estero, in uno dei più celebri musei del mondo, espongono la copia.
fig.12-Pietà

Passiamo ora ad esaminare la fase maltese del Preti, la quale richiede una visita extra mostra, costituita dal grandioso impianto decorativo della co-cattedrale di San Giovanni Battista a La Valletta, premettendo che ci farà da bussola l’esaustivo studio dell’architetto Costanzo, il quale ha dedicato all’argomento un corposo capitolo nel suo monumentale volume” Pittura tra Malta e Napoli nel segno del Barocco”.
Questo ciclo di affreschi (figg. 13-17)rappresenta l’apice della sua maturazione figurativa, memore delle esperienze romane e napoletane.La tematica ricorrente è in linea con le indicazioni della rappresentazione sacra post-tridentina.L’agiografia giovannea illustra con cura l’apoteosi dell’ordine che sconfigge l’eresia, in una corale apoteosi della religione controriformista.

fig.13-Battesimo di Cristo

fig.14-Flagellazione di Cristo

fig.15-Storie di S.Giovanni Battista

fig.16-Storie di S.Giovanni Battista

fig.17-Predica di S.Giovanni Battista

Gli scenari neoveneti rappresentano lo sfondo ideale nelle Storie di San Giovanni, rivisitate secondo un gusto decorativo ispirato alla luminosità veronesiana, con l’inserimento di echi caravaggeschi e stilemi caraccioleschi nella definizione volumetrica delle figure.
A questo sommo capolavoro si affianca una vasta produzione di tele a carattere religioso, in gran parte presenti in mostra, come l’”Eterno Padre” (fig. 18), il “Battesimo di Cristo” (fig. 19) e l’”Incredulità di San Tommaso” (fig.20), normalmente conservate Museo Nazionale di Belle Arti. Ricordiamo inoltre il “San Giorgio e il drago” (fig. 21), realizzato nel 1678 nella Basilica di San Giorgio, a Victoria, il pregiatissimo “Matrimonio mistico di S. Caterina” (fig. 22) nella cappella d’Italia della co-cattedrale ed infine tra le ultimissime opere “La guarigione del padre di San Publio” (fig. 23) della cattedrale di San Paolo a Mdina ed il “San Pietro Penitente” (fig. 24) del Museo del Collegio Wignancourt a Rabat.
E concludiamo sottolineando quanto l’influenza del Preti si estenderà ad un valido gruppo di pittori locali, tra cui Giacchino Loretta e Giovanni Paolo Chiesa, attivi nella sua bottega, mentre al suo decorativismo si accosteranno Giuseppe Arena, Carlo Gimach e Gian Nicola Buhagiar.
fig.18-L'Eterno Padre

fig.19-Battesimo di Cristo

fig.20-Incredulitá di S.Tommaso

fig.21-S.Giorgio e il drago

fig.22-Matrimonio mistico di S.Caterina

fig.23-La guarigione del padre di S.Publio

fig.24-S.Pietro penitente


Bibliografia

  • Della Ragione A. – Il Secolo d’oro della Pittura Napoletana (10 volumi) 1998-2001.
  • Della Ragione A.- Ischia Sacra. Guida alle chiese. Napoli 2005.
  • Costanzo S.- Pittura tra Malta e Napoli nel segno del Barocco. Napoli 2011.
  • Della Ragione A.- La pittura del Seicento napoletano (Repertorio fotografico a colori). Tomi 1-2 Napoli 2011.