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I miei primi 75 anni

Prolegomeni per una futura autobiografia

 

PREFAZIONE


Dopo il successo planetario del libro sui miei primi 70 anni, trascorso un quinquennio è nato un nuovo libro, che celebra i miei primi 75 anni e che si è formato nel corso nel tempo, perché continuamente aggiungevo nuovi capitoli al testo.
Lo scopo di questo libro, oltre a fornire una traccia documentaria ai biografi del futuro, che dovranno occuparsi per i posteri di raccontare il mio percorso terreno, è quello di divertire, tra serio e faceto, i lettori, soprattutto quelli che hanno avuto l'onore di conoscermi, illustrando una serie di episodi, alcuni incredibili, che hanno movimentato la mia esistenza, la quale si avvicina a passi velocissimi al traguardo dei primi 75 anni.
Alla lettura del libro è necessario affiancare una consultazione del mio sito e del mio blog, ove si potranno leggere ed eventualmente stampare tutti i miei libri e 1500 articoli da me compilati fino ad oggi; ma soprattutto si potranno visionare foto, video, rassegne stampa, che avrebbero appesantito oltre misura la mole del libro.
www.achilledellaragione.it
www.dellaragione.eu
Il volume si divide in  40 capitoli, partendo dalla mia nascita senza per il momento arrivare alla mia morte.
Non mi resta che augurarvi buona lettura, soprattutto ai tanti amici che si riconosceranno nelle centinaia di foto che corredano il libro.

    Napoli 1° giugno 2022
    Achille della Ragione
 
 
 INDICE
    1. Dalla nascita alla pubertà  
    2. Dalla pubertà alla giovinezza 
    3. 19 anni  
    4. La mia famiglia  
    5. Frasi d’amore di Achille ad Elvira 
    6. Un prete scatenato  
    7. Carnevale a Venezia  
    8. Achille scacchista  
    9. Il vizio lucroso del poker 
    10. Bravate a raffica  
    11. Achille ed i suoi cani  
    12. A tu per tu con Mike 
    13. La carriera politica 
    14. L’uomo che conosce ogni vicolo di Napoli 
    15. Una collezione da favola  
    16. Antenati, parenti, collaterali ed affini 
    17. Achille medico e scienziato  
    18. Una interminabile villeggiatura 
    19. La dolce vita caprese del “pelide” Achille 
    20. Una estate da favola  
    21. Il Carnevale della…Ragione  
    22. Maschere e lustrini a volontà  
    23. Le memorabili visite guidate ed il leggendario salotto culturale  
    24. Achille scrittore e giornalista  
    25. Problemi di salute. Incontri con la morte, ma anche con la vita  
    26. Casa dolce casa  
    27. La mia biblioteca  
    28. Due memorabili sedute spiritiche  
    29. La potenza del denaro  
    30. Stesso episodio, 7 giudici, 7 sentenze, tutte diverse  
    31. Rapine, estorsioni, cavalli di ritorno ed attentati terroristici 
    32. Attila è morto: un dolore indescrivibile  
    33. Traversie giudiziarie 
    34. Ricordi dimenticati ed aggiunte autobiografiche 
    35. L’epopea dei grandi viaggi  
    36. Aggiunte alla mia autobiografia 
    37. 70 anni, compleanno, grandi feste  
    38. Nozze d'argento, festa leggendaria 
    39. In volo sul Concorde   
    40. Cronistoria di una figura di m....escrementizia


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    (1^ puntata)
    Dalla nascita alla pubertà


    La memorabile avventura che ci accingiamo a raccontarvi comincia alle 4:30 del mattino di un giorno relativamente lontano: il 1° giugno 1947, quando Anna Capuano (fig.1), la diletta sposa di Mario della Ragione (fig.2), dopo un breve travaglio, dà alla luce un vispo maschietto di 4 chili ed 800 grammi, che sgambetta vigoroso (fig.3) e pare felice di aver aumentato di un’unità il numero degli abitanti della Terra. La scena si svolge al secondo piano di via Salvator Rosa 29, interno 6 (ogni riferimento al significato dei due numeri nella Smorfia è puramente causale). L’evento è immortalato in un documento (fig.4) conservato gelosamente nell’archivio della parrocchia di San Giuseppe dei vecchi, già da noi pubblicato e che ora riproponiamo ai nostri lettori.
     
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    Nel corso dell’ultima visita guidata nel ventre di Napoli vi è stata l’occasione di visionare antiche chiese aperte per l’occasione, ricche di dipinti inediti che mi propongo quanto prima d’illustrare in un articolo, curiosità come il famigerato bastone di San Giuseppe, da cui la nota frase in vernacolo: “Non sfrocoliate 'a mazzarella e San Giuseppe”; una elegante cassa da morto da utilizzare in condominio dai soci di una illustre arciconfraternita nel giorno fatidico del trapasso. Ed inoltre nella chiesa di San Giuseppe dei Vecchi si è potuto consultare l’archivio parrocchiale: una miniera inesauribile di notizie tra processetti matrimoniali, certificati di battesimi e di morte. Tra questi spiccava per la gioia degli storici del futuro, ai quali lo proponiamo, il certificato di battesimo di un illustre personaggio napoletano, che indichiamo con tutti i suoi nomi: Achille, Giovanni, Antonio, Gertrude. Ma come Gertrude? Un nome femminile per il celebre Pelide? Spiegazione semplicissima: Gertrude è la protettrice dei neonati e da secoli tutti i rampolli del nobile casato della Ragione, maschi o femmine che siano, lo tengono come nome secondario. Al fianco del documento battesimale, 1° giugno 1947, è riportata la data del matrimonio, avvenuto nella famosa chiesa di Santa Chiara il 15 settembre 1973, quando il focoso Pelide impalmò una giovane fanciulla che rispondeva e risponde ancora dopo 43 anni al nome di Elvira Brunetti. E sulla destra vi è ancora uno spazio vuoto che attende e attenderà a lungo, forse invano, a causa dell' l’immortalità del personaggio, la data e la località del decesso.
    Achille  sembra ignaro del suo favoloso destino che lo attende, mentre la neo mamma è parzialmente delusa, perché si aspettava una femminuccia, che facesse coppia con Carlo (fig.5), nato sei anni prima; per cui farà crescere al pargoletto una chioma fluente (fig.6) ed attenderà il 4° compleanno prima di accompagnarlo dal barbiere.
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    Dopo soli 20 giorni lo porterò al mare sulla spiaggia di Lido Raia, il più accorsato stabilimento balneare dell’epoca, divenuto poi lido Augusto ed oggi più semplicemente lido mappatella. Tutte le signore accorrevano ad ammirare il procace neonato e pensavano avesse un anno, sia per le cospicue dimensioni e la incontenibile vivacità, forse anche per la solennità del membro virile, destinato ad una frenetica attività. 
    Achille pronuncerà le prime essenziali parole: mamma, papà, pipì, cacca a pochi mesi, camminerà a 14 mesi, (in passato si credeva che un’eccessiva precocità provocasse le gambe storte), imparò numeri ed alfabeto a tre anni, ma soprattutto apprendeva con gusto le cattive parole, avendo come palestra un cortile abitato da vaiasse su cui si affacciavano alcune finestre del suo appartamento. Ogni volta che dal parlare forbito delle popolane imparava una nuova volgarità correva dalla mamma, affermando contento: ”Ne ho imparata un’altra”.
    A cinque anni era bellissimo (fig.7–8), i genitori tentarono di iscriverlo in prima elementare ad una scuola pubblica situata sui gradini Mancinelli, ma dopo pochi giorni dovettero desistere ed iscriverlo all'asilo, scegliendo un istituto prestigioso: il Froebeliano, sito in piazza Cavour, dove frequentò anche le elementari, per iscriversi poi alle medie alla Santa Maria di Costantinopoli.
     
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    A quattro anni nuotava come un pesce, a cinque anni fittava per cinque lire cadauno i Topolino ad Elio Fusco, un amico del fratello, a sette anni fece la Prima Comunione (fig.9) e simultaneamente la Cresima (fig.10), a otto anni montava un ciuccio (fig.11), a nove anni guidava la vespa (fig.12), a dieci con sicurezza (di nascosto naturalmente) la Seicento (fig.13), a dieci anni si esercitava con dei bilancieri rudimentali ed in breve ottenne un fisico scultoreo (fig.14–15), che gli permetteva di dirimere eventuali discussioni con i compagni di scuola.
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    La sua prima attività commerciale, dopo il noleggio dei fumetti, fu una sorta di calcio scommesse, praticata già a partire dalla prima media
    In seguito si specializzò nella falsificazione dei biglietti per i più ambiti MAK P 100 (fig.16), che si svolgevano in città, come quello organizzato dagli allievi della Nunziatella, la celebre scuola militare con sede a Pizzofalcone, che riusciva a disporre dei vasti saloni di Palazzo Reale,ove si teneva un trattenimento danzante da mille e una notte, con il corredo di un buffet pantagruelico.
    Il biglietto costava un occhio della fronte e per poter invitare una ragazza a parteciparvi, bisognava essere un figlio di papà, oppure come nel mio caso, che purtroppo mio padre lo avevo perso da anni, un figlio di “sfaccimma”.
    Infatti ebbi modo di vedere il biglietto d’ingresso, semplice e senza alcun numero di serie. Fu un gioco da ragazzi recarsi in una tipografia compiacente, stamparne una decina, con i quali invitai 2 sorelle over the top come bontà (nel senso di bone naturalmente) ed il resto lo vendetti sottocosto ad amici fidati, ansiosi anche loro di fare un figurone a prezzo di favore.
    Negli anni successivi ne spacciai a decine, fino a quando gli organizzatori capirono qualcosa e cominciarono a segnare sui biglietti i nomi degli acquirenti.
    Per il momento ci fermiamo nel racconto, prima di approfondire gli anni del liceo scientifico che il Nostro eroe scelse come prosieguo degli studi.



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    fig.17 seconda elementare AS 1954-1955 insegnate Maria Arena

     

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    (2^ puntata)
      Dalla pubertà alla giovinezza


    Dopo le medie scelsi il liceo scientifico, invece del classico, ritenendo più utile approfondire la matematica e l’inglese, invece di dedicare tempo ad una lingua morta come il greco.
    L’istituto più vicino casa era il Cuoco, sito nella popolare via Foria, ma preferii iscrivermi al Mercalli, frequentato dalla gioventù bene di via dei Mille e soprattutto dalle ragazze più chic ed eleganti della città.
    A metà dell’anno scolastico fu aperta una succursale al Vomero, in una traversa di via Cilea: via Albino Albino, alla quale venni trasferito d’ufficio.
    Tale istituto è rimasto per anni senza nome e la cosa più sensata, essendomi lì maturato, mi pareva che venisse intitolato con il mio cognome, per cui grande è stata la mia meraviglia quando, dopo circa 10 anni, si è deciso di dedicarlo ad un Carneade qualsiasi: Galileo Galilei.
    Il secondo anno fu il più spinoso, perché venni rimandato in tre materie, complice l’aggravarsi delle condizioni di salute di mio padre, che morì pochi giorni dopo l’uscita degli scrutini. Dopo un’estate dedicata ad uno studio, se non proprio matto e disperatissimo,quanto meno indefesso, a settembre 2 sei ed un cinque costituirono un’amara delusione e si tradussero in una bocciatura.
    Ma non mi persi d’animo, decisi che avrei fatto due anni in uno: mi iscrissi al secondo, entro marzo mi ritirai e sostenni presso il mio liceo a giugno l’esame di ammissione al quarto anno, che superai brillantemente con il plauso della commissione. A ottobre ritornai nella mia classe per la gioia dei miei vecchi compagni e degli stessi professori.
    L’esame di maturità lo preparai con Osea, una fanciulla dagli occhi devastanti; lo superai con la media del 7 e punte di 9 in fisica ed in filosofia.
    Per ricordare quegli anni felici ripropongo ai lettori alcuni miei articolo: da un ricordo del mitico professor Maruotti alla nascita del Fico, un night ancora sulla breccia, che deve il suo nome alle mie predilezioni, nel campo della frutta naturalmente.


    In ricordo di Gerardo Maruotti
    Un professore di altri tempi

    Gerardo Maruotti era un professore straordinario di quelli che non siedono più sulle cattedre della disastrata scuola italiana.
    Pugliese, grande letterato, iniziava le sue spiegazioni in si bemolle per terminarle con acuti poderosi, con pugni sul tavolo, infarciti di parolacce, e poiché soffriva di emorroidi, gli ultimi minuti erano per noi studenti un esaltante godimento e per lui un gradevole supplizio.
    Dopo 30 minuti di eloquio i personaggi da lui evocati sembravano rivivere in mezzo a noi, lasciando momentaneamente l’empireo dove vivono in eterno: Paola e Francesca, Achille ed Ulisse, don Chisciotte, Amleto e tanti altri immortali creati nei millenni dalla fertile fantasia di scrittori e poeti di ogni nazionalità.
    Lui stesso era poeta ed aveva curato un’antologia della letteratura italiana ad uso dei licei.
    Una mia compagna di classe, Letizia Petré, conosceva a memoria molti passi dei suoi canti dauni, mentre Achille Morena gli procurava gli inviti alle conferenze che si tenevano nella mitica saletta rossa della libreria Guida.
    Lo abbiamo avuto come docente al liceo scientifico Galilei di Napoli, per molti anni nella mitica sezione C, nota per essere quella alla quale era assegnati i professori più preparati e più motivati.
    Egli possedeva una casetta con giardino al villaggio Coppola, da poco costruito e, all’epoca, ambito luogo di villeggiatura; una domenica dell’ultimo anno, quando già alcuni di noi possedevano l’auto, ci invitò a trascorrere assieme un giorno di festa. Ad ora di pranzo ci recammo in un ristorante della zona e poi tutti sotto al patio a spegnere le candeline di un compleanno con tanti “anta”.
    Oggi, andato in prescrizione il reato, posso confessare un piccolo peccato di gioventù. Spesso, quando con gli amici si faceva molto tardi, usciti dalla discoteca, chiamavamo al telefono il professore il quale, per il suo carattere irascibile, andava su tutte le furie, vituperando le divinità delle principali religioni monoteiste.
    Le telefonate notturne sono state per anni una mia specialità. Ogni anno allo scoccare della mezzanotte, chiamavo immancabilmente il professore oltre ad una certa Assunta Aspettapesce, che alle mie avances, mi bombardava di parolacce in perfetto vernacolo.
    Ritornando al nostro amato Gerardo, del quale conservo religiosamente a casa tutte le foto della classe nella quale egli compariva immancabilmente ed alcune foto scattate al villaggio Coppola, voglio raccontare alcuni sfiziosi aneddoti.
    Il primo, innocente, quando praticai un buco in corrispondenza con la classe attigua, frequentata da una classe superiore alla nostra, i cui compagni, dopo pochi minuti, ci fornivano le soluzioni dei compiti assegnati in classe, soprattutto di matematica.
    Il secondo, più birichino, fu quando, nottetempo, misi del cemento nella serratura della scuola, provocando un filone generale.
    Il terzo è il più birbante: una sera misi nello sciacquone dei bagni una bottiglia colma di urina, simulando una molotov. Poi, mentre tranquillamente mi facevo vedere davanti all’ingresso, un amico avvertì la  polizia: ”attenti c’è una bomba nella scuola”. Arrivarono gli agenti e fu un altro giorno di allegro filone di massa.
    Qualche anno fa, leggendo i necrologi del Mattino, appresi della triste dipartita. Confesso che piansi; professori come Maruotti non esistono più e per questo che ho accettato volentieri l’invito della figlia Valeria di ricordare l’estroso personaggio.

    Valeria, Osea e Piliffa le tre grazie
    1^ liceo a.s.61-62

    2^ liceo a.s.62-63
    17 aprile 1966 Pinetamare
    dove eravamo...?
    5^C a.s. 1965-66

    La nascita del "Fico"

    Gian Filippo è da oltre quarant’anni uno dei miei amici più cari, a tal punto che il mio unico figlio maschio ha preso il suo nome.
    Discendente da una delle più ricche famiglie tedesche è riuscito a dilapidare in pochi decenni un immenso patrimonio. I suoi antenati erano illustri scienziati e celebri docenti universitari, il padre ammiraglio, ma nel suo Dna non vi è mai stata alcuna traccia del passato splendore celebrale.
    Lo conobbi al primo anno di università e volevamo preparare assieme l’esame di anatomia, con noi anche Emanuele, un clone di Gian Filippo in quanto ad  intelligenza, entrambi erano al loro quarto tentativo dopo altrettante solenni bocciature.
    Studiavamo nello splendido salone della sua villa di via Tasso, una dimora tra le più prestigiose della città, acquistata dalla madre quando la sua famiglia si trasferì all’ombra del Vesuvio da Berlino, dove possedeva un imponente castello distrutto dalle bombe della seconda guerra mondiale.
    Il giorno della verità io rimediai un 29, mentre i miei amici furono nuovamente trombati. Emanuele decise di abbandonare gli studi e di vivere, beato lui di rendita, cosa che fa ancora oggi, mentre Gian Filippo ascoltò il mio consiglio e si iscrisse a Veterinaria, ritenendo che un cane un domani, forse, si sarebbe fatto curare da lui, un cristiano giammai. E fu la sua fortuna perché in breve si laureò e, a dimostrazione del declino inesorabile della nostra università, ha ricoperto per decenni la carica di docente nell’istituzione federiciana.
    La villa aveva tre piani di 200 metri quadrati ciascuno ed era circondata da 2000 metri di giardino con alberi secolari. Al primo livello vi erano i saloni di ricevimento, che oggi sono trasformati nel ristorante il Gallo nero, al secondo vi erano le camere da letto, mentre un piano leggermente affossato versava in stato di abbandono da anni. Convinsi il mio amico a concedermelo per un anno gratuitamente ed io lo avrei trasformato in una discoteca, che gli avrei poi ceduto dopo un utilizzo di 12 mesi. 
    Il mio amico credeva che avrei chiamato un’impresa di costruzioni per la ristrutturazione, viceversa schiavizzai tutti gli amici, con la promessa di ingressi gratuiti e secondo le competenze affidai loro un incarico materiale…
    Diego e Massimo, i più robusti, furono impegnati per i trasporti più pesanti e fisicamente collocarono a regola d’arte il pavimento della discoteca; Luciano, esperto di elettricità si interessò degli impianti, per la parte idraulica Leandro superò se stesso, mentre i mobili e le altre suppellettili furono costruiti (unico apporto esterno) da don Salvatore, un pregiudicato riciclatosi come falegname.
    Dopo trenta giorni il locale era pronto per l’inaugurazione, non restava che dargli il nome e poiché a quell’età, ma anche in seguito, il pensiero corre sempre dietro la stessa idea, lo chiamai Il fico, in onore della sorella, nome che conserva ancora oggi a distanza di otto lustri.
    La serata di gala, ed anche le successive, fu allietata dalla musica dei Labbers, un complesso di quattro amici, che, con la scusa di lanciarli, feci esibire gratuitamente per un mese.
    Alla porta Nando, il più robusto degli amici, al quale nessuno sfuggiva, al bar Sergio, che abilmente, utilizzando micidiali bustine, preparava intrugli che avrebbero avvelenato uno struzzo e spacciava per champagne francese il nostrano famigerato Perlino.
    Il divertimento era assicurato grazie alle nostre simpatiche amiche che organizzavano irresistibili cotillons, privi di ricchi premi.
    Tra i più eleganti Gennaro e Lucio, spesso accompagnati da belle ragazze senza mai concludere niente di penetrativo.
    L’atmosfera era festosa ed il divertimento assicurato, ma l’impegno di dover stare nel locale ogni sabato e domenica dopo pochi mesi mi pesava troppo, per cui accettai l’offerta di Gian Filippo di subentrare prima nella gestione del locale. In cambio mi diede uno splendido brillante di quasi due carati, che gli era stato restituito da una fidanzata che lo aveva piantato e che io, dopo anni, feci pegno del mio eterno amore con Elvira.
    Dopo poche serate vi fu la visita con relativa multa salatissima della Siae e dopo alcuni giorni si presentò la malavita a richiedere la tangente.
    Gian Filippo se la fece letteralmente nei pantaloni e mise a presidiare la discoteca don Salvatore, il quale, a suon di mazzate, convinse gli estorsori a girare al largo. Da allora si è impossessato del Fico che gestisce come sua proprietà ed è già molto che se il mio amico vuole trascorrere una serata non gli fa pagare il biglietto.

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    (3^ puntata)
    19 anni

     I 19 anni sono un periodo leggendario per il nostro eroe: viaggi continui, alternati a fidanzamenti collettivi con ragazze da sballo, conquistate in egual misura  dal suo sguardo magnetico, dall’invio di superbi cesti di fiori(per il quale rinviamo allo scritto” Le rose di Poggioreale” e dallo sfoggio di auto di lusso: partito dalla mitica 500, che conserverà per anni e che in una nottata gli permise di raggiungere la Svizzera per un appuntamento erotico, passerà poi a vari modelli di spider, per concludere in gloria con una Ferrari Super America. Vari scritti narrano queste gesta degne della penna di Omero ed è a loro che affidiamo il lettore, che potrà seguire un viaggio di 40 giorni per l’Europa, con tappe importanti a Stoccolma, Berlino e Praga, per passare poi ad una storica estate a Capri, della quale si parla ancora, a distanza di mezzo secolo nella celebre piazzetta.


    003 - Achille bacia Andersen



    Geltrude negli anni Sessanta

    Le rose di Poggioreale

    Negli anni Sessanta il nostro eroe, lo chiameremo Geltrude, aveva circa vent’anni, era squattrinato e gli piacevano le ragazze, passione che coltiverà assiduamente per tutta la vita.
    La sua mente era fertile e partoriva idee originali a getto continuo.
    Erano tempi in cui le donne di qualsiasi età gradivano i complimenti ed impazzivano per gli omaggi floreali; una  monumentale composizione di rose avrebbe permesso a chiunque di fare breccia nel cuore di una fanciulla, anche se la segreta speranza del corteggiatore era di poter conquistare ben altri territori anatomici.
    Come fare se si disponeva di poche migliaia di lire da investire?
    Preliminarmente il Nostro chiedeva a tutti i suoi amici il recapito di belle ragazze, non importava se conosciute solo di vista, bastava l’indirizzo e qualche notizia sulla fanciulla: colore degli occhi e dei capelli, età, segni particolari. Quindi Geltrude seguiva con attenzione la rubrica dei necrologi sul Mattino ed appena compariva una sfilza di inserzioni per qualche cadavere eccellente si precipitava al cimitero e recuperava dalle corone di fiori, abbandonate nella grande piazza di Poggioreale, le rose più belle e dal gambo più lungo.
    Ottenuto un cospicuo numero di esemplari si recava, prima in una bancarella di via Foria, ad acquistare alcuni cesti di vimini a cinquecento lire cadauno, poscia da uno scalcinato fioraio del Vomero, che possedeva, abusivamente, l’elegante carta con l’intestazione della Fleurop ed era abile nelle composizioni floreali, miscelando muschio ed affini alle rose, a fronte di altre cinquecento lire di spesa.
    Ottenuti 3-4 cesti di rose belli e degni di una diva del cinema, Geltrude si recava nei pressi delle vittime… designate e fermava uno scugnizzo di passaggio, al quale prometteva una lauta mancia se avesse consegnato l’omaggio a domicilio. Quindi si nascondeva ed aspettava l’uscita a mani vuote del ragazzo dal portone. Certo della consegna si allontanava rapidamente, sorvolando sulla mancia e si trasferiva ad un altro recapito.
    Naturalmente il cesto non era anonimo, bensì accompagnato da un elegante biglietto da visita con stemma nobiliare a più palle e naturalmente il numero di telefono del conte di Laviano…
    Tornato a casa bisognava semplicemente attendere il ringraziamento che non si faceva attendere. Metà delle telefonate erano delle mamme, entusiaste all’idea che le grazie della figliola avessero accesso la galanteria ed il desiderio di un ammiratore così ricco ed addirittura blasonato.
    L’unica difficoltà era districarsi tra le domande incalzanti: dove ci siamo visti o conosciuti?
    Era facile acuire il mistero e far dire alla fanciulla una serie di potenziali occasioni di incontro: al matrimonio della cugina lontana, alla festa di laurea della nipote del vicino di casa, sulla spiaggia, alla presentazione di un libro. L’abilità stava alla fine della conversazione a convincere l’interlocutrice di essersi incontrati, anche se di sfuggita, proprio nell’occasione da lei ricordata.
    Un appuntamento era la regola, anche se a volte bisognava superare l’ostacolo di un invito a cena preliminare a casa della potenziale suocera, che non stava nei panni dalla curiosità.
    Dispersa la vegliarda era facile poi condurre, rapidamente la fanciulla in luoghi più romantici ed appartati e spesso, senza tanti preamboli, la si passava per le armi…
    Bisognava poi scomparire in fretta, sia perché le indagini avrebbero in breve svelato le origini plebee di Geltrude, ma soprattutto perché altri bocconcini prelibati attendevano di essere gustati.
    Una sola volta è capitato al nostro eroe di rincontrare a distanza di anni una ragazza conquistata e concupita grazie ai fiori di Poggioreale.
    L’incontro è stato imbarazzante, ma fortunatamente privo di spiacevoli conseguenze.
    Divenuto uno stimato professionista, coniugato e con prole, Geltrude, incontrando un collega nel mese di agosto lo invita a fare un bagno con la sua famiglia nella sua villa con piscina.
    “Non vorrei dare fastidio vi è anche mia suocera”.
    “Nessun problema ospiti da me vi sono alcune mie zie di annata che potranno farle compagnia”.
    Quale sorpresa ed iniziale imbarazzo quando, aprendo la porta, la moglie del collega si materializzò per una delle mie conquiste migliori, ancora in carne, anzi fin troppo, a giudicare da un’abissale scollatura. Mummificata viceversa la mamma che mi gelò con lo sguardo, ma riuscì a trattenere ricordi ed emozioni. Inconsapevole il marito, cornuto ante litteram, che si attivò per cementare la nuova amicizia, permettendo ad una vecchia tresca di risorgere vigorosamente.
    004 - Achille ed il mare artico


    Stoccolma

    Agosto 1968: prima tappa Stoccolma

    1° agosto 1968 Geltrude e Luciano si apprestano a compiere un lungo viaggio attraverso l’Europa, avendo come tappa principale Stoccolma. Erano tempi in cui il fascino della Svezia, terra di vichinghe di rara bellezza aduse alla pratica del libero amore, era irresistibile tra i maschi mediterranei, che ambivano a raggiungere la lontana nazione con la speranza di poter tornare con succose avventure da raccontare agli amici rimasti in città.
    Luciano possedeva, adoperato nella fabbrica del padre, un pulmino Volkswagen, il quale, tolti i sedili posteriori, divenne una comoda camera da letto viaggiante.
    Il percorso si snodò attraverso Svizzera, Germania e Danimarca, per giungere tra le intricate foreste scandinave, talmente fitte che bastava inoltrarsi per pochi metri allo scopo di soddisfare una improcrastinabile funzione fisiologica per sperdersi. Più di una volta lo spavento fu forte ed il ritorno all’ovile possibile grazie a potenti richiami a squarciagola.
    Appena giunti nella capitale nordica prendemmo alloggio nei pressi dell’ostello, tra i più belli d’Europa, collocato su di una nave attraccata al molo di uno dei numerosi canali che attraversano la città. Lo scopo era duplice: da un lato poter usufruire, spacciandosi per clienti, delle strutture dell’albergo galleggiante per docce, rare, ed evacuazioni varie, quotidiane; dall’altro per poter tenere sotto stretta osservazione il via vai di pulzelle di varia nazionalità, alcune ultraminorenni, che costituivano un ideale terreno di caccia per due arrapatissimi galli meridionali.
    Già dal primo giorno riuscimmo, nonostante il nostro inglese scalcinato, a rimorchiare due fanciulle niente male provenienti dal sud della Francia. Destinazione una simpatica balera nota per prediligere balli lenti, l’ideale per i  contatti ravvicinati.
    La serata fu simpatica ed io potetti scegliere la ragazza più bella grazie alla proverbiale bruttezza del mio amico Luciano, che univa ai tratti scimmieschi del volto una totale incapacità a calamitare l’attenzione femminile. Non riuscimmo però a raggiungere lo scopo che ci eravamo prefissi: la trombatura e ci accorgemmo che le francesi, come le italiane dell’epoca, avevano costumi sessuali molto morigerati.
    Bisognava puntare senza indugi sulle vichinghe e cercare un luogo ancora più favorevole a concludere la scorribanda.
    Ci avevano parlato di un locale dove le acchiappanze si facevano con lo sguardo, fissando la preda con un intenso sguardo sessuale e scambiandosi perentori messaggi attraverso un intricato servizio di posta pneumatica tra i tavolini. Pensai che il mio amico Luciano con la sua faccia di c… avrebbe mietuto successo.
    Poi la scelta cadde su una balera notoriamente frequentata dalle più belle donne di Stoccolma, dove l’accesso maschile era consentito soltanto a marocchini, italiani e negri. All’ingresso sul polso veniva apposto un timbro, che consentiva di poter rientrare nel locale dopo aver fugacemente frequentato la boscaglia circostante con qualche procace fanciulla razziata tra un complimento audace ed un  ballo avvinti come l’edera.
    L’abitudine di marcare i clienti fu da noi abilmente sfruttata per entrare nel locale per vari giorni senza fare un nuovo biglietto. Bastò infatti ricoprire con un cerotto il timbro per evitare che sbiadisse ed il gioco era fatto.
    Lì finalmente riuscii a rimorchiare una biondissima fanciulla che, senza tanti inutili preamboli, mi invitò a casa sua a placare i miei istinti repressi.
    Al mattino mi accorsi che abitava, da sola nonostante avesse appena diciotto anni, nel mezzo del bosco ed ebbi timore a ripercorrere la strada verso il nostro pulmino parcheggiato nei pressi della discoteca.
    La ragazza comprese la mia paura e si offrì di accompagnarmi, anzi, giunti a destinazione, disse candidamente che poteva trattenersi con me per il tempo che desideravo. Nel frattempo la nostra Volkswagen ospitava cinque dormienti, perché avevamo reclutato tre autostoppisti, un napoletano Renato, un romano ed un alto atesino, allo scopo di dividere le spese per la benzina.
    Inge non si preoccupò più di tanto, anche se spazio del nostro giaciglio era ridotto all’osso e non permetteva alcun movimento. Durante le nostre effusioni sessuali notturne tutti gli altri fingevano di dormire ed il mio imbarazzo era tangibile perché la ragazza, al culmine dell’eccitazione, sguaccheracchiava in maniera assordante.
    Eravamo oramai inseparabili e non riuscivo a trovare un modo per mollare la ragazza. Ci apprestavamo a spostarci verso l’Europa dell’est, ma Inge voleva continuare il viaggio con noi.
    La visita ad un grande magazzino a più piani mi diede l’occasione per liberarmi di una presenza oramai ingombrante. I molteplici interessi di ognuno ci portavano a visitare piani diversi, dove era esposta varia mercanzia. Ci demmo appuntamento dopo trenta minuti all’ingresso, mentre ad Inge dissi di tornare dopo un’ora. All’appuntamento mancava Renato ed i minuti passavano freneticamente. Temetti di perdere l’occasione, ma poi ebbi l’idea di chiamarlo all’altoparlante. La signorina voleva fare lei l’annuncio, ma le facemmo capire che il nostro amico non avrebbe capito l’idioma straniero. Incautamente mi fu affidato il microfono e colsi l’opportunità per divertirmi e far sorridere i tanti italiani sparpagliati per il negozio
    “Figlie e puttane, mocca a mammete, vuoi scendere o t’aggio manna a fan culo, scurnacchiate”. L’appello ebbe un immediato riscontro e potemmo tagliare la corda dopo aver consegnato lo zainetto della fanciulla al personale all’ingresso.

    002 - Achille con Luciano ed i vopos
    001 -  Muro di Berlino

    La primavera di Praga ed il seno di Jolanda

    Lasciata alle spalle la Scandinavia, la combriccola si dirige spavalda verso la Germania orientale: obiettivo Berlino est.
    All’epoca era estremamente difficile visitare la zona comunista della città, divisa da quella occidentale, a parte dal famigerato muro, da una striscia di quasi un chilometro di terra di nessuno, dall’aspetto lunare, con gli edifici sventrati dalle bombe ed il tempo che sembrava fermo al 1945.
    Camminare per le strade di Berlino est dava l’impressione di un viaggio a ritroso nel tempo e la sensazione di una povertà diffusa, dignitosa e severa. Visitare il museo delle conquiste del comunismo equivaleva a percorrere le sale di Standa o della Rinascente, mentre code interminabili fuori ai pochi negozi aperti davano un senso di malinconia infinita. Qualunque paragone con l’Occidente era improponibile e passare a Berlino ovest provocava le vertigini, perché gli americani non avevano lesinato mezzi per edificare ex novo una città modernissima, avendo cura di lasciare dappertutto un cumulo di macerie, con di lato la foto dello stato dei luoghi prima della furia devastatrice della guerra. Chiese e palazzi pubblici ricostruiti e sovrapponibili a quelli polverizzati dai bombardamenti a tappeto imponevano una continua meditazione sulla sciocca malvagità dell’uomo.
    La parte comunista della città era soffocata da una cappa di tristezza burocratica generalizzata, le ragazze malvestite e senza trucco non ispiravano pensieri bellicosi a differenza delle sorelle occidentali che lanciavano, spavalde, sguardi assassini.
    Nel fondo di un cassetto, dimenticate da quaranta anni ho scovato alcune foto sbiadite: mentre bacio la statua di un padre della patria, sotto lo sguardo sorridente di Luciano, davanti alla Porta di Brandeburgo, sorvegliata giorno e notte  dai vopos, i gendarmi dal ghigno feroce severi guardiani dell’ortodossia, vicino ad un tram scalcinato, gioiello della produzione metallurgica comunista, a confronto del quale il numero 1 di Napoli avrebbe fatto un figurone, in una piazza dai giardini a guisa di orti ed infine mentre passo senza troppi preamboli alla conquista di Ursula, una sedicenne di ampie vedute, che, una volta conquistata, voleva consumare senza indugi l’amore in un pubblico parco.
    Ci trasferimmo poi in Cecoslovacchia ed entrando da un confine amico potemmo evitare di dover indicare dove avremmo alloggiato e mostrare i soldi che avremmo speso, un tot al giorno obbligatorio. I paesi dell’est era popolati da straccioni, ma i turisti non dovevano esserlo.
    Praga era una città piena di vita e si percepiva nell’aria che qualcosa di importante stava per accadere. I giovani si trattenevano fino a tardi per le strade e molti avevano chitarre e vecchi violini con i quali accompagnavano struggenti melodie.
    A piazza San Venceslao incontrammo tantissimi italiani ed anche molti napoletani, io potetti riabbracciare Natalino un compagno delle scuole medie che non vedevo da anni. Ascoltammo meravigliati che ai turisti veniva imposto dove dormire ed alcuni, la sera, dovevano percorrere anche quaranta chilometri per raggiungere l’albergo. Bisognava poi spendere ogni giorno diecimila lire ed alla dogana andava obbligatoriamente cambiato tanto denaro quanti giorni si sarebbero trascorsi in vacanza. La valuta locale non permetteva di acquistare che pochissime merci, per cui, anche se non veniva spesa, non poteva essere riutilizzata per il cambio.
    Il vestiario dei turisti, anche se consunto, faceva impazzire  gli indigeni, si ripetevano le scene dei marinai di Colombo che, giunti nel nuovo mondo, barattavano perline di alcun valore con oggetti di metallo pregiato.
    I praghesi letteralmente ti spogliavano e noi piazzammo scarpe, magliette, penne e matite a prezzi sbalorditivi. Alcune volte lo scambio avveniva in natura ed a tale scopo eravamo venuti ben forniti di rossetti e calze di nailon, per cui potemmo fare cose turche per vari giorni.
    All’epoca possedevo uno spider 850 Bertone e ne mostrai la foto ad uno dei contrabbandieri più audaci di Praga, il quale mi disse che se lo avessi portato anche solo al confine lo avrebbe acquistato, in valuta pregiata, ad un prezzo stratosferico. Purtroppo dopo ciò che successe nei giorni successivi non ebbi più sue notizie, probabilmente sarà finito in Siberia.
    Con la moneta locale ottenuta vendendo quasi tutto il vestiario facemmo affari sensazionali. Io acquistai una collezione di francobolli, che al ritorno in Italia rivendetti ad un prezzo decuplicato, mentre gli altri amici comprarono attrezzatura per campeggio, spartana ma efficiente e addirittura alcuni pregiati cristalli di Boemia.
    Dopo circa una settimana decidemmo di puntare verso l’Austria  e partimmo all’imbrunire. Mentre gli amici dormivano io guidavo il pulmino tra lampi e fulmini ed una visibilità ridotta all’osso. Attraversavamo una foresta, pare quella dove sono ambientate le imprese del conte Dracula, quando all’improvviso, dopo tanti animali che mi avevano tagliato la strada, comparve un miraggio all’orizzonte: due splendide ragazze che nel buio pesto di una strada deserta, alle due di notte, chiedevano un passaggio. Frenai senza indugio e feci salire le fanciulle, che si accomodarono felici senza badare ai quattro amici svegliatasi di soprassalto.
    Le due ceche erano veramente bellissime e ci raccontarono in tedesco, lingua ben nota all’amico di Bolzano, che erano dirette alla loro dacia, dove i genitori le avevano inviate all’improvviso. Col senno di poi capimmo che erano figlie di persone molto importanti, che avevano avuto sentore che la situazione politica stava per precipitare.
    Dopo circa un’ora arrivammo a Ceske Budejovice, una località dove si trovava la loro dimora di campagna. Nel frattempo, ceduta la guida a Luciano, avevo scambiato sguardi sessuali assassini alla più bella delle due, Jolanda. Giunti a destinazione le fanciulle ci invitarono a trascorrere a casa loro le ore fino all’alba e naturalmente non ce lo facemmo dire due volte.
    I tre più imbranati rimasero a dormire nel pulmino, mentre con Renato ci sistemammo in casa e cominciammo a cucinarci le ragazze. Io e Jolanda in salotto ci guardavamo intensamente e l’atmosfera romantica non mancava, alla radio, nel buio della notte, si poteva ascoltare il Notturno dall’Italia e, che fortuna, Mina in una delle sue canzoni gorgheggiate. Digiuno delle lingue, in latino, cercavo disperatamente, dopo le presentazioni di rito(Ave puella quomodo appellarsi, ego sum Achilles) di far capire le mie intenzioni penetrative e Jolanda pare mi volesse far intendere che era al primo giorno di mestruazione. Avevo dedicato l’attenzione al suo seno, sodo e prorompente, quando all’improvviso la musica si interruppe e la radio cominciò a ripetere senza sosta un breve comunicato. Jolanda scoppiò a piangere ed io cercai di  ascoltare con attenzione. Tra parole mi colpirono: armada, putsch e russia, ma non avrei mai immaginato la gravità della situazione. Con la radio andai in giardino e svegliai l’amico nordico che, stupefatto, annunciò: “L’armata russa ha invaso il paese”.
    Spaventatissimi decidemmo di partire subito e da allora il mio odio per i sovietici ed il mio anticomunismo viscerale è cresciuto sempre più. Vedersi svanire una ragazza come Jolanda ad un passo dalla conquista totale è un pensiero che mi ha ossessionato per tanto tempo. Le ragazze scapparono con noi, ma per prudenza e vigliaccheria le facemmo scendere in prossimità del confine che temevamo bloccato. Viceversa le guardie alla frontiera erano scappate anche loro in Austria e trovammo la barriera alzata. Esausti percorremmo oltre cinquecento chilometri raggiungendo la Jugoslavia.
    Eravamo stanchi del nostro viaggio che durava da quaranta giorni, il tempo era spesso piovoso e vagammo pigramente lungo la costa fino all’Albania.
    La bellezza dei luoghi non ci colpì più di tanto e le ragazze ci sembrarono alquanto selvatiche. Qualche puledra avrebbe meritato di essere cavalcata, ma oramai volevamo soltanto tornare a casa dove amici e parenti dovettero per giorni ascoltare ripetutamente il racconto delle nostre avventure.


     
    Achille, Annamaria, Manuela e Carlo dal principe Sirignano

    Estate a Capri


    Il viaggio a Stoccolma ed a Praga fu preceduto da un lungo soggiorno a Capri. Io e Carlo prendemmo alloggio a Villa Api, una pensioncina posta al culmine di via Tiberio con un ultimo strappo in salita da togliere il fiato. Da lì partivamo per le nostre scorribande finalizzate al reperimento, per scopi ludici, di belle figliole di facili costumi.
    Il primo incontro avvenne senza necessità di spostamento grazie alla circostanza che le nostre vicine di stanza erano tre bionde dai reggiseno straripanti, che si cambiavano d’abito ripetutamente per la gioia dei nostri occhi, stabilmente fissi nel buco della serratura attraverso il quale seguivamo ogni minimo movimento.
    Decidemmo di abbordarle per iscritto ed avendole giudicate troppo belle per essere italiane, facemmo scivolare audaci bigliettini con focosi apprezzamenti romantici sotto la porta che divideva le due stanze. Il nostro inglese alquanto scalcinato era costituito da una serie di frasi preparate a tavolino e quasi sempre si dimostrava efficace. Le risposte erano piene di errori e questo dettaglio eccitò la nostra fantasia: svedesi, francesi, tedesche?
    Lo scambio epistolare durò alcuni giorni e sfociò alla fine in un appuntamento in piazzetta per prendere un caffè assieme.
    Parlare in inglese è ben più arduo che scrivere e noi conoscevamo solo poche frasi per rompere il ghiaccio, ma quale fu la reciproca meraviglia quando constatammo, tra grasse risate, che anche le fanciulle, native e dimoranti a Piacenza, ci avevano scambiato per stranieri. Il resto, favorito da generose libagioni andò al di là di ogni più rosea speranza e la conclusione la lascio alla fantasia del lettore.
    Durante il periodo della nostra villeggiatura il principe di Sirignano era il mattatore incontrastato della vita mondana caprese e noi avemmo modo di conoscerlo personalmente, anche se di sfuggita, molto di sfuggita...
    Ci trovavamo ai bordi della piscina della «Canzone del mare», che, squattrinati,  raggiungevamo senza pagare l’ingresso attraverso gli scogli. Io ero in compagnia di Carlo, allora, come me, giovane audace e scapestrato, oggi severo e stimato Procuratore della Repubblica.
    Mentre ci guardavamo intorno alla ricerca di qualche bella fanciulla da accalappiare fummo attirati da ciò di cui parlavano due affascinanti ragazze bionde della società dorata napoletana.
    Anna Maria e Manuela, favoleggiavano di una grande festa da ballo che, organizzata dal principe di Sirignano si sarebbe svolta quella sera ed alla quale avrebbero partecipato centinaia di invitati, parte in abiti da gala e parte in maschera.
    Il sogno delle due ragazze era quello di poter partecipare ad una festa così importante per far notare la loro bellezza, che era veramente sfolgorante e per fare qualche conoscenza interessante. Presi la palla al balzo e con sfacciataggine mi avvicinai alle due fanciulle e dopo essermi presentato come conte, millantai un amicizia di famiglia di vecchia data col principe Sirignano, dal quale potevano considerarsi, se volevano, invitate al ricevimento.
    Anna Maria e Manuela mi abbracciarono e baciarono contentissime e corsero in albergo e dal parrucchiere per prepararsi adeguatamente alla festa di cui si credevano invitate ufficialmente.
    Ci demmo appuntamento in piazzetta con le ragazze per le 21.
    Per me ed il mio amico si imponeva il problema dell’abito da sera che non possedevamo, ma potendosi presentare anche in maschera, la scelta cadde su due travestimenti da antichi romani, che fu facile arrangiare con le lenzuola dell’albergo ove alloggiavamo ed i tralci di viti del vicino giardino.
    Così agghindati, io da Bacco e Carlo, il mio amico, da ancella e muniti anche di un bidet di plastica portatile, sottratto alla pensione e tenuto da me sotto braccio con eleganza e naturalezza, ci presentammo in piazzetta all’appuntamento con le due ragazze.
    Non curanti di un passante che mi apostrofò col grido «ma che puort dui cess», ci dirigemmo verso la villa ove si svolgeva la grande festa.
    Fummo accolti dal maggiordomo e da alcuni camerieri, ai quali consegnai in deposito il bidet e mi presentai come invitato del conte della Ragione, cioè di me stesso.
    Mentre il maggiordomo si recò dal principe ad informarlo del nostro arrivo, fummo sequestrati dai fotografi, che nel giardino della villa ci immortalarono in più pose.
    Con la coda dell’occhio vidi il principe, accigliato, e spalleggiato da vari camerieri, dirigersi verso di noi e feci appena in tempo ad avvertire Anna Maria e Manuela che splendevano nei loro abiti da gran sera, di allontanarsi e di mischiarsi tra la folla degli invitati.
    Il principe volle sapere chi eravamo, e quando seppe che ci aveva invitati il conte della Ragione, a lui naturalmente ignoto, ci fece capire che se non ce ne andavamo con le buone avrebbe chiamato i carabinieri.
    Moggi moggi guadagnammo l’uscita, ma giunti in piazzetta ci ricordammo del bidet e tornammo indietro per riprenderlo. Bussammo e alla finestra del primo piano il maggiordomo gridò «andatevene o chiamo la polizia!» «La chiamiamo noi la polizia se non ci restituite il bidet» rispondemmo noi. Pochi secondi e l’«accessorio» ci fu scaraventato dalla finestra. Il giorno dopo potemmo acquistare da Foto Capri le nostre immagini immortalate durante la festa e l’unico lato positivo della vicenda fu, che con le due ragazze, nonostante tutto, facemmo amicizia. Una amicizia tanto intensa che dura ancora oggi a distanza di quasi quarant’anni.


      
    Villa Malaparte a Capri

    Il saccheggio di Villa Malaparte

    I bagni a mare erano la nostra ultima preoccupazione, mentre appena svegli cercavamo di escogitare sistemi sempre più raffinati per sedurre giovani fanciulle.
    Terreno delle operazioni era la celebre Piazzetta con i tavolini dei bar che invogliano a dedicarsi animo e corpo al dolce far niente.
    Le ore serali erano favorevoli quanto le mattutine.
    Spalla delle mie performance era come sempre Carlo, che vestiva con grande eleganza una candida livrea, spacciandosi per il mio cameriere personale.
    Ideai tre tecniche per le acchiappanze che adoperavo a seconda dell’età delle prede.
    Se volevo abbordare una signora alto borghese annoiata, con il marito rimasto in città, davo l’impressione, nonostante la giovane età, di essere un personaggio importante. Per cui, seduto ad un tavolino limitrofo ed  addentando un Avana, mi sprofondavo nella lettura della pagina economica del New York Times. Dopo qualche minuto venivo interrotto da Carlo, il mio cameriere, che su un vassoio luccicante mi porgeva un telefono bianco dal filo interminabile che si perdeva all’infinito, annunciandomi che ero desiderato da un personaggio importante, a secondo dei casi, un famoso industriale, un blasonato o un vip a ventiquattro carati.
    Infastidito rifiutavo la telefonata e scambiavo uno sguardo complice con la signora, che oramai era pronta per scambiare qualche frase di circostanza. Rotto il ghiaccio si cercava senza indugi  di passare ad infrangere qualcosa di più consistente ed il più delle volte il tentativo era coronato da successo.
    Per abbordare le giovanissime fiori e lettere romantiche costituivano una miscela esplosiva in grado di fare mirabilie.
    Identificata una preda, in compagnia di un’amica in genere orripilante, mi posizionavo in un tavolino nei paraggi e cominciavo ad esercitare, con profondità ed acuta introspezione psicologica, il mio mitico sguardo sessuale. Dopo qualche minuto Carlo, sempre nella veste di cameriere, si avvicinava alle ragazze e porgeva da parte mia una rosa rossa ed una lettera nella quale brevemente affermavo: “ Vorrei conoscervi, ma sono paralizzato dalla timidezza, volete avvicinarvi al mio tavolo a bere una coppa di champagne?”
    Statisticamente, un terzo tratteneva il fiore scambiava un sorriso e continuava a bere l’aranciata ed a conversare con la compagna, un terzo gettava a terra rosa e lettera che, prontamente recuperate, venivano riciclate per un nuovo tentativo ed infine, fortunatamente, una quota accettava l’invito e si trasferiva immantinente al mio tavolo dove, da cosa nasce cosa, tra una battuta e l’altra, cercavo di fissare un ulteriore più efficace appuntamento, al mare o se possibile al night, dove la sperimentata tecnica di strofinamento ventrale dava sempre buoni frutti.
    Per acchiappanze di massa distribuivamo per strada alle ragazze  più procaci volantini nei quali informavamo che il conte della Ragione nel suo panfilo organizzava una festa da mille ed una notte, durante la quale si sarebbe svolto un concorso di bellezza, del quale noi eravamo incaricati di una pre selezione da svolgersi in discoteca.
    Reclutammo un fiume di teen agers tra le quali non riuscivamo a dividerci, per cui chiedemmo a Napoli rinforzi e giunsero Elio e Francesco, che presero di nascosto alloggio senza pagare nella nostra stanzetta, che possedeva un’uscita indipendente sulla strada.
    Una sera mentre eravamo seduti alla tavola calda di via Roma, angolo piazzetta, dove consumavamo pasti frugali riutilizzando scontrini caduti a terra o recuperati sul bancone, affianco a noi si sedettero due ragazze da schianto in compagnia di una signora matura (da ragazza doveva essere stata una sventola) e da un barboncino rompiballe, il quale si intrufolava sotto tutti i tavoli abbaiando a squarciagola.
    Vicino a noi sedevano due ceffi dalle facce patibolari, fortunatamente gracili quanto screanzati. Infastiditi dal cagnolino cominciarono a sbraitare, protestando vivacemente con le proprietarie che, spaventatissime, scoppiarono in lacrime.
    Colsi la palla al balzo per presentarmi come campione di lotta libera, disponibile ad un cenno a polverizzare con l’aiuto dei miei amici gli scostumati molestatori. Voglio premettere che Carlo possedeva spalle robuste ed il nuovo arrivato Francesco, alto quasi due metri aveva un fisico da culturista; Elio era poco dotato fisicamente, ma era brutto da fare paura. Conclusione: i due se la diedero a gambe levate e le ragazze si trasferirono al nostro tavolo riconoscenti.
    Fatta rapidamente amicizia ci confidarono che conoscevano un posticino da favola per fare il bagno. In un angolo appartato lontano da occhi indiscreti a tal punto da potersi immergere tra i flutti nature ammirando un panorama mozzafiato.
    A noi come panorama interessava unicamente quello costituito dai seni delle fanciulle, per cui accettammo l’invito l’indomani di recarci in questo angolo di paradiso.
    Un lungo e tortuoso sentiero conduceva a villa Malaparte, che da anni era abbandonata ed affidata ad un custode giudiziario che abitava ad Anacapri.
    Lo scrittore, autore di libri immortali come La Pelle, dopo essere stato fascista ed essere riuscito grazie ad un’amicizia personale col duce a costruire la sua magione a ridosso dei Faraglioni, in età matura era divenuto comunista ed aveva deciso di lasciare la sua proprietà alla Repubblica popolare cinese, un’entità che all’epoca l’Italia non riconosceva come Stato. Ne era nata una causa con gli eredi dello scrittore e nelle more era tutto sotto sequestro. Per inciso dopo anni la giustizia ha dato ragione ai nipoti, che hanno trasformato la struttura in una fondazione per organizzare convegni di scienziati da ogni parte del mondo.
    Detti uno sguardo alle finestre e notai che all’interno era rimasta la biblioteca dello scrittore stracolma di libri, anche rari e di numerosi carteggi con personalità della politica e della cultura.
    Il primo pensiero fu di visitarla più accuratamente… e bastò uno spintone energico ad una finestra per penetrare all’interno. Quel che vedemmo fu sufficiente a prendere la decisione di ritornare col favore delle tenebre per compiere un’indagine più approfondita.
    Dedicammo le ore solari al bagno con le ragazze e ad abbronzarci sullo splendido solarium posto sul terrazzo. Le anatomie esposte nella totalità della loro devastante bellezza non distoglievano però il mio pensiero che correva al tramonto.
    Riaccompagnate in piazza le pulzelle ritornammo, muniti di sacchi, alla villa ed arraffammo l’impossibile. Io personalmente, oltre ad una cinquantina di libri antichi, presi un carteggio con Cesare Battisti, naturalmente l’eroe non il terrorista,  una raccolta di cartoline osé e centinaia di foto di conquiste femminili dello scrittore in abiti adamitici.
    Era nostra intenzione di organizzare con una barca a motore un saccheggio in piena regola, ma fummo costretti a desistere, non certo per un perentorio richiamo della coscienza, ma unicamente perché dopo alcuni giorni ci vennero a trovare le ragazze che erano state interrogate dai carabinieri allertati dal custode.
    Rinunciammo così a svuotare completamente la villa e ci contentammo di dedicarci soltanto alle procaci grazie femminili che per un poco avevamo trascurato.

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    (4^ puntata)
    La mia famiglia

     
    fig.1  - Achille ed Elvira fidanzati  Capri

    La mia famiglia non si sarebbe mai costituita se non avessi incontrato la mia diletta Elvira, per cui sarò riconoscente in eterno all’amico comune Santi Corsaro, che ci ha permesso di conoscerci ad un fatidico ” balletto”.
    Io fui stregato dalla bellezza devastante dei suoi occhi, lei rimase affascinate dal mio volto, che rivaleggiava con le sembianze di una divinità greca, ma soprattutto dalla mia timidezza e dal mio eloquio forbito in un italiano impeccabile, senza alcuna concessione al vernacolo.
    Fu amore a prima vista, un breve fidanzamento (fig.1) al quale seguirono dopo poco le nozze (fig.2), celebrate il 15 settembre 1973 nella chiesa di S. Chiara, per trasferirsi poi nei saloni dello Hotel Britannique per un ricevimento da favola.
    La miscellanea di foto (fig.3) che proponiamo al lettore è più eloquente del racconto di anni felici e spensierati, figli a ripetizione si alternavano a baci appassionati (fig.4– 5), mentre i figli, dopo aver frequentato i licei più esclusivi di Napoli si laureavano Tiziana in Biologia, Gian Filippo in Giurisprudenza (fig.6), Marina in Economia Aziendale, noi ci davamo, anima e corpo ad attività culturali.
     
    fig.2 - Achille ed Elvira sposi
    fig.3 - Miscellanea di foto

    fig.4 -Bacio nella piscina della villa ad Ischia

    fig.5 - Bacio nel foyer del San Carlo

    fig.6 - Laurea di Gian Filippo
    Per oltre 10 anni  mia moglie Elvira teneva settimanalmente nella nostra villa un salotto culturale, un cenacolo, che ha costituito un faro nel deserto culturale napoletano ed al quale hanno partecipato come relatori i migliori cervelli della Campania, tutti i nomi che contano nei vari campi dello scibile
    Ogni mercoledì alle 17 una cinquantina di amici si riunivano negli eleganti saloni della villa posillipina di donna Elvira e dopo aver consumato al piano superiore il fatidico the con annessi pasticcini (fig.7), accoglievano l’ospite di turno, il quale avrebbe discusso per un paio d’ore su un argomento di cui era esperto, dalla letteratura all’arte, dalla storia di Napoli alla filosofia ed al cinema, per rispondere poi alle domande degli ascoltatori (fig.8).
    Nel corso degli anni si sono alternati oltre 100 relatori. Personaggi prestigiosi: docenti universitari, scrittori, registi, giornalisti, politici che accoglievano felici l’invito alla discussione. Sono centinaia di nomi, ne ricordo qualcuno, in rigoroso ordine alfabetico, scusandomi con coloro che non nomino: Giancarlo Alisio, Antonio Baffi, Antonio Cirino Pomicino, Guido D’Agostino, Renato De Falco, Giovan Battista de Medici di Ottaviano, Italo Ferraro, Arturo Fratta, Pietro Gargano, Giuliana Gargiulo, Benedetto Gravagnuolo, Marta Herling, Goffredo Locatelli, Alfonso Luigi Marra, Titti Marrone, Eugenio Mazzarella, Riccardo Mercurio, Mauro Maldonato, Giuseppe Montesano, Luigi Necco, Vincenzo Pacelli, Giulio Pane, Mario Alberto Pavone, Silvio Perrella, Eleonora Puntillo, Fabrizia Ramondino, Gennaro Rispoli, Massimo Rosi, Aldo Loris Rossi, Domenico Scafoglio, Luciano Scateni, Jean Noel Schifano, Alfonso Scirocco, Michele Serio, Aurora Spinosa, Boris Ulianich, Valerio Ventruto. Possiamo affermare senza tema di esagerare che la migliore intellighenzia napoletana è passata per il salotto, spesso rimanendovi poi come frequentatore. Alle riunioni settimanali ogni tanto si aggiungevano delle conferenza a più voci su argomenti di ampio respiro, dalla letteratura francese alla filosofia tedesca, ospitate da celebri istituzioni come il Grenoble, il Goethe Institut o l’Istituto Italiano degli Studi Filosofici.


    fig.7 - Il the con pasticcini

    fig.8  -Salotto di donna Elvira

    Ad un’attività culturale sedentaria affiancavamo ogni anno, il sabato e la domenica, una sessantina di visite guidate (dal sottoscritto e da mia moglie) ai monumenti, alle chiese, alle mostre, ai musei della nostra città (fig.9–10–11), privilegiando luoghi negati alla fruizione che venivano aperti per l’occasione, spesso dopo un oblio di decenni e non mancavano spedizioni lontano da Napoli, a Roma, Firenze, Milano, Salerno, Ischia, Capri, in occasione di importanti rassegne artistiche. Visite seguite nel tempo da migliaia di persone, dal semplice appassionato allo specialista erudito e seguite da 12 televisioni private.


    fig.9 - Museo ferroviario 20gennaio 2008
    fig.10 - Città della Scienza  20 aprile 2008
    fig.11 - Visita nella Sanitá 20 maggio 2008

    Ogni mese organizzavo, con la collaborazione di studiosi di fama nazionale, conferenze sugli argomenti più vari nelle più prestigiose sedi di dibattito, dall’Istituto per gli studi filosofici al Goethe, dal Grenoble alla Feltrinelli, dal Rotary (fig.12) ai Lions.
    Non mancavano incontri con personalità dello spettacolo (fig.13–14).
    Per mesi ho girato le scuole della Campania, prediligendo quelle del Bronx più profondo da Scampia a Forcella, per sensibilizzare i giovani, il nostro futuro, sul dramma del problema dei rifiuti, regalando a tutti (grazie alla sensibilità dell’editore) una copia del mio “ Monnezza viaggio nella spazzatura campana”.
    Quando il denaro scorreva abbondantemente nelle mie tasche per anni devolvevo manciate di milioni ad istituzioni caritatevoli (fig.15–16), di cui ero certo che ne avrebbero fatto un uso migliore di me stesso: il Don Orione (piccolo Cottolengo) l'Istituto dei ciechi, le suore di madre Teresa di Calcutta.

    fig.12 -Presentazione Rotary Sorrento libro Achille Lauro superstar

    fig.13 - Con Serena Autieri

    fig.14 - Con Veronica Pivetti
    fig.15 - Beneficenza Madre Teresa di Calcutta
    fig.16 - Beneficenza don Orione

    Ed a proposito di queste ultime voglio raccontarvi un episodio divertente.
    L'attività di queste suore, aiutate nella cucina da signore della buona società napoletana e dal buon cuore dei commercianti limitrofi, che donano quotidianamente generi alimentari, consisteva nel preparare 100-150 pasti al giorno.
    Siamo nei primi anni Novanta, a mezzogiorno ci si metteva in fila, spesso si era in 180 ed i pasti 30- 40 in meno. M'introdussi nella fila e nessuno sospettò di niente, dato il mio notorio abbigliamento casual, però alcuni vedendo un viso nuovo protestarono dicendo: "Vattene, siamo già in tanti" " Ho fame anche io, non mi rompere le balas". All'epoca ero particolarmente robusto e le obiezioni cessarono di colpo. Arrivati al traguardo avvicinai una suora di colore, le mostrai qualche biglietto da 100.000 lire e le dissi di accompagnarmi dalla madre superiora, che mi ricevette immediatamente e a differenza delle altre sorelle, tutte provenienti dal terzo e dal quarto mondo, lei era svedese e particolare trascurabilissimo, molto bella. Buttai sulla scrivania tre - quattro milioni, tra lo stupore della religiosa "E' una piccola offerta per i poveri". "Perché lo fa?". "Madre vorrei una corsia preferenziale per il Paradiso". "Le rilascio una ricevuta?". "A che titolo?". " Per detrarre l'offerta dalle tasse". "Grazie non ne ho bisogno, sono un incallito evasore fiscale".


    fig.17 - Tiziana, Gian Filippo e Marina

    fig.18 - Gianfy Tizi e Marina
    Ma il nostro vero interresse erano solo e soltanto i nostri adorati figli (fig.17–18), che ci fornivano grandi soddisfazioni ed ogni tanto preoccupazioni, come Gian Filippo, oggi avvocato di grido, che a 16 stette disperso tra i flutti per 2 giorni e 2 notti, fornendo materiale ai quotidiani (fig.19–20) e forti emozioni ai genitori.
     
    fig.19 - La Repubblica 9 agosto 1993
    fig.20 - Il Golfo 9 agosto 1993

    Tiziana che in un attimo da bambina (fig. 21) diventa uno dei più richiesti partiti della città, per cui mi vedo costretto ad accompagnarla all’altare (fig.22–23) ed a  comperare un abito da cerimonia (fig.24).
    Non contenta diventa un cervello in trasferta (fig.25–26), a cui la stampa dedica un articolo:
    Il percorso, in gran parte ancora in pectore, di Tiziana Carignani di Novoli è simile a quello di tanti giovani scienziati di talento, costretti a trasferire le proprie energie e competenze all’estero, dove vengono adeguatamente riconosciute, provocando un lento quanto inesorabile declino delle università italiane, retrocesse come qualità, nelle statistiche internazionali, alla pari di quelle dei Paesi del terzo mondo.
     
    fig.21 -Tiziana bambina


    fig.22 -  Partenza in macchina con papá

    fig.23 - Andrea che aspetta impaziente

    fig.24 - Mamma e papá al  matrimonio di Tiziana

    fig.25 - Tiziana Carignani di Novoli
    fig.26 -Tiziana Carignani di Novoli nel suo studio
    fig.27 - Libro Tiziana


    Tiziana nasce nel 1976 in una famiglia dell’alta borghesia napoletana e sin da bambina mostra una spiccata tendenza ad essere indipendente nelle sue scelte. Frequenta il liceo classico al Denza e si laurea con lode in Scienze Biologiche alla Federico II.
    Giovanissima pubblica il suo primo libro su un argomento di grande interesse: la clonazione (fig.27), con prefazione del professor Ventruto, che viene presentato davanti ad una affollata platea al Goethe Institute ed in breve esaurisce la 1^ edizione. In seguito tiene una relazione sull’argomento nel corso del convegno internazionale tenutosi il 13 dicembre 2003 presso l’Istituto Italiano degli Studi Filosofici  (visibile sulla teca di Radio Radicale). Si dedica ad approfondire gli studi sulla fecondazione assistita e pubblica il  suo intervento su importanti riviste scientifiche: “Fecondazione in vitro, vantaggi attuali e rischi futuri”.
    La necessità di essere costantemente aggiornata, la spinge, rifiutando incarichi presso l’università di Napoli e prestigiose strutture private, a trasferirsi a Bruxelles, dove entra nell’equipe del professor Paul Deuroil, ideatore della Icsi, una tecnica rivoluzionaria che permette la fertilità ad uomini affetti da carenze nel numero degli spermatozoi, utilizzandone uno soltanto per la fecondazione.
    A Bruxelles incontra l’amore ed in pochi mesi convola a nozze con il rampollo di un’antica famiglia nobile napoletana, tra i responsabili di un grandioso progetto che vede le principali potenze della terra, tra cui la comunità europea, unite nella realizzazione di un reattore che dovrà sorgere intorno al 2030 nel sud della Francia e che sfrutterà, non più la fissione, bensì la fusione nucleare, generando così ingenti quantità di energia a basso costo.
    Dal matrimonio nasceranno 3 discendenti: 2 maschi ed una femminuccia per la gioia non solo dei genitori ma anche dei nonni.
    Quindi Tiziana si trasferisce per un paio di anni a Barcellona, dove dirige un’istituzione che si occupa di favorire gli scienziati nell’accesso ai fondi europei previsti per la ricerca. Nel frattempo partecipa ad un megaconcorso per accedere alle funzioni apicali delle commissioni europee e su 50.000 concorrenti occupa una delle primissime posizioni, potendo così dirigere un team con 40 collaboratori che gestisce i finanziamenti del fondo Marie Curie ai progetti di ricerca più interessanti. Per favorire gli studiosi italiani, i più impacciati nel  destreggiarsi tra microscopi e normative europee, verrà a Roma a presiedere una conferenza di servizi dopo la quale molti programmi di ricerca made in Italy troveranno finalmente un finanziamento per proseguire.
    Il suo lavoro la obbliga a continui spostamenti in giro per il mondo ma riesce a non trascurare la famiglia grazie ad una nonna insostituibile che accoppia efficienza teutonica ad affettività mediterranea.
    Collabora da tempo a riviste cartacee e telematiche, tra cui la gloriosa “Scena Illustrata”, ed attualmente sta preparando un libro sull’influenza delle moderne tecnologie sull’identità umana che, prima di essere pubblicato, uscirà a puntate su uno dei più importanti settimanali italiani. In attesa di poterlo leggere, auguri e ad majora.
    Conseguenza dei suoi molteplici impegni anche mia moglie trova un lavoro, come apprendiamo da questo altro articolo:

    fig.28 - Elvira a Barcellona

    Moglie e figlia a Barcellona

    Finalmente mia moglie ha trovato un lavoro, anche se precario ed all'estero: 12 ore al giorno di servizio oltre a 12 ore di reperibilità, niente festività, niente ferie e niente marchette, responsabilità enormi, stipendio inesistente, a fronte però di una straordinaria gratificazione.
    Avete indovinato si tratta di un lavoro di nonna, che le donne attempa (fig.28) svolgono volentieri, a differenza delle giovani mamme, che anelano unicamente ad un impiego fuori casa.
    L'impegno della mia eletta consorte durerà circa due mesi e si espleta in una grande e bella città in frenetico sviluppo: Barcellona; infatti lì abita mia figlia Tiziana con due vispi frugoletti Leonardo e Matteo, la quale era stata colta dal panico alla notizia di un'assenza di 60 giorni della colf equadoregna, ma e' stata salvata dal pronto intervento di nonna Elvira.
    Mia moglie evidentemente mi ama alla follia, infatti mi tempesta quotidianamente di telefonate ammalianti e perentorie:"Ma che fai a Napoli se non devi lavorare, vieni da me cosa aspetti?" Di conseguenza massimo ogni 10 giorni interrompo la mia residua pratica professionale, le visite guidate, le partite di scacchi, la presentazione di libri, la partecipazione a dibattiti e conferenze, l'elaborazione di articoli, lascio gli altri due figli ed il fedele Attila e volo a Barcellona, ascoltando il richiamo della foresta.
    Queste ripetute frequentazioni della metropoli catalana mi hanno permesso di apprezzare una realtà sconvolgente che induce a tristi confronti e ad amare meditazioni sul disastroso stato in cui si trovano non solo Napoli, ma anche le principali città italiane.
    Barcellona ha un reticolo di strade larghe ed alberate dove le auto, anche nelle ore di punta, possono sfrecciare, permettendo in pochi minuti di percorrere molti chilometri. Nel sottosuolo una metropolitana modernissima con oltre 10 linee (il doppio di Napoli, Roma e Milano assieme) mette in collegamento la periferia con il centro con stazioni distanti tra loro poche centinaia di metri. Non vi sono auto in sosta per la presenza ubiquitaria di parcheggi sotterranei.
    Non si vede una sola carta a terra, gli zingari sono sconosciuti, come pure gli ambulanti e gli accattoni petulanti. I semafori numerosissimi sono sguarniti di lavavetri e soprattutto alternano colori che sono un ordine e non un consiglio. Le Ramblas sono affollatissime a tutte le ore ed i negozi per eleganza gareggiano alla pari con Parigi e New York. Barcellona si è dotata negli ultimi decenni, in coincidenza con lo svolgimento delle Olimpiadi, di un litorale chilometrico che alterna tratti di spiaggia attrezzata e gratuita ad efficienti porti turistici e commerciali.
    La gente è cordiale e sorridente, le attività commerciali redditizie e si riescono ad aprire in alcuni giorni con pochissime formalità burocratiche. Dovunque si vedono dei giovani al lavoro, nei negozi, negli uffici, alla guida di mezzi pubblici e ciò che più mi ha impressionato a lavare e spazzare le strade che somigliano ad uno specchio; capita di incontrare ad ogni ora bellissime fanciulle in variopinte divise impegnarsi caparbiamente con la ramazza, mentre le nostre svogliate giovinette amano scopare, ma in ben altra maniera.
    Viene da pensare malinconicamente a quando anni fa, si parlava di localizzare una grande banca, che avrebbe dovuto gestire i fondi europei, in una città che simbolicamente sarebbe divenuta la capitale del Mediterraneo ed alcuni intellettuali, io tra questi, si agitarono per caldeggiare la candidatura di Napoli in competizione con Barcellona, una sfida impossibile tra un pianeta ed un satellite, tra David e Golia, ma un Golia invincibile ed un David impaurito e disorganizzato.
    Il periodico ritorno a Napoli è traumatizzante e solo lo sviscerato amore verso i luoghi nativi riesce a far dimenticare la memoria di visioni da favola, ma perfettamente reali, che ci fanno ancor di più soffrire nel ripercorrere le sconnesse e maleodoranti strade di Napoli, la quale in futuro al massimo potrà ambire a capitale dell'Africa nera.

    fig.29- Mamma e papá 25 anni di matrimonio
    fig.30 - Corteggiamento

    Nel frattempo festeggiamo le nozze d’argento ripetendo il matrimonio con rito indù (fig.29) ed io sono ancora costretto al rito del corteggiamento, che pratico con costanza e dedizione (fig.30).
    Marina, più bella che fotogenica, parla attraverso le foto, da sola (fig.31–32) e con l’amato genitore (fig.33–34).
    Abile scrittrice vi consigliamo vivamente la lettura del suo best seller sul link
    http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo97/index.htm
    Chiudiamo in bellezza con una foto recentissima (fig.35), illuminata dal sorriso di Elvira, in compagnia di Gian Filippo, orgoglioso del suo onorario di ventimila euro, mentre Achille festeggia la fine di un incubo.

    fig.31 - Marina a Bodrum

    fig.32 - Sorriso irresistibile
    fig.33 - Con il vecchio genitore
    fig.34 - Con il padre preferito

    fig.34b-Prima comunione di Marina

    fig.35 - Famiglia in allegria

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    (5^ puntata)
    Frasi d’amore di Achille ad Elvira

     

    Prima di passare alla lettura di queste toccanti frasi d'amore di Achille alla sua adorata Elvira, vogliamo comunicare a chi volesse utilizzare uno o più brani facendoli suoi per far innamorare una fanciulla renitente o rinfocolare un rapporto usurato dal tempo, che lo può fare liberamente; il copyright sui sentimenti non esiste, quindi buona lettura.


    • Elvira è il tuo nome, sinonimo di amore, la vita è un grande mistero, ma l'amore per te ne giustifica il senso e ne spiega il significato.
    • 25 anni assieme, ogni anno ti voglio più bene, quanto te ne vorrò' quando avremo 100 anni.
    • Elvira, dolce cara amata sposa non vi è felicità maggiore di addormentarsi vicino a te fingendo di guardare la televisione.
    • Credo che tutti i veri innamorati non possano vivere se non vicini al proprio amore. Non riesco ad odiarti per il tuo desiderio di non starmi vicino in ogni ora del giorno e della notte.
    • Questo inguaribile morbo che mi tiene vivo non ha rimedi, finirà solo con la mia fine, che sarai tu a decretare se non mi amerai più.
    • Elvira, anima mia, bellissima creatura che i miei occhi possano ancora a lungo contemplare la tua straordinaria bellezza, che sembra voler sfidare sprezzante lo scorrere del tempo, l'avversità del destino, la cattiveria degli uomini.
    • Il tuo sposo, più innamorato che mai.
    • Attenta, pensa anche a te ed agli altri la prossima volta che mi farai per la terza volta l'accattivante proposta di fuggire assieme. Ti risponderò di sì.
    • Al pensiero dei miei pensieri, oggi siamo stati lontani e tu mi hai voluto meno bene, ma sicuramente domani recupererai.
    • Il tuo eterno amante.
    • Alla mia musa, oggi vi è il sole e quando vi è il sole tu sei felice ed io sono felice per la tua felicità. Achille 
    • Quando tu sei lontana il mio amore cresce, ma non può manifestarsi. Ti amo di più quando sei assente, che quando sei presente, forse è un limite alla nostra felicità. Il tuo innamorato.
    • San Valentino 2004, il nostro santo preferito, ma non dobbiamo aspettare il 14 febbraio per santificarlo, lo facciamo ogni giorno, prede del nostro amore senza fine, una miracolosa energia portentosa, che vivrà in eterno, anche quando noi saremo scomparsi, al di la del tempo e dello spazio. Tuo per sempre, Achille
    • Sono l'uomo più fortunato del mondo perché ti ho incontrato. Sono l'uomo più fortunato dell'universo perché ci siamo amati. Oggi sono felice perché sei ritornata.Il tuo micio.
    • 49 anni....ogni anno ti voglio più bene, quanto bene ti vorrò a 99 anni??
    • 55 anni... sei quasi matura, ma i tuoi occhi devastanti mi ammaliano come prima, più di prima e ti amerò
    • 57 anni(pochi minuti alla mezzanotte) nulla è cambiato nella tua bellezza e nel tuo fascino ai miei occhi sempre più innamorati per sempre, per l'eternità.
    • 59 anni,il tempo passa, i sentimenti resistono e si fortificano, come aumenta a dismisura la mia dipendenza da te, amore mio, tutta la mia esistenza non avrebbe alcun significato senza il tuo sorriso, grazie di essere l'oggetto ed il soggetto dell'amore, grazie per ogni attimo trascorso assieme, grazie di tutto mio amore infinito. Il tuo micio
    • 1999-  Da tempo  non ti dedico frasi d'amore, ma il mio amore non si è dimenticato di te. Achille
    • 2001- Sei l'epicentro di tutti i miei desideri ed i miei pensieri, di quelli belli, che si stemperano in te e di quelli cattivi, a cui fai da parafulmine e da domatrice. Grazie senza di te non potrei esistere. Achille
    • 16 settembre 2008
      Amore vero ed odio simulato
      Ieri sono trascorsi 35 anni da quel fatidico giorno nel quale ci siamo scambiati la solenne promessa di amore eterno e di assistenza reciproca nella buona come nella cattiva sorte.
    • Il tempo non cancella i sentimenti, quelli veri, rigogliosi, che sfidano baldanzosi l'eternità ed il mio amore verso di te è immutato. Un amore sincero, tenero, affettuoso, ma nello stesso tempo egoista, che ti vuole solo per me. Soffro a dividerti con gli altri, siano anche persone a me care. Il mio amore è anche dipendenza assoluta, morbo inguaribile, che può essere tenuto a bada solo dalla tua vicinanza. Achille 
    • I fiori sono falsi, ma il mio amore è vero
      Il tuo pretendente
    • Mia diletta Elvira, sono trascorsi trent'anni ma i tuoi occhi devastanti sono ancora l'unica bussola della mia vita. Il tuo micio Achille.
      (Frase pubblicata su "Il Mattino" del 14 Febbraio 2003 pag.36
      in occasione di san Valentino)
    Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio la lettura del mio libro “La Bibbia dell’amore”, scritto con mia figlia Marina. Per consultarlo digita il link http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo97/index.htm

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    (6^ puntata)
    Un prete scatenato

     Achille ha costantemente amato il Carnevale ed il suo abito preferito è stato sempre quello da prete, il classico naturalmente, dalla interminabile vrachetta, di cui ne possedeva uno originale, ereditato dal cappellano dell’ospedale di Cava de’ Tirreni (fig.1) e col quale fu protagonista di un divertente  episodio nel casino di Santa Chiara che ora vi raccontiamo.


    fig. 1 - Achille  prete

    Donna Amalia era figlia d’arte, sua mamma Concettina aveva esordito a Napoli nel celebre casino di via santa Lucia, ove ritornava spesso e volentieri ed anche lei aveva lavorato nella celebre istituzione partenopea, frequentata da nobili e da gerarchi, dopo essere stata battezzata a quattordici anni dal marito della signora nella casa dove era stata messa a servizio. La mamma era stata immortalata in una cartolina (fig.2)  che aveva fatto il giro d’Italia e che troneggiava in salotto in una pacchiana cornice d’argento.
    Con la legge Merlin si mise in proprio, guadagnando una barca di soldi e sposando alla fine il suo magnaccia. Era molto ricercata dai clienti per una specialità che le aveva permesso nell’ambiente di essere conosciuta come La bolognese.


    fig. 2 - Concettina


    Gli anni passavano e donna Amalia capì che era meglio vivere alle spalle degli altri, anzi delle altre.
    Aprì una casa chiusa in uno dei vicoletti prospicienti il complesso monastico di Santa Chiara e si preoccupò di selezionare la clientela. Per usufruire delle prestazioni bisognava essere conosciuti e fortuna volle che uno dei primi clienti fu il mio amico Gian Filippo, notoriamente tra i più arrapati frequentatori di prostitute dell’area campana già  dall’età di sedici anni.
    Dopo una serata di baldoria ci presentammo tutta la combriccola da donna Amalia, mettendola in seria difficoltà, perché nella casa esercitava una sola ragazza per volta, che dovette fare lo straordinario per placare le nostre ansie giovanili, aiutata dalla stessa maitres, che non disdegnava di rendersi utile e nelle emergenze rimasticare l’antica abilità.
    In seguito in poche settimane presentai una cinquantina di amici a donna Amalia, tutti rampolli di buona famiglia ben dotati economicamente, che divennero assidui clienti, a tal punto che si dovettero chiudere le iscrizioni della benemerita istituzione.
    Per  gratitudine donna Amalia mi promise che avrei potuto frequentare gratuitamente la sua casa…, non immaginando che per alcuni anni non avrei saltato una serata.
    Le ragazze, come era sana abitudine durante il ventennio, cambiavano ogni settimana, spesso erano minorenni ed alcune veramente molto belle. Par condicio tra bionde e brune che erano ospitate nella struttura e passavano la mattinata a guardare la televisione ed a sfogliare rotocalchi, in attesa delle 17, quando cominciavano a venire i clienti, un flusso ininterrotto fino a circa le due.
    Gian Filippo era uno dei più assidui frequentatori assieme a Lucio, un arrapato cronico che grazie alla raccomandazione del padre questore diverrà immeritatamente regista della televisione. Più di una volta ad entrambi capitò di innamorarsi di qualche signorina… e solo grazie al buon senso di queste alacri lavoratrici non si sono inguaiati a vita.
    Anche Sergio, famoso per la sua mole schifosa e per il suo alito pestifero, non faceva passare settimana senza una visita, almeno per vedere la ragazza e non ve ne era una che non fosse di suo gradimento.
    L’episodio più divertente è capitato in periodo di carnevale, quando finita una festa ci presentammo in quattro a chiudere degnamente la serata.
    Diego, Luciano e Gennaro erano in smoking, mentre io ero in abito talare, una maschera originale che mi era stata regalata dal cappellano dell’ospedale dove da poco lavoravo.
    Donna Amalia dalla finestra all’inizio non mi aveva riconosciuto, poi per le scale le dissi di non dire niente alla ragazza, che ci saremmo fatti quattro risate.
    In sala d’attesa vi erano due paesanotti dall’aria imbranata, che rimasero di stucco quando con nonchalance, posato il cappello, mi accomodai nel salottino e cominciai a sfogliare alcune riviste pornografiche. Addirittura mi vollero cedere il turno ed io entrai baldanzoso nella stanza. La ragazza, giovanissima, era alquanto imbarazzata e chiese cosa avrebbe dovuto fare. “La vedi questa vrachetta di un metro e mezzo, comincia a sbottonarla ed occupati di lui”.
    Passato il momento iniziale la ragazza entrò in carburazione e si dimostrò molto esperta. Alla fine chiese da quale convento venissi ed io le risposi candidamente: “Da qui di fronte, da Santa Chiara”.
    “ Non credevo che anche voi faceste queste cose”
    “ Ingenua lo facciamo più degli altri ed in convento spesso ci sodomizziamo a vicenda”.
    Usci baldanzoso e cedetti il posto ai due cafoncelli.
    A distanza di anni donna Amalia raccontava divertita l’episodio, aggiungendo che la ragazza, sicura di aver commesso peccato, il giorno dopo era andata a confessarsi e non aveva ottenuto l’assoluzione.

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      (7^ puntata)
    Carnevale a Venezia


    fig. 1 - Gino e Vittoria  -Papa e papessa

    Oltre alle prestigiose feste che si svolgevano all’Hotel Cipriani di Venezia, alle quali partecipava assiduamente ed una volta vinse il 1° premio di 10 milioni, egli organizzava con Elvira feste indimenticabili nella loro villa di Posillipo delle quali parlavano i giornali per giorni.

    Cominciamo da:

    Una festa di Carnevale indimenticabile

    La tradizione del Carnevale risale ai tempi lontani della Serenissima, quando era famosa in tutta Europa, ma riprese in grande stile a partire dal 1980, quando riempì del suo eco il mondo intero.
    Soltanto Venezia, una città senza futuro, può rivivere pienamente il passato, dove il bello è a diretto contatto con la fine. Dietro l’essere nel suo pieno fulgore c’è solo il fantasma della morte. Se le persone indossassero sempre maschere in un luogo che vive più di passato che di presente sarebbero il tragico specchio di essa.
    Eppure Venezia la senti sotto pelle quando ne indossi il passato. Da quando celebrò lo Sposalizio col Mare sul regale Bucintoro, essa si legò ad un destino superiore e dai fasti splendori iniziò a decadere progressivamente. Alcuni dipinti ed affreschi ricordano nostalgicamente la sua maestà trascorsa: il Canaletto, il Guardi, il Bellotto, ne hanno magistralmente immortalato la bellezza. E niente è ridicolo, trasgressivo, impossibile nelle vie dove gli insetti ti pungono, o lungo i canali dove i topi galleggiano e i mendicanti, prima di morire, magari ubriachi, tendono ancora la mano perché sanno che la vita è generosa, mentre loro sono ormai sul triste ponte, dove la Signora vestita di nero con la falce in mano li attende.
    Venezia a prima mattina è ancora un po’ dormiente, va svegliandosi gradualmente verso l’imbrunire come se nel tempo l’uomo “gaudens” l’avesse abituata al proprio ritmo circadiano. Dopo il crepuscolo incomincia a rianimarsi, ma soltanto a cena consumata le sue energie sono pronte e disponibili. Allora i vizi escono dalla prigione e si liberano in tutte le direzioni, dal gioco d’azzardo del Casinò alle cortigiane notturne, che hanno solo cambiato abitudini rispetto al passato, in cui famose ad ogni angolo erano le belle veneziane che desideravano il piacere e ad esso si offrivano. Le maschere diventano provocanti e la città rivela la sua indole più pagana che cristiana.
    In passato partecipare alle favolose feste in maschera al Cipriani era un’impresa impegnativa, non solo per il costo del biglietto, proibitivo, per la necessità di indossare un costume in sintonia con il tema prescelto, ma soprattutto perché bisognava prenotarsi con un anno di anticipo.
    Rammento nel 1984, quando per la prima volta decidemmo di trascorrere il Carnevale a Venezia e sentimmo parlare di queste feste favolose, la mia ricerca spasmodica per procurare gli inviti. La direzione alla mia richiesta sorrise perché i biglietti erano esauriti da mesi e potevo eventualmente acquistare quelli per il 1985. Era l’anno di un gemellaggio tra Venezia e Napoli e mi venne l’idea di telefonare a nome di un personaggio influente per ottenere in extremis la possibilità di partecipare ad uno dei veglioni in maschera.
    Scelsi di spacciarmi per l’onorevole Gava e nel ristorante dove cenavamo assieme ai nostri amici Vittoria e Gino (fig.1) chiesi dove fosse il telefono (erano gli anni preistorici prima dell’invenzione dei cellulari). Il cameriere mi disse che non dovevo alzarmi perché avrebbe portato a tavola l’apparecchio ed infatti, munito di un interminabile filo, comparve un elegante telefono bianco. Imbarazzato per la presenza di tanti occasionali ascoltatori composi il numero e, fingendo prima la voce femminile di una segretaria, mi feci passare il direttore del Cipriani, al quale, qualificandomi per il vegliardo senatore, chiesi un paio di biglietti per una coppia di ospiti importanti ed influenti che desideravano, pagando regolarmente, ardentemente partecipare alla festa; non li avrei accompagnato perché molto stanco.
    Il direttore si mise a disposizione, ma volle per forza fornire dei biglietti omaggio, che purtroppo non potetti utilizzare, timoroso, una volta scoperto di essere accusato di truffa, mentre se avessi potuto averli pagando non vi sarebbero stati problemi, dato che a Carnevale ogni scherzo vale. Vidi con malinconia la lancia con un impiegato con i biglietti dirigersi verso l’albergo che avevo indicato come dimora di questa coppia importante alla quale non si poteva dire di no.


    fig. 2 - Achille maragià, Elvira odalisca

    fig. 3 - Sfilata al Cipriani
    Per l’anno successivo ci preparammo in tempo acquistando i biglietti con grande anticipo e preparando i travestimenti per le tre feste che avevano temi diversi: la prima, il venerdì, la lunga notte indiana Achille maragià, Elvira odalisca (fig.2-3), la seconda, il sabato, il grande circo, io pagliaccio (fig.4-5), la mia consorte domatrice, l’ultima, il martedì, di tendenza trasgressiva, prete e coniglietta (fig.6-7); abbigliamento talare che adoperai anche per la serata di domenica quando ci recammo al casinò, dove all’ingresso volevano vietarmi di accedere, perché privo della cravatta; evidentemente avevano scambiato un luogo di vizio e perdizione per il Parlamento. Io indossavo una giacca rossa con il collo chiuso e non si vedeva che da sotto vi era l’abito da prete. Protestai vivacemente per il divieto che volevano impormi:” Giovanotto, ma cosa vuole, che indossi una cravatta sulla mia divisa?” Fu chiamato un dirigente che, per quanto meravigliato dal fatto che fossi in compagnia di due signore, giovani, belle e scollacciate, mi autorizzò ad entrare ed a sedermi ai tavoli da gioco. Feci prima un giro nei vari locali, alternandomi al braccio delle mie accompagnatrici, tenendole strette ed accarezzandole appassionatamente tra lo stupore generale. Mi sedetti poi ad un tavolo di roulette e cominciai a vincere una cifra considerevole. Il mio stato laicale fu scoperto soltanto quando, fatta una cospicua puntata sul 28 ed uscito il 29, bestemmiai vigorosamente le principali divinità delle religioni monoteiste.
    Attirati dal fascino misterioso del Carnevale negli anni successivi ci recammo altre tre volte a Venezia negli anni Ottanta, naturalmente approfittando dell’occasione anche per visitare mostre e rivedere palazzi, musei, campi e campielli. Ed inoltre Tintoretto e le Procuratie Vecchie a Piazza San Marco così suggestive quando c’è il fenomeno delle acque alte, le quali si specchiano su quella ingannevole superficie che raddoppia in un fallace rimando all’infinito i portici e gli archi già così numerosi. Il richiamo delle attività culturali così intense a Venezia è poi cosa nota in ogni luogo: dal Festival del Cinema alle Biennali di Arte e di Architettura, dalle anteprime teatrali a tavole rotonde sugli argomenti più disparati, ma l’attrattiva irresistibile era sempre costituita da quelle feste magiche in maschera che si tenevano in uno degli alberghi più esclusivi del mondo: il Cipriani.
    fig. 4 - Achille con due bonazze
    fig. 5  - Castrazione

    Febbraio 1995, Elvira e Achille, memori delle favolose feste di Carnevale degli anni Ottanta alle quali avevano partecipato, decisero di ritornare a Venezia all’Hotel Cipriani per cercare di nuovo un’occasione di divertimento e di trasgressione. Compagni di baldoria Sonia e Diego, una coppia di amici di vecchia data, simpatica e soprattutto carica di denaro, perché il biglietto per la serata di gala nel principesco albergo costava un milione a persona.
    In passato partecipare alle feste in maschera al Cipriani era un’impresa impegnativa, non solo per il costo del biglietto, proibitivo, per la necessità di indossare un costume in sintonia con il tema prescelto, ma soprattutto perché bisognava prenotarsi con un anno di anticipo.
    Come era nella nostra consuetudine ci prenotammo per la famosa festa all’hotel Cipriani, che si svolgeva in una cornice di pubblico selezionato, per la maggior parte tutti clienti dell’albergo, oltremodo esclusivo.
    Dopo una cena pantagruelica alla fine della serata era prevista la sfilata per la premiazione della maschera più bella. Quella sera annunciarono il premio anche per la maschera più divertente, anzi affermarono che poiché il Carnevale è soprattutto divertimento era stato previsto un premio record di dieci milioni. Io ero vestito da diavolo, un travestimento semplice basato su una calzamaglia rosso fuoco, che andava indossata direttamente sul corpo e che, facendo trasparire le forme anatomiche, non lasciava molto all’immaginazione, inoltre vi era una coda rigida che si poteva far ribaltare in avanti simulando ben altro organo.
    Due graziose hostess dell’albergo in divisa rossa furono attirate dal colore del mio abito e, dopo avermi fornito il numero per la gara, mi invitarono a fare con loro un giro tra gli ospiti per procacciarmi voti a favore.
    Passando tra i tavoli feci un po’ di moine alle signore, soprattutto a quelle di annata, che erano la maggioranza ed a molte feci toccare l’appendice caudale, promettendo in caso di voto positivo, una tastata ben più coriacea e dirompente ed eventuali nottate di fuoco; il tutto tra lo scrosciare di applausi entusiasti ed un’andatura ancheggiante, che rivaleggiava con quella leggendaria di Totò.
    Dopo le 22 avvenne la premiazione, alla quale non pensavo oramai più, al punto che con alcuni amici incontrati alla festa, tra i quali Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio, ci eravamo trasferiti su un terrazzo a discutere animatamente, in egual misura, di arte e di mondanità. Da lontano sentii più volte una voce che scandiva un numero e lo invitava sul palcoscenico, solo dopo vari richiami capii che si trattava del mio numero: avevo vinto il primo premio, una vera sorpresa perché al veglione erano presenti circa mille persone.
    Non si trattava di un premio in vile , ma del soggiorno gratuito di quattro giorni per una coppia da trascorrere nell’hotel Cipriani, dove per inciso una giornata a pensione completa costava un milione e mezzo a persona.
    Decidemmo di trascorrere questi giorni di svago nel mese di ottobre e di nuovo compagni(per loro a pagamento) Sonia e Diego, i quali poi per uno sciopero degli aerei da Roma saltarono l’appuntamento.
    Dovetti fare numerose telefonate per fissare la camera, perché l’albergo era quasi sempre esaurito. Naturalmente non segnalavo nel prenotarmi che saremmo stati ospiti a sbafo. Sonia, la nostra amica, voleva assolutamente una camera con vista sul canale, che per inciso era gravata da un supplemento di un milione al dì e questa preferenza rendeva ancor più difficile la disponibilità.
    Appena giunti in albergo fummo accolti con tutti gli onori, che non scemarono quando io presentai il coupon che ci garantiva il soggiorno gratuito.
    Preso possesso della suite mi accorsi che il balcone si affacciava sul canale, per cui, memore del salato supplemento, mi precipitai alla reception per rammentare la nostra posizione di non paganti, ma fui accolto da un malizioso sorriso.
    Ci apprestavamo a valutare piacevolmente l’elasticità dei materassi, quando bussò alla porta ed una cameriera ci consegnò un gigantesco fascio di rose, Elvira credette per un attimo ad un mio cortese pensiero, ma la fantesca chiarì trattarsi di un benvenuto della direzione ai graditi ospiti.
    Di nuovo a letto pronti a passare a vie di fatto e ad una memorabile tenzone amorosa quando di nuovo il campanello ci interrompe: un valletto ci consegna una bottiglia di Moet Chandon con i complimenti del direttore.
    Brindiamo al nostro soggiorno e fummo folgorati dalla certezza che quei giorni sarebbero stati un dolce e prezioso momento di grande amore, vissuto tra rose, champagne e serenate col violino serali.
    Elvira provava nel momento in cui si allontanava dai rumori del clima carnascialesco, una sensazione drammatica di coesistenza tra il sublime e la negazione di esso, come un trancio improvviso. Nella patria della Serenissima la vita s’immergeva sensuale nel vortice delle passioni tumultuose, dalle quali con fatica risorgeva all’alba, dimentica dei piaceri notturni, ma forse con una invisibile ferita in più sul volto, profondamente segnato dall’insieme di esse.
    E le nebbie, che di giorno accompagnavano stancamente i passanti non ancora ben desti, i quali risentivano ancora dei bagordi trascorsi nella notte, chiudevano in alto un mondo senza schiarite di orizzonti futuri.
    Era il mal di Venezia che prende gli uomini, li contagia e li isola nella laguna morente, che grida la sua fine mentre il mondo la ignora. E se partono, fatalmente ritornano perché l’attrazione può essere come la morte che sa aspettare ma prima o poi esige lo scotto da pagare.
    Elvira dormiva poco a Venezia, lasciava Achille ancora a letto e lievemente stordita per la mancanza di sonno, ma spinta dal desiderio di non perdersi il risveglio lento e pigro della città, si dirigeva verso piazza San Marco al Caffè Florian, dove nel torpore di ogni mattina, oltre alla pausa per la cosa con la curiosità di un obiettivo fotografico alla ricerca di segreti custoditi gelosamente da chi per l’amore di quella città si era trasformato in una sua cariatide. Tali apparivano ad Elvira alcuni strani personaggi seduti dietro la vetrata Art Dèco con lo sguardo fisso nel vuoto e il cuore stretto pateticamente nella loro solitudine. Anche lei si sedeva non solo per capire ma per assaporare l’atmosfera che le piaceva. Ordinava l’Irish Coffee, che secondo lei i barman preparavano in modo divino, scorreva qua e là le notizie del quotidiano e poi rientrava in albergo.
    In seguito non le piacque più Venezia quando il Carnevale si volgarizzò, anche quel palpito vitale si spense. Le sarebbero mancate le maschere, quei volti non umani, espressioni grottesche e seriose, sculture drammatiche, immagini evocanti un passato che non le apparteneva, ma le piaceva perché aveva un’anima che esprimeva la gioia di vivere. Ricordava quando improvvisamente sbucavano dal nulla, imponendosi al suo sguardo e alla sua riflessione, oppure, quando imboccava la penombra di un sottoportego e all’uscita la luce le faceva notare la presenza angosciante di un essere umano, che portava a spasso una butta sul suo volto: un “memento mori” e subito dopo magari incrociava la maschera radiosa del sole, un disco dorato e paffuto sulle guance con tanti raggi intorno: miraggio ambiguo della nostra interiorità.
    Purtroppo quel soggiorno a Venezia per noi è stato l’ultimo, ma fin quando c’è vita c’è speranza.

     
    fig. 6  - Tentazione


    fig. 7  - Che gambe

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    (8^ puntata)
    Achille scacchista

    fig.1 - Il signore degli scacchi
    Gli scacchi hanno costituito da sempre un interesse per il Nostro eroe, che ne conosceva le mosse dall’età dell’asilo, ma allora si dedicava principalmente al gioco della dama, in cui era praticamente imbattibile. Intorno ai 35 anni, dopo aver completato gli studi medici e letterari ed aver conseguito 4 lauree, decise che sarebbe in breve diventato una star (fig. 1) in questa nobile disciplina, conosciuta come il re dei giochi ed il gioco dei re. 
    Prese lezioni da una leggenda dello scacchismo napoletano: Giacomo Vallifuoco, fino a divenire nel 1994 "Maestro", massimo titolo conferito dalla Federazione scacchistica italiana; ha ricoperto per molti anni la carica di Presidente della lega campana scacchi, contribuendo alla diffusione capillare del gioco nelle scuole ed è stato 2 volte campione regionale (fig.2). Nel 1998 ha incontrato, mettendolo in serio imbarazzo, l'ex campione del mondo, il sovietico Boris Spassky.
    Ha scritto per anni su numerose riviste del settore di svariati argomenti; in particolare su "Scacco" di studi teorici sulle aperture (fig.3).
    Nel 2015 in con Carlo Castrogiovanni ha pubblicato un libro su Giorgio Porreca (fig.4).
    Per anni ha organizzato un Festival scacchistico internazionale “Estate ad Ischia” sul quale riportiamo un articolo pubblicato su Il Golfo nel 2007.

    fig.2 - Achille premiato campione regionale
    fig.3 - Novità scacchi


    fig.4 - Copertina libro Porreca
    Nella splendida cornice di villa Elvira a Forio si è svolta la terza edizione del festival internazionale di scacchi Estate ad Ischia, che ha visto la vittoria, dopo le magre figure degli anni scorsi, del maestro isolano Costantino Delizia (fig.5), il quale ha fatto il suo ingresso nell’albo d’oro della manifestazione al fianco di nomi illustri quali il maestro della Ragione (fig.6) ed il russo Munich, vincitore della scorsa edizione.
    L’indigeno ha prevalso per spareggio tecnico sul maestro romano Farina, gran favorito della vigilia perché reduce dalla vittoria ai campionati nazionali assoluti di categoria e su un nutrito gruppo di partecipanti provenienti da tutta  Italia.
    Gli altri premi di fascia sono stati assegnati, al romano Rocchi, autore di una brillante prestazione, rimanendo imbattuto negli scontri diretti con i maestri e ad Elvira Brunetti, che ha dominato la sua categoria, guadagnando oltre cinquanta punti elo. Il premio per la migliore partita è stato assegnato al maestro Achille della Ragione, creatore di un’importante novità teorica nella difesa scandinava.
    Mentre i giocatori si combattevano sulle scacchiere, le signore, mogli, fidanzate ed accompagnatrici, graziosamente accomodate ai bordi della piscina, si alternavano tra agili nuotate ed il sorseggio di raffinati drink preparati da Tania, oggetto di sguardi assassini da parte dei concorrenti.
    Impeccabile la direzione di gara dell’arbitro Fide Beppe Bonocore, inflessibile nell’applicazione del regolamento, come quando ha squalificato senza indugi, per un trillo del telefonino, il malcapitato Antonio Gallo, ignaro della severa norma. Il concorrente più anziano, la partita più brutta ed l'ultimo posto in classifica. Ma vi è tempo per rimediare per l’anno prossimo, quando il torneo si svolgerà nel mese di agosto.



    fig.5 - Festival Ischia 2007 villa Elvira
    fig.6 - 1° classificato Festival Ischia 2006 Achille della Ragione
    fig.7 - Coppa Bisignano

    Concludiamo con una carrellata di foto, dalla vittoria della Coppa Bisignano (fig.7) dove Achille è ritratto in compagnia di illustri scacchisti: i maestri Giovanni Vallifuoco ed Ernesto Jannaccone, l’arbitro Sergio Pagano, l’editore Gianni Cosenza, lo scienziato Marco Valenzi ed il portiere Giovanni Avolio.
    Achille con  la campionessa italiana Maria de Rosa, l’arbitro Giuseppe Bonocore ed il fenomeno Giuseppe Lettieri (fig. 8), quindi mentre sfida lo scacchista – scrittore – pizzaiolo  Longo (fig.9) ed infine i suoi adorati nipoti (fig.10 – 11) Leonardo e Matteo Carignani di Novoli, che hanno ereditato talento e passione per le 64 caselle.


    fig.8 -  Achille, la campionessa italiana Maria de Rosa, l_arbitro Giuseppe Bonocore e Giuseppe Lettieri.
    fig.9 - Achille contro Andrey

    fig.10 - Leonardo dopo aver vinto un torneo
    fig.11 - Matteo sta per dare scacco matto
    Achille campione regionale col presidente Cerrato

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    (9^ puntata)
    Il vizio lucroso del poker

     
    fig. 1 - Poker di assi

    Per decenni, oltre agli scacchi, ho frequentato con assiduità il tavolo del poker (fig.1), non tanto per il piacere di trascorrere una serata tra amici e per il sottile brivido provocato dal gioco, ma soprattutto perché mi rendeva decine di milioni al mese di vincite.
    I partecipanti del tavolino sono cambiati negli anni, perché il trascorrere inesorabile del tempo, falciava alcuni componenti, sostituiti sempre da nuovi giocatori.
    L'unica a resistere imperterrita è stata mia zia Giuseppina (fig.2), che tra qualche mese compirà 103 anni e pare non abbia alcuna intenzione di lasciare questa valle di lacrime.
    Ogni anno organizzavo anche tornei di poker, che duravano tre giorni e che si svolgevano nei saloni della mia villa posillipina, ai quali partecipavano 54 giocatori ed inoltre prendevo parte volentieri a quelli organizzati dai più importanti circoli cittadini. Quasi sempre risultavo vincitore come attestano le coppe che fanno bella mostra di sé, in maniera eloquente, sui mobili della mia sala da pranzo (fig.3-4), assieme ai numerosi trofei che costellano la mia carriera di quasi imbattibile scacchista
    La sede di gioco, alternativamente, era la casa di mia cugina Maria Teresa o la camera dedicata al poker sita al piano terra della mia villa.
    Voglio ora ricordare alcuni dei partecipanti alla tenzone settimanale.
    Partiamo dal mitico Bebè, un nobile decaduto, che perse al gioco i residui risparmi messi da parte per la vecchiaia, per ricordare poi l'ispettore Lombardi, un amico di famiglia, fedele quanto discreto, che riusciva quasi ogni sera ad uscire "parapatto e pace" col portafoglio.
    Vi sono poi, tra i parenti della famiglia Luongo, zio Gigino che, quando perdeva un piatto importante perdeva anche la pazienza e bestemmiava scherzosamente in vernacolo e zio Roberto, sapiente quanto prudente, che usciva quasi ogni sera in vincita.
    Altro componente leggendario era don Pio, un pensionato del Banco di Napoli che aveva aperto un’attività commerciale a Ischia, circostanza che gli permetteva di partecipare anche alla sessione estiva, quando il tavolino si trasferiva negli austeri saloni della mia villa nell’isola verde (fig.5–6).
    Fino ad ora abbiamo parlato di personaggi che da tempo hanno concluso il loro percorso terreno ed ora, forse, si dilettano a giocare con gli angeli tra le nuvole dorate.
    Ritorniamo ai viventi, partendo da Gennaro De Notaris, soprannominato "o surd" all'epoca e che nel frattempo sfortunatamente è divenuto anche cieco. Il suo amico del cuore era Beppe Ferraro, famoso dirigente dell'Asl 1, ma principalmente noto per i suoi bluff clamorosi, che spesso gli rendevano vincite cospicue.
    Abbiamo già accennato a zia Giuseppina, che con una condotta oculata (giocava solo e sempre con il punto) quasi sempre si alzava vincitrice, anche se di poco.
    Una presenza costante era quella dei coniugi Santopaolo, più noti come Maria Teresa e Genny, di cui non pubblichiamo una foto per decenza, che più di una volta perdevano cifre cospicue, mettendo in pericolo il loro magro bilancio familiare, circostanza per me dolorosa, essendo miei parenti stretti, che più stretti non si può.
    Mia moglie Elvira (fig.7) partecipava saltuariamente, essendo sinceramente amante della cultura e tiepida appassionata del mazzo di carte.
    Carlo Castrogiovanni (fig.8) da tempo tristemente emigrato al nord, sempre elegantissimo e dall'eloquio forbito, godeva nel giocare come nessun altro ed alternava vincite e perdite in egual misura.
    Passiamo ora ai perdenti, che foraggiavano il tavolino, permettendo agli altri di vivere di rendita. Si trattava di "giocatori" per antonomasia, i quali se non perdevano non si trovavano a loro agio e noi, per farli godere, io in primis, li spellavamo senza ritegno.
    Tra questi ricordiamo Camillo, celebre chirurgo plastico, Anna Maria, nobildonna sfondata, nel senso di ricca, non anatomicamente ed il famigerato "pollastro", al secolo Diego De Bellis (fig.9), all'epoca multi miliardario, in grado di perdere 50 milioni in una serata e di rimanere impassibile.
    Ricordo ancora con emozione ed un pizzico di nostalgia, puntate e rilanci di decine di milioni.
    Poi tutto è finito all'improvviso, ho giurato a me stesso che non avrei più giocato e sono 20 e più anni che tengo fede alla promessa.

    fig. 2 - Zia Giuseppina centenaria
    fig. 3 - Coppe e trofei
    fig. 4 - Coppe e trofei
    fig. 5 - Copertina Casa Mia novembre 1997
    fig. 6 - Villa della Ragione ad Ischia
    fig. 7 -Elvira Brunetti
    fig. 8 - Carlo Castrogiovanni
    tav. 9 -  Diego De Bellis

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    (10^ puntata)
    Bravate a raffica

    Proponiamo ora ai lettori una serie di articoli che rievocano una serie di imprese  del nostro eroe: da una memorabile vittoria a braccio di ferro (fig.1–2) a quando cambiò il nome a piazza Garibaldi (fig.3 – 4), a come risolse il problema del servizio militare, come catturò un ladro, per concludere con una sua specialità, una presa in giro della magistratura, che fu  pubblicata all’epoca dai principali giornali italiani.
    fig. 1 - Villaggio:"Les Paletuviers"

     
    fig. 2 - Achille sfida superman

    Una entusiasmante gara di braccio di ferro

    Capodanno del 1989, mentre caduto il muro di Berlino il mondo conosceva una nuova era, il sottoscritto, con la sua famiglia, assaporava il fascino esotico di una vacanza al mare, al sole dei tropici, quando in Italia imperversava il vento e la pioggia. La meta prescelta il villaggio Valtur Les Palativie in Costa d’Avorio, un posto da sogno dove passammo quindici giorni indimenticabili tra bagni in acque incontaminate, pranzi pantagruelici con annesse libagioni, balli sfrenati fino all’alba e quotidiane gare sportive, dal nuoto al calcetto, dalle bocce al braccio di ferro. Ed è proprio di queste ultime due competizioni che voglio brevemente raccontarvi. Io partecipavo a tutte le competizioni, unica eccezione miss topless per mancanza di attributi. Nel nuoto venivo costantemente superato da giovani siluri ed anche, a volte da avvenenti ondine, nel calcio inesorabilmente dribblato e nel tennis surclassato, unica soddisfazione un secondo posto nella gara di bocce miste in coppia con una valchiria, che mirava al bersaglio con teutonica precisione. Grande attesa vi era poi per la sfida di braccio di ferro, che si svolgeva dopo cena nell’anfiteatro tra una folla plaudente, un tifo da stadio e le note del film di Stallone Over the top. Vi era una competizione  tra ultra quarantenni ed un trofeo assoluto. Scelsi di tentare la sorte nel torneo principale dotato di un cospicuo premio in denaro, rinunciando ad una coppa sicura, ma a casa, vinte a scacchi o a poker, ne ho talmente tante da non avere più spazio. Facevo affidamento non tanto sulla residua forza dei bicipiti, che da tempo si era affievolita, quanto su un’abilità tecnica di vecchia data e sulla notevole lunghezza del braccio: il trucco infatti consiste nel creare una leva più alta dell’avversario, cercare di fargli ruotare la mano verso il basso e poi il più è fatto. Tra i concorrenti all’alloro vi erano numerosi palestrati, ma in particolare incuteva timore un gigante di oltre due metri con 48 di bicipite, la misura di Steeve Reeves quando prestava ad Ercole il suo corpo statuario per interpretare le leggendarie sette fatiche. Ognuno di questi energumeni poteva contare poi su una claque di fanciulle scatenate, le quali urlavano a squarciagola speranzose nella vittoria del loro idolo, mentre io potevo fare affidamento, oltre che su mia moglie Elvira e sulle mie figlie Tiziana e Marina, su poche signore attempate che mi lanciavano languidi sguardi di incoraggiamento. Rimasi sorpreso dalla facilità con la quale superai lo scoglio delle prime prove e mi trovai, quasi senza accorgermene, alla finalissima con il temuto avversario che aveva scelto il nome d’arte di Attila. Dopo un doppio zambaione rinforzato al rhum ed aver posto sulla testa un cappellino affrontai senza paura l’ultimo ostacolo, al suo cospetto mi accorsi che al di là della massa muscolare egli possedeva in un alito pestifero, la sua arma segreta. Mi rivolsi a lui spavaldo, girando all’indietro la visiera alla Sylvester Stallone ed esclamai:”Ti torcerò il braccio”. Quindi gli piegai la mano e cercai di tenere la mia al di sopra. Resistetti al suo impeto disordinato per alcuni minuti, fino a quando, spompato fu alla mia mercé e cadde come una mela fracida. L’applauso che salutò il mio trionfo fu interminabile, tutte le ragazzine che puntavano su di lui ora erano pazze per il mio successo, inclusa miss topless, incaricata di premiarmi, che oltre alla fascia mi gratificò con un bacio saporitissimo. Per chi non credesse alle mie parole, oltre alle foto vi è un breve video della serata che si può consultare sul mio sito www.guidecampania.com/dellaragione
     
    fig. 3 - Stazione

     
    fig. 4 - Napoli - Portici

    Piazza 3 ottobre 1839 

    Ricordo ancora con commozione quando alla testa di un gruppo di cittadini,  esasperati dalle lentezze burocratiche, fisicamente sovrapposi a quelle del comune targhe nuove di zecca con l’indicazione di piazza 3 ottobre 1839, una data fatidica della storia napoletana, che i nostri colonizzatori hanno fatto di tutto per farci dimenticare. In quel lontano giorno, prima in Italia e seconda al mondo, sfrecciò la prima ferrovia italiana: la Napoli  Portici. Avevo informato stampa e televisioni delle nostre intenzioni e scelsi come giorno il 4 luglio, bicentenario della nascita di Garibaldi. Presa in prestito una scaletta da un negoziante di tessuti, applicai la nuova scritta ed improvvisai un discorso alla folla, immortalato da 12 emittenti private, che trasmisero in differita l’episodio agli spettatori di diverse regioni, mentre i giornali ne parlarono il giorno dopo entusiasti. La notizia della burla giunse fino in Francia sulle pagine di Le Monde. Due vigili urbani, un uomo ed una donna, incuriositi dall’assembramento, chiesero timidamente alla folla cosa stesse succedendo. Qualcuno rispose: “Quel signore ha cambiato il nome alla piazza”; “Allora va bene, tutto a posto”.  Le nuove targhe sono rimaste in loco per mesi, senza che nessuna autorità intervenisse e solo la pioggia le ha portato via. L’anno scorso l’impresa è stata ripetuta da un’organizzazione neo borbonica, sempre senza riuscire a smuovere l’amministrazione comunale dal suo torpore criminale. L’unica possibilità di riscatto e di ripresa per Napoli ed i napoletani è oggi legato alla volontà di riappropriarsi del suo passato glorioso e della loro identità perduta. Attendere che a ciò provvedano le istituzioni è pura utopia, per cui solo dei liberi cittadini possono sanare una palese ingiustizia. Tutto il mondo deve sapere che i napoletani sono gente antica e paziente, ma che in passato la città ha rifiutato l’Inquisizione e dato i natali a Masaniello; essa non vuole recidere le radici col passato e vuole un futuro migliore. Abbiamo alle spalle una storia gloriosa di cui siamo fieri, passeggiamo sulle strade selciate dove posò il piede Pitagora, ci affacciamo ai dirupi di Capri appoggiandoci allo stesso masso che protesse Tiberio dall’abisso, cantiamo ancora antiche melodie contaminate dalla melopea fenicia ed araba, ma soprattutto sappiamo ancora distinguere tra il clamore clacsonante delle auto sfreccianti per via Caracciolo ed il frangersi del mare sulla scogliera sottostante. Avere salde tradizioni e ripetere antichi riti con ingenua fedeltà è il segreto e la forforzafza dei Napoletani, gelosi del loro passato ed arbitri del loro futuro, costretti a vivere, purtroppo, in un interminabile e soffocante presente, del quale ci siamo scocciati e da oggi vogliamo divenire attivi artefici del nostro destino.   

    Militesente con astuzia

    Da quando esiste l’Italia il rapporto dei giovani verso il servizio militare è cambiato più di una volta. Dopo essere stato considerato per più generazioni un onore fino alla seconda guerra mondiale, è divenuto all’improvviso un peso intollerabile da evitare in ogni modo con la malattia, finta o immaginaria, con la raccomandazione quando possibile, con la corruzione spesso e volentieri ed infine con la sublimazione attraverso l’obiezione di coscienza, che negli ultimi anni poteva divenire totale, permettendo di saltare i giudici militari e patteggiare una pena pecuniaria davanti alla magistratura ordinaria. “Se non sei buono per il Re non sei buono neppure per me” recitavano le fanciulle da marito nei primi decenni del Novecento. “Ho superato la visita militare babbo”, “ Sono orgoglioso di te figliolo” “Ho fatto fesso i medici, mi hanno riformato”, “Sei un dritto, hai preso di me”. Tra queste due conversazioni passano non più di cinquanta anni. Infine da quando è stata abolita la leva obbligatoria ed il periodo di naia è divenuto volontario ed a pagamento vi è stata una grande richiesta da parte dei giovani meridionali, disperati e senza lavoro. Oggi con le missioni di pace…, alle quali l’Italia si onora di partecipare, vi è da guadagnare un sacco di denaro, anche se vi è un piccolo rischio di essere feriti o di non tornare, per cui quando si aprono gli sportelli per consegnare le domande di arruolamento i giovani, accompagnati da un nugolo di familiari, passano la notte in macchina davanti al comando e ben prima del canto del gallo si mettono in fila ad aspettare, avvolti nelle coperte e con i termos pieni di caffè, per essere i primi a consegnare la domanda. Geltrude era figlio del suo tempo, il ’68, e pur non essendo di sinistra era antimilitarista convinto e militesente per vocazione. Già dalla prima visita di leva, durante i famigerati tre giorni, mise in atto ogni artificio per buggerare i medici militari. Si finse sordo ed al momento della raccolta delle urine si punse un polpastrello e fece cadere infinite gocce di sangue nel campione per fingere una nefrite. Purtroppo l’unico risultato fu l’essere classificato idoneo di quarta categoria rosso, in poche parole la chiavica delle reclute, che partono militare solo se le classi non sono esuberanti. Il rinvio per motivi di studio spostò nel tempo il problema, ma tutti i nodi vengono al pettine ed approssimandosi la laurea bisognava trovare la soluzione definitiva al problema. Si poteva chiedere una nuova visita medica, ma poi venne il colpo di genio, che con sei milioni, più centomila lire per un documento falso risolse ogni pendenza e non  trasformò Geltrude in militesente, ma addirittura in congedato. Non fu difficile con quella cifra convincere Peppino, un morto di fame cronico, che abitava in un vicoletto vicino casa sua, a servire due volte la patria. Una prima volta per adempiere ai suoi obblighi verso lo Stato, una seconda per farsi un gruzzoletto, sposarsi e chiavare per la prima volta. Alla nuova visita Peppino si presentò con il documento nuovo di zecca procurato da un vecchio pregiudicato della zona, che da anni aveva messo la testa a posto e si interessava solo di contrabbando, falsificazioni e vendita di benzina dei pescatori. Venne arruolato ed inviato alla caserma di San Giorgio, dove tra permessi e malattie fece non più di trenta quaranta giorni di militare. Alla fine il congedo e per il futuro ad un attento osservatore solo una piccola incongruenza sul foglio matricolare: l’altezza un metro e sessantatre centimetri, quando tutti sanno che Geltrude, per quanto con gli anni si è un po’ arrognato, supera ancora di una spanna il metro ed ottanta.

    Ginecologo placca il ladro sorpreso a rubare

    Articolo di Antonella Morisco pubblicato su Cronache di Napoli del 27 aprile 2001 Non è cronaca di tutti i giorni incontrare, tra le mura domestiche, in pieno giorno, un ladro nascosto dietro una libreria. Ancor di più inusuale che a seguito di questo incontro, dopo una breve colluttazione, scattino tempestivamente le manette. E’ quanto è accaduto l’altro giorno, intorno a mezzogiorno al famoso ginecologo Achille della Ragione in via Manzoni. Questi, nel cercare un libro nella biblioteca della sua villa, ha notato che il mobile era leggermente scostato dalla parete; dietro di esso, infatti, c’era un ospite indesiderato. L’incontro è di quelli che lasciano senza fiato. Il medico, però, non si è perso d’animo e, memore del suo passato titolo di campione universitario di lotta libera, ha affrontato il ladro. Le grida che sono scaturite dalla colluttazione hanno fatto accorrere il figlio del ginecologo, Gian Filippo, il quale stava studiando al piano inferiore. Le forze dell’ordine al loro arrivo hanno trovato il malfattore immobilizzato e senza fatica lo hanno trasportato in questura; si tratta di un nomade slavo che ha agito a volto scoperto. Da una prima ricostruzione il ladro sarebbe giunto al quarto piano della villa scavalcando scimmiescamente un albero secolare: solo questa circostanza infatti può giustificare il mancato intervento dei tre ferocissimi quanto addestrati rotweiller del professor della Ragione, un uomo, come ha dimostrato in questo frangente, coraggioso e determinato e non nuovo a episodi imbarazzanti…risolti con energia. Diversi anni fa il medico nel suo studio fu minacciato con un fucile a canne mozze alle tempie durante una rapina, senza possibilità di reagire. Identificò il malvivente sulle foto segnaletiche e lo fece arrestare e condannare. Negli anni Settanta, all’inizio della sua carriera, mentre prestava servizio nel pronto soccorso dell’ospedale di Cava de’ Tirreni, fu minacciato da un famigerato delinquente della zona. Nell’attesa delle forze dell’ordine fu costretto ad immobilizzare il facinoroso, che aveva cominciato a rompere suppellettili ed a strattonare pazienti ed infermiere. Al processo che ne seguì testimoniò contro il malvivente, il quale venne condannato a quattro anni di reclusione. La situazione a Napoli dell’ordine pubblico è veramente drammatica e richiederebbe un concreto intervento da parte dell’autorità, purtroppo i cittadini sono esposti in prima persona alla microcriminalità e sono costretti, quando possono, come nel caso del coraggioso professor della Ragione, a difendersi da soli.
    fig. 5 - Achille calzoni corti

    Eureka l’onore è salvo

    Otto agosto ore dieci, 40 gradi all’ombra, mi appresto ad entrare nel Tribunale di Napoli al centro direzionale per ritirare un documento, ma vengo bloccato dal drappello di polizia che giudica indecente il mio abbigliamento. Premetto che l’indumento incriminato è un elegante calzoncino, griffatissimo ed ultrafirmato, abbondantemente oltre il ginocchio, con il quale abitualmente entro in chiesa, stipulo presso notai contratti da milioni di euro e, lo confesso, ricevo sguardi interessati da focose fanciulle e da attempate signore. Chiedo di parlare col comandante, ma mi viene riferito che trattasi di un’ordinanza firmata dal presidente del Tribunale in persona. Non mi scoraggio, nonostante sia venuto da fuori Napoli e riesco, in cambio di un bigliettone, a convincere un corpulento garzone a chiudersi nella toilette ed a prestarmi il suo pantalone, per quanto imbrattato e rattoppato. Mi ripresento all’ingresso ed osservo una straripante popolana entrare senza problemi in calzoncini, segno evidente che le sue gambe sono giudicabili in maniera diversa dalle mie. Grazie al maleodorante pantalone imprestatomi riesco finalmente ad entrare ed a ritirare l’agognato documento. L’episodio sembra irrilevante, ma a mio parere è di una gravità inaudita. Vietare l’accesso ad un ufficio pubblico e sindacare l’abbigliamento dei cittadini è prerogativa dei paesi islamici più arretrati, dove i talebani si arrogano il potere di obbligare gli uomini a farsi crescere la barba e le donne ad indossare il burka. Ma forse i magistrati, stanchi di giudicare solo i comportamenti dei cittadini, vogliono anche pontificare sui loro abbigliamenti, confondendo il decoro di un’istituzione, che si misura in efficienza nel contrastare una delinquenza oramai padrona del territorio, con i centimetri dei calzoncini maschili.

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    (11^ puntata)
    Achille ed i suoi cani

    fig.01 - Copertina di Storia del cane
    Achille ha considerato sempre i suoi 4 rottweiler: Lady (fig.2–3), Athos (fig.4–5), Porthos (fig.6) ed Attila (fig.7–8) membri della sua famiglia. A tutti i cani ha dedicato un libro (fig.1) con Attila in copertina consultabile digitando il link http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo71/articolo.htm Ai suoi cucciolotti ha dedicato questo commovente articolo pubblicato da numerosi giornali
    fig.02 - Lady
    03 - Lady in salotto

    ll miglior amico dell’uomo

    Gentile dottor Gargano, non avrei mai potuto immaginare che l’arrivo in casa mia di una cucciola di rottweiler, regalo di una ragazza a mio figlio, potesse cambiare negli anni così profondamente non solo la mia vita, ma soprattutto il modo di relazionarmi col mondo ed il mio metro di giudizio del prossimo. Era il 1994 ed avevo sempre avuto un sacro terrore dei cani da quando, giovanissimo, avevo trascorso un’intera notte sul tetto di un’auto per sfuggire alla furia di un  randagio di grosse dimensioni e anche altri incontri ravvicinati non erano stati particolarmente felici, per cui non accolsi con entusiasmo l’ingresso in famiglia di un esemplare, per quanto di pochi mesi, di una razza notoriamente feroce. Lady fu relegata nel sottoscala ed abbaiava disperata durante le poche visite che gli dedicavamo; decidemmo di trasferirla in giardino, ma i rigori dell’inverno contribuirono a farla ammalare e fu necessario il ricovero: cimurro fu la diagnosi e la prognosi purtroppo riservata. Partimmo per Roccaraso, ma ogni sera telefonavo alla clinica veterinaria per avere notizie, che peggioravano giorno dopo giorno, fino a quando mi dissero:”Non vi è più speranza, interrompiamo la terapia? ” “Assolutamente no, se esiste un dio dei cani la aiuterà”. Ed il miracolo… avvenne, durante la notte Lady ebbe un miglioramento decisivo ed il giorno successivo potemmo andare a riprenderla completamente guarita. La nostra famiglia da quel giorno divenne più numerosa e con Lady stabilimmo un’intesa perfetta: mangiava a tavola con noi, un boccone a me ed uno a lei e dormiva la notte al mio fianco su di un variopinto tappetino persiano. Capiva ogni mio pensiero e quando ero di cattivo umore si accoccolava vicino e rimaneva immobile. Divenuta signorina la feci accoppiare con un cane campione: Shark e nacquero nove cucciolotti, per il poco latte uno soltanto sopravvisse, Athos, che divenne il suo compagno inseparabile. Durante i periodi di calore, per impedire nuove gravidanze, Lady passava la giornata con me nello studio e solo la sera, attraverso un’entrata di servizio, tornava a casa, rimanendo sempre a distanza di sicurezza dall’ardore sessuale di Athos. Nonostante i miei severi controlli censori ad un certo momento il suo addome cominciò a crescere e condussi la cagna dal veterinario, il quale perentorio dichiarò:” Si tratta di una gravidanza immaginaria nella pancia vi sono semplicemente dei gas”. Sapendo che i medici in genere poco capiscono sottoposi Lady  ad un’ecografia nel mio studio e non mi meravigliai più di tanto nel vedere una serie di piccole colonne vertebrali intrecciate tra di loro. Facemmo appena in tempo a rincasare che cominciò il travaglio e questa volta i nuovi abitanti della terra furono sei, quattro dei quali arrivarono a tre mesi. Erano magnifici, scorazzavano nel giardino della villa di Ischia con i genitori, ma nonostante tutte le vaccinazioni, un brutto giorno contrassero la parvo virosi, una malattia che raramente perdona e cominciò un calvario durato quasi venti giorni. Era necessario sottoporre i cuccioli ad ipodermoclisi tre volte al dì, per cui ogni giorno la spola da casa al veterinario avveniva dodici volte. Il compito sulle mie spalle e su quelle del fido cameriere autista Summit. Dopo una settimana morì il primo cucciolo, seguito dopo tre giorni dal secondo e dopo cinque dal terzo; resisteva solo Porthos, anche se le speranze erano ridotte al lumicino. Passati diciotto giorni il cane cominciò a bere e l’indomani ad alimentarsi, era guarito. Dopo tanti sacrifici e quattro milioni di spese, mia moglie pensava ancora che io regalassi il cucciolo, ma oramai non potevo più separarmi da lui. Ci furono mesi di diverbi continui, durante i quali Porthos visse con me nello studio, che subì una devastazione in piena regola, dalle tende ai tappeti. Durante i fine settimana veniva a trovare i genitori, ma il lunedì di nuovo via, fino a quando Elvira, resasi conto di quando io tenessi al cane, acconsentì al suo definitivo ingresso in casa nostra. Furono anni di grande impegno: tre cani di quella razza fanno branco e sono difficili da gestire, soprattutto d’estate, quando per trasferirli ad Ischia era necessario fare tre trasporti in auto all’andata e tre al ritorno. Anche i nostri viaggi, fino allora frequenti, si interruppero, perché la mia costante presenza era necessaria. Ma le soddisfazioni, almeno per me furono altrettanto grandi. I tre cani erano temuti  ed ammirati da tutti e con la sola presenza e qualche sporadica abbaiata facevano la guardia alla nostra villa, tenendo alla larga in egual misura malintenzionati e visitatori inopportuni. L’ansia, i momenti di solitudine, la tristezza venivano mitigati dalla presenza affettuosa di questi veri ed unici amici dell’uomo. Tutti possono tradirti, dalle donne ai figli, ma il cane  sarà sempre al tuo fianco e la sua fedeltà aumenterà nel tempo a dismisura, senza che quasi tu te ne  avveda, come un fiume che acquista potenza nei pressi di una cascata. Furono anni felici, ma il tempo degli animali scorre più velocemente di quello degli uomini e Lady, dopo aver imbiancato i peli del muso, si ammalò di piometra e fu necessario sottoporla ad un intervento chirurgico. Il decorso post operatorio fu difficile e necessitò un ricovero in una clinica veterinaria, dove giunse in condizioni disperate. Rimase degente per vari giorni, durante i quali non la lasciai sola un minuto, né di giorno, né di notte. Tra i medici che si alternavano al suo capezzale ve ne fu anche uno arabo, che riconobbe in essa la cagna miracolata dieci anni prima ed ancora ricordava la mia frase sul dio dei cani. Per quanto islamico aveva meditato più volte negli anni sulle mie parole e mi invitò anche questa volta ad invocare questa sconosciuta quanto potente divinità. Dopo una settimana Lady guarì e potemmo tornare a casa. I veterinari riconobbero che la guarigione era avvenuta grazie alla mia costante presenza: i cani malati quando si vedono abbandonati dai padroni in un ambiente estraneo si lasciano quasi sempre morire. Purtroppo dopo un anno, oltre all’incalzare dell’età, la vecchia infezione si ripresentò, questa volta in maniera subdola: ricominciò l’andirivieni quotidiano con la clinica, le fleboclisi, ma non ci fu niente da fare, mentre eravamo tutti a tavola, Lady, con un rantolo soffocato, ci lasciò per sempre. Il mio dolore fu immenso, versai lacrime in misura superiore a quando avevo perso i miei genitori ed il vuoto che si è creato è rimasto incolmabile a distanza di anni. Mi rimanevano gli altri due cani, che da quel giorno non fecero che litigare, costringendomi a tenerli separati. Athos da tempo zoppicava e non era più il capobranco vigoroso di una volta, Porthos ne approfittava attaccandolo spesso alle spalle, per rifarsi degli anni in cui era stato succube. A distanza di un anno e mezzo, mentre eravamo ad Ischia, in pochi giorni si aggravò e si spense dopo una notte di guaiti disperati. Ora riposa lì, lontano da Lady, con un ibiscus che gli fa compagnia. Rimasto solo Porthos, che era stato sempre di una vivacità devastante, divenne triste e melanconico. Passava gran parte della giornata al mio fianco, mentre lavoravo al computer e per ore gli carezzavo amorevolmente la testa. Non aveva alcun disturbo, per cui quando una mattina di un giorno che vorrei non fosse mai scoccato lo trovai disteso immobile vicino all’ingresso di casa, credevo dormisse beato. Invece la morte lo aveva ghermito nel sonno all’improvviso e se lo era portato via. L’unico conforto quello di riposare per sempre al fianco della mamma tra i fiori del mio giardino. Non riesco ragionevolmente a credere che di questi miei amici sia rimasto solo il  ricordo che porterò per sempre nel mio cuore, mentre i loro corpi hanno subito il triste destino di tutti i viventi: il disfacimento. Tra i credenti gli induisti si dimostrano meno orgogliosi dei cristiani, che nella loro smisurata superbia immaginano un mondo ultraterreno soltanto per gli uomini, mentre i loro fratelli orientali riconoscono, attraverso la reincarnazione, un percorso di purificazione per tutti i viventi senza esclusione alcuna, inclusi animali e piante. Si tratta senza dubbio di una visione più rassicurante dettata da un’antica saggezza e nello stesso tempo di sconvolgente attualità, come hanno confermato le moderne ricerche della chimica e della fisica. Mi piace immaginare che anche ai più fedeli amici dell’uomo sia concesso di vivere in eterno e non solo nella memoria dei loro padroni. Certamente Lady vivrà per sempre nel mio cuore, Athos, un vero amico, non sarà mai da me dimenticato, soprattutto ora che, scomparso Porthos, sono veramente solo.
    Il Golfo 8 ottobre 2007 - Senatus  settembre 2007 – Bric a Brac 6 novembre 2007- Il Napoli 8 novembre 2007 -  Il Mattino 16 novembre 2007 – Il Roma 24 novembre 2007
    fig.04 - Athos
    fig.05 - Lady e Athos
    fig.06 -Porthos
    fig.07 - Attila
    fig.08 - Attila

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      (12^ puntata)
    A tu per tu con Mike

    Articolo Rischiatutto

    Una memorabile partecipazione a Rischiatutto

    Milano, 11 maggio 1972 ore 21, sono passati più di quaranta anni, ma al sottoscritto sembra ieri, quando, spavaldo laureando in medicina, partecipai alla trasmissione Rischiatutto presentata da Mike Buongiorno assistito dalla bella Sabina Ciuffini. Avevo ventiquattro anni e credevo di avere tutto il mondo ai miei piedi dopo aver superato brillantemente una doppia serie di selezioni, la prima a Napoli con una raffica di 200 domande di cultura generale e la seconda a Milano, dove si simulava una gara in piena regola al cospetto del mito vivente, con tanto di pulsante per scegliere sul tabellone con 6 materie i quiz e le domande finali di raddoppio in cabina. Nel primo test, che comprendeva  i quesiti più astrusi, da quando una lettera diventa pacco alle commedie minori dell’Ariosto, ottenni una prestazione eccellente da sbalordire gli stessi esaminatori, i quali dissero che avrei subito partecipato alla seconda prova, nella quale fui particolarmente fortunato, perché scelsero le domande di una vecchia puntata, che ricordavo perfettamente, per cui sbaragliare gli avversari non richiese alcuna fatica. Mike dopo la trasmissione simulata mi disse che ero stato prescelto ed a breve avrei partecipato, anzi vista la mia prestazione mi confidò che avrebbero cercato di favorirmi, mettendo sul tabellone qualche argomento che avevo indicato tra i preferiti e scegliendomi degli avversari non irresistibili. Vi era solo un problema sulla materia da me prescelta: la storia della medicina, essendo attinente alla mia futura professione; risposi che potevano sceglierla loro tra un ventaglio di una ventina, dall’atletica leggera alla geografia, dalla letteratura alla storia di Napoli. Alla fine ne fu prescelta una originale: i premi Nobel, una richiesta da parte di Mike che accolsi senza problemi. Attesi trepidante alcuni mesi la convocazione ed all’arrivo del telegramma che indicava il giorno della gara mi sembrò di toccare il cielo con un dito, ma purtroppo mia madre, da tempo malata, si aggravò all’improvviso ed io non mi sentii di lasciarla sola ed inviai un telegramma dando forfait. Fu l’unica volta nella storia del Rischiatutto che venne chiamata all’ultimo momento una riserva. Mike puntava molto su di me e dopo alcune settimane mi telefonò personalmente per chiedere di partecipare all’ultima puntata in assoluto della stagione, confidandomi che la ripresa del programma in autunno era incerta ed avrei perso un’occasione d’oro. Mia madre, che si era in parte ripresa, mi invogliò a partire ed io con due delle mie sette zie, con l’ispettore Lombardi, vecchio amico di famiglia e con Elio Fusco, fidato amico d’infanzia, salii sul treno. La mattina della gara registrai uno speciale Rischiatutto per la Rai di venticinque minuti nel quale mi vennero fatte una serie di domande, in particolare perché avevo scelto i premi Nobel come materia di base e come esercitavo la mia memoria. Spiegai che si rammentano con facilità solo le nozioni che ci interessano, per cui è necessaria una grande curiosità culturale per poter ricordare agevolmente, inoltre bisogna dedicare costantemente molte ore al giorno allo studio, un’abitudine da me praticata sin dagli anni del liceo, dove avevo le materie preferite nelle quali ero imbattibile, mentre ero impacciato in matematica e negato per le lingue straniere, che consideravo aliene, amando solo di parlare il vernacolo o al massimo l’italiano. L’unico exploit culturale fu la mia partecipazione, prima della maturità, in rappresentanza della mia scuola, al concorso nazionale per il miglior tema su un argomento letterario, dove ottenni il primo premio con relativo articolo su alcuni importanti giornali. Simulai poi per gli ascoltatori un giochetto con il quale sbalordivo solitamente gli astanti in occasione di balletti e feste varie: mi facevo dare il nome di un oggetto (pentola, sedia, radio, fiore, automobile ecc.) da ognuno dei presenti e lo facevo annotare da un volontario in veste di notaio, fino ad un totale di 40 – 50. Quindi tra la meraviglia generale li ripetevo dal primo all’ultimo o viceversa, inoltre ero in grado di dire l’oggetto n 24 o 35. Vi è un piccolo trucco, che vi rivelerò in un’altra occasione, ma ci vuole anche una memoria robusta se non eccezionale. In un primo momento dovevo sfidare il campione Paolini, un barbiere al quale in caso di sconfitta avrei offerto in olocausto barba e capelli, infatti in quel periodo esibivo una chioma fluente ed una cespugliosa vegetazione pilifera sulle guancie da far esclamare a Mike, quando comparsi al suo cospetto:” Ecco l’uomo delle caverne”. Il ritardo nella mia partecipazione dovuto alla malattia di mia madre mi fece viceversa incontrare con un modesto campioncino, che addirittura nella tenzone al tabellone finì sotto zero e non potette partecipare (caso unico nella storia del Rischiatutto) alle domande di raddoppio ed una simpatica e procace giornalista sportiva con la quale feci il mio ingresso mano nella mano. Il celebre presentatore esclamò:” Entrano i fidanzatini”, mentre la mia cortese accompagnatrice si giustificò con la scusa che volevamo solo darci coraggio. Lesse nel futuro perché tra noi due scoppiò una scintilla e nonostante lei fosse in procinto di convolare a nozze ed io avessi ben due fidanzate ufficiali, ci rincontrammo in campeggio a Marina di Doronatico e furono notti indimenticabili. Lo svolgimento della trasmissione perde molto raccontandola senza l’ausilio della visione, per cui rimando chi volesse vederla e chi è curioso di come si concluse ad andare sulla sezione video del mio sito www.guidecampania.com/dellaragione 
    Oppure digitare questi link 
     

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    (13^ puntata)
    La carriera politica

    fig.01 - L'Unità
    Questo capitolo è ancora in pectore, perché il sogno di Achille di sedersi nelle aule parlamentari deve ancora avverarsi. Il suo primo tentativo di entrare nell’agone politico risale al 1968, quando si presentò alle elezioni comunali nelle liste del partito liberale ottenendo 400 preferenze, ma ne servivano 1000 per essere eletti. Fu il candidato più giovane d’Italia, divenendo maggiorenne (all’epoca 21 anni) il giorno delle consultazioni. Assieme al suo amico Elio tempestarono le mura della città con un originale manifesto,  ripreso dalla stampa (fig.1), che recitava così: “Votate della Ragione e Fusco le ultime persone oneste di Napoli” Nel 1985 il secondo tentativo ed a quell’epoca risale il mio incontro con Stefano Caldoro. L’allora assessore alla sanità mi chiese ad un mese dell’inizio della campagna elettorale di presentarmi come candidato per portare voti al suo partito (P.S.I.) ed in cambio avrebbe brigato per far ottenere ad una clinica privata napoletana, da me indicata, l’autorizzazione a svolgere interruzioni di gravidanza; una circostanza prevista dalla legge 194, anche se mai messa in pratica. Il mio studio andava a gonfie vele con migliaia di clienti ed il mio nome era divenuto famoso dal 1978, perché comparso in prima pagina su tutti i quotidiani per una clamorosa autodenuncia. Ero un candidato appetibile, perché portavo una massa di voti. Improvvisai una campagna elettorale comparendo sui giornali con un motto (fig.2–3–4) : “Alla Regione della Ragione”, con Caldoro mi accordai per appoggiarci a vicenda, io segnalavo il suo nome al mio entourage più stretto, mentre lui mi disse: «Ti farò uscire 500 preferenze dove vuoi” scelsi a caso Sant’Antimo, dove contavo di prendere 100 - 200 voti e ne presi invece 700. Con diecimila preferenze fui tra i primi dei non eletti e tornai senza problemi alla mia professione, mentre Stefano non si è più fermato. In seguito vi fu anche il tempo, nel 2002, per un’esperienza elettorale con i radicali conseguendo la migliore percentuale di voto in Campania e non divenendo senatore soltanto per il mancato raggiungimento del quorum. Mesi prima, in occasione di un referendum patrocinato da Pannella, mi ero attivato a raccogliere migliaia di firme, con relativi indirizzi, a cui spedire, al momento  di votare, una lettera con la firma apocrifa di Emma Bonino, in cui si raccomandava il mio nome come futuro senatore. Fui il più votato, ma il partito per pochi centesimi percentuali non ottenne il seggio. Per il momento sono a riposo, aspetto una eventuale nomina, per meriti speciali, a senatore a vita da parte del Presidente della Repubblica. 
     
    fig.02 - Il Mattino
    fig.02 - Il Roma
    04 - La Repubblica

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    (14^ puntata)
    L’uomo che conosce ogni vicolo di Napoli

     

    domenica 16 luglio 2017
    quotidiano IL ROMA pag.33

     

    ACHILLE DELLA RAGIONE. Con una doppia laurea in Lettere e in Medicina, organizza visite guidate in città

    Si definisce “ uno spaccone”e notando la mia sorpresa aggiunge “al massimo”.
    Nonostante la sua dichiarazione, che si traduce in una singolare comunicativa, Achille della Ragione è anche altro. Per oltre tre decenni ha esercitato la professione di medico ginecologo, in seguito, dopo aver dato alla stampa oltre cinquanta volumi e oltre mille articoli, si è dedicato con grande sapienza alla pittura e all’arte in generale, argomento prediletto di molti dei suoi scritti. Generoso e versatile, con un esordio appena poco più che ventenne al “Rischiatutto” di Mike Bongiorno che per poco non vinse, è l’organizzatore di visite guidate nella città tanto amata della quale si vanta - e tutti dicono sia vero – di conoscere ogni strada, ogni vicolo, ogni quartiere, ogni piazza. Ed è tra un’iperbole e una narrazione, un ricordo e una battuta, che ha luogo l’intervista.

    Vuole cominciare dal principio e raccontarmi come è cominciata la sua storia?
    «Sono nato a Napoli in una famiglia unita e dai ruoli ben definiti, secondogenito di un fratello. Ero un bambino curioso che voleva apprendere e per questo già a dieci anni girava per tutte le strade della città, socievole, studioso e abbastanza sportivo, talmente intraprendente da fittare, a soli cinque anni, i “Topolino” così come alle Scuole medie organizzavo il Calcio-scommesse».
    Perché tutta questa intraprendenza?
    «Il denaro mi ha sempre attirato anche se poi l’ho saputo tenere a debita distanza».
    Come e perché scelse di studia studiare Medicina?
    «Perché in quegli anni i medici facevano tanti soldi ed io volevo diventare miliardario pur decidendo a cinquanta anni di lasciare tutto per fare il filosofo…  Cosa che ho fatto. Nonostante due specializzazioni e anche una Laurea in Lettere».
    Chi l’ha aiutata di più?
    «Ho perso mio padre quando avevo solo quindici anni perciò ho dovuto fare tutto da solo. Il dolore ha inciso non poco nella mia vita, solo mia madre mi ha aiutato. Lei ha contato più di tutti. Per la professione poi mi sono fatto tutto da solo. In Medicina nessuno vuole insegnare niente, il mestiere l’ho rubato».
    Se ha fatto la gavetta quanto ha contato?
    «Ho fatto una carriera velocissima perché mi sono specializzato in un tema molto discusso come l’aborto, per il quale ho introdotto il metodo Karma che, all’epoca non era permesso e sconvolse tutti. Ne ho fatti sessantamila, oggi è consentito in Ospedale!».
    Non si è mai sentito ai margini?
    «Sì qualche volta».
    Non ha mai vissuto il senso della paura?
    «Non dei risvolti legali ma alcune volte di avere problemi legati allo svolgimento del lavoro».
    È ambizioso?
    «Certo, ambiziosissimo, e ritengo che l’ambizione sia il motore del mondo così come la vanità. Sono molto vanitoso per l’intelligenza e la cultura, non certo per l’aspetto fisico».
    Quanto ha contato per lei la cultura?
    «Senza cultura non si va avanti ed è basilare per chi deve essere la guida. Nel 1968 il crollo della scuola ha segnato la caduta della nostra società. La cultura, più dell’intelligenza, ha fatto la differenza perché fa affrontare le problematiche indirizzando al futuro».
    Un suo progetto qual è?
    «Sono gravemente malato al cuore e con il cuore in pochi attimi ma, se avessi un tumore sarei molto afflitto… Non sono credente anche se molto affezionato alla Chiesa di Villanova».
    In che cosa crede?
    «L’unica cosa che funziona è il cervello».
    L’ironia c’entra in tutto quanto mi sta dicendo?
    «È la mia forza ma faccio le battute sulle cose vere. So che non scoccio e non sono pedante».
    Non facendo più il medico che cosa fa?
    «Da quindici anni faccio lo scrittore e ogni anno organizzo ogni sabato quaranta visite guidate in musei, chiese e monumenti. Dall’età di tredici anni ho contratto la malattia-mania di scrivere ai giornali. Ho visto pubblicate duemila mie lettere e trecento “ al Direttore”. Ho anche centoquarantamila indirizzi mail!».
    Un rimpianto ce l’ha?
    «No. Spero di poter vivere ancora quel tanto per fare qualcosa per Napoli».
    In linea di massima è soddisfatto di quanto ha fatto e di quanto fa?
    «Ho vissuto i miei primi settant’anni e allora? Vorrei un bel funerale…ho già la nicchia pronta. Sono uno spaccone, anche una cosa piccola la faccio diventare grande».
    Ha più amici o più nemici?
    «Nemici ne avrò ma ho un numero sconfinato di amici. Per i miei settanta anni ho dovuto fare tre feste per poterli invitare tutti».
    Com’è… vuole dirmelo?
    «Moralista per la famiglia, sono contro le separazioni e i divorzi, penso che lo sfascio sia dovuto a questo. Sono sentimentale e non accetto il crollo della famiglia».
     In che cosa crede?
    «Credo in una mente suprema».
    Un ricordo bello qual è?
    «La mia partecipazione al Rischiatutto. Avevo 24 anni, ero un capellone con la barba e rispondevo sui “PremiNobel”. Raddoppiai ma finii secondo! Ho il ricordo di Mike Bongiorn, grande professionista, e delle gambe di Sabina Ciuffini».
    Cosa le piace fare?
    «Camminare per le strade di Napoli e anche leggere su Napoli e le sue storie in compagnia degli amici».
    Napoli cos’è per lei? È una città grandiosa e fortunata: dal futuro incerto Una bella forza non le è mancata, e da dove la prende?
    «La prendo dentro di me anche se lentamente si sta esaurendo. Il mio coraggio è stato quello di infischiarmene sempre delle istituzioni e dire sempre la verità».
    Verità espressa come?
    «Dall’età di redici anni ho contratto la malattia-mania di scrivere lettere a chiunque tant’è che poi ho scritto un libro “Trecento lettere al Direttore” In pratica ho creato un genere letterario».
     

    Achille della Ragione



    Intervista ad Achille della Ragione



      Come consuetudine domenicale alla Scacchistica Partenopea, il torneo Semilampo mattutino intrattiene piacevolmente gli habitué del circolo. Il francesismo non è casuale poiché, stavolta, è stato un giocatore d’oltralpe di passaggio a Napoli ad unirsi alla brigata degli iscritti; così nel precedente torneo pomeridiano un Maestro berlinese aveva donato un tocco di prestigio internazionale al circolo munificamente presieduto dal Professor Francesco Roviello. Nell’occasione abbiamo incontrato Achille della Ragione, personalità di spicco, non solo scacchistica, nel novero dei partecipanti al mattinale. Le pause tra una tenzone e l’altra hanno costituito dunque imperdibile occasione per rivolgergli alcune domande…

    Sappiamo dei tuoi multiformi interessi: dalla medicina alla letteratura e all’arte, e del tuo incontro un po’ tardivo con gli scacchi. Ecco, cosa ti ha spinto ad approfondire questo gioco in età – scacchisticamente parlando – non proprio verdissima ?
    Intorno ai 33-34 anni, completati i miei studi accademici coronati da quattro lauree, decisi di dedicarmi agli scacchi, di cui conoscevo solo le mosse. Così decisi di prendere lezioni dal Maestro Giacomo Vallifuoco, figura di spicco nel panorama scacchistico internazionale. Ricordo che all’epoca lavoravo 10-12 ore al giorno, anche il sabato,perciò chiesi al Maestro di venire a darmi lezioni.E così andai avanti per un anno, integrando le sue lezioni con studi sui testi compiuti di sera, per diverse ore, dopo il lavoro.
    E la spinta a dedicarsi tanto intensamente al gioco?
    Gli scacchi mi affascinavano, e così più andavo avanti e più desideravo saperne. Come ora mi affascina il bridge, gioco di cui al momento non conosco le regole ma che, se avrò tempo,mi piacerebbe imparare.
    Nella tua biografia si legge che nel 1998 hai giocato contro Boris Spassky, vuoi raccontarci qualcosa circa l’incontro, non solo alla scacchiera, con il russo campione del mondo ?
    Lo incontrai in occasione di una grande simultanea organizzata con i fondi di un noto scacchista imparentato col Dottor Marco Salvatore. Il proposito, vorrei cogliere l’occasione per dichiarare che ho espressamente chiesto ai miei eredi di organizzare a Napoli, quando non ci sarò più, un Memorial Scacchistico Internazionale a mio nome. Tornando a Spassky, devo dire che la sfida fu un’esperienza unica, molto emozionante, per l’aura emanata da questo scacchista leggendario, sfidante dell’ancor più mitico Fischer. Devo dire però che leggendari erano anche quei tempi, in cui ancora non dominava l’intelligenza artificiale, che presso le ultime generazioni ha instillato, a mio parere, una concezione del gioco eccessivamente “tecnologica”, dove prevalgono formule combinatorie, rispetto alle quali l’intelligenza umana non può che soccombere.
    Avesti anche occasione di dialogare con il campione russo ?
    No, non ci fu occasione. Ma con personaggi del genere si stabilisce ugualmente una comunicazione del tutto particolare, come una sorta di tranfert…
    Come è noto, sei anche divulgatore ed esperto d’arte pittorica, specialmente in riferimento alla Scuola Napoletana. Quali i punti di contatto trovi tra l’arte e il gioco degli scacchi ?
    Nel gioco degli scacchi sono coinvolte diverse capacità, sulle quali a mio modo di vederene prevalgono tre: creatività, memoria e aggressività. Per questo ritengo che non ci siano state finora grandissime giocatrici donne, poiché l’aggressività è una caratteristica più che altro maschile. Venendo all’arte, è dunque senz’altro la creatività, data la possibilità di inventare sempre nuove varianti, ciò che accomuna scacchi e arte.
    Ho letto della tua partecipazione al famoso Rischiatutto televisivo. Un ricordo di Mike Bongiorno ? La più celebre icona della TV italiana per più di mezzo secolo…
    Al Rischiatutto approdai nel 1972 dopo aver sostenuto due durissime selezioni, rispondevo a domande sui Premi Nobel: modalità ben diverse da quanto avviene oggi per comparire in video. Di Mike ricordo la grandissima professionalità. In merito devo confermare, come più d’uno ha osservato, che le sue gaffe erano spesso studiate ad arte per stuzzicare il pubblico e fare dell’ospite del quiz un “personaggio”.

    [NDR, questo il link YouTube per vedere un frammento della trasmissione televisiva]https://www.youtube.com/watch?v=vwnqj9Klw7s

    Secondo te, gli scacchi possono andare oltre il raffinato esercizio teorico e di palestra mentale fino a diventare “maestri di vita” ?
    Sì, e per questo gli scacchi dovrebbero essere insegnati nelle scuole. Nel gioco delle carte ci può sempre essere il classico “imbroglione”, ma quando ci si siede alla scacchiera non può che esserci lealtà. Dopo l’incontro, quando si porge la mano all’avversario, si dà la mano a un amico, anche se non lo si conosce. Tornando alle scuole, nel corso dei dieci anni in cui fui Presidente della Lega Scacchistica Campana mi impegnai per rendere gli scacchi materia obbligatoria nelle scuole, per la capacità del gioco di accrescere l’intelligenza e la fantasia.
    E a te ? In cosa ti hanno cambiato gli scacchi ?
    Gli scacchi mi hanno instillato una passione “sana”. Vedi, da giovane passavo per essere «bello» ed avevo una grande passione per le donne. A quel tempo, mi capitava di dire: “Andrò a Milano per un festival”, mentre i miei festival erano di tutt’altro genere…ma da quando gli scacchi sono entrati nella mia vita non mi è più passato per la testa di mentire; se dicevo di andare a giocare, andavo a giocare. Gli scacchi mi hanno attirato più del gentil sesso.
    Sei credente?
    No. Almeno non nelle religioni tradizionali. Sono certo che esiste una mente suprema che ha creato il mondo. Se osserviamo l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, come gli aminoacidi che costituiscono una proteina, ci accorgiamo che il tutto non può essere avvenuto per caso; è opera di una mente suprema, ma questa intelligenza non si interessa al nostro destino, ha cose ben più serie a cui dedicarsi poiché è al di fuori del tempo e dello spazio.

    Il torneo riprende, e Achille fa ritorno in sala con fare guascone. L’Achille scacchista non è troppo diverso dall’Achille persona: un misto di fanciullesco entusiasmo e di profonda vivacità intellettuale, condite da ambizione e temerarietà;temperate entrambe sulla via di una conquistata saggezza.

    Gianfranco Tirelli
    A.D. Scacchistica Partenopea
    Via Gioacchino Rossini, 6
    80128 Napoli 

    Intervista a  XXI secolo


    XXI secolo - maggio 2019- pag. 12-13


    http://www.21secolo.news/

    Nato a Napoli, classe '47, Laureato in Medicina nel 1972 e specializzato in ginecologia, si Laurea poi anche in Lettere Moderne. Achille Della Ragione è un appassionato studioso dai molteplici interessi, si dedica con dedizione e impegno alla storia dell'arte divenendo uno dei massimo cultori della pittura del Seicento napoletano.
    Autore di più di 120 libri spazianti monografie e testi medici, sino ad arrivare nel 1992 a sperimentare in ambiente ospedaliero una tecnica farmacologica per  indurre l'aborto senza intervento chirurgico.
    Nel 2015 scrive il libro ''Errori e bugie sulla storia di Napoli'' nel quale indaga con accuratezza la storia di Napoli,   mettendo in discussione numerosi  miti che hanno costellato e   consolidato   la   memoria   collettiva. Dalla storia della sfogliatella al fantomatico miracolo di San Gennaro. Un viaggio all'insegna della ricerca sulla verità storica.

    - Lei è prima di tutto un medico, ha dedicato molti anni nell'ambito della medicina. Ecco, come è nato invece questo vivo interesse per la storia?
    << E' nato nel 1994 quando ebbi il mio primo infarto. E poiché consultai alcuni luminari tra cui alcuni medici parigini, mi dissero che avrei avuto soltanto un altro anno di vita. Per cui decisi di dedicare il resto del tempo a mia disposizione ad altri interessi. E a dispetto di quanto mi dissero i colleghi medici, il tempo a mio disposizione si è prolungato e sono ormai vent'anni che mi sono messo al servizio della cultura. Soprattutto dell'arte 600 e della storia di Napoli>>
    -Uno studioso è prima di tutto un uomo. Può a questo punto la storia personale, la prospettiva dell'individuo determinare il resto di una storia più ampia?
    << Credo proprio di sì. Tutto il mio percorso personale è certamente autobiografico. E quindi anche lo sguardo sulla storia circostante. Gli ultimi anni della mia vita sono stati molto avventurosi e questo ha inciso molto sui miei gusti letterari, artistici. Vivendo la città   profondamente   e   conoscendo   poi   grandi   napoletanisti   come  Aurelio   De   Rosa, Vittorio Paliotti, Pietro Gargano, mi hanno supportato sia nell'amicizia che nei rapporti di studio>>
    - Nel suo libro '' Errori sulla storia di Napoli'' Lei mette in discussione alcuni passaggi ormai consolidati nella memoria collettiva: come la data di nascita della sfogliatella, l'origine del nome della pizza Margherita, e la costruzione della prima Università laica a Napoli, la Federico II. Ne parli :
    << Consultando i testi diretti, in giro per le biblioteche ho avuto modo di appurare molti errori che ci sono stati tramandati storicamente. Per quanto riguarda la sfogliatella, mi imbattei   tempo   fa   in   un   testo   latino   di   Strabone   il   quale   parlava   che   nella   crypta neapolitana, c'era il culto della fertilità dove vi si recavano giovani spose per cercare di restare incinte. Il testo parla poi della creazione di un dolce che richiamava proprio la forma del pube femminile che avrebbe poi aiutato la fertilità. Comparve la ricetta per poi sparire per un po' di anni, risorgendo in epoca seicentesca nei monasteri. Per quel che riguarda la pizza Margherita, i testi sono molto chiari, i quali con decenni di anticipo al 1889 parlano di una pizza a forma di margherita. L'errore d'attribuzione alla Regina Margherita è dovuta ai Savoia che si sono appropriati di questa specialità e richiamando i colori della bandiera italiana. Sull'Università io ho sempre nutrito dubbi: perché quando incontravo grandi studiosi chiedevo sempre della sede originaria della Federico II e nessuno sapeva rispondermi, poiché c'è un vuoto enorme che dura quasi un secolo nel quale non si sapeva dove avesse sede prima. Un giorno posi il quesito all'Emerito professor Galasso, durante un convegno, lui gentilmente dopo una settimana di  ricerche confermò l'assenza di dati, lungo un secolo>>
    - Tutte queste ricerche, questo sfatare molti miti sulla storia di Napoli, che impatto hanno avuto su coloro che invece hanno portato avanti idee diverse?
    << Queste verità hanno certamente avuto un impatto. Ma essendo lontano dal '' clan '' dei giornalisti, queste verità non hanno avuto la diffusione capillare che meritano per divenire per così dire incontrovertibili. Sulla questione della pizza, ormai la vera storia è acclarata. Il resto è racchiuso nei miei libri che ho reso consultabili tranquillamente in rete >>
    -Quanto è importante per Lei a questo punto la ricerca storica?
    << E' alla pari di altre ricerche, come quella sul seicento napoletano. Offro consultazioni e pubblico su varie riviste di interesse storico-artistico, le ricerche mosse dalla scoperta di quadri di pittori del seicento confrontandomi continuamente con colleghi studiosi.>>
    -  Quest'anno nell'ambito del Maggio dei Monumenti, come intellettuale è stato scelto Gaetano Filangieri, come si pongono i suoi studi rispetto a questa figura?
    <<La cosa che più mi ha colpito storicamente di Filangieri, sono state le sue parole, citate quando fu   stilata   la   Costituzione  Americana.   Dedicare   il   Maggio   dei   Monumenti   a Filangieri è certamente un tocco di intellettualismo>>
    -   Può essere la storia una disciplina che vanta il merito di indagare la verità?
    << Lo scopo dello storico è ricercare la verità. La storia dovrebbe costantemente, salvo nei regimi dittatoriali, ricercare la verità. La storia in mano al potere ci mette del tempo per   arrivare   alla   verità,   soprattutto   quando   si   vengono   a   perdere   importanti documentazioni. Come è accaduto con la tesoreria angioina, fu trasferita per sicurezza in una villa dell'entroterra, ma i tedeschi la rasero al suolo, per cui oggi quando entriamo in Donnaregina Vecchia e ammiriamo quegli immensi affreschi non sappiamo chi sono gli autori. I documenti che ci permettono di attribuire l'autorialità, sono andati perduti. Abbiamo un buco che non possiamo colmare.>>
    - Che cos'è per Lei il concetto di vero storico?
    << Il vero storico è incarnato da chi con passione, dedizione scopre documenti, indaga per amore del vero e nei limiti del possibile la divulga mettendola a disposizione di tutti. A tal proposito mi viene in mente Vincenzo Rizzo e  Eduardo Nappi, che trascorrono intere giornate nell'archivio del banco di Napoli, e continuamente scoprono documenti come per esempio la storia di Nella De Rosa. La pittrice che stando ai racconti divulgati in molti libri fu uccisa dal marito Agostino Beltrano, poiché geloso dei suoi rapporti con Massimo Stanzione . Un altro studioso Prota  Giurleo, negli anni 50 scoprì l'atto di morte di tale Nella De Rosa, in cui c'è scritto che la donna sia morta a 47 anni dopo aver dato alla luce sette figli e presa anche l'estrema unzione, sfatando così il mito della uccisione della donna per mano del marito.
    L'altra storia che merita verità è sullo pseudo miracolo di Championnet: si racconta che   i   conquistatori   di   Napolinel   1799,   volevano   il   favore   della   città   attraverso   la manifestazione del miracolo di San Gennaro, poiché ciò non avveniva Championnet entrò nel Duomo armato, minacciò il cardinale dandogli un ultimatum di 24h. In tutti i libri di storia, includendo anche lo scrittore Dumas citano l'avvenuto miracolo fatto dal Santo.
    Quando ho voluto indagare sull'accaduto ho ricevuto una cesura netta. L'archivio della Deputazione   del   tesoro   di   San   Gennaro   non   è   aperto   al   pubblico,   ma   si   possono comunque porre delle questioni per ricevere responsi e io chiesi proprio al Presidente della Deputazione la verità sul miracolo e lui mi rispose che effettivamente non c'era mai stato. L'unica cosa avvenuta è che il Santo sotto minaccia delle armi ovviamente cedette al '' miracolo'' per salvarsi. Tanto che alcuni napoletani lo declassarono imputandolo come ''Santo giacobino''. Questa è una di quelle scoperte che vanno a toccare i nervi pulsanti della storia di Napoli. Come pure la storia delle macchine anatomiche della Cappella San Severo, nel libro cito i nomi degli studiosi che a livello scientifico hanno dimostrato in modo inoppugnabili che sono degli artefatti, che il Principe di San Severo acquistò da un anatomista palermitano, ci sono i documenti di pagamento. Nel libro ho cercato di mettere in risalto la verità seppur in alcuni casi scioccante ,ma anche i record positivi della storia di Napoli che vanta la nascita del futurismo , la pennicillina, fu scoperta a Napoli da uno studioso che sperimentò il farmaco tramite le muffe del pozzo di casa sua, poi il premio Nobel andò a Fleming. Ecco la verità va detta e ricercata. In una città sempre a metà strada tra luci e ombre. >>

    Per conoscere l'autore:    
    http://www.achilledellaragione.it/
    https://achillecontedilavian.blogspot.com/2017/04/i-miei-primi-70-anni.html
    http://achillecontedilavian.blogspot.com/2018/03/errori-e-bugie-sulla-storia-di-napoli.html



    XXI secolo - maggio 2019- pag. 12-13


    Intervista dell'agenzia Ansa

       
    L'autore con il suo libro nel giardino della sua villa




     Prima di procedere all'intervista vogliamo sottolineare che il libro di cui parleremo: Grand Hotel: carcere di Rebibbia di Achille della Ragione (fig.1), 192 pagine con oltre 100 foto a colori, è consultabile integralmente sul blog dell'autore: www.dellaragione.eu o digitandone il titolo su internet, mentre per il cartaceo, che sarà in vendita in tutte le librerie italiane, bisognerà attendere settembre, perché la I edizione è andata esaurita in 2 settimane.
    Passiamo ora alla prima domanda:
    "Quale è stato lo stimolo che le ha fatto scrivere questo libro che, se non mi sbaglio è il suo 127 in ordine cronologico?"
    "Esatto, ho cominciato a scrivere negli anni Settanta e da allora non mi sono più fermato, né ho intenzione di fermarmi. A parte le pressioni del mio editore, sicuro che il volume diventerà un best seller, da tempo ritenevo di rendere di dominio pubblico questi 30 mesi della mia vita, di cui non si parla nella mia pur esaustiva autobiografia, che invito il lettore a consultare sul mio blog, dove vi è uno spazio dedicato, intitolato I miei primi 70 anni, scritto in occasione del compimento di quella età fatidica ed in seguito continuamente aggiornato per un totale di 30 capitoli illustrati con oltre 500 foto.
    Il libro su Rebibbia vuole far conoscere all'opinione pubblica una realtà che spesso viene ignorata e che viceversa dovrebbe essere conosciuta da tutti i cittadini, perché la civiltà di un popolo si giudica in base al trattamento che riserva ai detenuti."
    "Nel libro vi sono molte foto nelle quali lei è ritratto in compagnia di personaggi famosi:ministri, docenti universitari, parlamentari, scrittori ed attrici, come hanno accolto le sue spiritose descrizioni, che mi risulta siano state lette dai diretti interessati? Hanno confermato il suo racconto, tra serio e faceto, o hanno voluto fare delle precisazioni?"
    "Ho ricevuto da tutti i professori del corso di Giurisprudenza attestati di stima e congratulazioni.
    Il professor Diliberto , oggi preside della facoltà alla Sapienza: "Caro Achille (posso chiamarla per nome?), ho appena ricevuto e letto subito il suo libro. La parte che mi riguarda mi ha molto divertito e anche - confesso - un po' commosso. La ringrazio davvero di cuore e, come ha scritto nella graditissima dedica... speriamo a presto! Un caro saluto, Oliviero Diliberto"
    Il professor Murra, mi ha segnalato che tempo fa aveva scritto su di me su una rivista cartacea da lui diretta e mi ha inviato il relativo link per consultare l'articolo:
    http://www.rodolfomurra.it/2013/11/06/per-achille-il-telefono-del-ministro-non-squilla/
    La professoressa Ricci Stephenson ha letto 2 volte il libro e mi ha segnalato qualche piccolo refuso.
    Le professoresse Razzano e Di Fusco, delle quali ho lodato non solo la cultura, ma anche la bellezza, si sono lusingate dei raffinati complimenti elargiti da un riconosciuto intenditore del fascino muliebre.
    Salvatore Cuffaro, già governatore della regione Sicilia mi ha invitato ufficialmente in autunno a presentar il libro a Palermo in consiglio regionale."
    "Chi legge il libro e non conosce le sue celebri bravate immagina che molti degli episodi raccontati siano frutto della sua fertile fantasia, perché il personaggio che lei interpreta somiglia più a Nembo Kid che ad un affermato professionista, plurilaureato, ma soprattutto anziano e gravemente ammalato. Ci assicura che è tutta verità."
    "Quando ho potuto nell'appendice documentaria o attraverso le foto ho fornito una prova tangibile che ciò che narro è veramente accaduto. Il testo dei discorsi  tenuti ai vari ministri in visita ufficiale, sono stati riportati integralmente nei giorni successivi sui più importanti quotidiani italiani, mentre gli incontri con i personaggi dello spettacolo sono stati immortalati dalle foto che mi ritraggono in compagnia di Serena Autieri e Veronica Pivetti."
    "Ha dimenticato di dire qualcosa e vuole approfittare di questa intervista per rimediare?"
    "Per la verità infiniti episodi degni di essere citati non li ho raccontati per non appesantire la mole del libro, ma voglio approfittare di questa occasione per rimediare, partendo, in ordine di importanza, dal non aver ricordato tra gli intervenuti alla presentazione pubblica del mio libro il celebre notaio Vanni Gentile, venuto appositamente per applaudirmi da Rodi Garganico, uno sperduto paesino della Puglia e portando con lui l'ispettore di polizia Angelo Lacroce e la illustre professoressa Carla Mercadanti, i quali, opera meritoria, acquistarono numerose copie del mio libro da regalare ad amici e parenti.
    Proseguo rammentando che per circa due anni, approfittando del mio compagno di cella arabo Mohamed, ho intrecciato una fitta corrispondenza epistolare in arabo con mio genero Soufiane, il quale, sapendomi coltissimo, credeva che parlassi correntemente la lingua di Maometto.
    Concludo con l'argomento più serio: l'epidemia di suicidi che, ignorata pervicacemente dalla stampa, dilaga in tutti i penitenziari e che nell'appendice documentaria riassumo in una breve lettera dal titolo eloquente: "Pena di morte? No suicidio di Stato", nella quale ipotizzo che il governo pensi che il gravoso problema del sovraffollamento si possa risolvere spontaneamente attraverso questa inarrestabile catena di suicidi forzati."
    "Con qualche vecchio compagno di sventura è rimasto in contatto?"
    Certamente, con molti, in primis con Marco Costantini, giunto oramai al fine pena ed attualmente in affidamento ai servizi sociali; durante il giorno impegnato attivamente nel partito radicale, un movimento a me particolarmente caro che, nel 2001 ebbe l'onore di presentarmi nelle sue liste per l'elezioni al Senato, quando risultai il candidato più eletto in Campania, ma  non divenni senatore perché per un soffio non si raggiunse il quorum. A lui è collegato Amedeo Picano, assiduo lettore dei miei libri, di cui mi parla poi nelle sue lettere.
    Salvatore Cuffaro, più che un amico è un fratello e spero vivamente che, finita la pandemia, si possa realizzare la presentazione del mio libro a Palermo. Peppiniello o siciliano è diventato un noto imprenditore e cerca di dimenticare il passato.
    Lorenzo Mazza, vive in Francia, ci sentiamo spesso per telefono, ha cambiato mestiere, da truffatore di alto bordo a commerciante internazionale di giocattoli.
    Anche Pasquale Gissi ha dovuto cambiare strumenti di lavoro: ha lasciato la pistola ed ora impugna il pennello con cui mette a nuovo a Roma le case dei ricchi.
    Con molti altri ho contatti su face book, tra questi il più caro è Tonino Vicedomini compagno di cella, da tempo trasferitosi in Germania."
    "Se potesse tornare indietro nel tempo cambierebbe qualcosa del suo comportamento?"
    "Se avessi potuto leggere in una palla di vetro il verdetto del mio processo, conclusosi vergognosamente con 10 anni di reclusione, avrei accettato i 2 anni ed 8 mesi che avrei potuto accettare in sede di patteggiamento e che rifiutai sdegnosamente perché ero innocente con prove schiaccianti, che sono state ridicolizzate durante il dibattimento.
    Per quel che riguarda il lungo periodo di latitanza mi comporterei nello stesso modo, perché il purgatorio non sarebbe durato all'infinito, ma si sarebbe concluso entro il 2016 con l'estinzione della pena ed il ritorno a casa.
    "L'ultima domanda riguarda il suo famoso ricorso alla Corte di Strasburgo, bisognerà attendere ancora molto per conoscere il verdetto?"
    "Per rispondere dovrei di nuovo leggere nella palla di vetro. Che in Italia la giustizia non funziona è oramai acclarato, con processi penali che attendono pazientemente in appello la prescrizione, mentre la durata di quelli civili si misura in decenni, cosa che ho sperimentato personalmente in un procedimento per ingiusto licenziamento intentato nel 1978 nei confronti dell'ospedale dove lavoravo e che si è concluso (favorevolmente per me) dopo 4 lustri.
    Ma che anche la Giustizia europea sia un modello di malagiustizia non è noto all'opinione pubblica.
    Il mio ricorso (come ampiamente illustrato nell'appendice documentaria) è stato recepito da quasi un decennio (capita a meno del 3% dei ricorsi) e sono stati riscontrati ben 8 violazioni del diritto di difesa. In genere, una volta recepito, segue una sentenza di  cancellazione della condanna, che sostituisce il giudizio decretato dalla magistratura del Paese membro che  si è pronunciato sulla vicenda. Quando la pena è stata già scontata, come nel mio caso, scatta un risarcimento pecuniario, anche se non vi è cifra che possa restituire gli anni rubati alla vita del condannato ed ai suoi familiari. Nel mio caso, secondo le tabelle attualmente in vigore, si tratterà di poco meno di un milione di euro, cifra che, detratte le spese di pubblicazione della sentenza sulla prima pagina di tutti i quotidiani italiani, sarà devoluta in beneficenza, sperando che ad occuparsene non dovranno essere i miei figli, ai quali ho già dato precise istruzioni: un terzo alle suore di Madre Teresa di Calcutta, un terzo al Don Orione, che si occupa dei disabili e l'ultimo terzo all'Istituto Colosimo che assiste i ciechi".

    Adele Capuano






    Achille mostra alcuni sui libri esposti alla Feltrinelli di Capodichino

     


    Intervista al filosofo di Tina Pollice

     




    Napoli è in lutto per la morte del pibe de oro, il quale vivrà in eterno nel ricordo, non solo dei tifosi, ma di tutti i Napoletani, riconoscenti per aver permesso alla città di fregiarsi di due scudetti, impresa mai riuscita in precedenza. In attesa di una piazza e di un monumento bisogna quanto prima intitolare lo stadio di Fuorigrotta al suo nome, San Paolo non si offenderà, lui si interessa di cose ben più serie.
    All’annuncio della morte del più grande atleta del calcio italiano e planetario, Achille della Ragione è stato il primo a lanciare l’idea di chiamare lo stadio San Paolo “Stadio Diego Armando Maradona” immediatamente ripresa e resa esecutiva dal Sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Un tributo ed un omaggio, ampiamente meritato, a testimonianza dell’amore unico ed esclusivo tra i napoletani e Maradona.  
    Achille della Ragione è molto conosciuto dall’intellighenzia partenopea e non solo. I più anziani ricorderanno sicuramente la sua partecipazione nel 1972 al Rischiatutto con relativo raddoppio.

      


     
      
    Il Dott. della Ragione all'uscita di un convegno
    sull'aborto con Karman tenutosi
    a Capri all'Hotel Quisisana


    Ma, procediamo per ordine.  Medico ginecologo, laureatosi brillantemente nell’anno 1972, anno nel quale conobbe a Los Angeles il dott. Karman che avrebbe influenzato non poco la sua vita.
    Infatti, Karman fu l’inventore dell’omonimo metodo per indurre l’aborto nella fase iniziale della gravidanza attraverso l’aspirazione, una metodica rivoluzionaria che relegava per sempre nei libri di storia della medicina il famigerato raschiamento, terrore per generazioni di donne di tutto il mondo, le quali, in totale assenza di contraccettivi, vi ricorrevano più volte nel corso della vita. Lo scienziato gli insegnò la tecnica e gli fornì in esclusiva per l’Italia il materiale per eseguire il rapido (40-50 secondi) intervento che non richiede anestesia e viene percepito dalla donna come una sensazione simile al dolore mestruale. Ricordiamo che negli anni 70 erano in vigore le norme del codice Rocco che consideravano l’interruzione volontaria della gravidanza un reato contro la stirpe con pene severissime. La sua fu una scelta dettata dalle convinzioni scientifiche e dal clima di lotta per l’affermazione dei diritti caratterizzante proprio quegli anni. Così l’incontro con Adele Faccio fondatrice del Cisa organizzazione che si batteva contro gli aborti clandestini di quegli anni. Divenne il punto di riferimento, a Napoli, del Cisa ed anche dell’Aied, che organizzavano pullman e voli charter da tutta Italia verso il suo studio di via Manzoni. Quell’impegno civile, sociale, ideale (si lottava per l’affermazione della legge 194 che ancora oggi si cerca di minare) gli procurò seri problemi al punto da fargli conoscere le patrie galere. Da quella terribile esperienza nasceranno tre libri Le tribolazioni di un innocente, Le favole da Rebibbia, Grand Hotel: carcere di Rebibbia (consultabili in rete seguendo il link) e l’impegno e la lotta per migliorare le condizioni dei detenuti.

     
    con il senatore SALVATORE CUFFARO ex presidente della regione Sicilia

    Nasce così la sua attività di scrittore che continua tuttora, una produzione prolifica di 132 libri. Il suo impegno passionale e civile è condiviso dalla moglie Elvira che lo affianca. Famoso, e noto, il salotto letterario di Elvira dove passano e passeranno le più belle menti italiane, Treccagnoli, Perillo, Marrone, Maldonato, Caprara, Gargano, Alisio e tanti altri. Non è soltanto un battagliero medico, ma, maestro di scacchi, studioso ed appassionato d'arte e di storia. Una personalità poliedrica, colta e appassionata che ha vissuto e vive coerentemente il pensiero con l’azione. La passione per l’arte e la storia è mostrata negli innumerevoli libri scritti sul “600 napoletano e nellevisite guidate gratuite a chiese, musei e monumenti della città di Napoli, appuntamento settimanale momentaneamente sospeso causa Covid 19. Raggiungo telefonicamente della Ragione per chiedergli da dove nasce l’interesse per il “600 napoletano.
    Con voce limpida, un bel tono timbrico che denota vivacità e vitalità, mi spiega: il '600 è il secolo d’oro per eccellenza per la pittura, la scultura, l’architettura, e, la città di Napoli raggiunse, in quel secolo, una dimensione internazionale tale da attrarre la Gentileschi che vi soggiornerà per ben 26 anni, Caravaggio la cui permanenza fu di 18 mesi, Ribera che venne a Napoli e vi morì. Vi era molta vivacità culturale ma anche tanto fermento finanziario, si facevano soldi.  
     



    Inoltre, non dimentichiamo gli avvenimenti che contrassegnarono il 600:
    1631 eruzione del Vesuvio con San Gennaro portato in processione con il braccio alzato che ferma la lava del Vesuvio.
    1647 la rivolta di Masaniello.
    1656 la peste. C’è un quadro spettacolare che io amo molto: Piazza Dante, imperversa la peste. Il pittore è cronista della Napoli di allora, immortala momenti epocali della città.
    Un cultore della cultura ed un amante di Napoli a 360 gradi.

    Tutto è già stato detto di della Ragione, cui ha contribuito lo stesso con una produzione letteraria notevole e con il blog www.dellaragione.eu. Proviamo a sapere qualcosa di più intimo. 

    Dottore, quale è l'anno più importante della sua vita?

    Senza dubbio il 1972, quando ho conosciuto mia moglie Elvira, ho partecipato a Rischiatutto, raddoppiando, ed ho conseguito la laurea in medicina.


    Tra le tante iniziative in favore dei carcerati quale ritiene essere la più efficace?

    Nel 2017, senza assistenza legale, presi carta, penna e calamaio e ricorsi alla Corte di Cassazione, ottenendo dopo soli tre anni di attesa una poco nota, quanto importantissima sentenza, che porta il mio nome, in base alla quale tutti i detenuti che sono stati stipati in celle affollate (la quasi totalità) possono ottenere uno sconto di pena del 10%, oppure se hanno già scontato la pena un risarcimento di 8 euro al giorno.
    A tale scopo ho istituito uno studio legale che assiste gratuitamente chi vuole usufruire di questa opportunità, basta inviarmi una mail a achilledellaragione@gmail.com


    Se lei rinascesse farebbe lo stesso percorso?

    Non mi sono mai pentito di nulla di tutto quanto fatto, che, rappresenta il mio essere più profondo.  Inerente a questa domanda suggerisco la lettura del mio libro “Dalla nascita alla morte un percorso affascinante” consultabile in rete ove posso affermare essere una sorte di testamento morale e di riflessioni sul mio divenire travagliato, sofferto, e, sul significato della vita.


    Quale futuro immagina per Napoli?

    Guardi, io per natura sono un grande ottimista ma su Napoli sono profondamente pessimista. Non ci sono giovani perché emigrano, gli anziani, purtroppo, destinati a morire, gli emigranti che raggiungono questa città e vi stazionano sono di pessimo livello. In sintesi, ciò che richiederebbe una risposta articolata. L’assenza di giovani preparati e competenti ha permesso la perdita dei fondi europei che avrebbero consentito il recupero di quel gap creatosi dall’unità d’Italia in poi. Quella che era la città con la popolazione più giovane sta divenendo una città di vecchi. No, non vedo nulla di buono per questa città, un’etnia destinata a sparire e nulla può neanche San Gennaro.
     

    Chiosa così Achille con il pessimismo della ragione che ha la meglio anche sulla volontà di immaginare un riscatto, nonostante l’amore verso Napoli, la sua cultura, i suoi tesori che, Covid permettendo, continua e continuerà ad illustrare nelle sue visite guidate alla conoscenza della città. Una città, Napoli, che non smette e non smetterà mai di stupire!

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    (15^ puntata)
    Una collezione da favola

    fig.a -Copertina catalogo
    La mia collezione di arte nasce nel 1977 in concomitanza con il mio successo nella professione ed i relativi lauti guadagni, che in parte investivo nell’acquisto di capolavori. Una sibillina inserzione su Il Mattino attirò la mia attenzione: Vendesi 13 quadri del Seicento napoletano per 13 milioni. La sorpresa maggiore fu dove si trovavano: in via Pignasecca, ad un 4° piano di un palazzo fatiscente quanto puteolente. Il proprietario, uno zotico, li conservava in una stanzetta, che a breve doveva contenere bottiglie di pomodoro.”Accatatavilli altrimenti e ghietto perché me servo o spazio”. Se li era procurati per quattro soldi ad un’asta fallimentare dei beni delle Opere pie di Napoli. Dopo un parere positivo da parte del compianto Ciro Fiorillo(all’epoca non ero ancora il massimo esperto del ‘600 napoletano) ne acquistai 6 per 6 milioni, alcuni dei quali, dopo un esperto restauro, si sono rivelati di notevole qualità. In seguito, con mia moglie per anni, ho frequentato le più importanti aste internazionali, a volte spendendo mezzo miliardo in una sola seduta. All’asta dei beni di Achille Lauro, nel 1994, comprai ben 8 lotti, alcuni prestigiosissimi. Nel 1997, con la consulenza di illustri studiosi, stilai il catalogo della collezione (fig.a–b), della quale spesso hanno parlato i giornali (fig.c), mentre importanti mostre  hanno avuto l’onore di esporre miei dipinti. Lascio ora la parola ad un articolo, consigliando di consultare anche il link http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo48/articolo.htm
     
    fig.b - Una coppia superstar
    fig.c - Articolo Corriere
    A Posillipo, circondata dal verde, vi è la villa di un noto professionista napoletano, uomo di scienza e di lettere, proprietario di una delle più importanti collezioni d’arte della città.
    Poterla visitare è un raro privilegio, poterne fare partecipi i lettori un’occasione da non perdere.
    Entriamo nel salone a piano terra (fig.1) dove sono esposti i pezzi più importanti della raccolta: un bronzo di Gemito raffigurante un  Pescatorello (fig.2) che sembra palpitare in precario equilibrio, mentre afferra un pesce ancora guizzante ed una superba Victa (fig.3), capolavoro di Francesco Jerace, un marmo che irradia una luce abbagliante che strega ed avvince l’osservatore, il quale rapito dalla bellezza del volto corrucciato e dalla vista degli splendidi seni prorompenti non può guardarla troppo a lungo senza desiderarla.
                                            
    fig.1
    fig.2
    fig.3
    L’opera più antica è una quattrocentesca  Madonna col Bambino (fig.4) di Jacobello Del Fiore, studiata da Federico Zeri, proveniente dal museo di Toledo nell’Ohio, frutto di una delle frequenti vendite che le istituzioni americane fanno sui mercati internazionali per rinnovare il loro patrimonio artistico. Affascinante è il Trionfo della fama (fig.5) eseguito da Lambert Sustris, allievo di Tiziano e pubblicata da Vittorio Sgarbi; essa proviene dalla prestigiosa collezione di sir Otto Beit e nella parte centrale richiama a viva voce, per grazia e leziosità delle fanciulle, la Primavera di Botticelli dove pure si celebra un trionfo, quello di Venere.
    fig.4
    fig.5
    La parete più ampia del salone è dominata da una grande natura morta di Adriaen van Utrecht rappresentante una Scena di cucina (fig.6) al centro della quale una figura femminile dagli occhi irresistibili è intenta alla conservazione di ghiotti e raffinati alimenti degni della tavola di un re ed infatti cercando i documenti di pagamento che confermassero l’attribuzione della fanciulla al pennello di Rubens si è scoperto che il quadro era di proprietà della casa Orange e si trovava nella residenza dell’Aja. Se si vuole ammirare il pendant del dipinto bisogna recarsi ad Amstersdam nel Rijksmuseum ove è conservato. Dello stesso autore vi è anche un’altra Natura morta con frutta ed ortaggi (fig.7), di minori dimensioni, ma di altissima qualità ed in perfettissimo stato di conservazione con i colori splendenti e vivi come se fossero stati posti ieri sulla tela.
    fig.6
    fig.7
    Prima di passare ai dipinti del secolo d’oro della pittura napoletana ci soffermiamo su una delicata Madonna col Bambino e Santi (fig.8) del senese Rutilio Manetti, già in collezione Achille Lauro ed ancora prima nella leggendaria collezione Doria D’Angri, una raccolta venduta prima della guerra, ricca di Rubens e Van Dyck ed interamente notificata dallo Stato per la sua unicità.
    fig.8
    Il Seicento è la passione del proprietario, che ha dedicato all’argomento numerosi libri ed un’opera omnia di ben 10 tomi.
    Si va da un Martirio di San Sebastiano (fig.9) di Agostino Beltrano, nel quale sono evidenziabili elementi cavalliniani e falconiani, ad un Martirio di San Gennaro (fig.10) di Domenico Gargiulo, che costituì una delle attrazioni della grande mostra dedicata alcuni anni fa al Santo. Inoltre un’Entrata di Gesù in Gerusalemme (fig.11) firmata e datata di Scipione Compagno ed una coppia di Paesaggi con rocce e figure (fig.12–13) di Salvator Rosa provenienti da una raccolta inglese.
    fig.9
    fig.10
    fig.11
    fig.12
    fig.13
    Posti l’uno di fronte all’altro a gareggiare con i fiamminghi due celebri specialisti: Giuseppe Recco con una Natura morta di pesci con gatto (fig.14) siglata, nella quale un grosso pesce rosso in primo piano è rappresentato nel delicato momento di trapasso tra la vita e la morte, mentre un astuto gatto sta per impossessarsi di un’anguilla e Luca Forte con una iconografia rara: un Albero di pesche con tulipani e pappagalli (fig.15) proveniente dalla collezione D’Avalos, nel quale sono evidenti i rapporti tra la cultura napoletana e quelle nordiche ed iberiche e si possono apprezzare alcune sottili allegorie nei tulipani recisi simboleggianti la morte e quelli posti nel terreno che alludono alla vita. I due variopinti pappagallini, assenti nella replica autografa della collezione di Paul Getty, sono un tipico caso di Ekphrasia, cioè di frutta dipinta così bene che gli uccelli accorrono a beccarla.
    fig.14
    fig.15
    Tra le opere del Settecento spicca un bozzetto di Fedele Fischetti rappresentante Alessandro Magno col suo medico Filippo (fig.16) utilizzato per un affresco di Casa Calenda successivamente staccato per i lavori di allargamento di via Mezzocannone ed oggi custodito nel museo di Capodimonte ed una Decollazione di un santo (fig.17) eseguita da Lorenzo Vaccaro, contaminando elementi cronologicamente disomogenei, quali un martirio che non ebbero seguito dopo l’Editto di Costantino ed un minareto che ci sposta di oltre tre secoli in avanti.
    fig.16
    fig.17
    L’Ottocento è ben rappresentato da Gonsalvo e Giuseppe Carelli a Teodore Duclere e Nicola Palizzi, ma un palmo più degli altri svettano una Costiera amalfitana (fig.18) firmata, di Pitloo ed uno spettacolare acquerello di Richardson (fig.19) raffigurante la Costa di Posillipo, un angolo di paradiso sconvolto dalla speculazione edilizia.
    fig.18
    fig.19
    Concludiamo questa carrellata sorvolando su altri trenta dipinti di autori quasi tutti celebri per descrivere la tela alla quale il proprietario è più affezionato e che veglia le notti sue e della sua gentile signora: una Madonna col Bambino, dolcissima, da taluni attribuita al Murillo, forse più modestamente copia da Solimena, come ritenuto da Ferdinando Bologna, in ogni caso un’immagine gentile che concilia il sonno ed invita a buoni propositi. 

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    (16^ puntata)  
    Antenati, parenti, collaterali ed affini

    01 - Matrimonio
    L’esame dettagliato di rare foto conservate gelosamente in polverosi quanto preziosi album ci permetterà di conoscere tutti i parenti di Achille fino alla sesta generazione. Partiamo dal matrimonio dei suoi genitori (fig.1), dove da sinistra identifichiamo nell’ordine il nonno materno Giovanni Capuano, il fratello dello sposo Giovanni, l’officiante, il famigerato “zi prevet”, al secolo Giuseppe Capuano, per 52 anni parroco della chiesa di S. Maria della Consolazione a Villanova, morto in odore di santità, poscia i nubendi  ed infine la nonna paterna Carlotta Massa e quella materna Emilia Aiello. Nella foto successiva (fig.2) il momento della firma.
    02 - Matrimonio, firma
    03 - Giuseppe Capuano
    04 - Emilia Aiello
    05 - Bisnonno
    Possiamo ora ammirare quanto erano belli i nonni materni quando si fidanzarono (fig.3– 4) e salendo indietro nel tempo le sembianze del bisnonno (fig.5) Achille Capuano. Le mitiche sorelle Capuano qui raccolte (fig.6) in occasione del matrimonio di Carlo della Ragione con Maria Manna, sono a partire da sinistra Giuseppina, Anna, Rosa, Adele, Maria, Elena, Assunta. La famiglia Capuano al completo (fig.7) in occasione del matrimonio di Assunta col prof. Giuseppe Balestrieri, possiamo qui conoscere anche i maschi: da sinistra Antonio, Achille e Giuseppe. Dalle nozze nacque Maria Teresa, che a 18 fu condotta all’altare dal nostro Achille (fig.8) per sposare Genny Santopaolo, avranno 2 figli: Francesco ed Andrea. Di nuovo la famiglia Capuano al completo (fig.9) in occasione del mio matrimonio (manca purtroppo mia madre a letto malata). Concludiamo il ramo materno con 2 membri della famiglia Luongo (fig.10), cugini di mia madre, da sinistra Achille con la moglie Carmelina, seguiti da Nietta, la consorte di Roberto ed infine i loro figli Pino e Sofia (fig.11-12) in abiti carnevaleschi.
    06 - Le sorelle Capuano
    07 - Famiglia Capuano


     07 bis - La famiglia Capuano al completo




    08 - Matrimonio di Maria Teresa
    09 - Matrimonio Achille ed Elvira
    010 - Famiglia Luongo
    011 - Pino Luongo e consorte
    012 - Sofia Luongo e coniuge
    Passiamo al ramo paterno, premettendo che non ho alcuna foto di mio nonno Costantino, morto sul fronte nel 1918 vittima dell’epidemia spagnola, né del mio secondo nonno Achille, fratello del primo, che sposò la cognata vedova Carlotta. Partiamo dai fratelli di mio padre (fig.13) Giovanni, Elvira ed Achille della Ragione, poi una rara immagine dei maschi della stirpe (fig.14), nella quale facciamo la conoscenza di Roberto, figlio di Giovanni(in alto a sinistra) e Costantino figlio di Achille (in basso a destra). Tutti salvo io e mio fratello hanno da tempo lasciato questa valle di lacrime. Abbiamo poi le coppie (fig.15): Giovanni con la moglie Esterina, Achille con Maria Zona, Elvira con Giuseppe Angrisani e mia madre, purtroppo sola, perché vedova. Quanto era bella  mia zia Elvira con in braccio mia cugina Rosellina! (fig.16), che nella foto successiva (fig.17) vediamo quando sposa Mario Scarlato, con al centro la sagoma austera di zia Teresa, una cugina di mio padre. Una parata delle donne (fig.18) da sinistra: Maria, moglie di Carlo, Giuliana e Carlotta della Ragione, Rosellina con la fidanzata di Costantino, Bice ed in basso Laura. Segue Carlotta col marito in compagnia di Carlo e Maria (fig.19). Concludiamo in bellezza con un gruppo giovanile (fig.20), nel quale segnaliamo da sinistra il marito di Giuliana della Ragione e Lucio Angrisani ed infine due ammucchiate (fig.21–22) di giovani e vecchi, tutti volti noti, che vi invito a riconoscere.  
    Grazie a mia cugina Laura possiamo presentare una vera chicca: una foto (fig.23) che ritrae i nonni Costantino della Ragione e Carlotta Massa sposi nel 1905.
     
    013 - Giovanni, Elvira ed Achille della Ragione
    014 - Maschi della stirpe della Ragione
    015 - Le coppie della Ragione
    016 - Elvira con in braccio mia cugina Rosellina
    017  - Matrimonio di Rosellina
    018 - Le donne della famiglia
    019 - Carlotta col marito
    020 - Foto gruppo giovani
    021 - Ammucchiata
    022 - Gruppo festoso
      
    023Costantino della Ragione e Carlotta Massa sposi nel 1905

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    (17^ puntata)  
    Achille medico e scienziato

    fig. 1 - Laurea
     Tutto parte nel 1972 quando a settembre mi laureo (fig.1), 108/110, in tempo per gli esami di abilitazione alla professione e per iscrivermi alla specializzazione in ostetricia e ginecologia. Avrei voluto preparare una tesi in parapsicologia, un argomento in cui ero molto preparato, ma ascoltai il consiglio del professor Califano di presentare uno studio sperimentale in clinica medica. Scelsi di approfondire una rara forma di anemia emolitica di cui era affetta mia madre. Del professor Califano,e a lungo preside della facoltà, serbo un piacevole ricordo, perché fu l’unico trenta e lode della mia carriera universitaria corroborato dal fatidico bacio accademico. A volte l’abbraccio vigoroso di un luminare, rinforzato da parole di apprezzamento, vale ben più di un bacio appassionato della più bella e ricercata top model. Dovranno passare oltre dieci anni per riprovare, in una facoltà diversa, quella di lettere, la stessa ebbrezza accademica, grazie al caloroso bacio… di Vallone, il celebre italianista, che si complimentò per il mio esame: “Lo studente più preparato che abbia incontrato in quaranta anni di insegnamento”. Lo studente era però già un professionista affermato in ben altra branca con moglie e tre figli a carico.
    fig. 2 - Ginecologia
    fig.- 3 - Chirurgia
    fig. 4 - Senologia
     
    Nel 1976 mi specializzai in Ginecologia (fig.2), nel 1981 in Chirurgia Generale (fig.3). Ho conseguito vari riconoscimenti in campo senologico (fig.4), una branca praticata per oltre 20 anni nel mio centro, Senos, dotato di mammografo, diafanoscopio ed ecografo con sonde particolari. Ho scritto un atlante di semeiotica mammaria e diagnosticato  centinaia di casi di cancro nella fase iniziale, salvando la vita a tante donne.
    fig. 5 - Metodica farmacologica
    fig. 6 - Anorgasmia
    fig. 7 - Copertina
    fig. 8 - Copertina
    fig. 9 - Copertina
    fig. 10 - Achille della Ragione ed il vaginometro
    fig. 11 - Frigiditá
    fig. 12 - Il Roma  27 ottobre 1987
    fig. 13 - Studio multicentrico
    fig. 14 - Il golfo 5 febbraio 1992
    Ancora prima di laurearmi misi su un giornale medico, Il polso, il seguente annuncio: “Medico neolaureato massima votazione offresi incarico ospedaliero”. Mi risposero numerosi nosocom i(erano altri tempi), uno soltanto in Campania a Cava de’Tirreni. Mi presentai dal primario Clarizia e gli confessai candidamente: “Non so fare niente”, “Non ha importanza, serve qualcuno che compili le cartelle, il resto lo imparerai poco alla volta”. Ebbi subito il posto di assistente a tempo pieno, 492000 lire al mese. Contemporaneamente facevo guardie notturne retribuite al Policlinico, dove  mi aspettava una brillante carriera di professore. Tra i colleghi che mi sono più cari voglio ricordare Francesco Galano ed Edoardo Oreste, compagni di lavoro a Cava e coautori in alcuni miei studi sperimentali (fig.5), Rosario Pignalosa e Michele Spirito, medico ad honorem, per anni  fedeli collaboratori nel mio studio, Gino Langella con cui ho diviso in egual misura bagordi e traversie giudiziarie, Luciano Greco, a cui è affidato il mio cuore malato, Antonio Gallo, celebre urologo, Antonella Sepe, assidua frequentatrice dei mie salotti culturali e delle mie visite guidate e soprattutto Angelo Russo (fig.6), poco meno di un fratello, che da tempo ha lasciato questa valle di lacrime e che costantemente mi fa compagnia nei sogni. Ho scritto per anni su numerose riviste di svariati argomenti; in particolare su "Contraccezione fertilità sessualità" di sessuologia e terapie farmacologiche. Ho scritto numerose monografie e libri medici a carattere divulgativo. Ricordiamo: "Moderne metodiche per provocare l'aborto" nel 1978. "Parliamone con il ginecologo" (fig.7) nel 1982. "La frigidità e la verginità nella donna" (fig.8)  nel 1993. "Pianeta Donna" (fig.9), cinque edizioni dal 1984 al 1999 e 23.000 copie vendute. Nel 1985 ho ideato un particolare apparecchio il vaginometro(fig. 10) di della Ragione per aumentare le capacità orgasmiche femminili (fig.11– 12). Nel 1992 ho realizzato, sperimentato in ambiente ospedaliero e pubblicato su riviste italiane e straniere, una metodica farmacologica per indurre l'aborto senza ricorrere all'intervento chirurgico (fig.13–14). Ma vogliamo raccontare l’avventura dal principio? Correva il 1972, l’anno della mia laurea in Medicina, ma soprattutto dell’incontro a Los Angeles con Karman, ideatore dell’aspirazione, una metodica rivoluzionaria che relegava per sempre nei libri di storia della medicina il famigerato raschiamento, terrore per generazioni di donne di tutto il mondo, le quali, in totale assenza di contraccettivi, erano costrette a sottoporsi più volte nel corso della vita ad una inutile tortura. Un metodo impregnato da un’onesta concezione filosofica: nei primi giorni di gestazione l’embrione, non possedendo una parvenza di sistema nervoso centrale, non ha acquisito pienamente la dignità di essere umano. Un argomento controverso in stridente contrasto con la dottrina della Chiesa, che ha sancito con un’apposita enciclica l’inizio della vita con la fecondazione. (Invito chi volesse approfondire la questione a consultare su internet il mio saggio: ”Storia dell’aborto dall’antichità ai nostri giorni”. Lo scienziato mi insegnò la tecnica e mi fornì in esclusiva per l’Italia il materiale per eseguire il rapido (40-50 secondi) intervento che non richiede anestesia e viene percepito dalla donna come una sensazione simile al dolore mestruale. Dopo qualche anno vi fu un altro incontro decisivo con Adele Faccio, fondatrice del Cisa, un’organizzazione la quale, mentre erano ancora da noi in vigore le norme del codice Rocco, che consideravano l’interruzione volontaria della gravidanza un’esecrabile reato contro l’integrità della stirpe con pene severissime anche per la paziente, si adoperava per aiutare tutte le donne che non potevano pagare le salatissime parcelle dei cucchiai d’oro. A Napoli imperavano ed imperversavano Monaco ed Ammendola con onorari di 600.000–700.000 lire, mentre il Cisa richiedeva una semplice offerta a chi poteva e voleva pagare, massimo 50.000 lire. Divenni il punto di riferimento del Cisa ed anche dell’Aied, che organizzavano pullman e voli charter da tutta Italia verso il mio studio di via Manzoni. Migliaia di pazienti al punto che, nel 1978, potevo dichiarare ad un incredulo giornalista della Stampa sceso a Napoli per un’inchiesta: negli ultimi due anni ho eseguito 14.000 aborti (fig.15). 
     Da quella mia incauta e spavalda (avevo trenta anni) dichiarazione, pubblicata in prima pagina a nove colonne sul quotidiano torinese e ripresa da tutta la stampa nazionale, sono originati tutti i miei guai giudiziari, unica consolazione aver favorito l’approvazione della legge 194, che stagnava nelle sorde e grigie aule parlamentari. Il fisco mi presentò una tassazione di un miliardo e mezzo per tre anni di attività professionale, mentre l’ospedale presso cui lavoravo mi licenziò in tronco, ma il tempo è stato galantuomo e, dopo una causa ultraventennale, prima il Tar e poi il Consiglio di Stato mi diedero ragione e condannarono l’Asl ad un risarcimento di 900 milioni. Nel 1991 presso l’ospedale di Cava de’ Tirreni mettevo a punto una metodica farmacologica per provocare l’aborto associando alcuni prodotti noti alla farmacopea ufficiale per altre indicazioni. Anche allora grande tempesta e tutti contro, dal primario al direttore sanitario, dalla Asl alla magistratura, che sequestrò le cartelle cliniche e sottopose le pazienti a defatiganti interrogatori. Alla fine fu vietato ai farmaci di entrare in ospedale, io venni licenziato e la stampa osservò un rigoroso silenzio sulla vicenda, ad eccezione di alcune prestigiose riviste scientifiche straniere che pubblicarono la mia esperienza clinica. Ancora oggi l’Italia, a distanza di oltre venti anni, è ancora uno dei pochi Paesi al mondo dove ancora non è stata introdotta una metodica farmacologica per indurre l’aborto. Nel 1994 un disastroso infarto e dieci giorni in sala di rianimazione mi consigliarono di ridurre al massimo la professione ed a chiudere definitivamente con l’aborto. Occasione per poter dedicare il mio tempo alla scrittura, all’arte, agli scacchi (disciplina nella quale in pochi mesi divenni maestro). A ventinove anni avevo pubblicato il mio primo libro (Moderne metodiche per provocare l’aborto), dopo erano seguiti altri volumi prevalentemente di divulgazione medica, ricordo in particolare la Frigidità nella donna, del 1992, nel quale portavo a conoscenza un apparecchio da me ideato per favorire l’orgasmo: il vaginometro. Ora ho più tempo per pensare, studiare, scrivere.
    fig. 15 -Achille miliardario
    Siringa Karman
    Concludo proponendo al lettore due miei vecchi articoli pubblicati nel 2007.

    Curiosità in un pronto soccorso

    Il pronto soccorso di un ospedale è un porto di mare, anzi spesso è mare aperto, esposto a venti procellosi e a devastanti maree.
    In un piccolo nosocomio quale era quello di Cava de’ Tirreni, dove ho cominciato la mia carriera di medico, i casi gravi, i cosiddetti casatielli, era opportuno dirottarli altrove, nell’interesse dei pazienti, ma soprattutto dei colleghi reperibili, che potevano tranquillamente continuare a fare studio privato o a dormire a secondo dell’ora del ricovero. Si trattava unicamente di valutare la gravità del paziente e di convincere lui ed i parenti, sempre agitatissimi, che si faceva tutto nel suo esclusivo interesse, che lo avremmo volentieri curato, ma altrove sarebbe stato assistito meglio. Fratture scomposte, addomi acuti e crisi steno cardiche venivano inviate a Salerno, i casi ancora più gravi verso il Cardarelli. I giorni festivi si indirizzavano altrove anche le crisi asmatiche e tutta la patologia chirurgica che andava trattata con urgenza. Quando io ero di guardia i colleghi reperibili delle varie branche potevano stare tranquilli. Molto frequenti erano i casi di baldi giovanotti che rimanevano con l’uccello incastrato nella cerniera dei jeans e dopo alcuni disperati tentativi correvano impauriti in ospedale, spesso accompagnati dalla fidanzata in ansia quanto e più di loro. Bastava un colpo netto nel verso contrario all’apertura ed il batacchio era di nuovo libero, con meraviglia dell’interessato e focosi complimenti da parte delle accompagnatrici per lo scampato pericolo. In un precedente articolo abbiamo raccontato dell’incontro scontro con un delinquente, che aveva da poco, in un alterco, sferrato uno schiaffo ad una vicina di casa lasciandole sul viso la traccia rossastra delle cinque dita. La sventurata giunse esanime al ospedale e pochi minuti dopo, mentre la stavo soccorrendo, giunse il malvivente che cominciò a minacciare: “Guai a te se fai il referto, ti sparo in bocca” Uno sguardo alle dimensioni corporee dell’individuo, alquanto modeste, mi diede coraggio e lo invitai ad uscire altrimenti avrei chiamato la polizia. Addirittura lo prendevo in giro. “ Ma se io non apro la bocca come fai?”. Non l’avessi mai detto lo scellerato, mentre parlavo telefonicamente col commissariato, cominciò a sferrare calci agli infermieri ed a bestemmiare con colorita vivacità. Trascorsi alcuni minuti giunge un agente, poco meno che sessantenne, il quale riconosce il furfante e prendendolo per un braccio cerca di portarlo fuori, ma scivola malamente e cadendo perde l’unico dente sul quale poggiava la dentiera. Il malvivente continuava a sbraitare per cui, aiutato da Michele, un infermiere robusto ed ubbidiente, lo immobilizzai e, sotto la minaccia di un bisturi, lo costrinsi a più miti consigli. Chiamai di nuovo al commissariato chiedendo un intervento più efficace e spiegando che l’agente da loro inviato era stato costretto al ricovero. “ Che dite facciamo subito intervenire delle pantere da Salerno”. Dieci minuti ed in contemporanea polizia e carabinieri sono sul luogo del misfatto, impacchettano il delinquente e lo conducono in gattabuia. Gli  infermieri ed i portantini in coro mi assalgono: “Dottore voi siete un pazzo, Totonno è da poco uscito dopo aver scontato venti anni per un duplice omicidio”. Processo per direttissima, nessuno dei testimoni si presenta ad eccezione del sottoscritto, minacciato senza esito da un fratello dell’imputato, conferma della deposizione e quattro anni di pena, interamente scontati. Il Mattino dedicò nove colonne all’episodio e i colleghi fecero una gigantografia che fu appesa alle pareti del pronto soccorso e per anni, quando sorgeva una controversia con i parenti degli ammalati, pane quotidiano in un pronto soccorso di frontiera privo di drappello, io invitavo prima di continuare la questione a leggere l’articolo e poi eventualmente decidere di continuare: un prodigioso antidoto per qualsiasi diatriba.
    Infermiera sexy
    fig. 16 - Pronto soccorso

    Frammenti autobiografici tra serio e faceto Ricordi dell’ospedale di Cava de’ Tirreni

    Fra poco saranno trascorsi 40 anni dal mio ingresso come assistente incaricato nella divisione di Ostetricia dell’ospedale S. Maria dell’Olmo di Cava de’ Tirreni. Il tempo è volato senza che me ne accorgessi, era il 1973, mi ero laureato nell’autunno del 1972 ed ancor prima della tesi, attraverso un’inserzione sul giornale medico Il polso, mi ero offerto agli ospedali italiani: giovane laureato, ottima votazione (ancora non la conoscevo, sarà 108/110) esaminerebbe proposte di lavoro. Erano tempi felici, la disoccupazione tra i medici era ancora lontana ed ebbi numerose proposte, soprattutto da ospedali del nord, che mi offrivano, oltre al posto a tempo pieno, anche vitto e alloggio. L’unica proposta in Campania venne dall’ospedale di Cava de’ Tirreni, ove mi recai a discutere col primario il dottor Clarizia, squisito gentiluomo d’altri tempi, al quale confessai che come medico non sapevo fare niente. “Non preoccuparti, all’inizio basterà che ti interessi della compilazione della cartelle, poi poco alla volta imparerai. Mi accompagnò dal direttore sanitario, il dottor Terracciano, burbero ma innocuo e dal presidente l’avvocato Clarizia suo cugino, i quali mi assicurarono che in pochi giorni avrebbero fatto un bando per un incarico da assistente e lo avrebbero tenuto segreto, in maniera tale che io fossi l’unico a presentare la domanda. In pochi giorni mi trovai assunto con uno stipendio di 492.000 mensili, per intenderci mia moglie, che insegnava matematica nei licei, ne prendeva 250.000. Nel reparto non si praticavano interventi ginecologici più audaci del raschiamento diagnostico o della polipectomia, poiché il primario e l’aiuto, dottor Violante, non erano propriamente delle cime, ma poco più che dei mammani. La routine era costituita dai parti, 1 – 2 al giorno, che venivano espletati per la quasi totalità per via naturale, con le donne assistite dalle ostetriche, i medici intervenivano solo a mettere quattro punti di sutura se la ferita vaginale era irregolare. A volte, se necessario si ricorreva al rivolgimento podalico ed al forcipe,(manualità che oggi, in epoca di sfrenato ricorso al taglio cesareo, farebbero tremare un luminare). per cui le possibilità di apprendere per un giovane erano alquanto limitate. Nello stesso periodo lavoravo anche al nuovo policlinico da poco aperto a Cappella Cangiani, perché agli specializzandi era offerto un contratto e la possibilità di proseguire poi la carriera come assistente. Anche lì le possibilità di imparare erano quasi nulle ed infatti quasi niente imparai, in compenso guadagnavo un secondo stipendio, che arrotondavo ulteriormente sostituendo i colleghi nei turni notturni, a tal punto che mia moglie, fresca sposa, si lamentava di passare più notti dormendo con la sorella che con il baldo quanto super impegnato marito. A Cava espletavo l’orario di 40 ore settimanali dal sabato pomeriggio al lunedì mattina, per non sottrarre tempo al mio studio privato che cominciava a funzionare a gonfie vele. Venivo adoperato prevalentemente come medico di guardia al pronto soccorso, che in un ospedale di provincia rappresenta una vera e propria trincea, un porto di mare, anzi spesso è mare aperto, esposto a venti procellosi e a devastanti maree. Il battesimo del fuoco avvenne durante l’epidemia di colera che colpì Napoli e la Campania nel 1973. Ci erano pervenute alcune centinaia di dosi, ma la mattina in cui cominciarono le vaccinazioni la paura aveva contagiato talmente la popolazione che in fila si accalcarono non meno di cinquemila persone, che urlavano e spintonavano. I colleghi erano terrorizzati:”Cosa succederà quando dovremmo dire a questa folla inferocita che non possiamo proseguire?”. Ho rivissuto quella emozione mista a terrore, vedendo di recente alcune scene del film Contagio, nel quale, all’annuncio che a breve si sarebbero interrotte le vaccinazioni per esaurimento del farmaco, centinaia di persone invadono l'ospedale, dandosi ad atti vandalici e prendendosela con i malcapitati sanitari che vengono percossi ed insultati. Quel giorno a Cava non successe nulla del genere, perché mentre tutti erano paralizzati dal terrore, io ordinai alle infermiere di portare tutta l’acqua distillata e le soluzioni fisiologiche che avessero trovato e con quelle vaccinammo svariate migliaia di cittadini tra ringraziamenti e bacia mano. In un piccolo nosocomio quale era quello di Cava de’ Tirreni, dove ho cominciato la mia carriera di medico, i casi gravi, i cosiddetti casatielli, era opportuno dirottarli altrove, nell’interesse dei pazienti, ma soprattutto dei colleghi reperibili, che potevano tranquillamente continuare a fare studio privato o a dormire a secondo dell’ora del ricovero. Si trattava unicamente di valutare la gravità del paziente e di convincere lui ed i parenti, sempre agitatissimi, che si faceva tutto nel suo esclusivo interesse, che lo avremmo volentieri curato, ma altrove sarebbe stato assistito meglio. Fratture scomposte, addomi acuti e crisi anginose venivano inviate a Salerno, i casi ancora più gravi verso il Cardarelli. I giorni festivi si indirizzavano altrove anche le crisi asmatiche e tutta la patologia chirurgica che andava trattata con urgenza. Quando io ero di guardia i colleghi reperibili delle varie branche potevano stare tranquilli. Molto frequenti erano poi i casi di baldi giovanotti che rimanevano con l’ uccello incastrato nella cerniera dei jeans e dopo alcuni disperati tentativi correvano impauriti in ospedale, spesso accompagnati dalla fidanzata in ansia quanto e più di loro. Bastava allora un colpo netto nel verso contrario all’ apertura ed il batacchio era di nuovo libero, con meraviglia dell’interessato e focosi complimenti da parte delle accompagnatrici per lo scampato pericolo. Un caso eclatante di cui si parlò a lungo fu l’incontro scontro con un delinquente, che aveva da poco, in un alterco, sferrato uno schiaffo ad una vicina di casa lasciandole ad imperitura memoria sul viso la traccia rossastra delle cinque dita. La sventurata giunse esanime al ospedale e pochi minuti dopo, mentre la stavo soccorrendo, giunse il malvivente che cominciò a minacciare: “Guai a te se fai il referto, ti sparo in bocca”. Uno sguardo alle dimensioni corporee dell’individuo, alquanto modeste, mi diede coraggio e lo invitai ad uscire altrimenti avrei chiamato la polizia. Addirittura lo prendevo in giro: “Ma se io non apro la bocca come fai?”. Non l’avessi mai detto lo scellerato, mentre parlavo telefonicamente col commissariato, cominciò a sferrare calci agli infermieri ed a bestemmiare le divinità delle principali religioni monoteiste. Trascorsi alcuni minuti giunge un agente, poco meno che sessantenne, il quale riconosce il furfante e prendendolo per un braccio cerca di portarlo fuori, ma scivola malamente e cadendo perde l’unico dente sul quale poggiava la dentiera. Il malvivente continuava a sbraitare per cui, aiutato da Michele, un infermiere robusto ed ubbidiente, lo immobilizzai e, sotto la minaccia di un bisturi, lo costrinsi a più miti consigli. Chiamai di nuovo al commissariato chiedendo un intervento più efficace e spiegando che l’agente da loro inviato era stato costretto al ricovero. “Che dite, facciamo subito intervenire delle pantere da Salerno”. Dieci minuti ed in contemporanea polizia e carabinieri sono sul luogo del misfatto, impacchettano il delinquente e lo conducono in gattabuia. Gli infermieri ed i portantini in coro mi assalgono: “Dottore voi siete un pazzo, Totonno è da poco uscito dopo aver scontato venti anni per un duplice omicidio”. Processo per direttissima, nessuno dei testimoni si presenta ad eccezione del sottoscritto, minacciato senza esito da un fratello dell’imputato, conferma della deposizione e quattro anni di pena, interamente scontati. Il Mattino dedicò nove colonne all’episodio e i colleghi fecero una gigantografia che fu appesa alle pareti del pronto soccorso e per anni, quando sorgeva una controversia con i parenti degli ammalati, pane quotidiano in un pronto soccorso di frontiera privo di drappello, io invitavo prima di continuare la questione a leggere l’articolo e poi eventualmente decidere di continuare: un prodigioso antidoto per qualsiasi diatriba. Dopo alcuni anni di onorato servizio (anche se praticato solo nel fine settimana) il mio studio privato richiedeva oramai una mia presenza costante anche il sabato e la domenica fino alle cinque, per cui decisi, essendomi iscritto, dopo aver conseguito quella in Ginecologia, ad una seconda specializzazione (in Chirurgia Generale) ed avendone pienamente diritto, di chiedere un’aspettativa senza stipendio per due anni. L’amministrazione oppose un inspiegabile rifiuto, asserendo che la mia collaborazione era indispensabile; un comportamento ingiustificato che solo dopo anni scoprii, dettato da un’antipatia nei miei confronti da parte del direttore amministrativo, il quale sospettava una tresca tra me e la moglie, tra l’altro brutta ed in trombabile(neologismo creato da Berlusconi per indicare il culone della Merkel). Al diniego non mi scomposi più di tanto e diedi appuntamento a dopo 24 mesi:” Se non volete concedermi un’aspettativa senza stipendio, vuol dire che da domani sarò malato e per guarire ci vorranno due anni!”. Scelsi come patologia l’ipertensione arteriosa e cominciai a spedire regolarmente dei certificati mensili. Venni convocato più volte da svariate commissioni mediche, alle quali mi presentavo dopo aver assunto, un’ora prima, una o più dosi di Pressamina, un farmaco capace di innalzare pericolosamente la pressione, che risultava regolarmente e di molto superiore ai valori normali. Dichiaravo inoltre di avere vampate di calore, continui svenimenti ed un’ incipiente impotenza. Ricordo che in occasione di uno di questi controlli un membro della commissione bonariamente cercò di convincermi: “Collega ma non pensi di poter riprendere il servizio?”. La mia risposta fu lapidaria:” Si prende lei la responsabilità di affermare che io sono guarito e se poi al pronto soccorso si presenta infortunata la moglie di un camorrista ed io non sono in grado di soccorrerla per una perdita di coscienza?”. Mi diedero altri tre mesi di prognosi ed oramai dovevo superare solo l'ultimo ostacolo costituito da una commissione provinciale, che se avesse riscontrato che la mia patologia era stata contratta durante il lavoro, mi avrebbe proposto un pensionamento anticipato per causa di servizio, a tal punto che interruppi addirittura l’invio di certificati attestanti la mia infermità All’improvviso il mio nome comparve su tutti i giornali per l'attività che svolgevo privatamente e l'ospedale colse la palla al balzo per licenziarmi in tronco. Avrebbe dovuto invece inviarmi un invito a riprendere il lavoro pena decadenza; non lo fece e questo errore costò alla Asl un miliardo di risarcimento. Credo che per conoscere meglio questa vicenda sia utile rileggere questa intervista del giornalista Goffredo Locatelli, pubblicata dal mensile Albatros (luglio 2002) e ripresa parzialmente nei giorni successivi dai quotidiani Il Portico e Il Mattino Il medico che ha sbancato l’ASL L’azienda ospedaliera lo licenziò e ora gli deve pagare quasi un miliardo. E non è finita… Fu licenziato in tronco nel 1978 mentre era in servizio come ginecologo presso l’ospedale di Cava de’ Tirreni. Motivo: aveva fatto scandalo una sua intervista sull’aborto. Parte da quell’anno una lunghissima controversia giudiziaria per riottenere il posto di lavoro. Che dopo 24 anni, non si è ancora conclusa. Ma c’ è un fatto nuovo. Due sentenze del Tar e del Consiglio di Stato hanno stabilito la nullità del licenziamento con relativo reintegro nel posto di lavoro e risarcimento del danno. E che danno! L’esborso degli stipendi non goduti per vent’anni con relativi interessi. Il datore di lavoro ha dovuto sborsare poco meno di un miliardo per risarcire il medico, cioè l’ingiusto licenziato. E la vicenda non si è ancora conclusa perché il dottor della Ragione non si accontenta della somma erogata. Vuole ottenere il doppio. Ma vediamo come stanno le cose. Dottor della Ragione a che punto è la sua ultradecennale controversia con l’ ASL Salerno 1? Si è conclusa solo parzialmente, perché dopo 24 anni di liti giudiziarie ed extra giudiziarie mi sono state liquidate le spettanze come dipendente a tempo definito, mentre il mio rapporto di lavoro con l’ospedale di Cava de’ Tirreni era a tempo pieno. E qual è la differenza? Una differenza sostanziosa, nel senso che a fronte di più ore di lavoro corrisponde quasi il doppio dello stipendio. Vogliamo essere più precisi e parlare un po’ di cifre? Certo, il commissario liquidatore dell’USL ha deliberato la somma di 636 milioni e 376mila320 lire per chiudere la mia vicenda, ritenendo così “di evitare ulteriori oneri” (parole testuali del provvedimento) se la stessa fosse proseguita nel tempo. Di questi soldi, 65 milioni sono stati versati agli enti previdenziali ed i restanti 571 al sottoscritto, il quale ha dovuto pagare 26 milioni di oneri pensionistici e 110 milioni di acconto Irpef, senza contare gli onorari degli avvocati difensori che in oltre 20 anni sono ammontati a circa 50 milioni, tutti rigorosamente senza ricevuta, a fronte dei quali la sentenza mi ha riconosciuto appena 800mila lire per spese legali. Mi restano da pagare ancora altre cospicue quote di Irpef, per cui credo mi resterà molto meno della metà di quanto mi è stato dato. Come si è giunti a queste cifre? Interessi e rivalutazione monetaria hanno inciso per quasi il 70% nel determinare la cifra finale. Ciò significa che questo ritardo, oltre ad aver danneggiato lei che ha dovuto attendere anni, ha danneggiato anche la collettività, cioè tutti noi, facendo spendere centinaia di milioni inutilmente? Esatto: lo scellerato comportamento dilatorio dell’ASL ha comportato un danno consistente per l’erario e se fossimo un Paese civile ed efficiente, se non la magistratura penale, almeno la Corte dei conti si dovrebbe interessare della vicenda sanzionando severamente i responsabili, colpendoli nel loro portafoglio. E’ contento che tutto si sia concluso? Non si è concluso proprio niente. Mi è stata riconosciuta solo metà delle mie spettanze, per cui ho già instaurato tramite i miei legali un “giudizio di ottemperanza” per recuperare le altre somme che mi spettano di diritto. E non è finita. Anche quando mi saranno riconosciute tali differenze (si tratta di circa mezzo miliardo, oltre ai contributi previdenziali!) resterà da definire la vicenda riguardante gli anni dopo il 1992, a riguardo della quale, a conferma della proverbiale celerità della giustizia italiana, deve ancora celebrarsi il giudizio di primo grado davanti al Tar di Salerno. Esiste pure una seconda controversia? Certo, ma vorrei raccontarle tutto da principio. Nel 1977 prestavo servizio come ginecologo presso l’ospedale di Cava de Tirreni. Iscrittomi ad una seconda specializzazione in Chirurgia generale ed attraversando un periodo di salute precaria, chiesi all’amministrazione un periodo di congedo senza retribuzione. Ma la risposta fu negativa: premetto che l’allora direttore amministrativo Enrico Violante, che per inciso è da poco ritornato alla sua scrivania di comando dopo una lunga peregrinante odissea, nutriva e nutre tuttora nei miei riguardi un’implacabile quanto ingiustificata antipatia, che tra l’altro ho sempre ricambiato. Si vociferava che fosse becco e che io avessi collaborato a renderlo tale. Il risultato, per l’impegno di studio e di lavoro, fu l’aggravarsi della mia ipertensione, di conseguenza ci furono lunghi periodi di malattia con congedi sempre decisi dalle commissioni mediche, che più volte mi sottoposero a controlli. Nell’aprile del 1978, mentre in Parlamento si discuteva della legge sull’aborto, concessi al quotidiano La Stampa una intervista choc, nella quale dichiaravo candidamente di aver praticato in due anni 14mila aborti. Sbattuta a nove colonne in prima pagina, la notizia, ripresa con grande risalto da molti quotidiani e televisioni, determinò un'accesa discussione e contribuì non poco all’approvazione in Parlamento di una regolamentazione più moderna della spinosa questione. L’amministrazione dell’Usl, indignata, prese al volo l’occasione per licenziarmi, nonostante fossi ammalato. Seguì l'annullamento del provvedimento prima da parte del Tar e poi del Consiglio di Stato. Non paga, l’Usl imbastì anche un’accusa di truffa davanti al Tribunale di Salerno, procedimento che cadde miseramente e per il quale fui assolto con formula piena. Perché fece quelle dichiarazioni? Per il mio mai sopito spirito libertario per il quale senza paura mi batto da oltre 30 anni, sprezzante delle gravi conseguenze che spesso ho dovuto sopportare. In quella occasione fece seguito un procedimento penale dal quale uscii assolto dopo anni e subii anche un attentato terroristico da parte delle farneticanti squadracce di “Fede e Libertà”, che fecero saltare in aria la mia Jaguar. Con minacce e intimidazioni, soprattutto provenienti da alto loco, ho oramai imparato a convivere. Come mai nel 1992 lei fu reintegrato nel servizio? Nel 1990 il Consiglio di Stato confermò la sentenza del Tar, per cui l’ ospedale dopo varie tergiversazioni si vide costretto a riassumermi. Risultando io malato per molti anni di ipertensione maligna, quelli dell’ASL richiesero preliminarmente un’approfondita visita fiscale sperando di non dovermi più riammettere in servizio. Invece nel corso della visita i sanitari rimasero meravigliati del mio perfetto stato di salute e ancora più increduli nell’ apprendere che tali condizioni erano la conseguenza di un mio pellegrinaggio a Lourdes. Così furono costretti a riprendermi in servizio, ma del risarcimento economico dovutomi non se ne vedeva ombra; l’amministrazione accampava le più diverse scuse per non pagare. Nel frattempo misi in atto una sperimentazione riguardante una metodica per indurre l’aborto con farmaci e non con interventi chirurgici, ottenendo un ampio consenso tra le pazienti che cominciarono ad affluire sempre più numerose anche da comuni lontani. Apriti cielo. La reazione fu violenta, dal primario e dal direttore sanitario fino ai politici e agli amministratori. Il risultato fu un nuovo licenziamento avvenuto mentre, colpito da infarto, mi trovavo ricoverato presso il centro di rianimazione del “Loreto mare” di Napoli. Nasce così la nuova controversia che dopo circa 10 anni è ancora all’inizio. Dunque è dal 1992 che lei si è attivato per essere rimborsato? Si, e ho tentato tutte le strade: vari giudizi di ottemperanza che si concludevano con un nulla di fatto perché l’ASL, pure in presenza dell’ intimazione al pagamento, faceva orecchie da mercante. Ed inoltre pure senza risultato fu la nomina di più di un commissario ad acta, che teneva la pratica in mano per qualche anno, fino a quando, incassato l’onorario, non decadeva dall’incarico. Negli ultimi tempi scoraggiato ma non domo tentai un contatto diretto con l’amministrazione. Macchè, trovai un invalicabile muro di gomma. Mi furono fatte poi alcune sorprendenti proposte, pare dettate da una truffaldina direttiva regionale, di rinunciare ad interessi e rivalutazioni, cioè, nel mio caso ultradecennale, al 70% circa delle spettanze. Trovai indecente una proposta simile, per cui, dopo aver registrato alcune conversazioni telefoniche, ero deciso, confortato dal parere del mio penalista, a presentare denuncia per estorsione. Alla fine desistetti e grazie all’intervento, del tutto disinteressato, di un personaggio galattico sono riuscito anche se parzialmente ad ottenere ciò che per 24 anni mi avevano negato. Può fare il nome di questa persona che l’ha aiutata a sbloccare la vicenda con l’ASL? Si dice il peccato ma non il peccatore, anche se in questo caso si tratta di un merito e di un meritevole; posso precisare però che non si tratta di un politico. Quale conclusione può trarre oggi dopo tanti anni di ininterrotta battaglia? Dando appuntamento ai figli ed ai nipoti fra qualche decennio per tirare le somme, consiglio a tutti di non cessare mai di lottare per il riconoscimento di un proprio diritto: quanto più irto e difficile è il cammino tanto più bella e gratificante è la vittoria (quando e se arriva)finale. P.S. – In seguito ho ottenuto il restante risarcimento, ma sono ancora in attesa, dopo soli 33 anni dall’inizio della controversia, del trattamento di fine rapporto, alias liquidazione.
    fig. 17 - Ospedale Cava de' Tirreni

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    (18^ puntata)  
    Una interminabile villeggiatura

    Da bambino per anni, da giugno a settembre, utilizzando i treni della Cumana da Montesanto, raggiungevo con mia madre e mio fratello le spiagge di Torregaveta (fig.1) e Lucrino (fig.2). Solo in agosto, quando mio padre andava in licenza, facevamo un viaggio visitando le più belle città d’Italia. Per raccontare quel periodo vi ripropongo due miei articoli.
    Baia
    fig. 1 - Achille a Torregaveta

     
    fig. 2 - Achille a Lucrino

    Come era bello il Lido Napoli

    Sono ritornato dopo oltre mezzo secolo al Lido Napoli, quanta nostalgia di tempi felici, quando raggiungevo il mare con la Cumana da Montesanto con mia madre e mio fratello Carlo ogni giorno dalle 10 alle 17 ed erano gioco, mare e sole senza sorta di interruzione, ad eccezione di un pasto frugale consumato all’ombra della cabina, che tenevamo fittata dal 15 giugno al 15 settembre. Mia madre preparava delle irripetibili frittate di maccheroni e dei panzarotti da schianto, innaffiati da Coca Cola e gassosa a volontà. Mio padre non amava il mare, bensì il lavoro(erano altri tempi, che mai più torneranno); trascorreva tutto il giorno in ufficio alla sede centrale del Banco di Napoli di via Toledo, dove era direttore della sezione di credito industriale e la sera verso le 19, ben oltre il consueto orario di lavoro, ritornava a piedi a casa(abitavamo in via Salvator Rosa) per cenare tutti assieme. Ricordo che il mare alcuni giorni era già sporco come oggi, perché alla rada sostavano delle petroliere, che ogni tanto lavavano le cisterne, per cui a riva giungevano macchie di nafta da far impallidire la odierna schiuma di detersivi non biodegradabili tanto di moda oggi. In genere però l’acqua era limpida e fare il bagno una gioia immensa, alternata a fabbricare castelli di sabbia e pescare telline. Le tracine erano molto diffuse e calpestarne una era un’esperienza imbarazzante, perché dotate di aculei pungenti, attraverso i quali diffondevano un veleno che procurava per ore dolori lancinanti. A 800 metri dalla riva esisteva una torre, detta di Pulcinella. I più grandi la raggiungevano a nuoto, in gare settimanali, nelle quali eccelleva mio fratello Carlo, valente nuotatore ed il compianto Federico Ricciardi, detto Rirì,  a differenza di Elio Fusco e Guglielmo Benigno, costantemente ultimi. Io mi divertivo a giocare a bocce, ero praticamente imbattibile, da quando undicenne vinsi la prima coppa Ceceniello. Alcune ore le occupavo a raccogliere bottiglie vuote di vetro, per le quali si pagava un deposito di 10 lire. Ne raccoglievo tante da ricavare 300 – 400 lire al giorno, in un periodo in cui la raccolta differenziata era di là da venire; più o meno come oggi. Ricordo le selezioni per il concorso Ondina Sport Sud e la volta che vinse Ornella Peroni, una nostra amica che portammo al successo con un tifo da stadio. All’epoca, siamo negli anni Cinquanta, vi erano tre fermate del treno, in corrispondenza di vari ingressi, dei quali persiste oggi un solo scheletro della struttura in cemento armato, che incute profonda tristezza. Ma la vera differenza sta nelle cabine, centinaia e centinaia, nelle quali si depositavano costumi e secchielli, oggi completamente scomparse, sostituite da anonimi spogliatoi. I treni passavano regolarmente ogni 15 minuti, oggi sono una presenza sporadica, tutti massacrati dalle insulse scritte dei writers, da tempo un flagello ubiquitario. I bagnini erano tanti, ma anche oggi sono numerosi, giovani, aitanti e con una canottiera rossa per distinguerli a distanza. La vera differenza è costituita nello stabilimento attuale da una spettacolare piscina, che permette di fare il bagno anche quando il mare è poco invitante. Concludiamo questo tuffo tra passato e presente con una considerazione sui frequentatori: una volta la migliore borghesia napoletana, che ignorava cosa fosse la villeggiatura, oggi un pubblico che la brama, ma non può permettersela, molti volti patibolari, ma tutto sommato brava gente.
     
    Villa imperiale

    Come era bella Villa Beck

    Parlare di uno stabilimento balneare del passato con una punta di malinconia può sembrare fuori luogo in un momento storico per Napoli caratterizzato da una vera e propria Caporetto sul fronte della balneazione, dalla  mappatella beach di via Caracciolo alla spiaggia di Coroglio, trasudante in egual misura di amianto e monnezza, mentre l’acqua dove immergersi varia tra il giallo ed il marrone, a cui si aggiunge in superficie una schiuma non biodegradabile accompagnata da bottiglie di plastica di marche italiane ed estere. Eppure pochi decenni fa la situazione era ben diversa e la villeggiatura inutile anche per le famiglie benestanti che potevano tranquillamente bagnarsi a pochi passi di casa. Ma torniamo a Villa Beck, oggi Villa Imperiale e spostiamoci indietro ai primi anni Sessanta quando la frequentavo “dal mare”, tuffandomi dagli scogli di Marechiaro e raggiungendola con vigorose bracciate.  Una abitudine virtuosa che negli anni successivi mi permise di diventare affezionato cliente, a luglio ed agosto, della celeberrima Canzone del mare di Capri, partendo dalla scogliera di Marina piccola. All’epoca Villa Beck era affollata dal fior fiore della gioventù bene di Posillipo e via dei Mille, si potevano ammirare le più belle ragazze della città, assiepate sugli scogli in posizioni strategiche sin dalle prime ore del mattino, a mostrare grazie naturali nascoste gli altri mesi dell’anno. E non vi erano trucchi, la chirurgia estetica era di là da venire, per cui se il seno era procace ci si poteva fidare. Si stringevano amicizie ed il tempo trascorreva veloce, tra un bagno di sole ed uno nelle acque ancora fresche e limpide, nelle quali si potevano distinguere le sagome sfuggenti di pesci di varie dimensioni. Ho cercato di fare qualche ricerca storica sulla nascita dello stabilimento e se funzionasse durante il Ventennio, ma ho incontrato grosse difficoltà, pur interrogando le mie zie nonagenarie Giuseppina, Elena e Adele, frequentatrici negli anni Trenta del limitrofo Lido Marechiaro. Mi hanno assicurato che sugli scogli posti dopo la Casa degli spiriti non hanno mai visto anima viva e neppure i fantasmi che secondo la leggenda presidiano i luoghi da 2000 anni. L’origine del nome potrebbe derivare da Villa Bechi, citata in un testo ottocentesco da Alvino o da due non ben identificate sorelle Beck, forse di origine teutonica, proprietarie dei terreni a monte della scogliera nei primi anni del Novecento. Invito chi ne sapesse di più a contattarmi. E veniamo ai nostri giorni: oggi il nome è cambiato in  Villa Imperiale ed è diventato, grazie alla famiglia Varriale, che lo amministra da quasi 25 anni, il lido più caro e più accogliente della città. Da tempo è sorta una accogliente piscina per placare le ansie natatorie di coloro che non si fidano delle oscure acque marine e l’età media dei frequentatori è salita di mezzo secolo. Sui lettini posti ad un passo dalle onde troneggiano antiche matrone dalla voce altisonante, che si raccontano vicendevolmente a tutte le ore pettegolezzi di vario genere, pochi i bambini impegnati a  trastullarsi in piscina, completamente scomparsa la generazione intermedia, quella dai venti ai cinquanta anni. L’attrazione maggiore è costituita dal bar ristorante, a picco sul mare, dove si svolgono eventi e ricevimenti da favola, costituendo una location ambita per sponsali, comunioni e genetliaci. Tutti lo conoscono, almeno di fama, una ristretta elitè può frequentarlo in tempi di crisi economica ed è un vero peccato. 
    Palazzo degli spiriti
    Dopo il matrimonio, con moglie e figli a carico, ho cominciato a frequentare Capri ed Ischia. Nel frattempo ero diventato miliardario, per cui alloggiavo in dimore principesche. Nel 1977 fittai la più bella villa di Capri, oggi di Rocco Barocco, di fronte ai Faraglioni, 12 camere da letto, 7000 metri di giardino, una piscina alimentata da acqua marina. Ospitai una ventina di parenti, che la sera sfamavo grazie ad un furgone di cibarie inviato dal celebre ristorante Scialapopolo. Gli anni successivi mi arrangiai in una villa sul mare a Forio d’Ischia, fino a quando, nel 1983, acquistai una casa a Capri in via delle Botteghe, a pochi passi dalla piazzetta ed una sfarzosa villa ad Ischia (fig.3), dotata della più bella piscina termale dell’isola (fig.4–5–6–7), e della più bella camera da letto (fig. 8). Alla villa il mensile Casa Mia dedicò la copertina (fig. 9) con il salotto ed un servizio di 12 pagine. Per circa 30 anni mi sono alternato tra queste 2 dimore, salvo una puntata a Saint Tropez a metà agosto per contentare la mia diletta moglie Elvira..
    fig. 3 - Villa della Ragione ad Ischia
    fig. 4 - Leonardo in piscina
    fig. 5 - Matteo nella piscina dei nonni a Ischia
    fig. 6 - Un tuffo olimpionico con Elettra
    fig. 7 - Marina da bambina nel giardino di Ischia
    fig. 8 - Camera da letto
    fig. 9 - Copertina Casa Mia novembre 1997

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    (19^ puntata)
    La dolce vita caprese del “pelide” Achille

    001 -  Via Krupp
    Correva l’anno 1962 ed il nostro eroe, quindicenne, cominciò a frequentare Capri, alloggiando in via Krupp (fig.1), dove sistemava la sua tenda, una canadese a due posti, su un terreno pubblico limitrofo alla celebre strada.    Intorno alle 20.00, dismessi costumi e zoccoli, indossavo smoking e cravattino e mi recavo lento pede verso il centro di Capri, dove mi introducevo in taverne e locali da ballo, naturalmente senza pagare alcun biglietto e senza consumare alcuna bibita. Ballando elegantemente sui tavolini tanghi e sambe, cercavo un'anima gemella, anzi un corpo, con cui trascorrere il resto della serata. Le prede più ambite erano costituite da bionde vichinghe dalle forme aggraziate e quasi ogni sera mi capitava, senza inneggiare a Bacco, di celebrare degnamente Venere con l'aiuto di Priapo. Una volta conquistata la donzella la invitavo presso il mio alloggio e c'incamminavamo verso il basso. Superato Il Gatto Bianco, superata La Palma, superato Il Quisisana, la fanciulla cominciava a chiedersi dove la stessi conducendo e grande era la sua meraviglia quando scopriva la mia modesta quanto confortevole tenda da campeggio; dove superata la meraviglia iniziale, trascorrevamo ore liete e produttive, attenti però a non riprodurci. Passano gli anni e il destino vuole che sul mio cammino si presenti una dea dalla bellezza sfolgorante, dagli occhi penetranti, dal sorriso sfavillante e dalle labbra carnose ed irresistibili. Questa divinità nell'assumere forme umane scelse il nome di Elvira ed a sua volta scelse Achille come il suo cavaliere servente. Furono anni memorabili immortalati da numerose foto (fig. da 2 a 8).
    002 Fidanzati
    003 - Innamorati
    004 - In calzoncini
    005 - A cena
    006 - Dopo cena
    007 - In piazzetta
    008 - Elegantissimi
    L'alloggio non era più una tenda spartana bensì la suite imperiale dell'hotel Quisisana. A dimostrazione che l'aria di Capri, respirata a pieni polmoni, può indurre anche i maschi più focosi e impenitenti ad essere attirati dal proprio sesso, come acclarato dalle due foto (fig.9-10) che mostriamo all'esterrefatto lettore. Ma trattasi per fortuna di un falso allarme, il nostro eroe rimaneva attirato dalle donne che abbracciava a grappoli voglioso e impenitente (fig.11-12). Il tempo passa e i due colombi convolano a nozze e si riproducono. In questa foto (fig.13) li possiamo contemplare in piazzetta con nonno Vito e nonna Donatina ed in compagnia di una coppia di amici: la nobildonna Gabriella Marino, proprietaria di mezza Puglia col marito Rino Letticino, all'epoca re dei lucchetti.
     
    009 - Con Angelo Russo
    0010 - Con Tonino Cicalese
    0011 - Beato tra le donne
    0012 - Che bonazze
    0013 - Con nonni ed amici
    Ma passiamo a foto più interessanti, nelle quali (fig.14) possiamo ammirare i discendenti di un amore così struggente: Tiziana, Gian Filippo e Marina a cena da Gemma con i genitori, poscia in via Camerelle con le guardie del corpo egiziane (fig.15) ed infine alla Canzone del mare (fig.16) pronti a tuffarsi. Li possiamo poi osservare separatamente: Tiziana (fig.17) la più giudiziosa, Gian Filippo (fig.18) il più fotogenico, Marina (fig.19) la più tenera. Ma il tempo trascorre inesorabile: siamo alla nuova generazione, Elvira ed Achille da amanti instancabili quanto indefessi, si sono trasformati in due nonni premurosi e conducono con affetto (fig.20) la nipotina Elettra, futura principessa, a confrontarsi con la mondanità.
    0014 - A cena da Gemma
    0015 - Con le guardie del corpo egiziane
    0016 - Alla Canzone del mare
    0017 - Tiziana, la più giudiziosa
    0018 - Gian Filippo, il più fotogenico
    0019 - Marina,  la più tenera
    0020 - Con la nipotina Elettra

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    (20^ puntata)
    Una estate da favola

    fig. 01 - Villa Mingazzini di lato
    Estate del 1977, da tempo sono miliardario, per cui decido di fittare per le vacanze la più bella dimora di Capri disponibile sul mercato: villa Mingazzini (fig.1–2), posta di fronte ai Faraglioni, discesa a mare privata, una piscina invitante (fig.3), 7000 metri quadrati tra giardino e bosco, 8 camere da letto (fig.4–5), un principesco salone (fig.6), una capiente dependance (fig.7) e soprattutto uno spettacolare panorama (fig.8-9); il tutto per un fitto di poche decine di milioni, ben spesi, perché potetti ospitare 25 parenti, felici di trascorrere tutti assieme momenti indimenticabili. Al pranzo ed alla cena (fig.10) provvedeva il celebre ristorante Scialapopolo (fig.11), che, con un furgoncino, alle 13 ed alle 21 ci consegnava primi gustosissimi e pesce appena pescato, il tutto corroborato da vini pregiati e champagne di annata. Oltre alla mia famiglia, tra cui si faceva notare Tiziana (fig.12), che sgambettava felice, mentre Gian Filippo, di pochi mesi, troneggiava solennemente in poltrona, tra gli ospiti fissi vi erano le mie 5 zie, all’epoca appena sessantenni, i miei amati suoceri, Vito e Donatina, che si intravedono in alcune foto, alla pari  di zio Peppino, zia Assunta e Maria Teresa. Tra i giovani Giovanna, Nicola e Barbara, Carlo, Maria e Mario. Non mancarono all’appello zio Roberto con zia Nietta ed i figlioli Pino e Sofia e la mitica zia Antonietta. Gran parte del tempo si trascorreva in piscina, come si evince da questa foto con mio nipote  Mario, mentre sullo sfondo si intravede Giovanna (fig.13). Nella successiva (fig.14) si può ammirare l’inizio di un tuffo ed in secondo piano zio Peppino intento alla lettura, poscia un altro magnifico tuffo (fig.15) ammirato con compiacimento da nonno Vito. Quindi osserviamo compiaciuti nonna Donatina, che si immerge cautamente in acqua (fig.16) sotto lo sguardo distratto delle figliole, che si mettono in posa con Barbara per la foto successiva (fig.17). Le ultime immagini immortalano Tiziana, sotto lo sguardo di Grazia (fig.18), la fidata baby sitter e poi con il suo papà preferito (fig.19–20–21)
    Foto di Mario della Ragione
    fig. 02 - Villa Mingazzini dall'alto
    fig. 03 - Achille a mollo
    fig. 04 - Camera da letto principale
    fig. 05 - Camera da letto per ospiti
    fig. 06 - Salone della villa
    fig. 07 - Ingresso dependance
    fig. 08 - Finestra
    fig. 09 -Maria affacciata a mare
    fig. 010 - Pranzo o cena
    fig. 011 - Scialapopolo
    fig. 012 - La reginetta della villa
    fig. 013 - Col nipote Mario
    fig. 014 - L'inizio di un tuffo
    fig. 015 - Mario è un tritone
    fig. 016 - Nonna Donatina
    fig. 017 - Elvira, Giovanna e Barbara
    fig. 018 - Tiziana
    fig. 019 - Tiziana con papá
    fig. 020 - Guarda e stupisci
    fig. 021 - Come è bella

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    (21^ puntata)  
    Il Carnevale della…Ragione

    01 - Napoli notte 3 marzo 1993
    Gran veglione di Carnevale l’altra sera nella splendida villa di Posillipo di Elvira ed Achille della Ragione (fig.1-2) Oltre 100 invitati: maschere alcune splendide, altre originali. La serata è cominciata con uno spettacolo di cabaret tenuto nel vasto salone della villa dal famoso comico Gennarino Marrone, il quale ha intrattenuto per circa un’ora gli ospiti con una serie di barzellette, gag e filastrocche terminate in un crescendo di applausi e risate. E’ poi partita la festa. Tutti gli ospiti giù nella discoteca a ballare sotto la guida dell’equipe degli animatori capitanata da Roberta fornita dalla ditta “Frini e Lani”. Cotillons e giochi di società si sono protratti fino all’esaurimento di forze dei partecipanti per circa due ore. La gara più divertente della serata è stata quella della fune che ha visto partecipare due squadre agguerrite capitanate da Tonino Cirino Pomicino (fig.3) e da Angelo Gava. Nei balli sfrenati sfrenati si è distinta particolarmente la signora Zigante, che ha tenuto teste nelle lambade ai numerosi aitanti principi azzurri. Tra le scollature più osè netta vincitrice Anna Maria Panada che espone delle “mammere” di epoca ma ancora validissime (fig.4), seguite a distanza da Paola Vergona, Giovanna Brunetti e buon ultima da Maria Antonietta Jacovella, distanziata di circa 300cc.
    02 - I padroni di casa
    03 - Tonino Cirino Pomicino
    04 - Panada miss zizze
    Nella folla delle maschere erano presenti due poliziotti con divisa originale: Enzo Iodice e Stefano Rando (fig.5), la cui presenza ha seminato il panico tra gli ospiti in odore di avviso di garanzia. Si è poi proceduto alla tradizionale sfilata delle maschere con una competente giuria , nella quale l’esperienza di Gino Spinosa era surrogata dalla incorruttibile presidenza di Marina della Ragione. Vincitrice del premio per la coppia più bella è stata l’accoppiata vincente costituita da Paola e Luciano Vergona (fig.6), in splendidi abiti veneziani di inestimabile valore (si richiede un’indagine fiscale), mentre la vittoria per la maschera singola è stata facile appannaggio per la padrona di casa Elvira della Ragione (fig.7), scollatissima, in abiti da gran can (il marito non ha esercitato alcuna pressione sulla giuria: è stata un’acclamazione).
    05 - Enzo Iodice e Stefano Rando
    06 - Coniugi Vergona (2)
    07 - Elvira con i Pomicino
    Molto belle anche le maschere di Vittoria e Mario Speranza (fig.8) (tarantella napoletana), di Nicola Scarpa in abiti da sultano con la splendida Mena, bonissima quam qui maxime, un’odalisca perfetta e trasparentissima e del filosofo Gino Marra in abito da imperatore romano con la sua maliziosa Cleopatra. Un Komeini assatanato era Elio Rocco Fusco con un’amante di eccezione coperta dallo chador Amina (fig.9). Modesti per risparmiare gli abiti che indossavano i fratelli Tarallo con le loro mogli e la coppia Letticino che aveva riciclato una maschera già vista in altre feste. Il premio per la migliore parrucca bianca, assegnato a Romolo Iacovella (fig.10) è stato ritirato dalla giuria perchè i capelli erano i suoi. Il famoso chirurgo Manlio Di Pietro e gentile signora non hanno potuto partecipare per un trapianto urgente. Le maschere più economiche “Rambo e suora sexy” alias Gaetano De Masellis e signora, 30.000 lire in tutto al mercatino di resina incluse le giarrettiere. Antonio Brunetti (fig.11) era impeccabile, ma nessuno lo ha capito. Bellissime erano le maschere di Tiziana e Gian Filippo della Ragione, ma di ritorno dal night, hanno trovato la festa quasi conclusa. Rideva (si sa il riso alberga sul viso degli stolti) fino a scompisciarsi Corrado Tagliafierro (fig.12), travestito con la gentile consorte da prete e damigella. 

    08 - Coniugi Speranza
    09 - Elio ed Amina
    010 - Coniugi Iacovella
    011 - Coniugi Brunetti
    012 - Coniugi Tagliaferro
    L’Italia allo sfascio era rappresentata dal giudice Ciro Liberti, la brutta copia di Di Pietro. Due perfetti ufficiali erano Gennaro de Notaris e Santi Corsaro (fig.13), tanto brutti loro quanto incantevoli le loro signore. Maria e Carlo della Ragione: vedova allegra e negro selvaggio (fig.14) non hanno partecipato alla gara per decenza. Marina Peroni era una bellissima dama dell’Ottocento, sfigurava per il partner di una bruttezza da encomio, stessa sorte per la sorella Ornella, tanto bella lei tanto brutto e rozzo il marito. Le gerarchie ecclesiastiche erano rappresentate da preti, il padrone di casa, cardinali Carlo Castrogiovanni, inavvicinabile per il puzzo ed Alberto Caciolli, inavvicinabile per l’alito, suore, la signora De Masellis (fig.15), avvicinabilissima per le cosce ben esposte. Il premio per la maschera più brutta è stato assegnato ad Antonella e Lucio Imparato: lei era una dama vestita da nano, lui era un nano vestito da punk, che sembrava uno scemo, dopo uno spareggio con la coppia negra dei Capuozzo (fig.16).
    013 - Coniugi Corsaro
    014 - Carlo e Maria
    015 -Una suora arrapante
    016 - Maria Teresa e Genny coi Capuozzo
    L’unica coppia non in maschera era costituita da Agata Leccisi e consorte, anche loro hanno fatto la loro figura…, anche se lasciava l’odore. Tra gli assenti dell’ultimo momento ricordiamo, colpiti da influenza Gino Langella con la sua ultima fiamma Sandra e Marina Ripa di Meana, allettata questa volta da malattia. Non intervenuti anche Francesco e Luigina Galano per mancanza di soldi per il fitto dell’abito ed Angelo Russo, incerto se intervenire con la moglie o con l’amante. Gli ospiti dopo essersi distinti nell’abbuffamento con dolci ed affini, alle due, si sono scatenati all’arrivo delle lasagne e si è assistito a scene invereconde: l’equipe dei camerieri dello Sri Lanka capitanata da Rosy assistita in prima linea da Summit e Ranji è rimasta allibita. Si sono particolarmente distinti Jenny Santopaolo, Giuliano e Nicola Pignalosa, che hanno mangiato per sé e per gli altri. La festa è terminata alle prime luci dell’alba con un arrivederci (fig.17–18). Si replica l’anno prossimo stesso giorno e stessa ora, stessa voglia di divertirsi e di trasgredire (fig. 19–20), soprattutto Achille che bacia tutte le signore più bone.
    016 - Maria Teresa e Genny coi Capuozzo
    018 -  In discoteca
    019 - Achille e Maria Pia
    020 - Achille e Maria Vittoria

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    (22^ puntata)  
    Maschere e lustrini a volontà

    01 - Famiglia della Ragione
    02 - Napolinotte 24 febbraio 1994

    Grande festa nella villa di Elvira ed Achille della Ragione Napolinotte 17-24 febbraio 1994

    Anche quest’anno, come da tempo immemorabile, la celebrazione del Carnevale è stata santificata nella splendida villa di Posillipo di Elvira ed Achille della Ragione, numi tutelari del rito (fig.1) e riportata sui principali giornali (fig.2). La voglia di trasgressione, di mascherarsi, di divertirsi, di dimenticare per una serata le preoccupazioni quotidiane ha permeato gli oltre 100 ospiti, che, mai come questa volta, alla faccia della crisi economica, hanno sfoggiato costumi sempre più belli ed originali. A Napoli, come a Venezia, famosa per le sue maschere, il Carnevale 1994 si è svolto in tono minore, come se tutti volessero far travestire solo i bambini, trasferendo inconsciamente su di loro la propria voglia di divertimento e di trasmutazione. Nella discoteca un D.J. d’eccezione Gian Filippo della Ragione in abiti da motocross (fig.3) ha assistito musicalmente… il gruppo di giovanissimi scatenati capitanati da Tiziana della Ragione (fig.4); ai piani superiori invece si sono accalcati i “matusa” guidati dal più “vecchio” Tonino C.P. detto l’innominabile, che hanno fatto cerchio intorno a Tony Sigillo (fig.5), che da bravo entertainer ha divertito ed entusiasmato gli ospiti fino alle prime luci dell’alba.
    03 - Gian Filippo
    04 - Tiziana, una strega adorabile
    05 - Achille con Tony Sigillo
    06 - Enzo Grande e signora
    07 - Gino e Sandra
    08 - Coniugi Scarpa
    Prima delle danze i partecipanti sono stati rifocillati e messi in gran forma da lasagne, pasta e fagioli, scervellatine, dolci, vini offerti da Enzo Grande (fig.6) ed affini! Preparati e serviti con maestria dall’equipe di camerieri di Sri Lanka guidati dalla veterana Rosy, spalleggiata da Sanesch e Sanda e, nei servizi più spericolati, dal fido Summit. I premi per le migliori per le migliori maschere sono stati assegnati come segue: la più bella a Gino Langella e consorte (fig.7), la elegantissima Sandra, dopo un agguerrito spareggio con la coppia Scarpa (fig.8), sulla quale ha prevalso nonostante la bellezza sfolgorante della scollatissima Mena. La più originale, inaspettatamente, assegnata, per acclamazione, agli Angarano, simboleggianti la forza del dollaro in maniera superba (fig.9). La più sobria al chirurgo Camillo D’Antonio, in abiti da grande ufficiale con la splendida e piumata signora (fig.10). La più economica alle due coppie di carcerati Ada ed Eduardo Oreste e Virginia ed Attilio (fig.11), che se la sono cavata in quattro con una spesa di 100.000 lire al mercatino di Resina. Per la più brutta vi è stato un lungo spareggio tra le coppie  De Bellis(fig. 12), Dracula e  signora, Tarallo (fig.13), prete e damigella,Chianca (fig.14) e Carbone. Alla fine la palma è stata assegnata ex equo alle ultime due coppie. Una menzione onorevole è stata attribuita per incoraggiamento alla coppia Letticino (fig.16), che, nonostante la proverbiale avarizia, ha scelto di mascherarsi da nobili veneziani. Le coppie Cicalese (fig.17)  Caciolli (fig.18) e Tarallo junior (fig.19), sono menzionate solo per il fatto che il parcheggiatore abusivo Carmine detto “panz’ ‘e vierm” le sta ancora inseguendo per avere le 5000 lire del parcheggio. Achille, vestito da marajà ed Elvira, odalisca affascinante e sexy erano fuori concorso in quanto padroni di casa!
    09 - Coniugi  Angarano
    010 - Coniugi D'Antonio
    011 - Evasi
    012 - Coniugi De Bellis
    013 - Coniugi Tarallo
    014 - Coniugi Chianca
    015 - Coniugi Carbone
    Quest’anno una importante novità: la partecipazione di un nutrito gruppo di giovanissimi guidati da Marina (fig.20), una splendida bellezza (tutta il padre) e Tiziana della Ragione, una strega adorabile. Le maschere più belle erano quelle di Samuele ed Ilaria, vescovo e matrona romana, Valeria Petito, tigre ferocissima, Alessandro Nicolella, militare e Clemente Marocco, pirata, Francesca Busciè, adorabile cappuccetto rosso, Alessia Garofano topolino graziosissimo e malizioso ed infine Mara, bella piratessa. Francesco Guglielmi ed i suoi amici sono stati allontanati dal servizio d’ordine perchè non mascherati. Quest’anno il premio per la migliore scollatura non è stato assegnato perchè l’unica partecipante era la dotatissima Mena; mancavano Anna Maria Panada, ammalata, vincitrice dell’anno scorso, detta “capa ‘e creatura” e le altre maggiorate Paola Vergona e Maria Antonietta Iacovella. Segnaliamo altre maschere che avrebbero però meritato un premio: Carlo della Ragione, in abiti di beatitudine, la coppia costituita dal neo primario Antonio Gallo, diavolo con le corna e Antonella angelo molto dolce ed invitante (fig.21), in una sconvolgente composizione di angeli e demoni, Amalia ed Enzo Grande, clowns spiritosissimi, Nicola, bonario babbo natale con la moglie Giovanna, bonissima vedova allegra (fig.22), Maria della Ragione, un suonabilissimo pianoforte, il figlio Mario (fig.23), uno scozzese birichino(mostrava da sotto al kilt alle allibite signore…l’oscuro oggetto del desiderio), Carlo Castrogiovanni, unico arrapatissimo single, in abiti danteschi (fig.24) recitava senza successo versi delle sue opere alle signore più appetibili, Tonino l’innominato ed Anna Maria due arabi doc, Jenni Santopaolo, un incorruttibile giudice Di Pietro e Maria Teresa , annessa carcerata. Ed inoltre Elio Fusco, in sfruttatissimi abiti da vescovo già indossati negli anni Sessanta ed Amina, pipistrello dalle lunghe… coscie, Pinuccio e Donatella, pulcinella ed arlecchino, con maschere procurate sul filo di lana, Franco Lama, gentiluomo del ‘700 ed Annamaria Iannicelli in abiti adorabili, impeccabili invece Santi Corsaro, grand’ufficiale e signora, al contrario dei loro cognati strazianti guerrieri romani. Brillavano per la loro assenza il ginecologo Franco Galano, a causa di guai giudiziari e familiari, il “mammano” Giovannini, che da buon perbenista non voleva contatti corrotti, il complessato filosofo politicante Gino Marra ed il rampante dentista delle dive Elio Bava. I padroni di casa si sono rammaricati per il mancato intervento dei genitori di Mara e Samuele, bloccati da una improvvisa rottura di abito, della gentilissima coppia Capuano, sperdutasi per via Manzoni e di Paola e Luciano Vergona, impossibilitati a difendere il titolo del ’93 per un imprevedibile qui pro quo. Concludiamo in bellezza con le coppie Angrisani – della Ragione (fig.25), mentre l’indimenticabile Angelo Russo tenta con una collega bonissima (fig. 26) di arrestare il padrone di casa. Alle quattro la stanchezza è prevalsa, un saluto ad Elvira ed Achille con la volontà di rivedersi l’anno prossimo con la stessa voglia di divertirsi e di trasgredire e sempre più in maschera, mentre attorno tutto il resto è silenzio!
    016 - Coniugi Letticino
    017 - Coniugi Cicalese
    018 - Coniugi Caciolli
    019 - Che bocchino
    020 - Marina con la strega Tiziana
    021 - Angeli e demoni
    022 - Coniugi Pignalosa
    023 - Madre e figlio
    024 - Il poeta Carlo Castrogiovanni
    025 - Doppia coppia
    026 - Angelo Russo e  bonazza

     

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    (23^ puntata)
    Le memorabili visite guidate ed il leggendario salotto culturale



    fig. 1 - Portici, museo ferroviario 20 gennaio 2008

    Sono circa 30 anni che nel fine settimana organizzo delle visite guidate a chiese, monumenti, mostre, palazzi storici etc, quale presidente a vita e ad honorem della famigerata associazione Amici delle chiese napoletane.
    In passato dividevo il vasto pubblico in due tronconi con una visita alle 10 e 30 ed un'altra alle 12, dopo la quale ci recavamo in una bettola per consumare un lauto pasto, nel quale si distingueva per la sua famelica voracità un personaggio dalle dimensioni debordanti: Giorgio Pollio.
    Spesso ci recavamo fuori Napoli, non solo in località della Campania; Caserta, Portici (fig.1) Salerno, Sorrento, etc, ma spesso ci siamo recati a Roma ed anche a Firenze e Milano per visitare importanti mostre. Erano altri tempi, oggi gran parte del mio pubblico, per quanto costituito da professori, professionisti e imprenditori non sgancia un becco di un quattrino neanche sotto minaccia.
    Spesso ho fatto aprire luoghi negati alla fruizione, tra cui voglio ricordare Villa Rosebery, la celebre residenza del Presidente della Repubblica, che potemmo visitare grazie a un mio amico: Emanuele Leone, nipote dell'omonimo Presidente. Ciò avveniva molti anni prima che il Fai organizzasse sporadicamente visite a cui per accedere bisogna iscriversi all'organizzazione, sganciando 50 euro.
    Anche questo anno ho fatto intervenire il ministro per poter visitare la chiesa della Nunziatella, un tesoro d'arte negato alla fruizione di turisti e napoletani.
    Tra le visite del passato che meritano di essere ricordate vi è quella nella quale feci da Cicerone a big della cultura italiana dell'epoca: Giulio Andreotti, Umberto Eco, Marcello Dell’ Utri, Oliviero Diliberto e tanti altri vip che ebbero l'onore di visitare Capodimonte sotto la guida del sottoscritto e conservo gelosamente i libri che mi dedicarono Andreotti e lo stesso Eco.
    Nel 2006 in occasione della mostra: Caravaggio, l'ultimo tempo, che si tenne sempre a Capodimonte, dovetti organizzare ben 12 puntate, perché tra i visitatori vi era sempre una preside, premurosa della cultura dei suoi sottomessi, che mi pregava di tenere una visita per i suoi studenti poi, immancabile, la presidentessa del Soroptimist o un presidente di un Rotary o di un Lions, che mi imploravano di ammaestrare i loro iscritti.
    Nel corso di una di queste visite partimmo in 80 - 90 persone, ma dopo poche decine di minuti eravamo divenuti centinaia, per cui la direzione del museo, invidiosa del mio straordinario successo, fingendo di temere per l'incolumità dei dipinti esposti, inviò due carabinieri per sciogliere l'assembramento. I due militari quando giunsero al mio cospetto si accorsero con grande meraviglia che, alla mia destra vi era il procuratore generale della Repubblica ed alla mia destra il Questore, per cui non osarono fiatare. Io li affrontai baldanzoso: "Ecco altri due visitatori, mettetevi in fila e cercate di imparare qualcosa".
    Un altro episodio che merita di essere ricordato è quando con un passaparola organizzai nel museo di San Martino una visita guidata per i tassisti napoletani, che accorsero a frotte clacsonanti ed entusiasti.
    Tra gli episodi più recenti voglio ricordare uno avvenuto l'anno scorso al museo archeologico, quando le guide autorizzate chiamarono i vigili urbani per mettere fine alla mia visita, scambiandomi per un abusivo.  Io spiegai loro con santa pazienza che ero in un luogo pubblico con i miei amici, i quali avevano pagato il biglietto di ingresso, ma non versavano niente nelle mie tasche per le mie spiegazioni, che tra l'altro sono impagabili. Spiegai loro che nessuno mi poteva impedire in un luogo pubblico di parlare e che se avessero insistito ad importunarmi avrei chiamato i carabinieri per identificarli e li avrei denunciati per stalking. Appena estrassi il mio cellulare d'antiquariato dalla tasca e accennai a comporre le prime cifre se la diedero a gambe, mormorando perdonateci.  
    Viceversa in una visita l'anno scorso nella chiesa di San Giovanni a Carbonara una pattuglia della benemerita dovette realmente intervenire. Mi ero recato nella chiesa in avanscoperta alcuni giorni prima e avevo notato che i pochi custodi, invece di controllare i tesori d'arte a loro affidati, prendevano comodamente il sole sfogliando stupide riviste come Novella Duemila ed Eva Tremila. Nel cominciare il percorso accennai a queste insane abitudini e uno dei custodi dalle dimensioni erculee cominciò ad urlare minaccioso facendo accorrere i suoi colleghi. Non mi persi d'animo e chiamai immediatamente il 112, chiedendo un intervento immediato, altrimenti avrei chiamato il 113. Ma loro mi assicurarono: "Non preoccupatevi abbiamo una volante a pochi metri interverrà immediatamente". Ed infatti pochi minuti e sul posto vi erano quattro esponenti delle forze dell'ordine di cui uno alto due metri. Nel frattempo era intervenuto anche il parroco ed alcuni delinquenti chiamati dai custodi. Chiesi perentorio di identificare quei volti patibolari che cercavano di intimidirmi, li avrei denunciati alla magistratura e soprattutto li avrei fatti licenziare dal sindaco, del quale sono amico. Il custode arrossì per lo spavento ed il parroco prese le sue difese affermando: "Illustre professore, se questo delinquente vi chiede scusa e vi bacia la mano siete disposto a perdonarlo?". "Certamente e ci faremo assieme anche una pizza". A questo punto uno dei carabinieri chiese: "Maestro facciamo da anni servizio nella zona e non abbiamo mai visitato la chiesa, possiamo unirci alla vostra visita?" "Accomodatevi" risposi tanto nella zona i criminali non esistono.
    Questo anno siamo alla trentunesima visita, abbiamo avuto il record di presenze quando abbiamo visitato la caserma Salvo D'Acquisto, già monastero della chiesa di San Potito. Eravamo 151, conosco il numero preciso perché abbiamo dovuto fornire alla porta l'elenco delle generalità dei partecipanti.
    Le visite proseguiranno fino a giugno inoltrato, per riprendere a settembre, almeno per coloro che saranno ancora in vita.
    Prima di cambiare argomento  vi propongo una serie di foto di visite del passato e del presente, in attesa del futuro (fig. da 2 ad 11).

    fig. 2  - Achille con due allieve
    fig. 3  visita chiesa Monteoliveto

    fig. 4 -Citta della Scienza  - 20aprile 2008

    fig. 5 - Achille e signora sotto terra

    fig. 6 -Achille ed Elvira a San Potito, fuori palazzo spuntatore - 16 aprile 2007

    fig. 7 -Achille della Ragione all'Osservatorio astronomico -  14 gennaio 2005

    fig. 8 - All'uscita del Canalone

    fig. 9 - Achille con le sue followers

    fig. 10 - Achille con due seguaci
    fig. 11 - In piazza Sannazzaro 14 aprile 2018

    fig. 12 - Nel chiostro dei Girolamini
    Passiamo alla storia del salotto letterario artistico di Elvira Brunetti della Ragione, il quale per oltre dieci anni ha costituito un vero e proprio cenacolo, un faro nel deserto culturale napoletano. Ogni mercoledì alle 17 una cinquantina di amici si riunivano negli eleganti saloni (fig.13) della villa posillipina di donna Elvira e dopo aver consumato al piano superiore il fatidico the con annessi pasticcini (fig.14), accoglievano l’ospite di turno, il quale avrebbe discusso per un paio d’ore su un argomento di cui era esperto, dalla letteratura all’arte, dalla storia di Napoli alla filosofia ed al cinema, per rispondere poi alle domande degli ascoltatori. 
    Nel corso degli anni si sono alternati oltre 150 relatori: scrittori, giornalisti, registi, docenti universitari. Possiamo affermare senza tema di esagerare che la migliore intellighenzia napoletana è passata per il salotto, spesso rimanendovi poi come frequentatore. 
    Alle riunioni settimanali ogni tanto si aggiungevano delle conferenza a più voci su argomenti di ampio respiro, dalla letteratura francese alla filosofia tedesca, ospitate da celebri istituzioni come il Grenoble, il Goethe Institut o l’Istituto Italiano degli Studi Filosofici.
    Il sabato e la domenica si passava poi, sotto la guida del sottoscritto, a visitare mostre, chiese, monumenti, privilegiando luoghi negati alla fruizione che venivano aperti per l’occasione, spesso dopo un oblio di decenni e non mancavano spedizioni lontano da Napoli, a Roma, Firenze, Milano, Salerno, Ischia, Capri, in occasione di importanti rassegne artistiche. 
    Dopo una sosta forzata nel 2008 la sua riapertura era attesa con spasmodica fibrillazione dai tanti amici del mercoledì, ansiosi di poter partecipare alle cerimonie del tempio del sapere e finalmente nel 2014 ha ripreso a funzionare a pieno ritmo di venerdì, abolendo le inutili abboffate, ora l’unico cibo è la cultura che elargisco personalmente con generosità e dovizia di particolari.

    fig. 13 - Salotto della Ragione
    fig. 14 - Pasticcini preliminari


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    (24^ puntata)
    Achille scrittore e giornalista

    tav. 1 - Libertà universitaria
    Se consultiamo l’Opac sbn, il catalogo dei libri conservati nelle biblioteche italiane e tra gli autori digitiamo Achille della Ragione troviamo 94 citazioni; di queste un certo numero si riferisce ad edizioni diverse dello stesso titolo, in ogni caso i libri da lui scritti sono circa 80, il primo nel 1978, l’ultimo quello che state leggendo. Se vogliamo vedere le copertine basta consultare il link http://www.guidecampania.com/dellaragione/scritti.htm Se vogliamo consultarli ed eventualmente stamparli gratuitamente vi è il link http://www.achilledellaragione.it/ Se vogliamo viceversa leggere qualcuno dei suoi 1500 articoli consultiamo il link http://achillecontedilavian.blogspot.it/ In campo giornalistico il debutto è a 16 anni quando pubblica e vende per strada, aiutato da improvvisati strilloni, il mensile “Il clacson”, che si interessa di problemi legati al traffico, proponendo rivoluzionarie soluzioni. A 19 anni ha fondato e diretto per due anni il mensile studentesco "Libertà Universitaria"(fig. 1), che grazie ad un’idea geniale ha contato su migliaia di abbonati. Achille faceva distribuire dalle segreterie delle facoltà il bollettino per l’abbonamento assieme a quelli per le tasse universitarie, per cui molti pagavano incautamente. Ha curato per anni ogni venerdì la pagina culturale de Il Roma ed ha scritto su numerose riviste di svariati argomenti: Su "Casa mia" l'articolo di cultura su Napoli e le sue tradizioni. Su "Scena illustrata" Saggi di storia. Sul "Cerchio" articoli sociologici Una sua specialità sono state (a partire dai 13 anni) e lo sono ancora oggi, le lettere al direttore, che  ha raccolto in due libri, di cui vi proponiamo prefazione e introduzione
    tav. 2 - Copertina Lettere al direttore

    LETTERE AL DIRETTORE UN GENERE LETTERARIO

    300 lettere sulle quali meditare (fig. 2)         Prefazione Questa raccolta di lettere al direttore segue a distanza di 10 anni l’uscita del libro Le ragioni di della Ragione (consultabile su internet), che raccoglieva una cinquantina di lettere ed una trentina articoli e relazioni congressuali. Questa volta ho deciso di proporre soltanto lettere, circa trecento, inviate a quotidiani e riviste nel periodo tra il 2005 ed il 2015. Per non affaticare il lettore ho deciso di fornirgli una bussola, contrassegnando con un asterisco quelle da me ritenute più interessanti e con due quelle assolutamente imperdibili. Alcuni argomenti, quali la spazzatura, l’aborto ed il regime penitenziario, sono più approfonditi, frutto di una scelta assolutamente personale, come pure Napoli e le sue problematiche sono state da sempre oggetto della mia attenzione, il che si riscontra dal numero di lettere che trattano questa tematica. Il titolo della lettera è quello assegnato dal giornale, quasi sempre diverso da quello dell’autore, molto più efficace. Tale perversa abitudine non permette di seguire in rete il destino della missiva, per cui sfugge la pubblicazione su numerosi giornali, meno diffusi e non altrimenti controllabili, perché in vendita solo in ristrette aree geografiche. Dedico questa mia fatica letteraria ad Attila, il mio prode rottweiler, compagno di vita, nella buona, ma soprattutto nella cattiva sorte; non sa leggere un libro, ma sa leggere, meglio di chiunque altro nell’animo umano. Credo di aver detto tutto, per cui non mi resta che augurare a tutti voi buona lettura Achille della Ragione Napoli 20 giugno 2015
    La rubrica delle lettere ai giornali è da sempre uno spazio di democrazia ed una palestra di idee e proposte che i lettori, attraverso le pagine del quotidiano o settimanale preferito, pongono all’attenzione generale. Le nuove tecnologie hanno reso più semplice questo contatto, non ci vuole più il francobollo, basta un clic ed il travaso di pensiero è assicurato, permettendo ad un fiume di denunzie, confessioni e frammenti di vita vissuta di affluire in redazione, mescolando intimità ed esibizionismo, intelligenza e mediocrità e formando un’isola privilegiata dove si esprime l’identità di un giornale. Alcune testate come Libero o Il Giornale dedicano ogni giorno due pagine ai pareri dei propri lettori, mentre alcune celebri rubriche sono sulla breccia da decenni, come lo Specchio dei tempi, pubblicato ininterrottamente su La Stampa dal 1955 o la Stanza del Corriere della Sera, resa leggendaria da Indro Montanelli e proseguita poi brillantemente da Paolo Mieli ed oggi da Sergio Romano. Ricordiamo inoltre l’Editoriale dei lettori, uno spazio cospicuo che ogni giorno La Stampa concede alla migliore lettera. Per le questioni sentimentali, mitici sono stati i consigli di Donna Letizia, al secolo Colette Rosselli o di Susanna Agnelli, che dalle pagine di Oggi, ha indirizzato migliaia di lettrici nei meandri di una società che cambiava radicalmente stili di vita e valori. Natalia Aspesi sul Venerdì di La Repubblica prosegue un genere letterario che non conosce pause, mentre cultura, politica e costume sono il terreno preferito da Corrado Augias, Michele Serra, Beppe Severgnini e Roberto Gervaso. Gli aficionados di queste rubriche si dividono in due distinte categorie: gli occasionali ed i patiti. I più scrivono una sola volta nella vita, sotto la spinta di un episodio che li ha colpiti in maniera particolare, gli altri, gli habitues, rappresentano un fiume in piena di proposte, invettive, proclami, inviati con frequenza quasi quotidiana. Vi è la ragionevole speranza, ponendo una questione all’attenzione dell’opinione pubblica, che questa trovi una soluzione? La mia personale esperienza indurrebbe al pessimismo. Sono forse il più fertile tra questi maniaci della scrittura, avendo contratto la passione – malattia in età pediatrica:la mia prima lettera, sui matrimoni internazionali, pubblicata dal mensile Quattrosoldi risale infatti al 1960; l’argomento di stringente attualità è rimasto inevaso, al punto che a distanza di oltre 50 anni ho potuto proporre la medesima missiva, vedendola in evidenza su numerose testate! Ho pubblicato più di mille lettere, alcune simultaneamente su svariati giornali (per chi volesse leggerne qualcuna ne ho raccolto un centinaio in un libro: Le ragioni di della Ragione consultabile su internet) e posso affermare che le volte in cui la proposta avanzata si è realizzata si possono contare sul palmo di una, al massimo due mani. Di recente ho visto, dopo una mia lettera, pubblicata sul Corriere della Sera e da molti altri quotidiani, sulla truffa perpetrata all’Inps dalle badanti, che sposano il proprio datore di lavoro ottuagenario per poter godere della pensione di reversibilità, la norma accolta a tempo di record nell’ultima finanziaria, grazie ad un onorevole, il quale gentilmente mi ha fatto esaminare preventivamente la sua bozza di legge. Ma grande fu la soddisfazione quando una decina di anni orsono riuscii a far uscire dal carcere un mio cameriere, ingiustamente recluso (è stato poi assolto con formula piena) e sottoposto, per quanto malato di tumore, alle angherie dei suoi 15 compagni di cella (alloggiavano in 16 in una cella di pochi metri quadrati nell’inferno di Poggioreale). A fronte di questi pochi successi da anni attendo, nonostante sia tornato ripetutamente sull’argomento, che Napoli dedichi una strada ad Achille Lauro o che gli intellettuali capiscano la corretta dizione di Borbone e non Borboni. Mi sono dilungato oltre misura, una regola ferrea da rispettare per le lettere al direttore e quindi concludo: ”Verba volant, scripta manent” Achille della Ragione
    tav. 3 - Seno nell'arte
    tav. 4 - Ischia sacra
    tav. 5 - Achille Lauro superstar
    tav. 6 - Presentazione libro su Lauro a Montecitorio
    tav. 7 - Bibbia dell'amore
    Tra libri di vario argomento segnaliamo una carrellata tra serio e faceto con i seni più belli di tutti i tempi immortalati dagli artisti (fig.3), un’indagine sulle chiese di Ischia (fig. 4), una rivisitazione storica del mito di Achille Lauro (fig.5), che venne presentato anche a Montecitorio (fig.6), una Bibbia dell’amore (fig.7), scritta con la figlia prediletta Marina, con presentazione consultabile al link https://www.youtube.com/watch?v=3IHFyX6WcK8 Infine un’inchiesta rigorosa ed in anticipo sui tempi del disastro rifiuti in Campania (fig.8), dalla quale Saviano ha copiato interni brani per il suo Gomorra.
    tav. 7 - Bibbia dell'amore
    tav. 9  -Secolo d'oro
    Tra i libri d’arte spicca “Il secolo d’oro della pittura napoletana” (fig. 9), un’opera in dieci tomi sul nostro glorioso Seicento,  oltre ad una serie infinita di monografie su importanti collezioni private di dipinti e su alcuni artisti (Pacecco De Rosa, Giuseppe Marullo ed Aniello Falcone e tanti altri) che attendevano da tempo una degna consacrazione. Veri e propri best seller sono la serie di volumi dedicati ai Napoletani da ricordare, in particolare il I tomo (fig.10) con una inedita foto del seno della Loren e quella dedicata alla Napoletanità (fig.11) della quale mostriamo la presentazione di Roma a Palazzo Odescalchi digitando il link https://www.youtube.com/watch?v=MSr37Cp0sSs 
    tav. 10 Napoletani da ricordare
    tav. 11 - Napoletanità

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    (24^ puntata)
    Problemi di salute

    fig. 1 - Attilio Maseri
    Dopo aver superato agevolmente le malattie esantematiche, ho cominciato ad avere problemi respiratori intorno ai 15 anni, asma bronchiale su base allergica ed un raffreddore costante. Attraverso 2 interventi: resezione sottomucosa del setto nasale e  turbinectomia bilaterale, eseguiti a 18 anni, il primo alla Mediterranea, il secondo alla clinica Posillipo ho risolto parzialmente il problema, scomparso completamente dopo la somministrazione di un vaccino contro la parietaria, preparato a Firenze. In seguito, ad eccezione di due coliche renali, a distanza di 10 anni  l’una dall’altra, ho goduto di una salute invidiabile fino al 1994, quando, mentre ero impegnato in un torneo di scacchi, che si svolgeva nella stazione marittima, mi si annebbiò la vista all’improvviso. Chiesi aiuto al mio amico Corrado Ficco, medico e scacchista, il quale mi disse: “Andiamo subito in ospedale, non vi è tempo da perdere”. Ci recammo al Loreto mare dove mi fecero un elettrocardiogramma, che risultò negativo.”Potete tornare a casa”, mi dissero, per fortuna ascoltai il parere di Corrado. Mentre l’amico si recava all’uscita del teatro Augusteo ad avvertire mia moglie Elvira di ciò che era successo, mi misero in una stanza da solo e mi collegarono ad un apparecchio che misurava numerosi parametri, dalla frequenza cardiaca alla pressione arteriosa. Dopo circa un'ora lo strumento sembrava impazzito: suonava incessantemente e si accendevano tante luci, mentre l'elettrocardiogramma evidenziava un infarto interessante il ventricolo sinistro. In pochi minuti mi fu somministrato un cocktail di farmaci che provoca la trombolisi. Questa provvidenziale terapia mi salvò la vita. Dopo poco si presentò al mio capezzale un sacerdote, per la pratica dell'estrema unzione; in tal caso mi sarei dovuto confessare. Lo allontanai senza malizia, dicendogli: "Padre i miei peccati sono infiniti, ci vorrebbero ore per confessarli tutti, ora non c'è il tempo sufficiente". In nottata fui trasferito nel centro di rianimazione. tante stanzette a quattro posti dove ogni giorno cambiavo la metà dei compagni di sventura, perché passavano a miglior vita. Attraverso un vetro i miei familiari potevano guardarmi dal di fuori dieci minuti al mattino e dieci minuti di pomeriggio. Con mia moglie Elvira attraverso gli occhi ci scambiavamo infinite sensazioni ed emozioni. Per fortuna era permesso ai medici di entrare nella stanza e ricordo ancora le visite degli amici e colleghi: Gino Langella ed Angelo Russo. Dopo cinque giorni, poiché mi ostinavo a vivere, mi feci trasferire nell'unità coronarica della clinica privata Malzoni di Montevergine, dove potevo in una mia camera ricevere visite di parenti e amici e trascorrere la notte in compagnia. Per non affaticare eccessivamente mia moglie Elvira e per non sottrarla alla vicinanza dei miei figlioli, passai alternativamente le ore notturne con Carlo Castrogiovanni e Genny Santopaolo. Cominciò poi una serie di accertamenti, culminati in una coronarografia eseguita da una equipe francese, che veniva in Italia ogni mese. L’esito fu preoccupante ed ancor di più il parere dei cardiochirurghi consultati, prima Cotrufo a Napoli, poi Nevet a Parigi ed infine Cooley a Houston. Tutti concordi nel dirmi:” Caro collega hai il 50% di probabilità di morire entro 12 mesi!”. Cercai di prendermela con filosofia. Mi risparmio la vecchiaia; ho avuto una vita intensa; lascio ai miei figli ed a mia moglie tante proprietà. Poi per fortuna pensa di consultare un cardiologo, un sommo luminare, Attilio Maseri (fig.1), medico del pontefice ed in precedenza della regina dì Inghilterra, il quale mi rassicurò:” La percentuale che tu muoia entro un anno è del 4%, non del 50%, la  stessa che rischieresti se decidi di sottoporti ad un by-pass, ti darò una terapia farmacologica e potrai avere una vita normale”. Parole sante, che osservai alla lettera. Rallentai l’attività professionale, ridussi la pratica del sesso, essendo anche diminuito il desiderio e vissi tranquillo per oltre 10 anni. Nel 2006 la pressione cominciò a fare le bizze: un giorno altissima, un altro bassa. Rifeci una coronarografia che evidenziò la stenosi completa delle tre arterie. Temporeggiai e poi mi recai a Milano per consultare il celebre emodinamista Colombo, il quale esclamò:” Caro collega per fortuna che sei ignorante e non sapevi che con le tre coronarie chiuse si muore, ma ora dobbiamo intervenire subito sulla più importante; hai un’assicurazione?” “Sì” risposi. “Molto bene così potremmo utilizzare la mia clinica privata e fare presto”. “A dire la verità l’assicurazione la tengo sull’automobile, ma essendo un collega voglio essere curato subito e gratuitamente”. Tempo una settimana, saltando tutte le graduatorie, mi trovai ricoverato e sottoposto all’applicazione di 2 stent medicati con risultati sorprendenti, come può constatare anche un profano osservando le radiografie prima (fig.2) e dopo (fig.3) l’intervento.
    fig. 2 - Coronarografia prima dell'angioplastica
    fig. 3 - Coronarografia dopo l'angioplastica
    Dopo 6 mesi nuovo ricovero per applicare altri 2 stent, grazie ai quali sono stato bene per molti anni. Nel 2014, ritornai delle vacanze forzate a spese dello Stato in precarie condizioni di salute, a partire da una voluminosa ernia inguinale, protrudente nello scroto, che imprudentemente mi feci operare a Napoli da un chirurgo cattedratico. Il risultato fu un piastrone sieroso che ci mise 3 mesi per riassorbirsi, durante i quali lo utilizzai per divertirmi con le vecchie amiche, che venivano a farmi visita dopo tanto tempo. “Vuoi sentire una cosa dura? Metti la mano qui”. “Achille, ma come fai a conservarlo così in forma?”. “Ingenua, è il piastrone sieroso”. Sotto il profilo cardiaco il ventricolo sinistro pompava al 39%, mentre il ritmo faceva le bizze. Dopo mesi e mesi di temporeggiamento ritorno a settembre 2016 a Milano da Colombo al San Raffaele. Nuova coronarografia con esito disastroso, soprattutto il tentativo infruttuoso di “spilare” un vaso ostruito, che mi produce un micro infarto (fig.4).  
    fig. 4 - Cartella clinica settembre 2016
    L’ultimo consulto è a Roma con l’ennesimo luminare, il professor Rebuzzi, che mi sconsiglia qualsiasi nuovo tentativo di angioplastica, perché correrei seri rischi quoad vitam. E vorrei concludere con questo carteggio epistolare da cui trasuda il mio stato d’animo attuale.
    MAIDIRE MAIL
    Costantini Marco le ha inviato un messaggio che trova in allegato.
    Costantini Marco has sent you a message, please find it attached.

    Una lettera da Rebibbia, quanta malinconia

    Illustre conte,
    i suoi nobili amici porgono cari saluti a sua altezza, siamo qui real dimora dove lei ha scritto pagine memorabili, tali da fare invidia allo scibile umano. Ci siamo domandati, se signoria vostra fosse in ottima salute? considerato che da illo tempore non riceviamo sue notizie! si ricordi sempre che…
    Con amicizia Marco e Mario e tutto il gruppo universitario
    Carissimo Marco,
    Non vi ho dimenticato e non vi dimenticherò mai, siete sempre nel mio cuore capriccioso, che mi da tanti problemi e sembra si si stancato di battere e voglia fermarsi per riposare. A settembre al San Raffaele di Milano, nelle mani di un luminare, durante un tentativo di riaprire una coronaria occlusa al 100%, ho avuto un micro infarto. Ho corso il rischio di morire. La morte non mi fa molta paura, ma vorrei concludere la mia avventura terrena a casa mia, con tutte le comodità: un bel funerale con tanti amici e parenti, un memorial di scacchi a mio nome e forse anche voi mi ricorderete con una preghiera durante la messa domenicale. A giorni dovrebbe concludersi la mia via Crucis giudiziaria, tirerò un sospiro e penserò a voi.    
    Salutami tutti quelli che si ricordano di me. Vi voglio bene. Achille

    Dal Corriere della sera

    Così dipinge la Totò Story un altro camice bianco partenopeo, Achille della Ragione, in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera il 14 dicembre. “L’ex governatore Cuffaro dopo aver scontato la condanna a sette anni per concorso esterno nel favoreggiamento alla mafia, torna un uomo libero, lasciandosi alle spalle il carcere romano di Rebibbia. Finalmente finisce un doloroso calvario, percorso con cristiana rassegnazione e comincia una nuova vita dedicata al prossimo. Infatti è sua ferma intenzione, subito dopo il periodo natalizio trascorso in famiglia, di partire per il Burundi e lì prestare la sua opera di medico in favore della derelitta popolazione africana – continua la commovente missiva pubblicata dal quotidiano di via Solferino – facendo tesoro dell’esperienza maturata a contatto con ergastolani senza speranza e con gli ultimi della terra, da tutti dimenticati, spesso anche dai propri cari. Una decisione che merita rispetto e ammirazione”. Grande esperto d’arte, amante della pittura secentesca, nobile di lignaggio, mecenate, il professor della Ragione nella sua vita ha trovato anche il tempo per esercitare l’arte medica. Per anni vip tra i ginecologi partenopei, dopo una irresistibile ascesa nell’empireo della professione, è inciampato nella storiaccia di un abortificio clandestino dove si macinavano soldi & vite, e condannato in via definitiva nel 2008 dalla Corte d’Appello di Napoli a dieci anni. Si ritroveranno tutti, liberi & belli, a portare la Luce ai bimbi africani?

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    Incontri con la morte, ma anche con la vita

    01 - Nicchia
    I giorni più brutti della nostra vita sono quelli in cui perdiamo i nostri genitori. Io purtroppo ho conosciuto molto presto questo tempo triste e infelice. Avevo da pochi giorni compiuto 15 anni quando ho perso mio padre. Era da tempo gravemente ammalato e cosciente che presto avrebbe dovuto lasciare i suoi cari. Aveva una leucemia e all'epoca non vi era alcuna terapia che potesse allungare la vita. Ricordo come fosse oggi la notte precedente al suo decesso; io dormivo nella stanza accanto a quella dei miei genitori e mio padre, che mai si lamentava, rantolò per tutta la notte. All'improvviso alle prime luci dell'alba cessò quell'intollerabile lamento, che non mi aveva fatto chiudere occhio per tutta la notte. Stupidamente tirai un sospiro di sollievo, non mi ero reso conto che mio padre mi aveva lasciato per sempre. M'incontrai con mio fratello Carlo ai piedi del letto matrimoniale, dove giaceva mio padre e singhiozzando ci abbracciammo forte per oltre dieci minuti come mai più è capitato. Dopo poco cominciò il flusso di parenti, vicini di casa, curiosi. Erano altri tempi, la morte veniva santificata con il rispetto di una serie di riti oggi scomparsi, che servivano ad esorcizzarla, dal lutto stretto da osservare per due anni alle preghiere che tutti recitavano anche i non credenti. Il giorno dopo ci fu il funerale: decine di necrologi su Il Mattino, un commovente articolo sul giornale del Banco di Napoli, di cui mio padre era direttore e molto folcloristico, quanto commovente, il picchetto militare d'onore, che spettava al defunto, essendo un graduato dell'esercito, per quanto a riposo. Ricordo con emozione lo scalpitare dei tacchi dei giovani soldati e il caloroso abbraccio del maresciallo che li comandava. Un lungo corteo con centinaia di persone tra auto clacsonanti nel traffico impazzito di via Salvator Rosa. Poi una serie interminabile di abbracci e di parole di conforto; il viaggio verso la congrega di Poggioreale, il rito della sepoltura, le ultime lacrime, il mesto ritorno a casa. Un imbarazzante intreccio tra vita e morte, morte e vita fu costituito dal parto della mia prima figliola Tiziana, funestato da un mortale distacco di placenta, che troncò la sua esistenza sul nascere. Ora riposa con i miei genitori nella tomba di famiglia (fig. 1). Al piano superiore si legge il mio nome(fig. 2), rassicuratevi non sono io, è mio zio. Nel 1974, il giorno dopo il mio 1° anniversario di matrimonio, mi lascia anche mia madre, da tempo affetta da una rara forma di anemia emolitica. Da anni vivevamo da soli, dopo la morte di mio padre ed il matrimonio di mio fratello, in una casa nel palazzo dove abitavano le mie 5 zie, affianco avevo lo studio, per cui facevo casa e bottega. Durante la notte ebbe una crisi respiratoria, per cui l’accompagnai al pronto soccorso del Cardarelli. Non vi fu nulla da fare, cominciò un respiro stertoroso, preludio di una fine imminente. Decisi di riportarla a casa con l'ambulanza e potette così spirare tra le braccia delle sorelle. Anche per mia madre vi fu un affollato funerale con la messa celebrata nella chiesa a noi tanto cara di S. Maria della Consolazione a Villanova. Da allora riposa con mio padre nella nicchia di famiglia e tutti ricordano il suo sorriso e la sua gioia di vivere. Vi sono stati dei momenti in cui la tenebrosa signora con la falce si è avvicinata al mio destino, ma fino ad ora sono riuscita a tenerla a distanza di sicurezza. Vi fu un momento anni fa che stava per realizzarsi il sogno mio e di mia moglie di morire assieme, ma non ci riuscimmo. Vi racconto l’episodio attraverso questo mio resoconto che fu pubblicato da Il Mattino.
    02 - Nicchia di mio zio

    Un'ora di terrore in volo

    Un'esperienza da dimenticare quella di stamane sul volo Napoli - Barcellona della Compagnia Alpes Eagles  Giunti sull'aeroporto ed annunciato l'atterraggio a momenti, l'aereo ha cominciato a fare le bizze con improvvise impennate verso l'alto. Mentre cresceva il nervosismo, l'annuncio terribile delle hostess, giovanissime e terrorizzate: bisogna prepararsi ad un atterraggio d'emergenza. All'inizio pareva dovesse trattarsi di un ammaraggio, si sono sgomberate le uscite laterali e si sono date istruzioni per uscire attraverso gli scivoli, poi è stata data la notizia di un difetto al carrello e di un atterraggio di fortuna sulla schiuma. A tutti è stato raccomandato di coprirsi la testa con i cappotti e di prepararsi ad un urto non indifferente. Infine la discesa per niente traumatica, grande applauso liberatorio e tante lacrime di gioia. Ancora dieci lunghi minuti di attesa prima che si aprissero gli sportelli. a terra grande spiegamento di forze: decine di ambulanze, pompieri in tute di amianto e, stranamente, soldati armati fino ai denti. Al recupero dei bagagli due ore di attesa per controllare l'aereo. L'ipotesi terroristica rimane la più probabile e sarebbe opportuna una indagine della magistratura. Tutto bene quel che finisce bene. .
    03 - Un bimbo felice
    04 - Un bimbo ben dotato
    05 - Mario in braccio allo zio prediletto

    E passiamo ora finalmente agli incontri con la vita.

    Il primo che vi raccontiamo è con mio nipote Mario (fig.3–4) e risale a circa 50 anni fa. Un vispo maschietto, figlio di mio fratello Carlo, che godeva a stare in braccio al suo zio preferito (fig.5) e che più volte ha avuto l’onore di averlo come fidato baby – sitter, funzione svolta con zelo e senza alcun compenso pecuniario. Ora viene la parte più bella del capitolo riguardante la nascita dei nostri tre amati figlioli. La prima a darci gioia e felicità sarà la nuova Tiziana, 16 aprile 1976, una data indelebile impressa nei nostri cuori. Venne alla luce in maniera tumultuosa: io ero di guardia in ospedale a Cava de' Tirreni, quando mia moglie Elvira, che si trovava dai genitori a Portici, alle 5 del mattino mi telefona avvertendomi che sono cominciate le doglie. In venti minuti, battendo ogni record di velocità, sono da lei e la conduco fino alla sala parto, dove dovrà essere sottoposta ad un taglio cesareo d'urgenza, al quale non potrò prendere parte attiva, perché, perdendo lei sangue a catinella, in attesa di donatori, debbo provvedere a integrare il prezioso liquido con tre flaconi prelevati dalle mie vene. Per il resto andrà tutto bene e nel nido tutti la riconosceranno, non tanto per il viso vezzoso e accattivante, quanto per la elegante copertina, ricamata a mano e multicolore, segno distintivo di nobile lignaggio nei riguardi di tanti figli di contadine cavaiole. Dopo solo undici mesi il bis, si replica a grande richiesta ed il 26 marzo '77 vede la luce un maschietto pimpante a cui viene imposto un nome altisonante Gian Filippo, che farà coppia fissa con la sorella fino all'arrivo del terzo discendente: Marina, la quale farà la sua comparsa nella nostra famiglia il 25 novembre 1980. Quale data più opportuna due giorni dopo il terrificante terremoto, infatti a ricordare l'evento sismico il secondo nome della pargoletta è proprio Terremoto, seguito da altri 15 appellativi: dai nomi delle nonne e delle zie, fino all'immancabile Gertrude, protettrice dei neonati. Una serie interminabile di nomi che mise in imbarazzo l'impiegato dell'anagrafe, il quale vedendomi scrivere all'infinito mi chiese:" Ma quanti figli avete avuto?". Un altro episodio degno di essere ricordato, riguardante la sua nascita fu l'esclamazione dell'ostetrica all'uscita della testa: " E' un maschio!". Risposi deciso: "Non m'importa, ho già maschio e femmina, in ogni caso è un doppione". Un'appendice importante della nostra famiglia è costituita dai nipoti, per il momento soltanto tre (fig.6) e tutti regalatici da Tiziana la primogenita: Leonardo (2 luglio 2006), Matteo (3 agosto 2007) ed Elettra (4 marzo 2010). Il primo e il terzo hanno visto la luce lontano dal Vesuvio a Bruxelles e non li ho visti nascere, a differenza di Matteo, napoletano doc, che appena ha aperto gli occhi ha visto il golfo di Napoli, ha imparato perfettamente il vernacolo ed è divenuto imbattibile nel gioco della scopa e dell'asso pigliatutto. La notizia della sua nascita si diffuse ai quattro venti e riportiamo un breve ringraziamento che Elvira ed io facemmo alla nostra figliola.   
    06 - Leonardo, Matteo ed Elettra

    Un nuovo abitante della Terra

    Un grazie a Tiziana ed Andrea per la nascita di Matteo, avvenuta a Napoli il 3 agosto alle 00:02, una curiosa creatura, fulvo, mite, sornione, ma al tempo stesso disinibito e di devastante bellezza. I nonni Elvira ed Achille, al culmine della gioia, vogliono comunicare a tutto il mondo la loro felicità.
    Tiziana e Matteo
    Achille e Matteo

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    (26^ puntata)
    Casa dolce casa

    fig.1 - Articolo su Casa Mia gennaio 1997
    Fino a 19 anni sono vissuto nella casa natale di via Salvator Rosa 29 int. 6 al secondo piano di un palazzo di 4 piani con 4 negozi di proprietà dei fratelli della Ragione. La casa era costituita da una grande camera da letto con soffitti affrescati, che affacciava sulla strada con un balcone e dove ho dormito a fianco dei miei genitori fino all'età di 14 anni, quando mi trasferii in una camera contigua dell'appartamento liberatosi dall'inquilino. Vi era poi uno studio che la sera si trasformava in camera da letto di mio fratello, una camera da pranzo con una grande balconata che affacciava inaspettatamente su un giardino, un tinello con annessa cucina con delle finestre che protrudevano su un cortile di bassi ed infine un antibagno e una toilette quanto mai modesta. Poscia per stare vicino alle sorelle di mia madre ci trasferimmo in un appartamento in via Manzoni 184, che ho abitato fino al matrimonio, quando mi trasferii in un appartamento limitrofo, che fungeva anche da studio professionale. Morta mia madre occupai entrambi gli appartamenti. Nel 1978 un attentato terroristico di cui fui vittima, per fortuna salvandomi e rifondendoci soltanto una Jaguar nuova di zecca, che saltò in aria, mi convinse ad allontanarmi prudentemente da Napoli, soprattutto per salvaguardare l'incolumità dei miei familiari, nel frattempo divenuti tre. Acquistai una villa a Portici in via Zuppetta, dove abitavano i miei cari suoceri, che ho sempre amato alla pari dei miei genitori, che purtroppo più non avevo. La villa era molto bella a due piani con ampio giardino e garage, ma oramai miravo in alto e sognavo una villa a Posillipo sul mare, una villa principesca, dove abitare fino alla fine dei miei giorni, che poi divenisse dimora perpetua dei miei discendenti fino alla settima generazione. L'acquisto non era facile e per mesi consultavo ansioso gli annunci che venivano pubblicati la domenica su Il Mattino. Anzi per battere sul tempo eventuali concorrenti acquistavo ogni sabato sera a mezzanotte il quotidiano in una delle due edicole aperte di notte della città. Era d'estate e con emozione in piena notte lessi che era in vendita una villa prestigiosa in via Manzoni per un prezzo abbordabile: mezzo miliardo. Telefonai in piena notte al proprietario preannunciandogli la visita per le nove del mattino successivo. La villa, pur in precarie condizioni di conservazione, ci piacque, ma soprattutto piacque a mia moglie Elvira, a cui spettava l'ultima parola in ogni decisione importante. In maniera particolare ci piaceva il grande giardino con alberi secolari, gli ampi cortili, lo spazioso garage, la presenza di una dependance dove poteva alloggiare la servitù. "Affare fatto" affermai, stringendo la mano al proprietario:" Telefona al tuo legale che stipuliamo subito il compromesso". "Ma è domenica e non accetto assegni che non siano circolari". "Bastano duecento milioni in contanti? Entro un'ora saranno qui, ma ho bisogno del possesso dell'immobile per iniziare subito i lavori di ristrutturazione".
    2 - Ingresso
    3 - Salotto di villa della Ragione
    4 - Una parte del salone
    I lavori durarono otto mesi ed a dirigerli fu chiamato Avena, un celebre architetto, che, tra marmi pregiati, raffinate controsoffittature, prestigiosi parquets e sette bagni, da fare invidia a principi e reali, mi fece spendere una cifra doppia di quella dell'acquisto. Ma ne valse la pena a tal punto che la più accorsata rivista di arredamento d'Italia: Casa mia, volle dedicare la copertina e un servizio di dieci pagine (fig. da 1 a 9) alla mia modesta dimora. Dimenticavo l'indirizzo: dal 1980 ad oggi via Manzoni 261 B, dal primo giugno prossimo piazza Achille della Ragione.
    5 -Soggiorno al 1° piano
    6 - Inizio delle scale
    7 - Affacciata sul giardino
    8 - Soggiorno con scorcio di panorama
    9 -  Camere dedicate al gioco
     10 - Targa stradale

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    (27^ puntata)
    La mia biblioteca

    fig. 1 - Libri catalogati
    La mia biblioteca, distribuita tra i 5 piani della mia villa posillipina, è senza dubbio tra le più fornite della città; conta 15000 volumi (fig.1) e raggiunge le 28000 unità se si tiene conto delle riviste, principalmente di medicina, scacchi e napoletanità, pur non conteggiando i fumetti, tra cui spicca la raccolta completa di Topolino, dal 1950 al 2005. Il nucleo di partenza è costituito dai libri di mio padre, un migliaio circa, divisi equamente con mio fratello negli anni Sessanta. In seguito, oltre ad comperare libri ed enciclopedie (fig.2) in continuazione, dalla Treccani al Lessico, ho cercato di acquisire intere biblioteche e mi è capitato di fare dei grossi affari.
    fig. 2 - Enciclopedie
    fig. 3 - Voyage pittoresque
     
    fig. 4 - Napoli nobilissima
    Il primo, da poco laureato, fu prendere possesso dello studio completo di attrezzature  sanitarie e di 2000 libri di medicina da un vecchio ostetrico, Carmelo Gallitto, per un prezzo stracciato: 500000 lire. Il dottore era a letto per un infarto e la moglie, conoscendo il suo attaccamento al lavoro, temeva che dopo 2 - 3 giorni lo riprendesse, per cui per prudenza svendette tutto. Tra i tanti libri antichi e moderni anche il famoso Testut di Anatomia topografica che all’epoca valeva 5 milioni. La seconda occasione fu l’acquisto di tutti i romanzi (circa 1000), tra cui molte prime edizioni, appartenuti al regista Montaldo, che li conservava in una sua casa di Procida. In seguito un nuovo medico, passato a miglior vita senza eredi, che aveva lasciato casa e mobili alla Casa dello scugnizzo. Fortuna volle che tra gli addetti allo sgombero vi fosse il marito di una mia cliente, che mi telefonò: “ Dottore stiamo per buttare dei libri, se fate presto potete prenderli”. Corsi in via Pessina e rimasi stupito dalla quantità di volum i (circa 2000) che possedeva il defunto. Oltre che di medicina i suoi interessi andavano dallo spiritismo alla storia delle religioni, per finire con il sesso, del quale possedeva di tutto, da Freud  ai fumetti sulla pratica del coito nei selvaggi. In un altro capitolo ho accennato al saccheggio di villa Malaparte a Capri dove arraffammo l’impossibile. Io personalmente, oltre a numerosi libri antichi, presi un carteggio con Cesare Battisti, naturalmente l’eroe non il terrorista,  una raccolta di cartoline osé e centinaia di foto di conquiste femminili dello scrittore in abiti adamitici. Venne poi il turno di Eugenio Buontempo, il faccendiere legato a Craxi, caduto in disgrazia nel 1991, dal quale, oltre alla celebre scultura di Gemito, il Pescatoriello, acquistai decine di prestigiosi libri antichi in edizione originale, dal Voyage pittoresque del Saint Non (fig.3) ai Campi Flegrei di Hamilton. Ultima acquisizione, la donazione da parte della famiglia di una parte dei volumi appartenuti a Giorgio Porreca, il celebre scacchista sul quale ho scritto un libro. Per decenni oltre a comperare sulle bancarelle di Portalba, frequentavo tutte le librerie di antiquariato della città, che mi permettevano di consultare i loro cataloghi prima che fossero stampati; in tal modo potevo acquistare edizioni rare ed introvabili. Così ho conquistato il Celano ed il De Dominici,  il Solimena di Bologna, i cataloghi delle collezioni Doria D’Angri e Matarazzo di Licosa, la raccolta completa di Napoli nobilissima (fig.4), dal 1892 ad oggi e tanti altri libri di arte e sulla storia di Napoli (fig.5), che costituiscono il cuore della mia biblioteca.
    fig. 5 - Corridoi con tanti libri
    fig. 6 - Biblioteca antica
    Il mio amore sviscerato per Napoli risale a quando avevo 10 anni ed ogni domenica, da solo, stabilivo un itinerario sempre diverso e percorrevo ogni strada e vicolo della città, senza trascurare alcun quartiere, anche i più malfamati. Ho rispettato questa sana abitudine per anni e credo di conoscere Napoli meglio di chiunque altro. Per quel che riguarda l’arte e soprattutto la pittura si tratta di una passione più recente, ma coltivata senza badare a spese, quando i libri del settore, prima che crollasse il mercato, valevano cifre iperboliche. Ho speso centinaia di milioni e non me ne pento, per rifornire le decine (fig.6–7–8) di contenitori sparsi in ogni angolo della mia casa. Senza falsa modestia credo di non avere niente da invidiare alla Germanica di Firenze ed alla Hertziana di Roma, che passano per essere tra le più fornite del mondo nel settore dei libri d’arte. A proposito della Hertziana vorrei raccontare un aneddoto. Anni fa per alcuni mesi dovetti frequentarla per completare una mia ricerca. Per accedervi  serve la presentazione di due docenti universitari. Io mi presentai alla direttrice e dichiarai candidamente: “Consulti il catalogo troverà una trentina di miei libri, che la  biblioteca ha comperato, credo possa bastare”. Nonostante la proverbiale mancanza di humor dei tedeschi, la teutonica fu consenziente. In conclusione gli argomenti più gettonati della mia biblioteca, corrispondenti ai miei multiformi interessi sono: medicina, scacchi, romanzi, spiritismo, sessuologia, napoletanità ed arte.  
    fig. 7 - Biblioteca antichissima
    fig. 8 - Scaffalature ubiquitarie

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    (28^ puntata)
    Due memorabili sedute spiritiche

     
    figura 1 - Due belle ragazze

    Nel capitolo Achille medico e scienziato abbiamo accennato che quando, nel 1972, il nostro eroe doveva scegliere l'argomento della tesi di laurea si rivolse al professor Iacono, titolare della cattedra di psicologia, proponendo di trattare dei fenomeni paranormali. Il docente rimase stupito e candidamente dichiarò che non aveva alcuna competenza della materia. Inoltre sconsigliò vivamente questa decisione, salvo che, in sede di discussione il candidato non avesse provocato fenomeni di levitazione, facendo ballare la cattedra e sbalordendo gli esaminatori. Come abbiamo visto Achille si orientò su una tesi più ortodossa in clinica medica, ma perchè desiderava tanto approfondire un capitolo della parapsicologia? Per via di due memorabili sedute spiritiche, che ci accingiamo a raccontarvi. Siamo nel 1970, io con Leandro eravamo riusciti ad acchiappare sulla spiaggia due bone colossali, Valeria e Paola (fig.1) ed a convincerle a trascorrere la serata con noi. Era un giorno feriale, quando i pochi night di Napoli, dallo Stereo alla Mela, fino al glorioso Damiani, celebre per i suoi lenti check to check, erano rigorosamente chiusi. Naturalmente sarebbe stato inutile invitarle al cinema o a mangiare una pizza, perchè l'assenza di un contatto inguinale ravvicinato non avrebbe favorito un prosieguo penetrativo come era nei nostri propositi. Ci venne un'idea: coinvolgiamo il nostro amico Gianfilippo (fig.2), proprietario all'epoca di una splendida villa (fig.3) a via Tasso ed organizziamo una seduta spiritica, durante la quale, con l'aiuto di Gennaro, il suo maggiordomo, ricchione quanto abilissimo, contavamo di produrre effetti paranormali, in grado di spaventare le fanciulle, che, impaurite avrebbero cercato conforto e coraggio tra le nostre braccia. La luce si fece fioca, mentre noi ci sistemammo su un tavolo rotondo e creammo una catena unendo le mani distese con le dita allargate (fig.4) Leandro cominciò a recitare con voce squillante formule magiche e ritornelli esoterici, fino a quando cominciarono a manifestarsi i primi fenomeni: porte che sbattevano, soffi di vento sul viso, le luci che si accendevano e spegnevano, fino a quando il buio totale dominò la scena e le fanciulle terrorizzate si buttarono tra le nostre braccia, che le accolsero volentieri, mentre le mani, premurose, coccolavano i ridontanti seni. Da cosa nasce cosa, diceva saggiamente Totò ed anche nel nostro caso gli avvenimenti ebbero un epilogo favorevole, con le ragazze esauste, che chiesero di potersi riposare in un letto per riprendersi dallo spavento e per chi ben conosce l'effetto rilassante e nello stesso tempo prorompente del titillamento clitorideo l'esito finale è facilmente intuibile: una coniuctio in piena regola, alla quale non partecipò Gianfilippo, perchè da Valeria e Paola vennero presero in considerazione solo misure extra large. Dopo l'amplesso ci congratulammo con Gennaro, il cameriere, per la efficace coreografia messa all'opera e grande fu la meraviglia, soprattutto mia, quando apprendemmo che lui attendeva ancora l'ordine di cominciare dal padrone di casa. Leandro pensò che i fenomeni fossero stati provocati da lui che, anche altre volte aveva manifestato proprietà di medium. Una boiata pazzesca. Da quella sera scaturì in noi la voglia di ripetere l'esperienza in un ambiente qualificato ed anche Valeria e Paola, dopo essere state possedute biblicamente, furono prese dal demone della conoscenza e vollero approfondire... l'argomento in nostra compagnia.

     
    figura 2 - Gianfilippo Perrucci

    figura 3 - Villa di Gianfilippo
    figura 4 -  Mani distese

    Identificammo a Roma un circolo: il club Navona 2000, nel quale ogni sera un famoso medium, Fulvio Rendell (fig.5) teneva 2 sedute spiritiche e senza indugio partimmo con le ragazze alla volta della città eterna. Si cominciava intorno alle 21, i presenti, 70 - 80 circa, non tutti interessati a partecipare alle due sedute che si svolgevano. Ogni volta 9 persone scelte dal medium tra tutti coloro che alzavano il dito. Non fummo prescelti per la prima, nella quale non capitò niente di interessante, ad eccezione di una giovane e piacente signora che, staccatasi dal tavolo, si sistemò spalle a terra, mettendo in mostra un seducente reggicalze come quelli che si usavano un tempo e sculettò per alcuni minuti, gemendo vistosamente. Terminato lo stato di trance affermò che era stata posseduta da Rasputin ed aveva raggiunto due volte l'orgasmo. Mi rammaricai di non aver colto l'occasione al volo, impersonando il monaco rivoluzionario e soddisfacendo i lubrici desideri della vogliosa signora. Venne poi il secondo turno, per il quale fummo convocati io, Leandro e Valeria; con noi anche Paolo Villaggio. Ci sedemmo guardandoci maliziosamente negli occhi. Il medium cominciò la sua cantilena: angeli neri, angeli rossi etc (fig.6). Il tavolo dopo poco iniziò a traballare, ma noi energicamente lo bloccammo. Passò poco meno di un minuto ed il tavolo cominciò a muoversi di nuovo in preda ad un'energià contro la quale non si poteva opporre alcuna resistenza. Tutti rimanemmo incollati con le mani sulla sua superfice, mentre esso si spostava per tutto il salone. alla fine, dopo molti minuti di girandole, riuscimmo a staccarci, mentre il tavolo andò a posizionarsi contro il soffitto, tra lo stupore di tutti gli spettatori.Questo straordinario evento peserà vistosamente sui miei interessi. Per anni compulserò avidamente libri sull'argomento: dalla telepatia alla telecinesi, dalla levitazione al poltegeist. Arriverò a possedere oltre 400 libri di parapsicologia, che raddoppieranno quando, come ho accennato nel capitolo sulla mia biblioteca, acquisirò i volumi di quel medico appassionato della materia.

     
    figura 5 Fulvio Rendell

    figura 6 - Seduta spiritica a Roma

    Ancora oggi, ogni tanto, alterno nelle mie letture, all'arte e alla filosofia, spiritismo ed esoterismo. Voglio concludere il capitolo accennando a 3 incontri fortuiti che ho avuto negli anni con l'argomento. Il primo, con la pranoterapia, fu osservare la prodigiosa guarigione di una mia amica, Anna Maria, figlia di un ricco ingegnere, da una grave patologia invalidante agli arti inferiori, contro la quale avevano combattuto  invano i massimi specialisti d'Europa e che fu risolta in poche sedute da Andalini (fig.7) con studio ai colli Aminei. Il secondo fu l'incontro, nel salotto culturale di mia moglie Elvira, con Giorgio di Simone (fig.8), medium e responsabile del centro di parapsicologia di Napoli, che spiegò all'uditorio di aver perso nel tempo tutte le sue facoltà, un fenomeno comune ai sacerdoti abilitati a guarire gli indemoniati colpiti da esorcismo. Infine il terzo, pochi anni fa, con Ilena (fig.9), una splendida ragazza di origine capoverdiana, conosciuta ad una festa, la quale, se toccata nella parte superiore del corpo, infliggeva una scossa elettrica di notevole entità. Anche i seni, come ebbi modo di constatare, introfulando una mano rampante nella sua scollatura abissale, irradiavano una scarica da scoraggiare qualunque tentativo di conqusta. Mi assicurò che la parte inferiore, dalla cintola in giù, non irradiava alcuna energia e mi invitò ad esplorare entrambi gli orifizi, ma, non per codardia, ma unicamente per preservare alle esponenti del gentil sesso un organo così prestigioso, mi astenni da ogni tentativo.

     
    figura 7- Pranoterapia

    figura 8 - Giorgio di Simone

     
    figura 9 - Ilena

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    (29^ puntata)
    la potenza del denaro
     


    tav. 1 - Denaro

    L’automazione, i computer, i robot quanto prima libereranno l’umanità dal fardello del lavoro ed anche il denaro, ad esso collegato, andrà in soffitta dopo millenni di baratti e secoli di moneta.
    Sarà la più rivoluzionaria delle rivoluzioni alla quale non siamo assolutamente preparati, affezionati come siamo a quei  simpatici pezzi di carta, sporchi e stropicciati che sono i soldi. Li desideriamo ardentemente, li conserviamo come reliquie nel portafoglio, per averli facciamo qualsiasi cosa, anche lavorare come matti per tutta la vita, per averne di più siamo disposti a tradire un amico, a scavalcare un debole, ad ingannare un avversario.
    Crediamo ciecamente che con il loro possesso si possa comperare tutto ciò che si desidera: oltre a vestiti, auto, cibo ed oggetti lussuosi anche il favore degli altri, l’onestà delle donne, la giustizia degli uomini, la coscienza del prossimo.
    Se non ne abbiamo la gente ci guarda con insofferenza e con disprezzo, mentre se mostriamo di averne tanto tutti si dimostrano amici.
    Dimentichiamo che il denaro (fig.1) non ci permette di acquistare né la salute, né l’amore, né la vera amicizia e neppure la serenità. Con il loro possesso ci procuriamo soltanto l’invidia della gente, l’unica cosa di cui faremmo volentieri a meno. 
    Tutto ciò che abbiamo detto fino ad ora è molto bello ed istruttivo, non per niente è stato scritto dal sottoscritto tanto tempo fa ed ha costituito infinite volte il testo di lettere al direttore pubblicate dai principali quotidiani italiani. Però, posso assicuravi che il possesso del denaro vi fornisce una illusione di potenza o quanto meno una libertà di decisione sconosciuta a chi vive di stipendio. Per convincervi vi citerò 4-5 esempi che mi hanno interessato nel corso degli anni, premesso che l'entrata in vigore dell'euro mi ha trasformato da miliardario in semplice milionario.  
    In ordine cronologico il primo episodio risale alla fine degli anni Settanta, quando, partecipai ad un bando per l'assegnazione di un posto di aiuto primario nel reparto di Maternità del vecchio ospedale di Pozzuoli (fig. 2) e me lo aggiudicai grazie ad alcune mie pubblicazioni scientifiche, che, oltre alla specializzazione, furono giudicate positivamente dalla commissione esaminatrice.   
     Il primo giorno di lavoro arrivai con 10 minuti di ritardo, per la difficoltà, essendo nuovo, a trovare un posto nei cortili per parcheggiare l'auto. Il primario sta facendo il giro tra le pazienti con il suo codazzo di aiuti ed assistenti, mi accoglie furibondo e mi ammonisce:
    "Che non capiti mai più questo ritardo inqualificabile, altrimenti mi arrabbio".
    "Non si preoccupi, non capiterà mai più, perché in questo momento mi dimetto".
    Gettai a terra il camice e nell'uscire dal reparto sbattei  con veemenza la porta a vetri, che si frantumò in mille pezzi, alla pari della sovra porta, anche essa di vetro. Lasciai al custode sbalordito il mio biglietto da visita dichiarando:
    "Mandatemi il conto della riparazione a casa e porgete i miei saluti al primario".

    tav. 2 -  Vecchio ospedale di Pozzuoli
    tav. 3 - Villa della Ragione ad Ischia
    tav. 4 - Aliscafo Snav
    tav. 5 - Motoretta

    Il secondo ed il terzo episodio riguardano Ischia, da dove, nei mesi estivi, ogni mattina mi recavo, dalla mia villa a Forio (fig.3) nel mio studio di via Manzoni a Napoli per ritornare a tarda sera, quando non pernottavo, cosa che capitava 2 volte alla  settimana. Correvo sempre sul filo di lana ed una mattina avevo tra le mie braccia Tiziana, la mia figlioletta che voleva salutare le mie zie.
    Vi era una fila interminabile alla biglietteria ed io non potevo assolutamente perdere l'aliscafo (fig.4), perché mi attendevano numerose pazienti ed un ritardo, anche di un'ora, avrebbe scombussolato la tabella di marcia dei miei appuntamenti giornalieri. Per cui mi avviai alla passerella dell'imbarco ed indicando un signore distinto e distante una ventina di metri affermai che lui aveva i biglietti per me e mia figlia. Appena entrato mi nascosi tra la folla e quando il signore sorpreso dichiarò di non conoscermi, il natante era oramai in procinto di partire. I marinai dopo una lunga ricerca mi scovarono e mi portarono nella stanza del comandante, il quale cominciò a redarguirmi impietosamente, fino a quando io, scocciato per la lunghezza della ramanzina gli buttai ai piedi 50.000 lire e lo minacciai:
    "Mi hai rotto gli zebedei, se continui mi comperò l'aliscafo e ti licenzio".
    Il secondo episodio ischitano riguarda un ritorno serale, quando io, terminato lo studio, mi recavo dalle mie zie, che abitavano ed abitano anche oggi a piano terra, consegnavo loro, senza contarlo, l'incasso della giornata cambiavo il mio pantalone di lavoro con dei più comodi calzoncini ed accompagnato in auto da uno dei miei assistenti, correvo a prendere l'ultimo aliscafo. Un giorno ero sul filo del rasoio e rischiavo di rimanere a Napoli, per cui mi avviai senza la tappa intermedia dalle mie antenate. Giunto ad Ischia Porto, poiché il mio autista era impegnato in un accompagnamento, mi avviai allo stazionamento delle motorette e mentre mi accingevo a salire su una di queste (fig.5) fui bloccato dal conducente che, preoccupato per il mio abbigliamento che giudicava eccezionalmente casual, mi ammonì:
    "Lo sai che la corsa per Forio costa 20.000 lire?".
    Io baldanzoso misi la mano nella tasca estrassi una cospicua manciata di soldi e chiesi perentorio: "Lo tieni il resto di 5 milioni?".
    Al che l'autista, scambiandomi per un boss della camorra si inchinò ed implorò che mi accomodassi.
    Altri episodi salienti della libertà di scelta che permette la ricchezza sono legati alla mia villa posillipina (fig.6-7) acquistata nel 1980 e che da allora costituisce la mia sfarzosa dimora.
    Più volte ho dovuto resistere a tentativi di fitto e di acquisto; il primo da parte del presidente del Napoli dell'epoca, che quando acquistò Maradona (fig.8) si era impegnato col pibe de oro a procurargli una villa dove abitare e mi offri 50 milioni al mese per l'utilizzo della mia per il periodo in cui il re del pallone avesse soggiornato in città. Ottenne un secco rifiuto e Diego dovette arrangiarsi in 6 camere in via Pacuvio con 100 metri scarsi di giardino.
    Il secondo tentativo fu di acquisto e risale al 2009, prima della grande crisi, che ha fatto precipitare il prezzo degli immobili. Si fece avanti una delle donne più ricche e potenti della città, di cui non rivelo il nome per non procurarle noie col fisco, che mi offrì 7 milioni di euro in contanti ed eventualmente versati all'estero per avere l'onore di abitare la mia austera dimora. Anche lei ottenne un diniego e l'invito a fare un nuovo tentativo con i miei figli dopo la mia dipartita da questa valle di lacrime.
    Il terzo episodio riguarda un quadro (fig.9), uno dei più belli della mia collezione da me comperato nel corso dell'asta dei beni di Achille Lauro e che in precedenza apparteneva alla celebre raccolta Doria D'Angri, dalla quale il Comandante l'aveva acquistato nel 1940, quando, notificato dallo Stato, era attribuito a Bernardo Strozzi. All'epoca pagai 17 milioni e dovetti attendere 3 mesi, durante i quali lo Stato poteva esercitare il diritto di prelazione, periodo che il dipinto trascorse nel museo di Capodimonte, dove fu notato  dal professor Leone De Castris, che, dopo aver consultato il suo collega Bagnoli, massimo esperto della pittura senese, consigliò di variare l'attribuzione e la relativa notifica sul nome di Rutilio Manetti.
    Passarono due mesi e da me si presentò un emissario del presidente del Monte dei Paschi di Siena, che in quel periodo, antecedente alle prodezze della famiglia Renzi, era una delle banche più importanti di Italia e candidamente mi confidò che il maxi dirigente voleva a tutti i costi posizionare il dipinto dietro la sua scrivania, disposto, pur di esaudire il suo desiderio a sborsare 80 o anche 100 milioni, una cifra 5 volte superiore a quella da me pagata pochi mesi prima. Certo di concludere il funzionario rimase di stucco quando gli dissi che avrei regalato all'illustre presidente una gigantografia della tela, ma che per l'originale la posizione privilegiata era costituita da una parete del mio salone.
    tav. 6 - Articolo su Casa Mia gennaio 1997

    tav. 7 - Una parte del salone
    tav. 8 - Maradona
    tav. 9 - Rutilio Manetti - Madonna col Bambino e san Francesco
     

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    (30^ puntata)
    Stesso episodio, 7 giudici, 7 sentenze, tutte diverse

     

    fig. 1 - Il Giornale di Napoli


    La storia che racconteremo è avvenuta oltre 20 anni fa, ma potrebbe accadere anche oggi ed è la dimostrazione lampante dello strapotere della magistratura che, secondo la Costituzione dovrebbe rappresentare uno dei tre poteri dello Stato, ma che in pratica tra intercettazioni, sequestri cautelativi ed arbitrio assoluto sulla libertà personale dei cittadini, costituisce uno strapotere in grado di condizionare gli altri due.

    Siamo a metà degli anni Novanta ed un ginecologo di nome Achille e dal cognome famoso, dopo aver introdotto in Italia il metodo Karman ed aver favorito l'approvazione della legge 194, riguardante l'interruzione di gravidanza, attraverso una clamorosa autodenuncia, prosegue indefesso la professione nel suo studio di via Manzoni, ma la magistratura non gli da tregua con continue irruzioni e con un primo sequestro cautelativo del luogo di lavoro (fig.1-2), a cui si aggiunge un ulteriore sequestro: quello dei registri delle ricevute degli ultimi 10 anni di attività, sui quali gli inquirenti cercheranno le prove di eventuali reati, con un impegno di tempo e personale degno di miglior causa, interrogando 700 pazienti.
    Le ricevute venivano rilasciate soltanto a pazienti che potevano ottenere una forma di rimborso e prevedevano unicamente prestazioni quali:applicazione di spirale, trattamento dell'anargosmia, causticazione di una piaghetta, visita senologica, ecografia pelvica etc.
    Le donne vennero convocate tutte, circa 700 ed a trabocchetto veniva posta la domanda: come avete conosciuto questo medico?
    4-5 si lasciarono sfuggire:mi sono recata da lui la prima volta per un aborto. Allora l'interrogatorio si interrompeva bruscamente: "non siete più persona informata dei fatti, ma imputata, dovete nominarvi un avvocato la 194 prevede infatti anche per la donna una sanzione, anche se solo pecuniaria.
    Achille è costretto a trasferire l' attività in un'altra sua struttura, il Senos, normalmente adibita alla prevenzione dei tumori al seno, ma tempo un anno ed anche lì i tutori dell'ordine sequestrarono lo studio (fig.4-5-6) e questa volta anche delle foto scientifiche, riguardanti malformazioni mammarie, che sulla stampa saranno presentate come immagini pornografiche (fig.3).


    fig. 2 - Corriere del Mezzogiorno

    fig. 3 - La Repubblica

    fig. 4 - Il Giornale di Napoli


    Con pazienza e sopportazione ai limiti dello stoicismo, il Nostro si vede costretto ad appoggiarsi all'ambulatorio di un collega al Vomero.
    Ma anche in questa nuova sede si approssimava vento di tempesta, che viene preannunciata ad Achille da una sua cliente, appartenente alle forze dell'ordine: lunedì saremo da te pronti ad un nuovo sequestro.
    Ogni limite ha una pazienza ed Achille decide di chiedere il patteggiamento, prendersi una piccola pena con la condizionale e ritornare in possesso dei suoi studi.
    In occasione del patteggiamento i quotidiani dedicarono pagine su pagine all'argomento,  e le due magistrate incaricate del caso, all'epoca giovanissime, oggi ai vertici della carriera, non stavano nei panni per i titoli a nove colonne nei quali compariva il loro nome al fianco di un personaggio ultra famoso.
    La mattina che venni ricevuto a Palazzo di Giustizia indossai per l'occasione un vestito di Rubinacci ed una cravatta di Marinella. Le due magistrate, abituale a trattare con delinquenti, alla vista di un uomo così bello ed elegante, gli offrirono la mano, immaginando una semplice strettadi mano e rimasero di stucco quando furono oggetto di u bacia mano in piena regola.
    Si passò poi all'esame del mio caso: "Abbiamo trovato ben 5 donne che hanno confessato di essersi sottoposte ad interruzione di gravidanza nel suo studio". Baldanzoso risposi: "mi complimento che indagini minuziose siate giunte a queste conclusioni, ma vi sono sfuggiti alcuni dettagli che in questa sede vorrei rendervi noti, in questi anni ho praticato, sempre e soltanto su pazienti maggiorenni e consenzienti altri 20.000 aborti!".
    Tutti rimasero allibiti, dal cancelliere ai magistrati e la conclusione fu una condanna a pochi mesi di reclusione con la condizionale (che trascorsi 5 anni di buona condotta si sono estinti), nel frattempo tornai in possesso dei miei studi sequestrati.
    La sentenza fu comunicata all'ordine dei medici, che, senza convocarmi, mi sospese dall'esercizio della professione. Chiesi di essere ascoltato e davanti alla commissione dichiarai la mia innocenza e di aver accettato la sentenza unicamente per ritornare in possesso dei miei studi. Fui lo stesso sospeso, per cui ricorsi davanti alla commissione centrale di Roma e poi in Cassazione, che mi diede ragione, provocando in base alla sua decisione una revisione della legge, che da allora prevede che si possa usufruire del patteggiamento solo se ci si dichiara colpevole.
    Ed ora arriviamo finalmente all'argomento che giustifica il titolo dell'articolo.
    I quotidiani di tutta Italia diedero ampio risalto alla notizia del patteggiamento, ma aggiunsero particolari falsi come si evince  dall'articolo pubblicato dalla Stampa di Torino, dal titolo che grida vendetta (fig.7): Il mantenuto dalle minorenni.
    Decisi non di querelare perchè il procedimento penale avrebbe bloccato il risarcimento pecuniario ma di chiedere soltanto una somma di denaro per il danno alla mia immagine ai 7 più importanti quotidiani del Paese.
    La discussione della diatriba avvenne nella sede legale di ciascun giornale (Torino, Milano, Roma, Napoli etc) ed a decidere sullo stesso episodio furono7 giudici diversi, che emisero 7 sentenze diverse.
    3 di loro, con motivazioni ben oltre il demenziale, affermarono che i giornali avevano semplicemente esercitato il loro sacrosanto diritto di cronaca...(anche se la notizia era assolutamente falsa), gli altri 4 stabilirono dei risarcimenti di varia entità, da un minimo di 20 milioni ad un massimo di 180.
    La favoletta è finita ai lettori l'ardua sentenza
    fig. 5 - Il Mattino
    fig. 6 - Il Mattino

    fig. 7 - La Stampa
     

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    (31^ puntata)

    rapine, estorsioni, cavalli di ritorno ed attentati terroristici


    fig. 01 - Achille calzoni corti


    Uno degli effetti collaterali più gravi della ricchezza, a parte l'invidia del prossimo, consiste nell'essere frequentemente oggetto di furti, rapine, estorsioni, cavalli di ritorno ed in casi estremi attentati terroristici. Tutte esperienze che purtroppo ho avuto occasione di provare più di una volta nel corso degli anni, nonostante il mio abbigliamento casual (fig.1), adottato per libera scelta e non per passare inosservato.
    I furti che ho subito sono stati pochi e poco significativi, grazie ad un sistema di allarme molto sofisticato, porte e vetri corazzati, ma soprattutto per la presenza di tre rottweiler (figg.2–3-4), di giorno in giardino, di notte in casa, che costituivano un deterrente mordace per i mariuoli; in ogni caso una polizza assicurativa esaustiva mi proteggeva a posteriori.


    fig. 02 - Porthos
    fig. 03 - Lady con il fidanzato Shark[
    fig. 04 - Attila

    Un tentativo originale di furto è raccontato in un articolo di Antonella Morisco pubblicato su Cronache di Napoli del 27 aprile 2001 (fig.5) da titolo 
    Ginecologo placca il ladro sorpreso a rubare:
    “Non è cronaca di tutti i giorni incontrare, tra le mura domestiche, in pieno giorno, un ladro nascosto dietro una libreria. Ancor di più inusuale che a seguito di questo incontro, dopo una breve colluttazione, scattino tempestivamente le manette. E’ quanto è accaduto l’altro giorno, intorno a mezzogiorno al famoso ginecologo Achille della Ragione in via Manzoni. Questi, nel cercare un libro nella biblioteca della sua villa, ha notato che il mobile era leggermente scostato dalla parete; dietro di esso, infatti, c’era un ospite indesiderato. L’incontro è di quelli che lasciano senza fiato. Il medico, però, non si è perso d’animo e, memore del suo passato titolo di campione universitario di lotta libera, ha affrontato il ladro. Le grida che sono scaturite dalla colluttazione hanno fatto accorrere il figlio del ginecologo, Gian Filippo, il quale stava studiando al piano inferiore. Le forze dell’ordine al loro arrivo hanno trovato il malfattore immobilizzato e senza fatica lo hanno trasportato in questura; si tratta di un nomade slavo che ha agito a volto scoperto. Da una prima ricostruzione il ladro sarebbe giunto al quarto piano della villa scavalcando scimmiescamente un albero secolare: solo questa circostanza infatti può giustificare il mancato intervento dei tre ferocissimi quanto addestrati rotweiller del professor della Ragione, un uomo, come ha dimostrato in questo frangente, coraggioso e determinato e non nuovo a episodi imbarazzanti…risolti con energia.”

    fig. 05 - Giornale

    Il capitolo delle rapine, tutte avvenute nello studio, è il più corposo, fino a quando non posizionai una porta blindata con spioncino pochi metri dopo l'ingresso, in maniera tale che, mentre un assistente apriva un altro guardava dal vetro corazzato ed in caso di visite non gradite impediva l'accesso ai locali dello studio.
    Per un periodo, nei primi anni di attività, abitavo un appartamento collegato attraverso un terrazzo allo studio, che spesso era in funzione fino a sera tarda.
    Siamo nel 1974 quando ebbi la prima rapina, per quei tempi un evento eccezionale, a tal punto che i quotidiani locali dedicarono ampio spazio alla notizia, a differenza di oggi che le rapine avvengono anche negli ambulatori dei medici della mutua.
    Stavo seguendo Rischiatutto alla televisione, nel mio salotto, quando all'improvviso fecero irruzione due delinquenti armati, che trascinarono con loro anche uno dei miei assistenti. In un primo tempo pensai ad un sequestro di persona, all'epoca frequenti e buttai uno sguardo alle armi per vedere se erano false, eventualmente per reagire. Purtroppo luccicavano, ma tirai un sospiro di sollievo quando capii che volevano solo del denaro, da un vaso prelevai una manciata di soldi e gliela consegnai. Subito tornarono nello studio trascurando per la fretta argenteria e quadri.
    Mi condussero con loro e mi accorsi che erano in cinque e tre erano rimasti a controllare gli stupefatti clienti, tra cui un ufficiale in borghese dei carabinieri, che mi confessò, nonostante fosse armato di non aver reagito per evitare una strage. Decisione saggia, che ci permise di salvare la pelle e di poter continuare lo studio, accontentando le ultime clienti.
    La seconda rapina avvenne a distanza di circa un anno dalla prima e con modalità meno allarmanti. Ci rimisi l'incasso della giornata ed una buona dose di spavento, ma appena andati via i malfattori, continuai a ricevere le pazienti, alcune venute da molto lontano da Napoli.
    La terza ed ultima fu la più temibile, perché cercai e ci riuscii a farli fessi.
    Dopo aver depredato i clienti nella sala d'attesa, il capo banda a volto scoperto mi affrontò e disse senza preamboli:"Caccia e soldi".
    Io avevo l'abitudine di tenere i biglietti da 50.000 e 100.000 lire nella tasca posteriore dei pantaloni ed i biglietti di piccolo taglio nella tasca destra del camice bianco e spavaldo gli consegnai soltanto quelli. Ma il gangster vista l'esiguità della cifra esclamò, dopo avermi sbattuto sul volto il fucile a canne mozze: "Ma che stiamo rapinando un medico della mutua, ora ti perquisisco". Fu un momento imbarazzante, pensai, timoroso cosa farà quando troverà i milioni che gli ho nascosto?
    Mi appoggiai con il sedere alla scrivania ed il delinquente vide in tutte le tasche, salvo quella dove avevo il malloppo. Si incazzo moltissimo ed affermo: "La prossima volta fai trovare più soldi altrimenti ti sparo sulle palle".
    Non ci fu una prossima volta perché riconobbi il malvivente sulle foto segnaletiche della polizia e lo feci arrestare. Ricordo ancora il suo volto truce dal naso schiacciato, era infatti un ex pugile.
    Il reato dell'estorsione è molto praticato da sempre, perché le pene detentive sono inadeguate alla gravità del reato.
    Nei primi anni della mia attività di ginecologo mi imbattei in una minacciosa richiesta alla quale finsi di sottomettermi.
    Una voce imperiosa mi ammonì: "Prepara 20 milioni in banconote di piccolo taglio per venerdì alle 17, quando verremo a ritirarle allo studio". 
    "Certamente, non preoccupatevi, provvederò".
    All'appuntamento i malviventi si imbatterono nel fatidico 20 richiesto, ma si trattava del numero di carabinieri che, sparpagliati in posizioni strategiche, li accolsero con tutti gli onori, li ammanettarono e li condussero in gattabuia.
    Al processo si scoprì che si trattava di personaggi di rilievo, addirittura della succursale delle Brigate rosse, i famigerati NAP: Nuclei armati proletari (fig.6).
    Sul loro capo pendeva un mandato di cattura per omicidio ed erano da tempo ricercati invano. La condanna fu esemplare: 30 anni, interamente scontati.
    Li aspettavo all'uscita dopo 6 lustri per salutarli, ma non si sono più presentati.

    fig.06 NAP

    Nel 2000 ebbi una richiesta da parte di una mia vecchia cliente, che sottovalutai, facendo un errore di cui ho pagato oltre misura le conseguenze.
    "Voglio 200 milioni subito, altrimenti ti denuncio, affermando che mi hai sottoposto ad un aborto con la violenza" dichiarò perentoria la gran puttana, a sua volta figlia di puttana.
    La misi cortesemente alla porta, ma ritenni inutile denunciare il tentativo di estorsione.
    La denuncia la fece invece quella buona donna e trovò un magistrato credulone, che diede credito alla sua versione e spiccò un mandato di cattura nei miei riguardi, al quale segui un processo farsa ed una condanna degna di un boss della camorra.

    fig. 07 - Duetto


    A Napoli va di moda da tempo il "cavallo di ritorno", una terminologia altrove sconosciuta, che consiste nel rubare in genere un'automobile o della mercanzia, contattare poi il proprietario ed offrirne la restituzione in cambio di un compenso in denaro.
    Anche io ho avuto anni fa un incontro ravvicinato con questa patologia criminale, quando di ritorno da una passeggiata mattutina per via Caracciolo, nel tornare su viale Dohrn, dove avevo parcheggiato il mio duetto (fig.7), mi accorsi che era stato trafugato.
    Ritorno a casa in taxi e bestemmie varie poi, nel tardo pomeriggio, una telefonata:"Abbiamo ritrovato il vostro spider, se volete ci vediamo tra un'ora in vico S. Maria della neve, portate con voi un milione in contanti"
    Scendo in cortile, munito di una copia delle chiavi, salgo sulla mia Jaguar, una sosta al commissariato Posillipo dove imbarco 4 poliziotti, 3 maschi ed una femmina muscolosa in borghese e mi avvio all'appuntamento.
    Parcheggio distante e mi dirigo all'incontro sotto il braccio della donna, diretta discendente di Tarzan. Mi aspettano due ceffi dal volto patibolare.
    "Abbiamo ritrovato la vostra auto e vogliamo consegnarvela". Stringendo loro la mano calorosamente li apostrofo:"Grazie mille, siete molto gentili, il mondo sarebbe migliore se tutti fossero come voi."
    Nel frattempo con le chiavi di riserva salgo sull'auto ed accenno a mettere in moto. I due delinquenti, stupefatti dal mio comportamento e soprattutto intravedendo all'orizzonte avvicinarsi le sagome dei tre tutori dell'ordine, pensarono bene di dileguarsi tra i vicoli, mentre io trionfante tornavo a casa motorizzato.
    Concludiamo con un botto finale, non solamente metaforico, ma anche tremendamente sonoro, costituito dall'esplosione di una bomba molotov, posta vicino ai serbatoi della mia Jaguar, ognuno contenente 50 litri di benzina e collegata all'accensione della vettura.
    Autori del gesto criminale, avvenuto nel 1978, i seguaci di una setta cattolica oltranzista: Fede e libertà, che dopo una manifestazione sotto il mio studio (fig.8) distribuendo manifesti insolenti (fig.9), passarono dalle minacce ai fatti.
    Per fortuna, altrimenti non starei a raccontarvi l'episodio, la bomba esplose durante la notte, con fiamme che divamparono fino al 4° piano del palazzo dove allora abitavo, in via Manzoni 184.

    fig. 08 - Il Mattino 1 maggio 1978
    fig. 09 - Volantino

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    (32^ puntata)
    Attila è morto: un dolore indescrivibile

    Attila
    il Mattino 30 ottobre 2015      Pietro Gargano -
    Un cane merita un necrologio affettuoso.
    Lord Byron dettò una lapide per la tomba del suo amato terranova Boatswain:
    "Qui sono sepolti i resti di uno che possedeva Bellezza senza Vanità,
    Forza senza Insolenza, Coraggio senza Ferocia,
    e tutte le virtù dell'uomo senza i suoi vizi"
      
     
    Come se non bastassero i guai di ogni genere che da tempo mi perseguitano, stamattina una mazzata terribile mi ha colpito: la morte improvvisa di Attila, il mio fedele rottweiler, col quale avevo condiviso per anni le rare gioie ed i tanti dolori. Aveva dormito tranquillo, accanto a me come sempre, sul suo tappetino persiano, mentre io avevo trascorso una notte insonne. Appena sveglio alle 9 era uscito sulla balconata a prendere un po’ d’aria ed ho notato che il suo respiro era affaticato, in pochi minuti si è accasciato ed a cominciato a rantolare. Sveglio mio figlio Gian Filippo, telefoniamo disperatamente ad alcuni veterinari senza esito. All’improvviso Attila si alza, sembra riprendersi, ma si è voluto solo spostare sul suo tappetino per concludere lì dove ha sempre dormito la sua esistenza. In pochi minuti ci ha lasciato, con gli occhi aperti, che ancora mi guardano mentre, sono le 16, scrivo queste accorate parole per ricordarlo. Fra pochi minuti riposerà nel mio giardino in compagnia della palla con la quale amava giocare. Era già pronta per lui la dedica del mio ultimo libro: Ad Attila il mio prode rottweiler, compagno nella buona come nella cattiva sorte, non sai leggere un libro, ma sai leggere meglio di chiunque nell’animo umano. Anni fa era divenuto celebre grazie ad una mia lettera pubblicata sull’Espresso, nella quale raccontavo una triste storia, che sembra incredibile, accaduta durante un mio  periodo di forzata assenza da casa: Ogni volta che invio a casa dei panni da lavare, la mia cameriera li fa annusare ad Attila, che mi aspetta da due anni; egli crede che stia per ritornare a casa e corre a mettersi vicino al mio letto sul tappetino dove era solito dormire accanto a me e mi aspetta per tutto il giorno. Solo la sera deluso e senza toccare cibo si ritira nella sua cuccia. Chiunque abbia avuto accanto a sé un cane sa di quale grande amore si tratta. Achille della Ragione
    Attila morto
    Cristina Caria 20 ottobre 2015 I cani vivono meno di noi, se noi ce ne andassimo prima non sapremmo a chi affidare un cane adulto comprendo il tuo grande dolore, ti sia di sollievo il pensiero che non ha soffertoo ho dovuto far abbattere la mia cagna ed è stata dura un abbraccio
    Pasqualino Barisano 20 ottobre 2015 Ogni tanto mi viene il magone per la morte del il mio adorato cane di nome Tigre, morto il 07.08.2007 alle ore 11.21 aveva più di 14 anni. Ti capisco..a presto Sembrerà strano ma forse io che abito in città in un appartamento, forse questo ha contribuito a far diventare veterinaria mia figlia.
    Fulvio Ceglio 20 ottobre 2015 Caro Achille, ti sono vicino. Un abbraccio
    Giuliano e Maria 20 ottobre 2015 Anche noi abbiamo avuto purtroppo la stessa esperienza,ti capiamo a ti siamo vicini con affetto  
    Angela e Silvano Moretti 20 ottobre 2015 Anche noi ci eravamo abituati alla sua presenza. Ti siamo vicini.
    Anna Maria Croce 20 ottobre 2015 Mi dispiace molto, ho vissuto il dolore della morte di un cane, attraverso le persone cui è morto il cane, è lo stesso di un affetto importante, coraggio.
    MAURIZIO Palo 20 ottobre 2015 CARO ACHILLE CAPISCO IL TUO DOLORE PERCHE' IN 65 ANNI SONO STATI LORO I MIEI VERI AMICI L'ULTIMO E' VOLATO SULLA VIA DELL'ARCOBALENO 7 ANNI FA IL MIO AMATO MILK ...HO CONOSCIUTO IL TUO ATTILA E DA ME SI E' FATTO ANCHE ACCAREZZARE IN GIARDINO ERA BELLISSIMO. SU QUEL TAPPETINO PERSIANO RIMARRA' SEMPRE LUI PER TE. OGGI E' UNA GIORNATA TRISTISSIMA E HO LETTO IL TUO RACCONTO CON LE LACRIME AGLI OCCHI .....SOLO CHI AMA I NOSTRI AMICI PUO' CAPIRE ATTILA ORA DIFENDE E FA COMPAGNIA DA FEDELE AMICO AL SUO PAPA' ACHILLE DALLE CELESTI PRATERIE .TI ABBRACCIO FORTE CON AFFETTO  
    Gino Marra 20 ottobre 2015 Mi spiace, caro Achille. Rispondi
    Dino Biondi 20 ottobre 2015 Si dice che il cane sia il migliore amico dell'uomo. È vero solo in parte: è l'unico vero amico! Ti è fedele nella buona come nella cattiva sorte e ti può dare tutto senza chiederti niente. Ma la natura vuole che vivano molto meno di noi: a questo mondo ogni gioia ha un prezzo almeno pari che bisogna purtroppo pagare. Oggi ahimè, caro Achille, la natura, donna bellissima e crudele, è venuta riscuotere il suo credito. Il mio augurio, in questo triste momento, è che dopo questa ed altre sofferenze che hai patito, Lei ti possa finalmente ripagare e sia tu a riscuotere quanto ti è dovuto.  
    Francesco Porcellati 20 ottobre 2015 Le tue parole accorate fanno comprendere il tuo profondo dolore per la fine di Attila , hai tutta la mia comprensione  
    Luigi Guarino 20 ottobre 2015 RACCOLGO CON TRISTEZZA QUESTA NOTIZIA E MI ASSOCIO AL TUO DOLORE. TI POSSANO CONSOLARE TUTTE LE CURE E LE ATTENZIONI CHE HAI RIVOLTO AL TUO COMPAGNO, E CHE I TANTI AMICI TI SAPPIANO CONSIDERARE COME TU FARAI COMPAGNI DI VITA ALLA STESSA INTENSITà CHE RIPONEVI IN LUI  
    Wanda Marasco 21 ottobre 2015 Mi dispiace molto. Capisco perfettamente il tuo dolore, ho anch'io un cane. Un caro saluto.
     Erminia e Francesco Monaco 21 ottobre 2015 Carissimo Achille, abbiamo letto con commozione e partecipazione la tua ultima lettera, con la quale hai voluto condividere con i tuoi compagni di passeggiate, il grande dolore che ti ha colpito. Abbiamo perso il cane, che ha vissuto con noi per più di 14 anni, solo un anno e mezzo fa e, ancora, non c'è un giorno che non ci sia qualcosa che ci fa pensare a lui con affetto e rimpianto. Ti siamo vicini, affettuosamente  
    Annamaria e Carmine 21 ottobre 2015 Caro Achille...come far giungere..a te e a tutta la famiglia...il dispiacere e la solidarietà per questa triste perdita che ha colpito tutti voi..se non con un forte abbraccio da parte nostra..... Ad Attila...siamo tutti affezionati...e mancherà la sua accoglienza a tutti gli amici che hanno il privilegio di varcare la soglia della vs. casa. Un abbraccio caro
    Professor Palo 21 ottobre 2015 Grazie a te della cose belle che ci regali con grande competenza e signorilità. grazie ad Attila per averti dato amore senza chiedere altro che una carezza e tanto tanto affetto. Venerdì cercherò di esserci per abbracciarci sarebbe bello leggere ed illustrare qualche pagina del libro che raffigura Attila sarebbe come vederlo scodinzolare tra noi....credo sia qualcosa di dovuto ad un amico che non ha mai tradito. Un grande abbraccio.  
    Giuseppe Scognamiglio 21 ottobre 2015 Caro Achille , mi dispiace molto. Non ho mai avuto un cane ma Rosaria sì e con lei ho vissuto la perdita del suo precedente cane . E' stato amato come un figlio e come tale è stata vissuta la sua perdita . Un caro abbraccio a te e a Elvira,  
    Clara Gallerani Possemato 21 ottobre 2015 Caro Achille capisco il tuo dolore perché ho avuto amici cani per 25 anni .Ti sono vicina un abbraccio
     Fernando Esposito 22 ottobre 2015 So bene, avendo avuto anch'io un cane che ho poi visto morire, di che dolore parliamo. Come ha detto bene qualcuno un cane ha il solo difetto di dare un dolore al suo padrone il giorno in cui muore. Mi spiace, e non so come e quando riuscirai a non pensarci. Cari saluti
    Antonio Cicalese 22 ottobre 2015 Caro Achille, ho appreso con dispiacere della morte di Attila, so quanto gli eri legato ed immagino il tuo dolore. Come sai anche noi abbiamo perso Larry dopo 15 anni di convivenza nei quali ci eravamo abituati alla sua apparentemente silenziosa compagnia; dico apparentemente silenziosa perché, come tu ben sai, anche se non hanno il dono della parola, i cani sanno comunicare in tanti altri modi: brontolii, piccoli guaiti, un lieve inclinare della testa ...Larry ci conosceva a fondo ed è stato per noi, come immagino Attila per te, un carissimo grande compagno. La sua perdita ha lasciato in noi un gran vuoto e ci ha addolorati moltissimo e solo il tempo, che non ce lo ha fatto dimenticare, ha lenito il dolore e ci ha lasciato il dolce e malinconico ricordo di un grande compagno di vita. Ho cercato, senza successo, di contattarti telefonicamente per darti, se possibile, un po’ di conforto ma, nel dubbio che non avessi voglia di sentire nessuno, non ho insistito e ricorro alla mail per testimoniarti la mia vicinanza. Chiamami, se vuoi, quando ti sentirai meglio. Nell’attesa, ti abbraccio affettuosamente.
    Nicola Pignalosa 22 ottobre 2015 Caro Achille, mi dispiace moltissimo. solo chi ha avuto cani e ama i cani può capire quanto è grande il dolore che si prova per la perdita dell'amico vero, unico e affezionato spesso molto di più delle persone care. quanti anni aveva Attila? aveva sintomi particolari? o solo vecchiaia? mi dispiace molto. affettuosamente ti abbraccio
    Michele Capano 22 ottobre 2015 Grazie Achille dei tuoi pensieri e della tua presenza, ci rendono più saggi e più buoni  
    Sal Borrelli 22 ottobre 2015 Caro Achille, ti esprimo ovviamente la mia vicinanza per la perdita del tuo fedele amico.
     Adolfo Mollichelli 22 ottobre 2015 Ti capisco e ti abbraccio, un caro saluto
     Maria Carmela Masi 22 ottobre 2015 Mi dispiace dottore... l'Amore è amore, da qualunque parte venga. Gli uomini dovrebbero imparare dagli animali  
    Gino Antignani 22 ottobre 2015 Mi dispiace. Non so se fuori luogo o no,ma ti giungano condoglianze. So che sono perdite che talvolta valgono e superano quelle umane.
    Riccardo Lattuada 22 ottobre 2015 Chiunque abbia passato un pò della propria vita con un animale sa bene che cosa le è successo. Le sono vicino; il suo è un lutto vero e proprio e anch'io l'ho sperimentato. Ma come dice il moto: "semper ero, semper si meminisse voles". Un caro saluto,
    Paolo Onofri 22 ottobre 2015 Sono un amante dei cani ne ho due comprendo il tuo dolore ,ho passato anche io questo terribile momento, un abbraccio  
    Anna Di Fusco 22 ottobre 2015 Caro Achille mi dispiace molto per Attila..ma soprattutto per te che ne vivrai l’assenza..e ne sentirai la mancanza.. Pensa ho provato a chiamarti 2 gg fa senza fortuna..e anche ieri mattina..ma il telefono era sempre occupato ..ora capisco ..forse ho avuto il presentimento che una buona parola ti sarebbe stata di qualche conforto..un abbraccio dai ragazzi di Rebibbia e a presto ..con affetto
    Anonimo 24 ottobre 2015 L'amicizia dell'amico cane è senza se e senza ma, ed è immutata per la vita. Questo li rende profondamente diversi dagli amici umani e spiega perchè la loro mancanza sia tanto dolorosa.
    Filippina Santoro 26 ottobre 2015 Mi dispiace molto e comprendo le emozioni che stai vivendo.
    ACHILLE e LAURA de TORRES 26 ottobre 2015 Caro Achille, ho letto con enorme tristezza il racconto della scomparsa del tuo Attila. Condivido in pieno il tuo dolore, avendolo provato tante volte, e spero che tu possa presto trovare la voglia di arricchire la tua vita con un nuovo meraviglioso compagno. A sabato. Massimo Compagnone AVENDO AVUTO PURE NOI DEI FEDELI COMPAGNI COME IL TUO ATTILA, POSSIAMO CAPIRE IL TUO DOLORE ED IL TUO SCONFORTO . CHE DIRE DI PIU'! TI SIAMO VICINI CON UN FORTE ABBRACCIO. Cristiana 26 ottobre 2015 Comincerà a pensare che io la stia perseguitando. Il fatto è che, da quando ho letto la sua lettera, ho sentito il bisogno di parlare con lei perché, amando profondamente i cani, sono sempre alla ricerca di qualcuno che possa capire l'importanza che hanno per me questi esseri meravigliosi. Come Schopenhauer, non vorrei vivere in un mondo senza cani. Ho cominciato a leggere pagine scritte da lei e sto cominciando ad apprezzarla come uomo eccezionale. Spero che passerà questo difficile momento serenamente, nonostante la sua situazione, retto dalla filosofia e dalla fede che la distinguono.  
    Gianpaolo Tartaro 26 ottobre 2015 Caro Achille solo chi ha avuto un rott...può capire la fedeltà e l’amicizia che ti ha dato ...vivi nel ricordo come faccio io del mio Nur morto per la stronzaggine del veterinario che doveva andare in vacanza ....ho provato a salvarlo con tutte le mie forze ma l’estate è brutta non solo per i malati nostri ma anche per i cani .....cordialmente
     Riccardo Utili 26 ottobre 2015 Comprendo il tuo dolore. Sentite condoglianze
    Anna Maria Molinari 26 ottobre 2015 Capisco che é un dolore indescrivibile come sempre quando si perde una cosa preziosa come è l amore che qualcuno che te lo regala senza chiedere nulla in cambio.  
    Michele Serra 26 ottobre 2015 Clonare il proprio cane: questa sì che una tentazione forte (altro che pecora Dolly), in grado di scardinare parecchie griglie etiche... Perché si possono avere molti cani, nella vita. Ma esiste, per tutti, un cane eletto (in genere il primo) che non è rimpiazzabile, e a volte torna nei sogni come altri archetipi (la casa dell'infanzia, l'esame di maturità, la prima motocicletta). La clonazione non mette in discussione il tabù della morte, ma il tabù della vita. La scienza ormai ci insuffla il (diabolico?) dubbio che si possa essere anche noi gli artefici, e non solo gli oggetti, della creazione, ed è logico che questo turbi nel profondo le coscienze religiose, e non solo religiose. Ma in attesa che ci si metta d'accordo sul destino degli umani, troppo complicato per farne un "qui e ora", anche la più occhiuta delle inquisizioni potrebbe concedere una deroga per i cani, no? Lo stesso Omero dovette imbrogliare non poco le carte della biologia per far tornare Ulisse, vent'anni dopo, dal suo Argo, per giunta ancora munito di naso quanto bastava per riconoscere l'odore del padrone. Un caso, se vogliamo, di clonazione poetica, un post-Argo ricreato per una scena madre alla quale nessun cane, ahimè lui, potrebbe mai arrivare. Un gatto magari sì, ci sono gatti che arrivano a sfiorare i vent'anni: ma è perché il gatto è egocentrico e pigro, il gatto è zen, il cane invece è un emotivo, si spende, si espone, si consuma, fa cagnara: scrisse Tommasi di Lampedusa del cane Bendicò che era dotato di una "adorabile balordaggine". Appunto.  
    Una tua ammiratrice 26 ottobre 2015 È l'unico parente, il cane, che ci lascia così presto, neanche il tempo di arrivare a festeggiare il diploma dei figli, se è nato, come spesso accade, proprio insieme ai figli. Lui già decrepito, i suoi ex compagni di giochi, che furono cuccioli insieme a lui, appena adolescenti, per un disguido di calendario davvero deplorevole, che ad ogni anno solare fa corrispondere, dicono, sette anni canini. Non so se la clonazione davvero riesca a ripetere, insieme al patrimonio genetico di un individuo, anche la personalità, che nei cani è spiccata, e influenzata (come negli uomini) dall'ambiente e dalle esperienze. Ma certo l'idea di ritrovare identica, negli anni, almeno la silhouette, la sagoma frenetica, la coda che ha fatto da metronomo alle giornate, attira. Io che non sono animalista, perché le bestie mi piacciono troppo per volerle sottrarre alla loro bestiale diversità, quando è morto il mio cane, due mesi fa, mi sono sentito come Brigitte Bardot quando è morto Vadim. Gli scrisse un necrologio di irripetibile semplicità e bellezza: "Ti aspetto a Saint Tropez". Io quel mio cane (che era una cagna) lo aspetto dove so io, in un tal bosco, sotto un tale cielo. Sbucasse dalla macchia un suo clone, nero e farneticante come era lei, con tre o quattro zecche appese al collo, non credo che sarei così scemo da sentirmi eterno. Ma contento sì, contento di ripetere quel nome che nessuno più chiama, ed era così contento, a sua volta, di sentirsi chiamato.  
    nina esposito 27 ottobre 2015 Solo chi non ha mai avuto un cane non può sapere cosa significhi perderlo ... "Qui sono sepolti i resti di uno che possedeva Bellezza senza Vanità, Forza senza Insolenza, Coraggio senza Ferocia e tutte le Virtù dell’uomo senza i suoi Vizi..." (Lord Byron, per il suo amato terranova Boatswain)  
    Ciro 30 ottobre 2015 Che la terra ti sia lieve caro amico a quattro zampe.
     Paolo Valerio 30 ottobre 2015 Caro Achille, Comprendo il tuo dolore, Un forte abbraccio,
     Pietro Gargano 30 ottobre 2015 un cane merita un necrologio affettuoso. Lord Byron dettò una lapide per la tomba del suo amato terranova Boatswain: "Qui sono sepolti i resti di uno che possedeva Bellezza senza Vanità, Forza senza Insolenza, Coraggio senza Ferocia, e tutte le virtù dell'uomo senza i suoi vizi"
    Savino 1 novembre 2015 Caro Achille, quando mi chiamasti quel Lunedì, con la voce rotta dal pianto e mi desti la notizia della fine del grande Attila, rimasi incredulo e sono corso da te. L’ho conosciuto cucciolo e l’ho visto crescere, lì nel suo giardino dove oggi riposa. Ricordo che ai nostri appuntamenti mi anticipavo per avere il tempo di rotolarmi con lui sul prato, giocare con la palla, e di estate farlo godere con il flusso d’acqua della pompa, beveva tanto e si crogiolava sotto gli spruzzi. Quando andavo via mi seguiva al cancelletto e mi guardava con quegli occhioni espressivi, come se volesse trasmettermi il suo affetto ed il piacere dei nostri giochi. Poi ti ha seguito e ti ha alleviato i momenti tristi e noi non abbiamo più giocato. Quest’anno, al primo incontro a casa tua, era lì dietro al cancelletto, era diventato grande, poderoso, mi sono avvicinato chiamandolo per nome, lui mi ha guardato, ho avuto il dubbio che mi riconoscesse, ho esitato, ma ho con cautela allungato la mano poggiandola col dorso sulla fronte, ho capito che mi aveva riconosciuto perché ha sollevato la zampa, che è un segnale di amicizia. Ho aperto il cancelletto e gli ho dato un bacio sulla fronte. Lo ricorderò sempre. Con affetto ,
    Mario Angelotti 1 novembre 2015 Achille, mi dispiace. Anch'io ho un cane e quindi immagino. Quanti anni aveva? RISPOSTA diAchille della Ragione1 novembre 2015 otto Aurelio De Rose1 novembre 2015 Ho letto l’articolo su Il Mattino !! Ti fa onore questo sentito ricordo ! Un affettuoso abbraccio.
    Raffaele 1 novembre 2015 Achille carissimo, su IL MATTINO di ieri c'è la tua commovente "lettera" dedicata al tuo "Attila" - E' davvero una bella e commovente lettera. Congratulazioni! Sei un grande Maestro! Un forte e fraterno abbraccio e carissimi saluti a te e famiglia anche da Francesca, Raffaele Pisani appassionato di poesia e napoletano a Catania  
    MARIANNA D'ARIENZO 10 novembre 2015 CARO ACHILLE, LEGGO QUANTO SCRIVI SU ATTILA., CONDIVIDO PROFONDAMENTE PENSIERI ED EMOZIONI. UN ABBRACCIO A TE ED ELVIRA.  
    Aldo Caputo 10 novembre 2015 Bravo, la tua "animalità" è stupenda. Purtroppo non potrai mai sostituirlo

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    (33^ puntata)
    Traversie giudiziarie

    fig.1: Dal carecere di Rebibbia una raccolta di favole
    Mi ricollego a quanto ho dichiarato nella prefazione: “Ho lasciato per ultimo un capitolo corposo quanto imbarazzante: quello delle traversie giudiziarie; non certo perché voglio nascondere ciò che è avvenuto e che grida vendetta per il momento, non solo davanti alla giustizia divina, ma soprattutto davanti alla Corte Internazionale dei diritti dell'uomo, da cui attendo da anni un parere, che dovrebbe ribaltare una vergognosa sentenza, la cui pena ho completamente espiato. La Corte Internazionale accoglie meno del 3% dei ricorsi presentati ed il mio è stato accettato in tutti i punti contestati, dopo di che segue immancabilmente l'annullamento della sentenza emanata dallo stato membro, con relativo risarcimento del danno subito, anche se non vi è cifra che possa restituire gli anni rubati dallo mala giustizia al cittadino condannato. Nel mio caso, secondo le tabelle attualmente in vigore, si tratterà di poco meno di un milione di euro, cifra che, detratte le spese di pubblicazione  della sentenza sulla prima pagina di tutti i quotidiani italiani, sarà devoluta in beneficenza”.
    fig. 2 -Achille con il senatore SALVATORE CUFFARO ex presidente della regione Sicilia
    fig. 3 - Achille con Albertone il Gladiatore
    fig. 4 - I COMPAGNI DI CELLA MOHAMED TORKEY e PASQUALE GISSI

     

    In Italia una donna è libera di rivolgersi ad un medico di sua fiducia per qualunque patologia, ma non per un’interruzione di gravidanza, che deve essere praticata solo in centri pubblici. Ben diversa è la legislazione in nazioni ben più civili della nostra:Spagna, Inghilterra, Olanda, Stati Uniti, Francia ecc…, dove la paziente è libera di rivolgersi al suo ginecologo; è una situazione paradossale, figlia dell’ipocrita compromesso tra la sinistra ed i cattolici quando fu varata la legge 194, un aborto giuridico, che dopo 30 anni richiede una revisione in più punti, facendo salva naturalmente l’autodeterminazione della donna, la quale deve essere libera di rivolgersi presso un medico di sua fiducia. Per trovare una soluzione tutti, a partire dai mass media, dobbiamo abituarci all’idea che un aborto praticato da un abile professionista in uno studio medico debba chiamarsi semplicemente privato e non, pomposamente, clandestino. Voglio premettere che appena sarà pubblicata la sentenza della Corte Internazionale dei diritti dell'uomo che mi riguarda scriverò un libro sullo spinoso argomento. Per il momento chi vuole conoscere più dettagli sulla questione può consultare in rete i seguenti link: http://achillecontedilavian.blogspot.it/p/una-favola-da-rebibbia.html http://achillecontedilavian.blogspot.it/p/lettere-da-rebibbia.html http://www.guidecampania.com/dellaragione/tribolazioni/articolo.htm Riproduco copia del mio ricorso e relativa accettazione

    Ricorso alla Corte di Strasburgo

    di Achille della Ragione

     Ricorso alla Corte di Strasburgo di Achille della Ragione Al Cancelliere della Corte europea dei Diritti dell’Uomo Consiglio D’Europa F-67075 Strasburgo cedex Ns/Rif – 20120/09 Corte europea dei diritti dell’Uomo Consiglio d’Europa – Strasburgo , Francia Ricorso Presentato in applicazione dell’articolo 34 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo e degli articoli 45 e 47 del Regolamento della Corte Cognome - della Ragione Nome - Achille Sesso – maschile Nazionalità – italiana Professione – ginecologo Data e luogo di nascita – Napoli, 1 giugno 1947 Domicilio – via Manzoni 261 B , 80123 Napoli, Italia Telefono – 081 7692364 – 335 252616 Altra parte contraente – Italia Esposizione dei fatti Il sottoscritto Achille della Ragione è stato sottoposto a processo presso il Tribunale di Napoli per violazione degli articoli 18 e 19 della legge 194 del 22/5/78 ed altri reati collegati ed è stato condannato alla pena di anni dieci di reclusione con sentenza passata in giudicato. Esposizione delle violazioni della convenzione lamentata dal ricorrente con relative argomentazioni Durante tutte le fasi del procedimento è stato continuamente compresso il diritto di difesa dell’imputato
    1) Nel processo di primo grado nell’accettazione dei testimoni, mentre per l’accusa sono stati ammessi numerosi testi per ogni singolo capo d’imputazione, la difesa ha potuto produrre un solo testimone a discarico.
    2) Nel formulare i capi d’imputazione non si teneva alcun conto dell’ordinanza del Tribunale del Riesame (allegato n 1, pag 4 - 19), il quale dequalificava l’imputazione e nonostante non fosse sopravvenuto niente di nuovo il Pm prima ed il giudice dopo non ne hanno tenuto alcun conto, per cui sono stato giudicato per un reato (art 18 della 194/78) che secondo la decisione del Riesame, divenuta definitiva, non sussisteva.
    3) Nella prima udienza, fondamentale per via dell’escussione dei principali testimoni d’accusa, inclusa la persona che aveva dato avvio con la sua denuncia al dibattimento, non è stato concesso il rinvio, nonostante l’avvocato difensore avesse segnalato un legittimo impedimento.
    4) Nominato un difensore d’ufficio a questi non sono stati concessi i termini temporali per esaminare la causa, per cui si è proceduto all’escussione dei testi senza alcuna possibilità di contraddittorio.
    5) In una successiva udienza l’imputato (infartuato), a seguito di un preoccupante episodio anginoso, aveva prodotto regolare certificato medico ostativo alla sua presenza al dibattimento e la visita di controllo comandata dal giudice aveva ipotizzato una sua presenza solo e soltanto dopo l’esecuzione di un elettrocardiogramma da sforzo; accertamento non eseguito mentre il procedimento è proseguito senza potersi adeguatamente difendere (Le questioni ai n 2 – 3 – 4 sono state diffusamente trattate nei motivi di appello - allegato n 4, pag 72 - 107 – e nei motivi di ricorso per Cassazione – allegati n 7 - 8 , pag 141 154, 155 – 170, 171 - 178, vedi anche documentazione relativa all’impedimento per cause mediche – allegato n 3, pag 69 - 71, 110 - 112)
    6) Nella sentenza di primo grado sono state inviate al pm le deposizioni di tre testimoni della difesa, che avevano esposto episodi e circostanze, anche sotto forma peritale, tali da far cadere completamente le ipotesi di reato e uno dell’accusa, che aveva ritrattato ed esposto dei fatti favorevoli all’imputato, con l’accusa di falsa testimonianza. Sottoposti separatamente a procedimento presso altri magistrati sono stati tutti discolpati dall’accusa (vedi sentenza di primo grado allegato n 2 , pag 20 - 68, in particolare pag 68)
    7) In secondo grado, non è stata accolta la richiesta di escussione di nuovi testi, che avrebbero ulteriormente scagionato l’imputato e non è stata accettata una perizia medica che avrebbe cancellato alla radice l’ipotesi accusatoria, ci si è limitato pedissequamente a riproporre integralmente le ragioni della sentenza di primo grado (vedi sentenza di secondo grado – allegato n 6, pag 113 - 140)
    8) L’udienza in Cassazione è stata artatamente fissata in pieno agosto durante la sessione feriale, senza alcun valido motivo, non permettendo all’imputato di usufruire della difesa di un collegio già contattato preliminarmente ed assente dall’Italia in un periodo di vacanza generalizzato (vedi sentenza della Cassazione allegato n 9, pag 176 - 182) Decisione interna definitiva Le motivazioni della sentenza definitiva di condanna a dieci anni di reclusione emanata dalla Cassazione sono state depositate in cancelleria il 16 ottobre 2008, vedi allegato n.9 pag 182.
    Elenco dei documenti allegati 1) Ordinanza del Tribunale del Riesame (pag 4 – 19) 2) Sentenza di 1° grado del Tribunale di Napoli  (pag 20 - 68) 3) Documentazione medica comprovante impedimento ad essere presente ad un’udienza ( pag 69 – 71, pag 110 - 112) 4) Appello del difensore avversa alla sentenza di 1° grado (pag 72 – 107) 5) Motivi aggiunti e richiesta nuove testimonianze e nuova perizia medica sugli atti per il procedimento di 2° grado (pag 108 - 112) 6) Sentenza della Corte di Appello (pag 113 – 140) 7) Ricorso per Cassazione (pag 141 – 154, 155 – 170) 8) Motivi aggiunti del secondo difensore (pag 171 – 175) 9) Sentenza della Cassazione (pag 176 – 182) Mi riservo a richiesta di produrre ulteriore documentazione a dimostrazione di quanto asserito Dichiaro, in coscienza e in fede, che le informazioni riportate nel presente formulario sono esatte Luogo – Napoli Data – 1 giugno 2009 Achille della Ragione

    Ogg: accettazione Accettazione del ricorso di Achille della Ragione alla Corte europea Questa è la lettera della Corte europea di Strasburgo per i diritti dell’uomo nella quale mi viene confermato che, dopo un attento esame dei documenti da me inviati, si è deciso che il mio ricorso è stato dichiarato ricevibile e sarà quanto prima sottoposto ad una decisione in merito. Tengo a rammentare che tra i ricorsi presentati ne vengono accettati meno del 3%, perché l’istruttoria è particolarmente severa, ma tra quelli dichiarati ricevibili quasi tutti conducono verso una reprimenda ed una condanna pecuniaria in danno dello Stato che ha emesso una sentenza ritenuta iniqua. Si tratta di attendere meditando sull’antico motto ”Spes ultima dea”.
     
    Vi invito a leggere questo articolo pubblicato il  6 ottobre 2012

    Spes ultima dea

    Sarà sottoposto al vaglio della Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo e anche al Giudizio di Revisione il caso del noto ginecologo napoletano Achille della Ragione, arrestato nell'ottobre del 2011, dopo due anni di latitanza, per una sentenza passata in giudicato del 2008 in quanto ritenuto responsabile di avere praticato un'interruzione di gravidanza senza consenso, commercio e somministrazione di medicinali guasti/scaduti, e falsità ideologica in atti pubblici. A renderlo noto è il figlio del professionista, Gian Filippo della Ragione, membro del pool difensivo del medico, raggiunto telefonicamente dall'Ansa. Il ginecologo, ormai da un anno detenuto a Rebibbia, si è sempre proclamato innocente e ora, fa sapere il suo legale, è in uno stato di salute precario: ha perso 25 chilogrammi, è affetto da una grave sindrome depressiva e, soprattutto, ha problemi cardiaci determinati dall'occlusione di tre coronarie, come certificato da una coronarografia dell'ospedale San Raffaele. I fatti che hanno portato in carcere il medico riguardano, appunto, l'interruzione di gravidanza non consensuale praticata in una clinica privata di Caserta a una paziente sua accusatrice. Il legale di della Ragione, dopo minuziose ricerche, ha allegato agli incartamenti sul caso una annotazione di servizio della Squadra Mobile di Potenza, risalente al 6 aprile del 2000, nella quale l'ex convivente della donna riferisce di un tentativo di estorsione da duecento milioni di vecchie lire da parte della donna nei confronti di della Ragione. L'avvocato della Ragione intende portare davanti ai giudici anche la testimonianza della segretaria della clinica casertana nella quale è stato praticato l'aborto: una dichiarazione non ammessa in primo grado ma che accerterebbe la ferma intenzione da parte della paziente di volere abortire. La donna, infatti, avrebbe fatto specifica richiesta, firmato il consenso informato per poi sottoporsi all'operazione. L'avvocato del professionista, inoltre, intende portare ai giudici anche la richiesta di una perizia fonica sulle registrazioni delle telefonate intercorse tra la paziente e il ginecologo che, a suo parere, non sarebbero autentiche ma frutto di manipolazione. Telefonate registrate proprio dalla paziente. Infine, fa sapere l'avvocato del ginecologo, il suo assistito non avrebbe potuto commettere il falso ideologico relativo alla manipolazione delle cartelle cliniche in quanto per accedervi era necessaria un'autenticazione informatica attraverso una password sconosciuta al professionista e nota solo ai dipendenti amministrativi della clinica. ''Per febbraio è stata fissata la discussione del ricorso a Strasburgo, - dice l'avvocato della Ragione -, davanti alla Corte dei Diritti dell'uomo, che è stato accettato. E capita a meno del 3% dei ricorsi. La Corte - ha poi concluso il legale del ginecologo - ha recepito nel corso del procedimento otto violazioni del diritto di difesa. La Revisione, invece, sarà presentata entro 30-40 giorni.
    il Roma 3 ottobre 2012 il Mattino 3 Ottobre 2012 Il giornale di Napoli 3 ottobre 2012

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    (34^ puntata)

    Ricordi dimenticati ed aggiunte autobiografiche


    fig. 01 - Ospiti a tavola

    fig. 02 - Foto con parenti più stretti

    Nel mese di giugno del 2017, al compimento dei miei primi 70 anni, oltre ad una serie di feste in cui invitai amici e parenti (fig.1–2) l'uscita della mia autobiografia, fu coronata da un grande successo con l'esaurimento in poche settimane di tutti i libri stampati. Oltre alle presentazioni ufficiali, vi furono, nei saloni della mia villa posillipina, una serie di incontri "per categoria", in primis con i vecchi compagni di scuola, a cui seguirono gli scacchisti, i medici ed infine gli antichi frequentatori de Il Fico, il leggendario night, da me fondato nel lontano 1966.
    Tutti i partecipanti avevano già letto con attenzione il libro che narrava le mie gesta, alcuni nel formato cartaceo, gli altri, la maggioranza (amante del risparmio, per non dire i morti di fame) sul web, ove è a disposizione di tutti digitando il link
    Molti mi segnalarono delle omissioni e mi invitarono a provvedere, rammentando episodi più o meno importanti del mio percorso terreno.
    Per accontentarli e soprattutto per amore della verità, ho aggiunto nel tempo una serie di capitoli con relative foto, ma da mesi non avevo inserito altre avventure, di cui scriverò ora  per la gioia dei lettori e per permettere ai posteri di giudicarmi con cognizione di causa.
    Parto da un ricordo partorito da un messaggio inviatomi da un vecchio compagno di liceo, illustre architetto, da tempo residente a Roma
    Ciao Achille,
    leggo con interesse e ammirazione le tue documentatissime "schede" riguardanti le mete delle tue visite guidate.
    Nutro anche una certa invidia per l'evidente quantità di tempo che hai a disposizione per prepararle.
    Se vado indietro nel tempo di circa mezzo secolo, devo constatare che sei passato da un interesse scientifico - anzi missilistico; vedi la fondazione dell' ICARM (Istituto Centrale Autonomo per le Ricerche Missilistiche) - ad uno storico/ artistico, che coltivi con passione.
    Mi piacerebbe partecipare a una visita, magari a un monumento studiato ai tempi della facoltà di architettura e chissà se non riuscirò un giorno a sorprenderti.
    Oltretutto, con questo tuo impegno hai eretto un solido baluardo contro... l'Alzheimer!
    Ad majora. 
    Julian Vertefeuille (fig.3)

    fig. 02 - Foto con parenti più stretti


    fig. 03 - Julien Vertefeuille


    Lentamente cominciano ad affiorare i ricordi: erano gli anni dello Sputnik (fig.4), di Laika (fig.5), il primo essere vivente a fare una passeggiata nello spazio, di Yuri Gagarin, il primo astronauta.
    Volevo anche io lanciare il mio missile. Fondai un'associazione di simpatizzanti, quella ricordata dall'amico Juliaen, e cominciai a lavorare approntando l'ogiva di legno compensato che, con un paziente lavoro con la carta vetrata, assunse una forma slanciata in grado di perforare il cielo.
    Il corpo del missile era un tubo di metallo, dal diametro di 10 centimetri, lungo circa un metro, alla base del quale feci approntare da un fabbro una filettatura per agganciare la parte contenente il propellente a base di nitroglicerina, che faticai non poco a procurarmi.
    Come base di lancio sfruttammo la spiaggia di Licola adiacente alla zona militare all'epoca controllata dalla Nato. Ci ponemmo in un cespuglio posto a 50 metri dalla rampa di lancio e dopo un'emozionante conta alla rovescia diedi il contatto ad un pulsante collegato ad un lungo filo che terminava con una filettatura elettrica ricavata da una vecchia stufa che, riscaldandosi, diede l'incipit al propellente di mettere in moto il missile, il quale partì vigoroso tra lo scrosciare degli applausi dei miei compagni di avventura e dopo aver raggiunto un'altitudine di circa un chilometro, ridiscese verso il basso e cadde a mare a pochi metri dalla spiaggia, circostanza che ci permise di recuperarlo. Eravamo tutti felici e molti di noi affermammo che il nostro futuro era non sulla terra, ma nel cielo.
    Passiamo ora, rimanendo in età giovanile, ad eventi sportivi, ricordando che nel 1964 ho vinto il campionato regionale studentesco a squadre di corsa campestre, che si svolse nella splendida cornice del bosco di Capodimonte.
    In contemporanea praticavo lotta libera nella Virtus Partenope e pallacanestro nell'Oriens Napoli, che giocava in serie B e nella squadra del mio liceo, il glorioso Mercalli, che per anni ha dominato nel campionato studentesco. Nonostante fossimo i più forti con 2 giocatori che erano stati convocati alcune volte, anche se come riserve, in nazionale, quando incontrammo la squadra della Forrest Scherman School, il liceo americano, che all'epoca aveva sede vicino all'ospedale Fatebenefratelli, fummo sonoramente sconfitti tra i fischi ed i pernacchi del folto pubblico.
    Rimanendo in campo sportivo voglio precisare che per 2 anni ho praticato lotta libera in una palestra sita al 2° piano dell'università in via Mezzocannone ed in seguito ho utilizzato per anni quanto imparato unicamente per dirimere questioni, come candidamente confessai a Mike durante la mia partecipazione a Rischiatutto (fig.6), che consiglio a tutti di rivedere (vi scompiscerete dalle risate) digitando il link
    https://www.youtube.com/watch?v=vwnqj9Klw7s

    fig. 04 - Sputnik

    fig. 05 - Laika

    fig. 06 - Partecipazione Rischiatutto

    Sempre in tema di sport, gli scacchi per quanto sono il re dei giochi ed il gioco dei re, fanno parte del Coni, passiamo ora ad un ricordo a 64 caselle, che mi fu acceso l'anno scorso in occasione dell'uscita trionfale del mio libro Achille maestro di scacchi (fig.7), consultabile in rete digitandone il titolo, di cui ne stampai 400 copie a colori, che ho generosamente regalato soprattutto alle vecchie glorie del nobile cimento. Più di un giocatore mi ha contattato dopo aver letto avidamente il volume, chiedendomi come mai avessi dedicato un esaustivo capitolo al celebre festival internazionale svoltosi nella mia villa di Ischia dal 2000 al 2006 (fig.8), ma non avessi nemmeno accennato al torneo giocato nella mia villa posillipina nel 1984.
     Un'altra grave  dimenticanza che voglio colmare è costituita dal non aver citato le 2 volte che mia moglie Elvira, prima che nascesse l'astro invincibile di Maria De Rosa, ha conquistato il titolo di campionessa regionale di scacchi, acquisendo il diritto a partecipare al campionato nazionale individuale, dove ottenne un lusinghiero piazzamento (fig.9).
    Per la descrizione del Gran Prinx che si svolse nel 1984 nei vasti quanto accoglienti saloni della mia villa posillipina mi sono servito della ferrea memoria di mio nipote Mario che, a 17 anni, gareggiò nella categoria esordienti, ottenendo il 1° posto.
    Diresse la competizione il compianto arbitro internazionale Pappaianni, tra i concorrenti gli illustri maestri Mario Cocozza e Giacomo Vallifuoco, che da poco si erano classificati 2° e 4° al campionato nazionale, la buon'anima di Renato Miale ed altri 20 sfidanti che alternarono battaglie sulla scacchiera a gustare prelibatezze del palato offerte con generosità dalla padrona di casa e servite dalla mia efficiente servitù. Tra i partecipanti più scarsi voglio ricordare i fratelli Angelo e Duccio Tarallo, all'epoca ricchi imprenditori e con i quali ci vedevamo spesso, organizzando gite favolose, come quella a Pila nel villaggio Valtur (fig.10), che costituirà il fulcro della prossima ricordanza. 

    fig. 07 -  Copertina

    fig. 08 - Torneo Ischia

    fig. 09 - Elvira durante il campionato nazionale

    fig. 010 - Villaggio  Valtur d Pilai

    Siamo sul finire degli anni Ottanta, prendiamo l'aereo per Milano, dove ci attende un pullman che ci porterà fino al villaggio.21 i passeggeri  a bordo, la famiglia della Ragione, 5 membri, la famiglia Tarallo al completo: 2 padri, 2 madri, 4 figli ed una nonna ed altri 7 amici. Durante il viaggio con un autista spericolato ricordo che Angelo Tarallo mormorò: se cadiamo in un burrone i nostri averi andranno allo Stato, perché non abbiamo lasciato parenti entro il 6° grado.
    A Pila ci attendevano, dopo un estenuante viaggio di 14 ore in auto, la dinastia dei Letticino, Rino all'epoca re dei catenacci, la consorte, nobildonna Gabriella Marino, sovrana delle Puglie e la discendenza.
    Del soggiorno montanaro ricordo distintamente 2 cose, la prima spiacevole, la seconda eccitante.
    Decidemmo che anche Marina, la nostra amata terzogenita, imparasse a sciare come i fratelli, che avevano appreso in simultanea a camminare ed a sfidare le nevi, per cui la iscrivemmo ad una scuola per principianti e mi associai anche io per farle compagnia. Ma già da 1° giorno le cadute di entrambi non si contavano, fino a quando un mio "sciuliamazzo" contro un albero, dopo aver bestemmiato le principali divinità delle tre religioni monoteiste, mi convinse ad interrompere le lezioni.
    Poiché durante il giorno tutti sciavano, io occupavo il tempo proficuamente, trascorrendo alcune ore nella sauna, non certo per eliminare tossine o per rilassarmi, bensì per eccitarmi, ogni volta che entrava a farmi compagnia una fanciulla dai seni debordanti e dal lato B invitante, completamente nuda, la quale dopo aver sudato abbondantemente, mentre alcune mie dimensioni anatomiche crescevano a dismisura, si buttava poscia nella neve dove si rotolava felice per alcune decine di metri.
    Ci trasferiamo ora con il racconto a Parigi, dove mi recai con i fratelli Tarallo e rispettive signore, i quali in quegli anni potevano spendere e spandere. Dopo aver assistito allo spettacolo al Moulin Rouge, decidemmo di cenare da Maxime (fig.11). Dissi agli amici di consultare con attenzione la lista dei vini, perché per un primo ed un secondo potevano bastare 150.000 - 200.000 lire, ma se si sbagliava nell'ordinare gli alcolici si poteva avere un conto di milioni. Scegliemmo di brindare con un Moet Chandon di un'annata economica. Il cameriere portò lo champagne in un cestello colmo di ghiaccio, da cui protrudeva solo la punta della bottiglia. controllai attentamente marca ed annata prima di permettere la cerimonia dell'apertura con relativo botto, che fu accolto da un fragoroso applauso, seguito da uno spavento collettivo quando ci accorgemmo che la confezione stappata era una maxi da tre litri  e costava 5 volte quanto avevamo previsto (fig.12).
    L'ultimo episodio è ai limiti della farsa e mi è stato rammentato da Guglielmo Pepe, affermato ginecologo, in piena attività, il quale mi ha ricordato di quando mi recai a Roma per sostenere il concorso per l'idoneità a primario di Ostetricia e nonostante fosse giugno inoltrato io indossavo un corposo cappotto, reso ancor più debordante perché nelle fodere avevo nascosto numerosi libri di testo da consultare furtivamente. Infatti trascorse due ore si poteva chiedere di recarsi alla toilette per soddisfare improcrastinabili bisogni fisiologici, lì vi era una guardia che invitava a non chiudere la porta del gabinetto durante le funzioni corporali. Io candidamente mi calai i pantaloni, ma feci precedere le operazioni di evacuazioni da una rumorosa flautolenza, scusandomi con il controllore ed avvertendo che a breve ne sarebbero seguite altre, particolarmente puteolenti, perché avevo una diarrea. Mi fu detto chiuda pure la porta e questa circostanza mi permise in pochi minuti di estrarre dal cappotto alcuni libri, consultarli avidamente e ritornare in aula, dove, grazie alla mia memoria, all'epoca prodigiosa, riportai sul foglio quanto letto pochi minuti prima.
    Inutile dire che superai brillantemente l'esame, che per molti era uno scoglio sul quale avevano infranto più volte le loro speranze.
    Un episodio simile mi era capitato anni prima durante la prova di disegno all'esame di maturità, quando un professore girava fra i banchi ed invitava gli studenti a scegliere tra tante foto capovolte quella da riprodurre su carta. Le foto rappresentavano scenari impervi dal Duomo di Milano al Colosseo, ma io prudentemente, ne avevo sottratto una con tanto di timbro del liceo, nascosta sotto la camicia, che raffigurava un semplice capitello corinzio, sul quale mi ero preparato a casa, che sostituii a quella capitatami durante la prova d'esame

    fig. 11 - Ristorante Maxime
      
    fig. 12 - A cena da Maxime
    fig. 13 - Tutti assieme da Maxime

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    (35^ puntata)
    L’epopea dei grandi viaggi


    fig.1 - Villa della Ragione ad Ischia


    Fino a quando la mia prole era in tenera età i viaggi con la mia consorte erano limitati alla settimana di ferragosto, quando lasciavamo i pargoletti nella nostra villa di Ischia (fig.1) sotto la custodia dei nonni e delle mie 5 zie, io mettevo un sostituto nel mio studio, una miniera d'oro che non chiudeva mai e ci recavamo a Saint Tropez, la località preferita da Elvira, perché oltre a spiagge caraibiche, era dotata di alberghi extra lusso e ristoranti frequentati da vip.
    Raggiungevamo la costa azzurra a bordo della mia Jaguar, facendo una sosta a Portofino, dove una volta ci recammo a cenare al Pitosforo, il ristorante prediletto dai proprietari dei giganteschi yatchs ancorati nel porto. quella sera non avevamo appetito, per cui ci limitammo ad un parco antipasto, ad un primo, a 2 boccali di vino della casa ed alla frutta. Chiesi il conto ed a dimostrazione che l'evasione fiscale è praticata pervicacemente in ogni tempo ed in ogni luogo, il cameriere candidamente mi presentò un foglietto ove era scritto soltanto 250.000 lire. Protestai vivacemente e chiesi una specifica di prezzo per ogni portata consumata. Pochi minuti ed il dipendente ritornò con un nuovo biglietto su cui era indicata unicamente una cifra:150.000 lire. Mi alzai, presi una banconota da 100.000 lire e la consegnai al giovanotto, assieme a 10.000 lire per la mancia, affermando:"Riferisci al proprietario che quanto ti ho dato basta ed avanza e digli anche che ha avuto l'onore di ospitare un funzionario del fisco!".
    Una volta durante il tragitto sostammo a Montecarlo per fare una capatina al celebre casinò, dove nel parcheggio feci una figuraccia con la mia Jaguar da 70 milioni al cospetto di tante Rolls Royce con autisti che sfoggiavano livree patinate più eleganti del mio modesto smoking.
    Il primo viaggio con tutti i membri della famiglia della Ragione al completo è stato quello a Mosca e Leningrado, avvenuto nel 1989, poco prima della caduta del muro di Berlino e del quale non possiedo documentazione fotografica, ma solo ricordi significativi.
    Si trattava di un viaggio organizzato con partenza da Rimini, in quegli anni roccaforte rossa. I partecipanti, circa 100, quasi tutti alla ricerca della terra promessa, erano culturalmente poco dotati; vi erano solo 4 laureati, oltre me e mia moglie, una psicanalista di Roma ed un docente di filosofia di Milano.
    Giunti a Mosca, nella famigerata piazza rossa, fummo sorpresi che vi era un fiume in piena di turisti provenienti da tutto il mondo e nonostante fosse agosto io ero l'unico in calzoncini corti, circostanza che mi impedì di visionare la carogna imbalsamata di Lenin, che richiedeva solenne rispetto. In compenso potemmo assistere a memorabili spettacoli al circo e nel tempio della musica lirica.
    Si respirava già nell'aria una ventata di libertà e di corruzione di marca occidentale e la dimostrazione più lampante era costituita dalla miriade di fanciulle appetibili che, in albergo o per strada, mi offrivano sfacciatamente di usufruire delle loro forme appetibili, nonostante fossi scortato costantemente da moglie e figli. Un altro esempio era costituito dagli autisti dei taxi che, se pagati in valuta pregiata: la lira e non la loro moneta, praticavano cospicui sconti, perché potevano fare acquisti nei negozi per stranieri, comperando articoli non reperibili altrove.
    Un altro dettaglio non trascurabile era costituito dai pranzi vomitevoli che venivano offerti nel nostro albergo extra lusso, senza possibilità di un menù diverso, al punto che dovemmo approvvigionarci, corrompendo le cameriere che servivano la colazione, di un cospicuo quantitativo di marmellata con il quale ci sfamammo per una settimana.
    Ultimo episodio degno di essere rammentato fu la visita all'Ermitage, quando ci spaventammo alla vista di una fila chilometrica, ma non si trattava fortunatamente di appassionati d'arte, ansiosi di visitare uno dei musei più famosi del mondo, bensì di una folla plebea desiderosa di poter gustare la Coca Cola, un vessillo americano, che da pochi giorni era in vendita anche nella patria del comunismo. 

    fig.2 - Foto di gruppo
    fig.3  - Tutte donne un solo uomo

    fig.4  - Coniugi della Ragione e Russo

    fig.5 - Divertimento assicurato

    fig.6  -Sbarco ad Atene

    fig.7 - Achille nel teatro di Efeso
    L'Orient Express è stato un treno leggendario che, dal 1883 al 1979, ha collegato Londra e Parigi ad Istanbul, passando per Vienna ed Atene, ma l'Orient Express di cui parleremo ora era uno sfarzoso transatlantico sul quale, nel 1989, mi imbarcai da Venezia con un'allegra combriccola di amici per compiere un'indimenticabile crociera di 15 giorni, tra andata e ritorno, con soste per visitare Atene, Olimpia, Efeso, Costantinopoli ed alcune isole belle quanto famose.
    Il nostro gruppo comprendeva 14 membri: io ed Elvira con Tiziana, la famiglia Russo al completo, la dinastia dei Letticino senza Anteo, Duccio e Lia ed Elio e Amina (fig.2–3).
    Sul piroscafo vigevano le severe regole rese famose dal film Titanic: coloro che occupavano suite e camere di lusso potevano scendere verso il basso, mentre chi occupava le camere inferiori non poteva fare altrettanto. Sulla vetta vi erano 5 suite extra lusso, che potevano usufruire di una splendida piscina, in due di queste alloggiavamo io ed Elvira ed Angelo e consorte (fig.4). Al momento della prenotazione non ve ne erano altre libere, per cui Tiziana con Serena e Francesca dovettero arrangiarsi in una 1° superiore. Poi, scendendo verso il basso, alloggiavano Rino e Gabriella con Maria Adele, Duccio e Lia ed infine Elio ed Amina sotto il livello del mare, circostanza che permetteva loro in compenso, attraverso l'oblò, di contemplare i pesci.
    Per incontrarci scendevamo verso il basso e mangiavamo in ristoranti meno a la page, pur di stare con i nostri amici. Si assisteva poi a spettacoli musicali e si poteva ballare fino a notte fonda (fig.5).
    Il problema non si poneva quando si scendeva a terra: ad Atene per la visita del Partenone (fig.6), ad Olimpia, patria delle Olimpiadi, ad Efeso(fig.7-8), un gioiello incomparabile di archeologia, ad Istanbul, dove alternavamo la visita delle moschee più famose con passeggiate nei rumorosi mercati di tappeti orientali.
    Durante la navigazione bagni a volontà, di sole, come nel caso di questi due palestrati (fig.9) o nelle numerose piscine di acqua dolce o salat (fig.10). Durante il viaggio Lia si stancò di divertirsi e da Costantinopoli tornarono a casa in aereo, motivo per cui i Tarallo non figurano nelle foto scattate al ritorno a Venezia (fig.11).
    Di questi compagni di baldoria la metà li ho persi nel tempo: Angelo, un fratello più che un amico, perché chiamato dall'alto dei cieli ed al quale dedicai un ricordo commosso recitando alcune sue poesie al suo affollatissimo funerale e scrivendo un coccodrillo (fig.12) sul giornale dell'ordine dei medici. Elio ed Amina (fig.13) viceversa per motivi imperscrutabili e con mio grande sconforto: il primo dal 1994, quando l'ultima volta che ho sentito la sua voce per telefono, fu quando tornai a casa dopo l'infarto:"Achille bisogna avere coraggio, molto coraggio". Amina invece ha continuato a frequentare assiduamente il salotto culturale di mia moglie e le mie visite guidate, fino al 2008, per poi scomparire nel nulla, in coincidenza delle mie disavventure giudiziarie.


    fig.8  - Elvira tra i templi di Efeso
    fig.9  - Due palestrati al sole
    fig.10 - Elvira nella piscina dei plebei
    fig.11 - Le 4 fanciulle con il più vecchio
    fig.12  - Coccodrillo per Angelo Russo

    fig.13 - Achille con Elio ed Amina

    Un altro viaggio meno importante è quello che facemmo nell'agosto del 1991 nel villaggio Valtur di Agadir in compagnia dei nostri figli, di Giovanna, (fig.14) Nicola e Barbara e di Angelo Russo (fig.15) e consorte. ricordo questa duplice settimana divertente ai miei lettori, tra mare, piscine ed escursioni nel deserto per la gioia di Souphiane, il mio genero, oggi belga, ma per decenni marocchino di origine e di religione, al quale voglio tanto bene, almeno fino a quando ne vorrà altrettanto, se non di più, a mia figlia Marina. L'escursione più importante fu quella a Marrakech, mentre per me fu emozionante cavalcare cammelli di cospicue dimensioni.
    Un viaggio affascinante fu quello al villaggio Valtur delle Mauritius nell'oceano indiano, un vero e proprio paradiso terrestre, dove ebbi modo di passare 15 giorni fantastici, incluso Natale, Capodanno (1992) ed Epifania, ma soprattutto di fare amicizia con Tonino Cirino Pomicino, all'epoca nel pieno del suo entusiasmo per la vita ed il divertimento a tutte le ore del giorno.
    Mentre stavamo sull'aereo lui venne vicino a dove sedevo con Elvira, si presentò e chiese se volevamo conoscerci; io acconsentii con piacere e da allora sono quasi 30 anni che siamo amici per la pelle. Grazie a lui ebbi modo di conoscere anche il figlio del ministro Gava (fig.16), un simpatico chiattone, a cui i camerieri, scambiandolo per me, che all'epoca pesavo 114 chili (a differenza degli 88 di ora), mettevano sul conto le bevande extra che i miei figli consumavano la sera al bar.
    Sono tanti i momenti esilaranti che abbiamo trascorso assieme, ma due non posso non raccontarli ai miei affezionati lettori, dopo aver ricordato le attività sportive praticate durante il giorno (fig.17-18), che alternavamo a sonore abbuffate pomeridiane e serali, consumate rigorosamente in abiti adeguati (fig.19).
    Un'altra giornata esaltante fu quando fittai un elicottero e con la mia famiglia ammirai per ore l'isola che ci ospitava dall'alto dei cieli.
    Vi era una bonazza che da mattina a sera amava sculettare in spiaggia, mettendo armoniosamente in evidenza il suo lato B, che reputava fosse il più appetibile in circolazione. La sfidai ad un giudizio pubblico, affermando di possedere anche io un deretano desiderabile e se fossi stato un gay e non uno sciupafemmine indefesso, sarei stato molto ricercato. La foto immortala il momento culminante della sfida (fig.20), il cui esito lascio alla fantasia dei lettori.
    La seconda gara fu una sfida tra grandi città italiane e la nostra squadra era capitanata da Tonino Pomicino, il quale si esibì in una serie di imitazioni esilaranti, ma la vittoria alla nostra compagine fu assicurata dal sottoscritto, grazie ad un'appassionata recitazione della Livella di Totò, che allora ed ancora oggi conosco a memoria, la quale fu salutata da un applauso del pubblico e della giuria durato vari minuti.
    Passiamo ora a ricordi più seri, parlando dell'amicizia che intrecciai con Umberto Scapagnini, ex sindaco di Catania e medico personale di Berlusconi, al quale in seguito ho dedicato un capitolo nel I tomo della mia collana Quei napoletani da ricordare, consultabile digitando il link
    http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo93/articolo.htm
    Eravamo in compagnia delle nostre famiglie e con noi vi era costantemente, anche con moglie e due figli, un trascinatore formidabile verso il divertimento che esordiva sempre con “Viva le belle donne”: Tonino Cirino Pomicino (fig.21), fratello di Paolo, allora ministro del bilancio.
    Abbiamo parlato di famiglie: già allora Umberto, irresistibile tombeur de femme, stava con una seconda moglie e con due figli avuti da un precedente matrimonio; un maschio, irresistibilmente attratto da mia figlia Tiziana, ed una femmina.
    La nuova moglie, bellissima e soprattutto elegantissima emula di Imelda Marcos, aveva portato con sé, oltre ad un’infinità di foulardes e bikini, che sfoggiava con impettita classe, ben 50 paia di scarpe con tacchi stratosferici, che adoperava, cambiandone tre al giorno, in qualunque occasione, unica eccezione in spiaggia.
    Le nostre discussioni partivano dalla medicina per sfociare inevitabilmente sulle donne e sul sesso.
    Avevamo tanto da raccontarci ed, in epoca pre-viagra, lui riteneva  di aver scoperto potenti afrodisiaci dalla formula segreta, che in futuro, divenuto il medico del Cavaliere, avrà consigliato all’instancabile “satiro”, a smentire la voce che le sue performances erotiche siano frutto di quotidiane punture in loco (nei corpi cavernosi) di una dose di Caverjet, in grado di tenere alzato costantemente il vessillo per 3 e più ore.


    fig.14 - Elvira e Giovanna
    fig.15 - Achille con Angelo
    fig.16 - Achille con Gava junior
    fig.17 - Achille e Marina pronti a remare

    fig.18 - Elvira prende il sole
    fig.19 - La sera a cena
    fig.20 - Il culo più bello
    fig.21 - I Pomicino sulla spiaggia

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    (36^ puntata)

    Aggiunte alla mia autobiografia

     

    tav. 1 - I miei primi 70anni


    Nel mese di giugno del 2017 l'uscita della mia autobiografia, in occasione del compimento dei miei primi 70 anni, fu coronata da un grande successo con l'esaurimento in poche settimane di tutti i libri stampati. Oltre alle presentazioni ufficiali, vi furono, nei saloni della mia villa posillipina, una serie di incontri "per categoria", in primis con i vecchi compagni di scuola, a cui seguirono gli scacchisti, i medici ed infine gli antichi frequentatori de Il Fico, il leggendario night, da me fondato nel lontano 1966.
    Tutti i partecipanti avevano già letto con attenzione il libro che narrava le mie gesta (fig.1), alcuni nel formato cartaceo, gli altri, la maggioranza (amante del risparmio, per non dire i morti di fame) sul web, ove è a disposizione di tutti digitando il link
    http://achillecontedilavian.blogspot.it/p/prolegomeni-per-una-futura.html
    Molti mi segnalarono delle omissioni e mi invitarono a provvedere, rammentando episodi più o meno importanti del mio percorso terreno.
    Per accontentarli e soprattutto per amore della verità, descriverò in questo capitolo una serie di avventure tra serio e faceto, per la gioia dei lettori e per permettere ai posteri di giudicarmi con cognizione di causa.
    tav. 2 - Autostop
    Sotto il profilo della villeggiatura mi è stato ricordato che per lungo tempo dai 16 ai 18 anni, per le mie vacanze di agosto, utilizzavo per gli spostamenti un mezzo quanto mai economico: l'autostop (fig.2), grazie al quale raggiungevo la mia meta preferita costituita dalla riviera romagnola, all'epoca frequentata da vichinghe dai costumi sessuali disinibiti, alla perpetua ricerca del maschio latino, dotato di inoppugnabili referenze sotto il profilo erotico (fig.3). Adoperai l'autostop per alcuni anni fino a quando, divenuto maggiorenne, venni in possesso della prima mitica 500, con cui in una notte ero in grado di raggiungere la Svizzera, guidando per 20 ore di fila.
    Nel chiedere i passaggi sceglievo solo automobili importanti e tratte non inferiori a 200 chilometri, comportamento che mi permetteva, partendo all'alba, di raggiungere in serata Rimini o Riccione, dove prendevo alloggio montando la mia tenda canadese sui tratti di spiaggia libera. Per i pasti frequentavamo la mensa ferroviaria, dove con 50 lire si consumava un menù completo. Per le acchiappanze entravamo nei locali notturni, dicendo che cercavamo degli amici, poscia invitavamo a ballare le fanciulle più promettenti e se "ci stavano" le invitavamo a concludere la serata al chiaro di luna sulla spiaggia.
    La mia scarsa dimestichezza con l'inglese non mi impediva di avvicinare egualmente il gentil sesso. Conoscevo una serie di frasi per il primo approccio che pronunciavo con disinvoltura: "How are you?",   "What is your name?", "In which town do you live?". "How old are you?". Talune volte facevo sfoggio, se la preda sembrava colta, della mia padronanza del latino: "Ave puella quomodo appellaris, ego sum Achilles" dopo di che passavo a gesti eloquenti (fig.4) per far capire le mie intenzioni penetrative e spesso riuscivo a passare a vie di fatto.
    tav. 3 - Vichinghe

    tav. 4 - Gesto eloquente

    tav. 5 - Gruppo di nudisti

    Un'estate pensammo di recarci in un campo di nudisti e scegliemmo l'Ile du Levant, al largo di Saint Tropez. Nell'immaginario comune degli anni Sessanta i nudisti (fig.5) erano costituiti da fanciulle poppute e dotate di un lato B da schianto; viceversa dovemmo tristemente constatare che l'età media era di oltre 50 anni ed i seni flosci e cadenti erano la maggioranza, mentre la popolazione maschile era affetta da varicoceli (alias guallere) pendenti e pance debordanti; in poche parole, salvo rare eccezioni, uno schifo.
    Per raggiungere l'isola si utilizzava un rudimentale barcone ed appena arrivati, prima di scendere dalla passerella fummo invitati perentoriamente a spogliarci. "Un momento abbiamo i bagagli", ma il controllore non voleva scuse. Per accontentarlo mi sbottonai la vrachetta ed esposi una parte significativa del mio attributo virile; solo così ebbi il permesso di proseguire.
    La permanenza di tre giorni fu una delusione e ricordo ancora con raccapriccio quando seduti ad un bar si avvicinò un giovane cameriere dotato di un fallo di dimensioni priapiche a chiederci cosa volevamo ordinare. "Stiamo consultando il menù, ma esprimeremo le nostre volontà solo e soltanto ad una tua collega dalle misure 90-60-90.", fu la nostra lapidaria risposta.
    L'argomento degli incontri erotici potrebbe da solo costituire non tanto un corposo capitolo, bensì un libro ed è mia intenzione, in un futuro più o meno lontano, di scriverlo, ma per il momento per evitare che la lettura della mia autobiografia venisse vietata ai minori o potesse turbare i sogni delle mie ammiratrici timorate di Dio, me ne sono astenuto. Ho dovuto resistere alle proposte allettanti di tante vecchie o stagionate signore, le quali, pur di poter essere incluse tra le pagine del libro, al limite con una foto eloquente quando esistente, erano disposte ad acquistare decine di copie del volume, per poterlo distribuire orgogliose tra le compagne ai tavolini di burraco e addirittura in alcuni casi nell'ospizio che ora le ospita.
    Faccio una sola eccezione per gli amanti del web, che potranno leggere in anteprima assoluta un capitolo del futuro libro dedicato alle imprese erotiche (sperando che non esca postumo) digitando il link
    http://achillecontedilavian.blogspot.it/search?q=stella+ninfomane

    tav. 6 -Il Mattino - 1 novembre 2014

    Passiamo ora ad un argomento più casto ed edificante quello del volontariato che dovetti affrontare nel 2014, quando per motivi imbarazzanti, che non vi svelo, ebbi la necessità di trovare due associazioni che mi accettassero come volontario per un paio di giorni alla settimana.
    Credevo fosse una cosa per me semplice, avendo in passato foraggiato generosamente parecchie strutture, dalle suore di madre Teresa di Calcutta, di cui parlo nella mia autobiografia all'istituto Don Orione, equivalente napoletano del celebre Cottolengo, che da anni imperterrito mi invia a Natale un calendario, memore delle cospicue elargizioni del passato.
    Partiamo da una mia lettera pubblicata da Il Mattino (fig.6) della quale trascrivo il testo ed a cui risposi

    Gentile dottor Gargano, 
    la ringrazio per la pubblicazione della mia lettera sul volontariato, ma credo necessario collegarla a questa altra  uscita su numerosi altri giornali
     Che volontà per fare volontariato
    A Napoli tutto è difficile, anche cercare di essere utile agli altri, come dimostra il parziale racconto di questa odissea: in agosto, dopo aver faticosamente recuperato il numero della Caritas, che non compare né sull’elenco, né in rete, telefono per conto di mia moglie, laureata e con conoscenza perfetta di inglese e francese, offrendo la sua collaborazione in favore degli immigrati “Pensi a fare i bagni e ritelefoni a settembre”. Nuova telefonata dopo 20 giorni, l’interlocutore prende nota di mail e cellulare ed assicura una sollecita risposta, che non arriva, per cui nuovo sollecito, parlo con un dirigente, il quale mi fornisce la mail della suora incaricata a cui scrivo attendendo riscontro da oltre un mese. Amen.
    Passiamo alla comunità di Sant’Egidio, anche essa ignota ad elenco telefonico e pagine bianche: ottengo un numero dalla sede di Roma, chiamo ripetutamente lasciando il mio recapito in segreteria, dopo 10 giorni mi chiama una signora in una lingua più spagnola che italiana, alla quale, nel presentarmi, offrendo la mia collaborazione, rammento la mia attività trentennale di medico pluri specialista, ma soprattutto la mia lunga esperienza nel portare conforto a tossicodipendenti e malati terminali. “Bene abbiamo proprio bisogno di personale per preparare i pacchi per i barboni!” Nonostante si tratta di una proposta nobilissima rimango stupefatto e mi fermo qui per non tediare il lettore, anche se potrei citare almeno altri 10 tentativi andati a vuoto.
    La vita piena e ricca di chi fa volontariato
    Sembra strano che in tristi tempi come quelli che viviamo, segnati da un tramonto dei valori religiosi, da un dissolvimento degli ideali politici, da un dominio incontrastato dell’edonismo e del consumismo più sfrenato, aumenti sempre più il numero di coloro che si dedicano con altruismo al volontariato, soccorrendo i più deboli ed i più sfortunati.
    L’enorme carica di energia vitale che promana vigorosa da questa moltitudine di uomini e donne di ogni età, come un pollone spontaneo, è in grado di salvare il mondo, di colmare le ingiustizie più palesi, di permetterci di guardare al futuro con meno apprensione.
    Solo chi lo pratica conosce le gioie del volontariato, la soddisfazione di essere utile al prossimo, di poter soccorrere chi ne ha bisogno, di dare un senso alla nostra vita.
    Per chi non lo ha mai conosciuto e vuole avvicinarsi ad esso consiglio di farlo all’inizio in compagnia di qualche amico, si supera così più facilmente l’impatto che a volte può mettere in fuga i meno motivati, dando la penosa impressione di dover sopportare da soli tutto il male del mondo.
    Giorno dopo giorno cresce poi una voglia irrefrenabile di fare qualcosa per gli altri ed il piacere di farlo.
    Non si tratta di seguire precetti religiosi o vacui ideali, di conquistare meriti ultraterreni, bensì di agire spontaneamente per perseguire il bene.
    Le soddisfazioni, ve lo assicuro, non si faranno attendere e saranno in grado di riempire il nostro animo di una gioia immensa.
    (testo lettera de Il Mattino).   
              
     tav. 7 - Achille della Ragione

    Per lunghi anni ho collaborato a numerose televisioni private, quando tali emittenti avevano un vasto seguito di spettatori, una situazione oggi completamente cambiata, dopo l'entrata sul mercato di Mediaset, Sky ed affini. Cominciai nel 1978 per Telesorrento, curando una rubrica seguitissima: Parliamone con il ginecologo, che veniva registrata nel mio studio (fig.7) per essere poi trasmessa in tre orari: mattina, pomeriggio e sera, mentre la domenica andava in onda una replica. Le telespettatrici ponevano delle domande alle quali io rispondevo. Andammo avanti per circa un anno e le risposte più significative sono poi divenute un libro (fig.8), in vendita nelle edicole, che ha avuto diverse edizioni.
    Passai poi a Televomero, la quale in particolare seguiva le mie affollatissime visite guidate, per poi vendere il prodotto ad altre 12 emittenti di tutta Italia, da Tele Campobasso a Tele Salerno.
    Intervistavo inoltre personaggi famosi ed invito i lettori  a consultare sul web una mia divertente intervista al principe Emanuele Filiberto digitando il link
    https://www.youtube.com/watch?v=ID19mQGYEIkl

    E trovandovi in rete potete ammirare il sottoscritto mentre rilascia un’intervista sul problema della monnezza ad una delle più importanti televisioni del nord.
    https://www.youtube.com/watch?v=P7WfEuTHmp0

    tav. 8 - Copertina



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    (37^ puntata)
    70 anni, compleanno, grandi feste

    fig. 1 - Targa Achille
     
    Finalmente venne il grande giorno del compleanno e mentre la piazza dove da 40 anni abita il nostro eroe assunse il suo nome (fig.1), partirono una serie di feste memorabili organizzate da donna Elvira riservate a parenti ed amici, selezionati con grande severità; infatti erano esclusi rigorosamente i single, siano essi vedovi o cornuti, soltanto coppie stabili da almeno 30 anni, elegantemente vestite ed in grado di fare un regalo importante, in cambio di una cena a base di insalata di riso, mozzarella e prosciutto, macedonia e dulcis in fondo una cassata del Gran bar Riviera, il tutto innaffiato da vini prestigiosi (portati dagli ospiti) con brindisi finale con champagne francese: Veuve Cliquot Pousardin, quello preferito dalla padrona di casa. Per quel che riguarda i regali erano rigorosamente bandite cravatte  e pigiami e nell’ordine erano preferiti: denaro contante, messo con nonchalance nella tasca del festeggiato, buoni per la Feltrinelli, profumi, champagne francese o vini di marca.
     
    fig. 2 - Con la servitù
    fig. 3 - Schiavi negri, fiori e panorama
    L’organizzazione impeccabile, a parte posate e candelabri d’argento, contava su due camerieri, democraticamente in posa con Achille (fig.2): il fido Dilanta ed Anna, la colf delle zie, oltre a 2 schiavi negri (fig. 3) scritturati per sostenere il maestoso vaso di fiori, regalo della diletta figlia Marina, a cui siamo grati per le splendide immagini che corredano questo articolo. 
    Prima di passare alle foto, singole e di gruppo, vogliamo rendere omaggio ai padroni di casa (fig.4) sottolineando le cravatte di Marinella, il collier di smeraldi, rubini e brillanti di Elvira, il cuore di Pomellato di Marina, ma anche l’assenza, per quanto giustificata di Tiziana. Poscia Achille davanti alla torta (fig.5) e mentre esegue un corretto baciamano (fig.6), cercando di evidenziare i gioielli sfoggiati dalla consorte nella seconda serata, da una collana d’oro con giaguaro, a due preziosi anelli, uno con brillante, l’altro con smeraldo.



    fig. 4 - Famiglia della Ragione
    fig. 5 - Davanti alla cassata
    fig. 6 - Baciamano
    Ai presenti, escludendo i parenti, sono stati assegnati dei riconoscimenti, consistenti in un bacio per le signore ed una stretta di mano per i mariti. Si parte con i coniugi Speranza (fig. 7), Vittoria la più chiacchierona, Mario il più silenzioso; passiamo ai Brunetti (fig.8), immortalati in un panorama da favola, Antonio il più affascinante… Emy la più devota, Savino (fig.9) per acclamazione il più elegante, Gabriella la più tollerante e Lia la più timida; Luciano e Silvana (fig.10), a sinistra nella foto, la coppia più affiatata, mentre Giorgio, sul fondo, il più famelico; Duccio, per decenza non compare nelle foto, ma consegue il premio per il regalo più generoso, che mi ha permesso di pagare la servitù, mentre Lia, la prima a destra (fig.11) la palma della migliore fotografa ed alla sua sinistra Dante, il più colto.
      
    fig. 7 - Mario e Vittoria
    fig. 8 - Panorama da favola
    fig. 9 - Achille e Savino
    fig. 10 - Gruppo compatto
    In seconda serata gli unici amici (fig.12) , alla destra del dio padre, Massimo, il più cervellotico, Francesca, la più sexy; immortalati anche nella foto successiva (fig.13). Chiudiamo in bellezza con i parenti, partendo dalle vecchie zie (fig.14): Giuseppina 102 anni, Elena 93, Adele 90. Si passa ai della Ragione (fig.15): Carlo, Maria e Mario. Poscia ai cugini Tonino e Valeria (fig.16), Lino e Sof i (fig.17) e Maria Teresa e Genny (fig.18). Achille della Ragione


    fig. 12 - Amici e parenti
    fig. 13 - Con Massimo e Francesca
    fig. 14 - Con le vecchie zie
    fig. 15 - della Ragione con della Ragione
    fig. 16 - Con Tonino e Valeria
    fig. 17 - Con Sofia e Lino
    fig. 18 - Con Maria Teresa e Genny





    fig.01 - Ospiti a tavola

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    (38^ puntata)
    Nozze d'argento, festa leggendaria

     
    fig.1 - Album fotografico  con cornice d'argento

    Il 15 settembre 1998 è un giorno fatidico nella storia dell'umanità, perché si celebrarono le nozze d'argento di Achille ed Elvira con una grande festa con centinaia di invitati, che si svolse nei lussuosi saloni del circolo della stampa.
    La cerimonia di riconferma del loro amore si svolse con rito indiano ed è immortalato in un prezioso album con cornice d'argento (fig.1) contenente infinite foto a colori.
    Elvira aveva un abito originale quanto autentico, perché era da poco reduce da un suo viaggio in India.
    Davanti al pubblico attento ed intento a sorseggiare alcolici, Achille ed Elvira (fig.2) danno inizio al rito.
    Achille - Con questa breve cerimonia vogliamo rimarcare il rapporto affettivo che ci lega da 25 anni e che, già sancito dalla religione tradizionale e dalla legge, intendiamo sublimare con questo piccolo rito che, pur prendendo ispirazione da riti orientali, è una nostra creazione.
    Elvira - Noi ci scambieremo vicendevolmente poesie e citazioni d'amore, tratte dalla letteratura antica e moderna e di nostra creazione. alla fine il frutto del nostro amore: i nostri figli collaboreranno donandoci dei simboli augurali. Tiziana offrirà un frutto simbolo del passato. Gian Filippo recherà un fiore auspicio del futuro. Marina con un pugno di riso sancirà lo scorrere del presente.
    Senza dilungarci riporteremo brevemente solo alcune frasi scambiate dai due officianti.
    Achille - Elvira è il tuo nome, sinonimo di amore, la vita è un grande mistero, ma l'amore per te ne giustifica il senso e ne fornisce il significato. 25 anni assieme, ogni anno ti voglio più bene, quanto te ne vorrò quando avremo 100 anni? Elvira sono l'uomo più fortunato del mondo perché ti ho incontrato. Elvira sono l'uomo più felice dell'universo perché ci siamo amati. Elvira, dolce, cara, amata sposa, non vi è felicità maggiore di addormentarsi vicino a te, fingendo di guardare la televisione.
    Elvira - La moglie è la metà dell'anima del marito, per questo motivo l'uomo non è completo prima di avere una moglie e dei figli. Sulla terra è l'amore tra due esseri che esalta l'umanità. O Divino concedimi l'amore che penetri nel centre dell'essere e poi si diffonda come la linfa invisibile per tutti i rami della vita, facendo spuntare frutta e fiori. Concedimi l'amore che placa il cuore con la pienezza della pace. 

     

    fig.2 - I coniugi si sposano con rito indiano

    Mostriamo ora una serie di foto di invitati, soprattutto di parenti, perché le coppie di amici nel frattempo sono quasi tutte scoppiate, un 30% per cause naturali (morte), ma la gran parte perché da decenni va di moda separarsi, principalmente per colpa delle donne, gran puttane, che rendono i mariti cornuti, spesso appropriandosi delle proprietà che incautamente erano state a loro intestate, pur di intostare.
    Partiamo dalla foto della famiglia della Ragione (fig.3), continuiamo con le mitiche zie Capuano (fig.4-4bis), con Carlo, Maria e Mario (fig.5), la famiglia Balestrieri (fig.6) ed un nutrito gruppo degli Angrisani (fig.7).
    Passiamo poi ai parenti di Elvira: in primis la famiglia Pignalosa (fig.8), segue Tonino Cicalese con Valeria (fig.9), Antonio Brunetti con Emy (fig.10) e Gianni Brunetti con Susy (fig.11).
    Concludiamo con le foto di alcuni amici, con la speranza di vendergli una copia del libro: Santi Corsaro con Daniela (fig.12) ed i coniugi Tarallo: Duccio e Lia.

     

    fig.3 - I coniugi a tavola con la prole

     

    fig.4 - I coniugi con le sorelle Capuano al completo

    fig.4 bis - Le sorelle Capuano al completo

    fig.5 - I coniugi con Carlo, Maria e Mario


    fig.6 - I coniugi con la famiglia Balestrieri

    fig.7 - I coniugi con la famiglia Angrisani


    fig.8 - I coniugi con la famiglia Pignalosa

     

    fig.9 - I coniugi con Tonino Cicalese eValeria

    fig.10 - I coniugi con Antonio Brunetti ed Emy

     

    fig.11 - I coniugi con Gianni Brunetti e Susy


    fig.12 - I coniugi con Santi Corsaro e Daniela


    fig.13 - I coniugi con Duccio Tarallo e Lia

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    (39^ puntata)
    In volo sul Concorde

    fig.1 - Concorde in volo


    Dopo la sfarzosa cerimonia tenutasi nei saloni del Circolo della Stampa, Elvira ed io decidemmo di intraprendere un secondo viaggio di nozze e per raggiungere la meta designata: New York di utilizzare il mitico Concorde (fig.1), che, partendo da Parigi e da Londra, arrivava in America in meno di tre ore, volando a due volte e mezzo la velocità del suono, a differenza delle altre compagnie, che impiegavano più di nove ore. Unico dettaglio, non proprio trascurabile, in genere il costo per un viaggio di solo andata era di 900.000 lire, mentre per il Concorde ci volevano 14 milioni per l'andata ed altrettanti per il ritorno. Per una coppia 56 milioni in toto.
    All'epoca possedevamo a Parigi un lussuoso appartamento nel quartiere latino, in via dei Gobelins, dove ci recammo il giorno precedente la partenza.
    Il giorno successivo ci recammo all'aeroporto e partimmo intorno alle 13.
    A bordo vi era posto solo per 100 persone ed un cameriere girava continuamente per soddisfare ogni desiderio dei passeggeri (fig.2).
    L'aereo volava altissimo, migliaia di metri sopra le nuvole, a tal punto che si poteva ammirare la curvatura terrestre. Ma lo spettacolo che più ci meravigliò, mentre pasteggiavamo con caviale e champagne, era costituito dalla presenza davanti a noi di una signora elegantissima e profumata, che, al suo fianco aveva il suo cane, il quale si cibava con tranquillità di una saporita bistecca al pepe verde. Chiesi al cameriere come mai ad un cane era permesso di sedersi come un pascià, alla pari di un essere umano e mi fu spiegato che il quadrupede aveva pagato il regolare biglietto di 14 milioni, ma soprattutto la proprietaria era una delle donne più ricche del mondo e se avessero vietato l'ingresso al suo cane, avrebbe comperato la compagnia aerea e licenziato tutti.

    fig.2 - Cameriere nel corridoio
    Il viaggio avveniva in contrasto al fuso orario, per cui a New York arrivammo la mattina presto, in tempo per salire a bordo di un elicottero che ci portò nel cielo della metropoli, sfiorando le vette dei più maestosi grattacieli e ci permise di contemplare dall'alto la celebre Statua della Libertà (fig.3), che rappresenta il simbolo della città.
    Scesi a terra prendemmo possesso della nostra suite nell'albergo più prestigioso di New York (fig.4) e riposammo alcune ore, per essere in forma la sera dove ci aspettava Madonna, non quella di Pompei, né tanto meno quella di Lourdes, bensì la diva che interpretava Evita Peron (fig.5) al teatro Metropolitan davanti ad un pubblico entusiasta e plaudente.
    Il giorno successivo fu dedicato allo shopping di Elvira (fig.6) e rimasi colpito dall'elevato numero di barboni che dormiva per strada, pare che all'epoca fossero più di centomila,ma se si provava ad offrire loro del denaro si riceveva uno sdegnoso rifiuto, perché per molti di loro si trattava di una scelta di vita: un rifiuto netto della civiltà dei consumi.
    Dopo due giorni di passeggiate eleganti e di visite a musei decidemmo di recarci nel famigerato Bronx, non certo per mischiarci coi negri, ma unicamente per visitare il giardino zoologico più famoso del mondo.
    Prendemmo un taxi che, una volta condottoci all'ingresso dello zoo (fig.7) ci chiese se doveva aspettarci, naturalmente mentre il tassametro continuava a funzionare. Ingenuamente, poiché pensavamo che la visita durasse 4-5 ore, licenziai l'autista e cominciammo la nostra passeggiata, in parte a piedi,ma soprattutto a bordo di un trenino, che percorreva gli immensi spazi in cui erano collocati gli animali (fig.8).
    Fui attirato dal gruppo dei gorilla, gli animali più fotografati dai visitatori, in particolare dal maschio dominatore, il cui sguardo minaccioso (fig.9) si incontrò con il mio per circa un minuto, fino a quando non fui costretto a calare gli occhi a terra.
    Apro una breve parentesi per raccontare ai miei lettori che, da giovane, mi ero esercitato per anni a fissare gli occhi degli altri e possedevo uno sguardo talmente potente da intimidire chiunque e solo due volte in decenni mi era capitato di scontrarmi con uno più potente. La prima volta  durante uno spettacolo all'anfiteatro di Pompei, quando incrociai gli occhi di Nureyev, il più celebre ballerino di tutti i tempi e la seconda volta mi capitò a Roma, durante un congresso del partito radicale, quando, salito sul palco per un discorso, il mio sguardo si confrontò con quello di Luca Coscioni, che, costretto dalla sla, a vivere paralizzato su una sedia a rotelle, poteva muovere un solo dito collegato ad un computer vocale con il quale affascinava gli ascoltatori.

     

    fig.3 -Statua della liberta tra i grattacieli

     

    fig.4 - Ingresso in albergo

    fig.5 - Madonna interpreta Evita Peron

     

    fig.6 - Elvira fa shopping

     

    fig.7 -  Elvira all'ingresso dello zoo


    fig.8 - Elefanti all'aria aperta

     

    fig.9 - lo sguardo di un magnifico esemplare di gorilla



    All'uscita ci aspettava una sgradita sorpresa: telefonai ad infiniti radio-taxi, ma tutti si rifiutavano di venire nel Bronx. Nel frattempo, essendo gli unici bianchi in circolazione, divenimmo oggetto di sguardi bellicosi da parte di muscolosi energumeni, che forse pensavano di rapinarci. Sarei stato una preda appetibile, perché all'epoca non utilizzavo carte di credito ed in tasca avevo 30-40 milioni. Mi salvò il mio abbigliamento demodè (fig.10); mi scambiarono per un poveraccio e mi salvai. Dovetti prendere 2 autobus prima di raggiungere una zona civile, dove si poteva prendere un taxi.
    Arrivati in albergo tirammo un sospiro di sollievo e ci preparammo alla partenza del giorno successivo.
    La sala di attesa per gli utenti del Concorde era elegantissima ed Elvira cominciò a sorseggiare un bicchiere dopo l'altro di Nicolas Feuillatte cuvèe speciale (fig.11) che conquistò il suo palato a tal punto che decidemmo, giunti a Parigi, di acquistarne una confezione di 16 bottiglie da sorseggiare a Napoli e di offrire agli amici. La sorpresa fu il prezzo dello champagne: un milione a litro, per cui ne comperai soltanto una per ubriacarci e trascorrere, al nostro ritorno, una folle notte d'amore.



    fig.10 - Achille in abbigliamento casual

     

    fig.11 - Elvira sorseggia champagne

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    (40^ puntata)

    Cronistoria di una figura di m....escrementizia

     




    La storia che racconteremo ha inizio nella primavera del 2021, quando, in previsione delle elezioni amministrative, di cui non si conosce la data, Bassolino mi contatta per avere il mio appoggio nel suo sogno di ritornare sindaco e mi assicura che io sarò il prossimo assessore alla cultura: "Non vi è persona più degna di te per ricoprire questo incarico".
    Io accetto la proposta, perché in quel momento egli sembrava il favorito ed attendo che parta la campagna elettorale, sicuro dell'appoggio dei miei infiniti amici e pronto a spendere un patrimonio per invadere la città di manifesti, acquistare pagine di pubblicità sui giornali e martellare i cittadini con auto munite di altoparlanti che ripetono ad alto volume: "Vota Achille, vota Achille, vota Achille".
    Da maggio le elezioni vengono spostate in autunno e la segreteria di Bassolino mi comunica che per i primi giorni di settembre bisogna preparare una serie di documenti: dal firmare l'accettazione della candidatura in un ufficio sito in via Roma, al procurarsi il certificato elettorale presso la municipalità di Chiaia e recarsi due volte in tribunale per chiedere prima, allegando 70 euro di marche da bollo, e ritirare dopo alcuni giorni copia del casellario penale. Incombenze che richiedono giorni e giorni di impegno.
    Io dichiaro perentoriamente che fino alla fine di agosto sarò ad Ischia e che al ritorno non ho intenzione di dedicare il mio tempo prezioso a tali procedure, per cui se vogliono avere l'altissimo onore di avermi in lista debbono occuparsi loro di procurare la documentazione richiesta, altrimenti rinuncio alla candidatura.
    Il comitato organizzativo di Bassolino si assume l'onere di preparare tutta la documentazione necessaria, ma nel frattempo i sondaggi elettorali indicano perentoriamente che al ballottaggio sono favoriti Manfredi e Maresca, ma oramai il dado è tratto: l'importante è essere nominato consigliere comunale. 

     


     


     


    Prima di cominciare la campagna elettorale attendo di leggere il mio nome sul giornale tra i candidati e subito dopo faccio stampare 15000 manifestini e 15000 bigliettini propagandistici che pongo sui tergicristalli di infinite auto e nelle cassette postali di centinaia di condomini, oltre naturalmente a distribuirli ad amici, parenti, collaterali ed affini.
    In particolare ne fornisco un cospicuo quantitativo ad amici apparentemente fidati, in primis Wanda Imbimbo che invia a sue spese un corriere a ritirarli e per via postale a colleghi con una vasta clientela: Santi Corsaro, Concetta D'Angelo e le sorelle Russo, ma nessuno di loro mi ha neppure telefonato confermandomi di averli ricevuti.
    Un evento che mi avrebbe assicurato l'elezione è costituito dalla pubblicazione sui principali quotidiani nazionali di una mia lettera: "Pietà per i bambini" nella quale sottolineavo che a causa della pandemia da oltre un anno erano sospesi i colloqui tra i detenuti ed i familiari con grave danno soprattutto per i fanciulli.
    Lo stesso giorno in cui la lettera fu pubblicata da Il Mattino ricevetti a distanza di un'ora 2 telefonate dall'identico contenuto da parte di due delinquenti, uno di Secondigliano, l'altro di Ponticelli,che nel complimentarsi mi assicuravano un migliaio di voti a testa: "Abbiamo saputo che vi presentate alle prossime elezioni, noi in genere i voti li vendiamo, ma nel vostro caso, per voi, che da anni vi battete per i diritti dei detenuti, saranno gratuiti".
    Comincio a fare 30-40 telefonate al giorno agli amici e cominciano le prime delusioni, come con Filippa Santoro, vecchia compagna di liceo e dirigente di un'associazione con centinaia di iscritti, la quale dichiara di avere già un suo candidato o con Gaetano Bonelli, proprietario di un museo e di infinite mail, il quale, anche lui afferma di aver già preso impegno con un suo conoscente.
    L'unica nota positiva è di aver definitivamente rotto un'antica amicizia con Corrado Tagliafierro, che mi voterebbe solo se io scrivessi un libro su di un suo fantomatico castello, che era  di proprietà della moglie (defunta) e che ora lui crede sia suo.
    Ma le vere grandi delusioni vengono dal mondo degli scacchi, dove io sono conosciuto da tutti, avendo ricoperto per oltre dieci anni la carica di presidente della lega campana, sarebbe bastato che la notizia della mia candidatura fosse apparsa sul periodico on line dell'Associazione scacchistica campana, oltre ad inviare una mail alle migliaia di soci e la mia elezione sarebbe stata certa, perché si sarebbero messi in moto tutti gli scacchisti, in cambio avevo promesso, che divenuto assessore alla cultura avrei garantito al circolo la sede gratuita, mentre ora pagano quasi 10000 euro all'anno di fitto per usufruire di locali di proprietà del comune. Viceversa il depositario delle mail e la dirigenza del circolo mi hanno negato stupidamente il loro appoggio.
    Un altro depositario di voti poteva essere mio fratello, presidente nazionale dell'associazione dirigenti bancari, che pubblica un mensile e possiede migliaia di mail, ma forse per non essere tacciato di nepotismo, egli si è limitato ad una timida distribuzione di bigliettini a pochissime persone con risultati nulli.
    Chi voleva darmi la preferenza, pur desiderando dare il voto ad un candidato sindaco diverso da Bassolino, poteva farlo tranquillamente, usufruendo del voto disgiunto, ma l'intelligenza non è molto diffusa, per cui centinaia di persone hanno sbagliato ed il loro voto è stato annullato.
    Nelle ultime 2 settimane, poiché nelle varie liste erano presenti migliaia  di candidati, ad ogni telefonata l'amico o il conoscente dichiarava di aver già promesso il suo voto ad un altra persona, mi sono scocciato, ho interrotto ogni propaganda, ho telefonato ai due delinquenti, liberandoli dall'impegno preso e di vendere sul mercato i voti da loro controllati ed ho atteso l'esito degli scrutini sicuro di una delusione scottante, che puntualmente si è verificata: meno di 100 preferenze, un risultato in netto contrasto con le mie precedenti esperienze elettorali; infatti nel 1985 (quando esisteva la preferenza multipla) presi diecimila voti alle elezioni regionali e nel 2002, risultai il candidato più votato in Campania e non diventai senatore unicamente perché il Partito radicale per un'inezia non raggiunse il quorum.




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