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venerdì 31 gennaio 2020

Mater, una mostra dedicata alla figura di Maria, la madre di Gesù

fig.1 - Manifesto


Da pochi giorni si è conclusa una interessante mostra,  organizzata da Don Citro, a Trentola Ducenta (BN), in locali sequestrati alla camorra, intitolata MATER (fig.1), la quale, attraverso l’esposizione di oltre trenta dipinti da raccolte private di autori dal Rinascimento al neoclassicismo, ha voluto rappresentare un intenso itinerario antropologico nel fenomeno e nel valore della maternità, a partire dalla figura biblica di Eva, madre di tutti i viventi, con passaggi attraverso icone artistiche dell’immaginario allegorico e mitologico caro al Barocco, quali le carità romane, fino all’approdo importante alla figura di Maria, la madre di Gesù, nelle varie declinazioni della sua vicenda evangelica, storico/artistica, culturale e devozionale.
Dobbiamo essere grati a Dante Caporali, già noto ingegnere e da tempo valente fotografo che ci ha fornito le immagini dei dipinti più interessanti che presentiamo con le attribuzioni fornite dagli organizzatori, i quali spesso hanno sbagliato, ma li perdoniamo. Vogliamo soltanto sottolineare che il dipinto attribuito a Marullo (fig.9) rappresenta una replica autografa della Madonna del latte (fig.10) conservata nella celebre collezione del sottoscritto.

Achille della Ragione


fig.2 - Cenatiempo-Adorazione dei pastori (Collezione privata)
  
fig.3 - Cestaro-Addolorata (Collezione privata)

fig.4 - D'Amato-Madonna del Carmine con anime del Purgatorio (Collezione privata)

fig.5 - De Majo-S.Anna e Maria (Collezione privata)


fig.6 - De Matteis-Madonna col Bambino (Collezione privata)


fig.7 - De Matteis-Matrimonio mistico di S.Caterina (Collezione privata)

fig.8 - De Matteis-Vergine orante (Collezione privata)

  
fig. 09 - Marullo-Madonna col Bambino (Collezione privata)
  
fig.10 - Ignoto stanzionesco - Madonna del latte -
Napoli collezione della Ragione


fig. 11 - Pacecco De Rosa-Allegoria della caritá cristiana (Collezione privata)

fig. 12 - Sarnelli A.-Virgo dolens (Collezione privata)


fig. 13 - Simonelli-Sacra Famiglia con S.Anna e S.Gioacchino (Collezione privata)


fig. 14 - Solimena o De Majo-Fuga in Egitto (Collezione privata)

fig. 15 - Solimena-Madonna col Bambino (Collezione privata)
 
fig. 16 - Solimena-S.Ignazio di Loyola intercede presso la Vergine per i martiri della Fede (Collezione privata)

fig. 17 - Solimena-Vergine orante (Collezione privata


fig. 18 - Vaccaro N.-Sacra Famiglia con S.Giovannino (Collezione privata)







 














giovedì 30 gennaio 2020

Un crocifisso di prepotente bellezza

fig. 1 - Crocifisso ligneo


Tempo fa sono stato contattato da un ex sindaco di San Leo, un comune in provincia di Rimini, famoso per la sua imprendibile fortezza, il quale mi manifestò il suo desiderio di approfondire l'informazione in base alla quale sarebbe presso il paese a lui caro tuttora custodito, nella chiesa dedicata a S. Antonio abate, un bellissimo Crocifisso ligneo (fig.1), che, secondo le fonti, fu un dono di una Duchessa di Urbino, da identificarsi in Lucrezia d’Este (m. nel 1598), attribuito allo scultore napoletano della seconda metà del 1500, Francesco Mollica e che recentemente aveva collaborato al reperimento delle risorse per il suo restauro, avvenuto l’anno scorso.
Mi misi subito al lavoro e come prima cosa consultai Vincenzo Rizzo, esperto archivista, alla ricerca disperata di qualche documento di pagamento ed Egidio Valcaccia, massimo studioso di scultura lignea napoletana, il quale mi confermò l’ipotesi attributiva a Francesco Mollica, soprattutto in base ad opportuni raffronti con due sue opere (fig.2) conservate a Napoli nella chiesa di San Gregorio armeno.
Pochi sono stati i riferimenti bibliografici reperiti (fig.3–4) nonostante ricerche accurate.
Passiamo ora ad un esame accurato dell’opera prima di far parlare le immagini.
Il crocifisso è scolpito a figura intera (fig.5) in elegante legno policromo e presenta il volto segnato dal dolore, accentuato dagli occhi rigorosamente chiusi (fig.6). Ciononostante l’opera prende luce nei suoi patetici connotati da un naturalismo stemperato e addolcito, da un ductus scultoreo scientemente rinunciatario di grondanti effetti drammatici. La imponente figura del Cristo, proietta intermittenti bagliori di un’intima sofferenza (fig.7) che suscita pietà e silente compartecipazione. La figura del Cristo è delineata con poca tensione ed è permeata da un sottile languore, cui fa da contrappunto la mossa irruenza del perizoma (fig.9).
Concludiamo con la descrizione dell’antico convento con annessa chiesa (fig.10).
Fortemente desiderato dalla popolazione di Montemaggio per dare maggior lustro alla propria terra e per provvedere ai bisogni spirituali, il complesso conventuale fu edificato nella seconda metà del Cinquecento, scegliendo come sito il colle chiamato Monte Via, nella pievania di Pieve Corena, in territorio di Montemaggio, l’antico castrum Montis Madii. Il convento, che appartenne all’Ordine francescano dei Minori Osservanti, venne fondato con lettera apostolica di Papa Paolo III il 20 dicembre 1543. Il 2 agosto 1546 P. Sebastiano da Pietramaura benedì la prima pietra; nel 1554, venne ultimata la costruzione della chiesa, solennemente consacrata da Mons. Francesco Sormani Vescovo di Montefeltro il 31 agosto 1567. I tempi di realizzazione del convento non furono altrettanto brevi; per mancanza di fondi si dovette attendere il gettito cospicuo dello stesso Vescovo, il quale nel 1582 donò 310 scudi in memoria della propria madre Caterina. Tra il 1582 e il 1587 il cenobio venne ultimato e disposto per accogliere una comunità di dieci frati. Nel secolo XVII, oltre ad ospitare visitatori e pellegrini, fu sede di una infermeria, di una biblioteca e di una prestigiosa scuola di studi filosofici. Le condizioni del complesso migliorarono notevolmente nel secolo successivo, come testimonia nel 1732 una relazione storica di P. Antonio da San Marino, guardiano del convento.
La chiesa dedicata a S. Antonio abate è ad unica navata, ha ampia abside rettangolare, ed una cappella laterale dedicata al Santissimo Crocefisso. L’ingresso è preceduto da un nartece sorretto da sette colonne di riutilizzo, provenienti dal chiostro inferiore del convento. Entrando, il sacro luogo mostra immediatamente tutta la sua barocca sfarzosità con ricchi fregi, eleganti cornici, lucenti dorature e pregevoli pitture. Sulla destra è inserita la cappella laterale del SS.mo Crocefisso; al suo interno sono custoditi: il crocefisso ligneo policromo, dono di una Duchessa di Urbino, da identificarsi in Lucrezia d’Este (m.nel 1598), attribuito allo scultore napoletano della seconda metà del 1500, Francesco Mollica e le spoglie della martire romana S. Apricia, portate dalle catacombe di Roma nel 1844. Proseguendo verso l’abside, una nicchia con la statua del Santo francescano Pasquale Baylon precede due altari laterali riccamente decorati, dedicati alla Madonna del Rosario e a San Francesco. Giunti nella zona absidale, divisa dalla navata da una balaustra in marmo del sec. XVIII, spiccano l’altare maggiore intitolato a Sant’Antonio Abate ed il coro ligneo, intagliato nel 1772 da due maestri ebanisti urbinati Morcioni e Mazzaferri. Tornando verso l’uscita, si incontrano altri tre altari dorati, intitolati a Sant’Antonio da Padova, all’Immacolata Concezione e a San Giuseppe con pala attribuita al pittore Bartolomeo Giorgetti di Pennabilli (sec. XVII).
Fra gli ultimi due è situata una nicchia, dirimpetto all’altra, con la statua di San Vincenzo Ferreri protettore della campagna. In alto, sopra al portone d’ingresso è posta la corale lignea decorata da Vincenzo Loppi nel 1782, sulla quale è situato un organo del 1725. Volgendo ancora lo sguardo verso l’alto, si può ammirare il pregevole soffitto a cassettoni lignei del 1707, con inserite 22 tele dipinte con Santi e Beati dell’ordine francescano (XVII-XVIII secc.).


fig. 2 - Francesco Mollica - Addolorata e San Giovanni Battista -
Napoli chiesa di San Gregorio armeno


fig. 3 - Frontespizio di un libro rarissimo




fig. 4 - Una pagina del libro di De Dominici




fig. 5 -Crocifisso a figura intera


fig. 6 - Crocifisso, occhi chiusi


Bibliografia

STAFFIERO P. 2005, La bottega dei Mollica e la scultura lignea napoletana tra XVI e
XVII secolo, in G. B. Fidanza, a cura di, L’arte del legno in Italia. Esperienze ed indagini
a confronto, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Pergola, 9-12 maggio
2002), Perugia, pp. 227-242.

Achille della Ragione



fig. 7 - Crocifisso sofferenza



fig. 8 - Crocofisso, ferita sul costato


fig. 9 - Crocifisso perizoma


fig. 10 - Chiesa e convento di S. Antonio Abate Montemaggio

mercoledì 29 gennaio 2020

Mostra su Poussin al museo diocesano di Napoli

fig.1 - Nicolas Poussin - Martirio di S. Erasmo -
Roma muei vaticani


La mostra rappresenta la prima tappa di una prestigiosa collaborazione fra il Museo Diocesano di Napoli e i Musei Vaticani. Grazie alla generosa disponibilità e alla straordinaria ricchezza di collezioni dei Musei Vaticani questa collaborazione consentirà di esporre in mostra a Napoli alcuni grandi capolavori dell'arte di tutti i tempi, dall'età classica sino alla contemporaneità. 
Questo primo  appuntamento vede giungere a Napoli un'opera straordinaria, una composizione sacra dipinta per uno degli altari della Basilica di San Pietro in Vaticano, il Martirio di Sant'Erasmo (fig.1) di Nicolas Poussin.   
Il francese Poussin (Les Andelys 1594- Roma 1665) è per certo, nella generazione che segue quella di Caravaggio e Annibale Carracci, e insieme col fiammingo Rubens e lo spagnolo Velázquez, il pittore forse più grande e rivoluzionario dell'Europa del Seicento. Una mostra che sarà arricchita da altre opere.    
“Scoperto” a Parigi dal poeta napoletano del Barocco, il cavalier Marino, da questi introdotto presso il potente cardinale Francesco Barberini, nipote di papa Urbano VIII , si trasferisce nel 1624 a Roma, dove rimarrà a dipingere sino alla morte, salvo la parentesi di un breve ma trionfale ritorno in patria nel 1640-42, dove otterrà il titolo di “primo pittore” del re Luigi XIII, uno stipendio di 1000 scudi l'anno e la direzione su tutti i lavori di decorazione dei palazzi reali.   
La grande tela col Martirio di Sant'Erasmo oggi ai Musei Vaticani è una delle sue rare opere pubbliche di soggetto sacro, una commissione prestigiosa dipinta con grande impegno ed ottenuta con ogni probabilità grazie alla protezione del cardinale Barberini e al favore dell'architetto e scultore papale Gian Lorenzo Bernini. Il dipinto fu realizzato per San Pietro in parallelo col Martirio dei Santi Processo e Martiniano dell'altro pittore francese Valentin, seguace del naturalismo di Caravaggio, e suscitò grandi discussioni e perplessità nell'ambiente romano. Il Martirio di S. Erasmo dipinto tra il 1628 e il 1629 da Nicolas Poussin, è un olio su tela di grandi dimensioni (cm. 20xcm.186), raffigurante Erasmo vescovo di Formia mentre subisce il martirio, durante le persecuzioni di Diocleziano nel 303 d.C. Nell'opera custodita in Vaticano, il pittore rappresenta il Martire in primo piano, un sacerdote che indica la statua di Ercole (l'idolo pagano che Erasmo aveva rifiutato di adorare, subendo per questo il martirio sulla pubblica piazza), un soldato romano a cavallo incaricato dell'esecuzione, il carnefice che estrae l'intestino, facendolo arrotolare intorno a un argano da marinai, un frammento di architettura classica e angeli che scendono verso la vittima, recando la palma e la corona simboli del martirio.   
I rapporti tra Nicolas Poussin e la cerchia di artisti napoletani più influenzati dai suoi modi pittorici, da Andrea De Lione a Salvator Rosa, da Aniello Falcone a Micco Spadaro, sono accettati da tempo dalla critica più avvertita, anche se non è documentato alcun viaggio del francese a Napoli.
Nessuna sua opera è specifico punto di riferimento per analoghi soggetti eseguiti dai nostri artisti, ma sono i contenuti stilistici e formali dei suoi dipinti e la chiarezza di tono che riflette la particolare sensibilità del Poussin alla pittura veneta, in specie del Veronese e l’interpretazione personale che egli ne dà, ad influenzare quella ampia cerchia di artisti che comprendono il Grechetto, Andrea De Lione, Salvator Rosa e tanti altri.
Le grandi collezioni napoletane dell’epoca, da quella del cardinale Filomarino, che possedeva un frammento (fig.2) della celebre Adorazione del vitello d’oro, a quella del mecenate Vandeneynden, alle meno famose dei Cellammare e dei Della Torre, possedevano alcuni dipinti di Poussin, mentre un altro punto di contatto è costituito senza dubbio dal viaggio di studio che negli anni Venti e Trenta i pittori napoletani erano soliti compiere nell'ambiente artistico romano, dove in breve Poussin era assurto a figura dominante.
Egli diede vita ad un modello di classicismo che, travalicando i tempi, è giunto fino ai nostri giorni e si fa apprezzare anche dal nostro gusto di moderni.
Il suo mecenate fu il poeta Giovan Battista Marino, il più grande dei letterati italiani attivo in Francia al tempo della sua giovinezza ed è merito suo se egli intraprese il suo viaggio in Italia; come pure è ai suoi dettami filosofici e morali che il Poussin si ispirò nella elaborazione del suo credo di artista impegnato.
Egli volle incarnare la figura dell’artista moderno, che non lavora più esclusivamente per committenze religiose o nobiliari.
Il Poussin, pur subendo l’influsso del fervido e variegato ambiente romano del secondo decennio del Seicento, fu creatore di una pittura personale, simbolo della più alta e solenne quiete e meditazione, attraverso la quale egli si calò in una straordinaria avventura intellettuale nella immensa dimensione di un passato che è insieme storia e mito.
Egli contribuì inoltre alla crescita ed alla diffusione della pittura di paesaggio e ciò rappresentò sicuramente un modello per taluni pittori napoletani, quali ad esempio Domenico Gargiulo, che prese spunto dai suoi quadri per l’esecuzione della lunetta con paesaggi, dipinta nel 1638 nel coro di San Martino.
Anche nel genere delle battaglie precorse un gusto che a Napoli avrà celebri epigoni in Aniello Falcone, Andrea De Lione e Salvator Rosa.
Nelle scene mitologiche, che furono il suo cavallo di battaglia, ebbe modo di incidere su Lanfranco, Domenichino, Falcone e sugli altri artisti napoletani che con lui parteciparono alla grande commissione di Filippo IV per abbellire il Buen Retiro a Madrid
Solo con artisti come Guarino, Cavallino e De Bellis la critica non ha inquadrato ancora del tutto i rapporti, perché regna incertezza nella cronologia delle loro opere.
«Rispetto a Pietro da Cortona che vive, in quel tempo, esperienze affini nell’ottica della assoluta estroversione, Poussin rappresenta un polo dialettico di pura introversione, improntata all’idea della sollecitudine, dell’amicizia, della comprensione reciproca, dell’appartenenza ad un’ideale confraternita di sapienti» (Strinati).
Questi due diversi indirizzi ideologici giunsero fino a Napoli ed improntarono il destino delle arti figurative in un momento di grandi trasformazioni e di rimodellamento del gusto.
Vogliamo sottolineare infine un dettaglio ripreso dalla celebre Peste di Azoth (fig.3–4), conservata al Louvre,  nel quale un fantolino che ha perso la mamma cerca disperatamente una mammella pregna di latte per fare colazione e dopo varie ricerche la trova in una puerpera morta da poche ore. Un particolare emozionante che fu ripreso da quasi tutti i pittori napoletani da Luca Giordano a Mattia Preti, da Anrea Vaccaro a Giacomo del Po.

Achille della Ragione

fig. 2 - Nicolas Poussin  - Due teste, frammento dall'Adorazione del vitello d'oro -
Napoli, già collezione Filomarino

  
fig. 3  - Nicolas Poussin  - Peste di Azoth -
Parigi Louvre


fig. 4  - Nicolas Poussin  - Peste di Azoth (particolare) -
Parigi Louvre




 Bibliografia

Achille della Ragione – Il secolo d’oro della pittura napoletana – tomo II, pag. 109- tomo III, pag.180 – Napoli 1998 - 2001

martedì 28 gennaio 2020

A cosa serva (davvero) la detenzione



Il Mattino pag 42 - 6 febbraio 2020


Tutti, ingenuamente, credono che le sbarre delle prigioni servano per evitare la fuga ai reclusi: viceversa, la loro funzione è quella di impedire che tra quelle tristi mura entrino la legalità, l’intelligenza, l’altruismo, la generosità, la bontà.


Achille della Ragione

lunedì 27 gennaio 2020

Un tesoro negato alla fruizione

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Napoli possiede infiniti tesori d’arte e di storia, la gran parte non visitabili per motivi di agibilità, come è il caso delle decine di chiese del centro che attendono da decenni lavori di messa in sicurezza, ma l’esempio su cui vogliamo porre l’attenzione dell’opinione pubblica non è godibile per motivi statici, bensì per l’inefficienza delle istituzioni a cui è incautamente affidato. Si tratta del museo dei pompieri, ospitato nella caserma dei vigili del fuoco sita in via del Sole, nell’antico monastero della chiesa della Pietrasanta. Pomposamente inaugurato nel 2017, ha subito chiuso i battenti, negando l’accesso a visitatori napoletani e forestieri. Personalmente sono anni che tento di organizzare una visita guidata per l’associazione che da circa 30 anni dirigo, ma i responsabili non rispondono né al telefono, né alle infinite mail che ho inviato.
Auspico che questa pubblica segnalazione smuova la situazione e questo splendido museo diventi un fiore all’occhiello della città.

Achille della Ragione



Il Mattino, 27 febbbraio 2020 -  pag.38




domenica 26 gennaio 2020

Due splendidi inediti del Ribera


fig. 01 - Jusepe de Ribera - Evangelista -
Genova collezione Marasini


fig. 02 - Jusepe de Ribera -Pentimento di Pietro -
Genova collezione Marasini

La rappresentazione di mezze figure di santi e filosofi, investigati con crudo realismo, fu una moda nata nella bottega del Ribera a Napoli ed affermatasi poi anche in provincia grazie ai suoi discepoli, tra i quali, con una rilettura originale, si annovera anche il sommo Luca Giordano, che più volte ritornerà sul tema nel corso della sua lunga carriera, dilatando oltre misura la sua fase riberesca, identificata erroneamente dalla critica con un periodo unicamente giovanile.
Tra i più convinti seguaci del valenzano si distingue Francesco Fracanzano, il quale nel 1622, dalla natia Monopoli, si trasferisce con la famiglia nella capitale, entrando giovanissimo nell’ambiente artistico partenopeo, grazie anche al matrimonio, celebrato nel 1632, con la sorella di Salvator Rosa.
Lavorando con il Ribera ne recepì la stessa predilezione per la corposità della materia pittorica e ripropose spesso i soggetti più richiesti dalla committenza: studi di teste e mezze figure di filosofi e profeti su fondo scuro.
Nei due dipinti che esaminiamo in questo articolo, un Evangelista (fig.1) ed un Pentimento di Pietro (fig.2) per la qualità molto alta delle composizioni, riscontriamo viceversa il pennello del valenzano ed il riferimento più cogente possiamo riscontrarlo ammirando il S. Andrea (fig.3) conservato a Napoli nella pinacoteca dei Gerolamini.
Della collezione a cui appartengono, la celebre raccolta Marasini, da poco trasferitasi a Genova, ci siamo occupati di recente, studiando un altro dipinto dello spagnoletto in un articolo che ha ottenuto il plauso dei più importanti studiosi e che si può consultare digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/search?q=una+replica+autografa+del+giacobbe
Con una tavolozza accesa vengono rappresentati con enfasi appassionata e senza alcuna pietà i due personaggi, sadicamente indagati nella smagrita decadenza dei corpi consunti, dalla epidermide incartapecorita e grinzosa, dagli occhi lucidi e brillanti. Il Ribera si abbandona ad un verismo esasperato al di là di ogni limite convenzionale col suo pennello intriso di una densa materia cromatica, con un vigore di impasto che ricorda l’accesa policromia delle più crude immagini sacre della pittura spagnola coeva, segno indefettibile della sua mai tradita hispanidad, ignara dei risultati della pittura rinascimentale italiana. Ed ecco rappresentato un infinito campionario di umanità disperata e dolente, ripresa dalla realtà dei vicoli bui della Napoli vicereale con un’aspra e compiaciuta ostentazione del dato naturale.
Concludiamo il nostro contributo accennando all’attività napoletana del Ribera, che raggiunse il culmine della celebrità all’ombra del Vesuvio. 
Nell'estate del 1616 lo Spagnoletto giunge a Napoli e si trasferisce subito in casa dell'anziano pittore Giovanni Bernardino Azzolino e dopo appena tre mesi sposa Caterina, la figlia sedicenne di quest'ultimo, da cui avrà sei figli. 
In pochi anni egli acquista una fama europea facendo uso della tragicità del Caravaggio, suo punto di forza. Inizia anche un'intensa produzione che non lo mantiene lontano dalla sua Spagna, dove comunque continuava a spedire opere. Il tema pittorico si fa più crudo e realistico e nascono così opere come il Sileno ebbro, 1626, oggi al museo nazionale di Capodimonte ed Il Martirio di Sant'Andrea, 1628, al Szépművészeti Múzeum di Budapest, solo per citarne alcune. Si accende in quel periodo la rivalità tra lui e l'altro grande protagonista del Seicento napoletano, Massimo Stanzione. 
Negli anni Trenta subì l'influenza di artisti come Antoon van Dyck e Guido Reni e perfezionò il suo stile. Eseguì in questi anni capolavori assoluti ospitati oggi in diversi musei nel mondo. Dall'Adorazione dei Pastori del Louvre al Matrimonio mistico di Santa Caterina conservato al Metropolitan Museum of Art. Il decennio che va dagli anni Trenta fino ai Quaranta fu il più prolifico per il Ribera. Compose in questo periodo essenzialmente temi religiosi: la Sacra Famiglia con i santi Bruno, Bernardino da Siena, Bonaventura ed Elia (1632-1635) al Palazzo reale di Napoli, la Pietà al museo nazionale di San Martino, il Martirio di San Bartolomeo (1639) e il Martirio di San Filippo (1639) entrambe al Prado di Madrid. Non tralasciò anche opere profane, come le figure dei filosofi o la Maddalena Ventura con il marito e il figlio (1631). A Pozzuoli presso la Cattedrale di San Procolo è conservato il dipinto Sant'Ignazio da Loyola e San Francesco Saverio. A Cosenza, presso la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone, è conservato un suo bellissimo dipinto del 1635-40, dal titolo Ecce Homo. 
A Napoli, il pittore si impegnò nella monumentale opera di decorazione della Certosa di San Martino, portata a compimento in cinque anni (1638-1643). Per il luogo di culto partenopeo, Ribera aveva già dipinto la Pietà nel 1637. Nel 1638, sempre per la Certosa, gli fu commissionato il dipinto Comunione degli apostoli, terminato tredici anni più tardi e caratterizzato da un approfondimento psicologico dei personaggi. 
L'ultima parte della sua vita è segnata tragicamente dalla malattia che di fatto riduce drasticamente il numero di opere eseguite. Gli anni Quaranta sono segnati da un ritorno alla sua prima fase compositiva, tenebrosa e cupa, abbandonando le luci assimilate dal Reni. Jusepe de Ribera morì nel 1652 e fu sepolto, come confermato dai documenti, nella chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, nell'omonimo quartiere di Napoli. A causa dei rimaneggiamenti apportati alla chiesa, tuttavia, dei suoi resti oggi non è rimasta traccia

Achille della Ragione

fig. 03 - Jusepe de Ribera - Sant'Andrea -
Napoli pinacoteca dei Gerolamini

sabato 25 gennaio 2020

Eureka la malasanità dilaga


La Repubblica N - pag. 26, 31 gennaio 2020


A giugno dell’anno scorso, dopo vari tentennamenti, decido di operarmi di cataratta, consulto un collega oculista e mi rivolgo ad una celebre clinica napoletana: la Mediterranea, che mi mette in lista d’attesa, avvertendomi che dovrò attendere qualche mese. Ieri dopo solo 8 mesi mi comunicano che il 4 febbraio dovrò recarmi presso di loro, munito di analisi ed autorizzazioni per cominciare le procedure finali in attesa della data fatidica per l’intervento.
Naturalmente nel frattempo mi sono recato fuori Napoli ed un famoso specialista mi ha operato senza indugi.
La sanità in Campania è in linea con gli altri servizi pubblici: attese estenuanti anche per i malati di cancro e per i codici rossi nei pronto soccorsi degli ospedali.


Achille della Ragione
 

venerdì 24 gennaio 2020

Tre interessanti inediti di pittura napoletana

fig. 1 - Angelo Solimena -Madonna con Bambino  - 63 x77 -
Benevento collezione privata


Partiamo con la nostra carrellata tra i dipinti di una famosa collezione beneventana esaminando una languida Madonna col Bambino (fig.1) da assegnare al virtuoso pennello di Angelo Solimena e da collocare cronologicamente intorno al 1680, un periodo in cui spesso l’artista collabora con il figlio Francesco, destinato ad una notorietà internazionale e ad un posto di rilievo nel panorama della pittura napoletana.  L’idea di una tela a quattro mani nasce in quanto nella tela accanto a remore proto naturalistiche viene sostenuto il recupero di più moderne interpretazioni del caravaggismo, quali si erano avute da parte del Preti, facendo leva sugli accidenti di lumi, sbattimenti e riflessi.       
Angelo Solimena (Canale di Serino 1629 - Nocera Inferiore 1716), scoperto dal Bologna e rivalutato dal Pavone, autore di una pregevole monografia, fu pittore modesto, specializzato in scene sacre a carattere devozionale, derivate dagli esempi di moderato naturalismo dell’ultimo Guarino, di cui fu allievo a Solofra, un centro periferico molto vivace, dove l’attività figurativa fu a lungo sintonizzata su coordinate alternative alle scelte che venivano operate a Napoli. Angelo fu infatti l’ultimo epigono del naturalismo partenopeo e si impegnò in un discorso antitetico alle soluzioni stanzionesche e cavalliniane che in quegli anni incontravano grande successo.     
Tra le sue prime opere ricordiamo la Pentecoste, del 1654, nella chiesa di San Michele a Solofra, in cui chiaramente si apprezza l’influenza dei grandi caravaggisti napoletani, dal Sellitto al Battistello, la Madonna e santi del 1667, conservata a Gravina ed il San Francesco che chiede l’indulgenza, della chiesa di San Lorenzo a Salerno.   
Quindi tra il 1674 ed il 1675 realizza tutti gli affreschi nella chiesa di San Giorgio a Salerno, ai quali faranno seguito i lavori per la decorazione della cupola della cappella del Rosario nel Duomo di Nocera, ove palpabile si apprezza la collaborazione del giovane figlio Francesco, così chiamato in onore del proprio maestro ed il figliolo, già abile, darà luminosità all’impianto, in ossequio alla lezione del Lanfranco
Con il figlio, Angelo sarà attivo per molti anni a partire dalla Visione di San Cirillo d’Alessandria, dipinta verso la fine degli anni Settanta per la chiesa di San Domenico a Solofra, fino alle rivisitazioni neo pretiane presenti nelle numerose tele eseguite entro il 1694 per il Duomo di Sarno.       
La splendida tela della Visione di San Cirillo, oggi identificata più correttamente come Visione di San Gregorio taumaturgo, è esemplare di un momento di alta tensione creativa a quattro mani tra padre e figlio, collaborazione piena che si realizzerà anche nella Pietà del 1678 nella chiesa di San Bartolomeo a Nocera Superiore, «che precede di pochi anni quell’inatteso ritorno al rigore naturalistico» (Pavone) degli esordi, mentre nell’ultimo decennio del secolo il credo pretiano sarà alla base di tutti i suoi dipinti.

  
fig. 2 - Antonio Sarnelli  - Annunciazione - 83x96 -
Benevento collezione privata

fig. 3 - Sacra famiglia - Antonio, Giovanni e Francesco Sarnelli - 50 x63 -
Benevento collezione privata

Passiamo ora ad esaminare due quadri, il primo una imperiosa Annunciazione (fig.2), che dall’esame del volto dell’attonita Madonna richiama a gran voce la paternità di Antonio Sarnelli, il più famoso di una famiglia di artisti napoletani attivi nel Settecento, a me cari ed a cui ho dedicato una breve monografia consultabile in rete digitando il link
http://achillecontedilavian.blogspot.com/2012/03/i-sarnelli-una-famiglia-di-pittori.html
Il secondo, una Sacra famiglia (fig.3) è particolarmente interessante, perché sul retro del dipinto, in un angolo, era presente la firma congiunta dei tre fratelli: Antonio, Giovanni e Francesco, questo ultimo da me scoperto e reso noto agli studiosi grazie alla fortuita scoperta della sua firma (fig.4) sulla battita di un quadro raffigurante la Madonna col Bambino (fig.5), da me acquistato nel 1995 presso una bottega d’arte di Sorrento, dove ebbi la fortuna di acquistare altri quadri di una certa importanza. Essa porta sul retro della cornice una scritta incisa indicante il soggetto come una S. Paola, una sorta di expertise poco leggibile con  una data dei primi anni del Novecento.
Tale affermazione è probabilmente inesatta, perché tale santa è eccezionalmente rappresentata e mai in Campania (reperii con difficoltà una litografia ottocentesca di scuola ligure); ma principalmente perché S. Paola, i cui caratteri distintivi sono la verga, la culla e la disciplina (o il manto canonico) era di origine patrizia, per cui difficilmente può essere rappresentata in abiti modesti come la figura in esame, chiaramente una Madonna col Bambino. In ogni caso il soggetto ha ben poca importanza, mentre interessante è la firma che reca il dipinto in basso a destra: un F. Sarnelli, scritto in stampatello, chiaramente leggibile.
In un primo tempo si poteva anche pensare che la F. stesse ad indicare un fecit, anche se in genere il verbo segue quasi sempre il nome dell’autore; ma in seguito togliendo la tela dalla cornice per uno studio più approfondito, sotto la firma, anche se in parte cancellato dal tempo, è comparso un fecit, che ha tolto ogni dubbio. La certezza di trovarci di fronte ad un pittore inedito l’abbiamo avuta quando Enzo De Pasquale, ci ha riferito della presenza di un altro dipinto in collezione privata firmato per esteso Francesco Sarnelli. Tale dipinto per il quale egli aveva negli anni scorso predisposto un expertise, su richiesta dei proprietari, pare che in precedenza si trovasse in una non ben identificata chiesa napoletana della zona di Materdei.
Il  Galante nella sua Guida Sacra lo cita come l’autore nella cappella d’Avalos della chiesa di Monteoliveto dei quattro Evangelisti nei peducci della piccola cupola e dell’Annunciazione e della Fuga in Egitto nelle arcate.
L’informazione al Galante della paternità degli affreschi probabilmente viene dalla consultazione del Celano, che nella sua famosa opera Notizie sul bello…etc, corredata di nuove note dal Chiarini nel 1858, parla di Francesco Sarnelli come autore degli affreschi. In particolare se si consulta l’indice dei nomi degli artisti Francesco Sarnelli viene ricordato come pittore della seconda metà del secolo XVIII.
Queste notizie sono in contrasto con ciò che riferiscono altri autori, quali il Sigismondo e il Catalani, che attribuiscono gli affreschi ad Antonio.
Nel 1985 a cura di Spinosa la Guida Sacra del Galante è stata rivisitata da un gruppo di specialisti ed in particolare la Di Maggio ha redatto il capitolo sulla chiesa di Monteoliveto. La studiosa asserisce nelle note che il nome Francesco è un refuso ed infatti se ci si reca nella cappella D’Avalos e si osservano gli affreschi in esame si nota subito una grossa firma Ant Sarnelli 1772 in stampatello, che però risalta come se fosse stata apposta in epoca successiva.
Il rinvenimento del documento di pagamento potrà chiarire definitivamente la questione, ma le mie ricerche, eseguite all’epoca presso l’Archivio di Stato e l’Archivio Storico del Banco di Napoli non diedero alcun risultato, mentre non mi fu possibile accedere presso quello privato della famiglia D’Avalos.

Achille della Ragione

fig. 4 - Firma F. Sarnelli

fig. 5 - Francesco Sarnelli - Madonna col Bambino (firmato F. Sarnelli) - 42x30 -
Napoli collezione della Ragione


Bibliografia
Achille della Ragione – Collezione della Ragione, pag. 56, 57, fig. 36 – 37 – Napoli 1997
Achille della Ragione - Il secolo d'oro della pittura napoletana - VIII- tomo - pag. 518 - Napoli 1998 - 2001
Achille della Ragione  - Ischia sacra. Guida alle chiese, pag 156 – Napoli 2005
Achille della Ragione  - Repertorio fotografico a colori del Seicento napoletano - II tomo - pag. 113 - 114 - Napoli 2011
Achille della Ragione  - I Sarnelli: una famiglia di pittori napoletani del Settecento – Napoli 2012

La collezione Guglielmo Pepe e tanti altri capolavori

In 1^ di copertina
Scuola veneta dell’Ottocento, Venere e Cupido
Acerra, collezione Guglielmo Pepe


In questo volume voglio far conoscere a studiosi ed appassionati una collezione napoletana, ricca di 30 quadri, spesso conservati in cornici sfarzose e quasi sempre coeve all’esecuzione del dipinto.
Sono opere di varie scuole, che coprono alcuni secoli e per una corretta attribuzione mi sono servito dell’aiuto di noti studiosi, che voglio pubblicamente ringraziare: il professor Pietro Di Loreto, l’antiquario Michele Gargiulo, l’archivista Vincenzo Rizzo ed il mio amico Vittorio, del quale è inutile citare il cognome perché è a tutti noto. 
Per rendere il libro più corposo ed appetibile ho poi aggiunto una serie di articoli da me pubblicati negli ultimi mesi su riviste cartacee e telematiche. 
Non mi resta che augurare a tutti buona lettura ed appuntamento alla mia prossima, quanto imminente, fatica letteraria.

Achille della Ragione

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INDICE

La collezione Guglielmo Pepe e tanti altri capolavori
Un’asta memorabile alla Dorotheum di Vienna
Tre interessanti inediti del Settecento napoletano...
Un nuovo pittore del Seicento napoletano
Posillipo il paradiso terrestre
Un capolavoro di Onofrio Palumbo
Un’opera d’arte su cui meditare
Un gioiello poco noto: il Castello di Limatola
Un Maestro che esce dall'anonimato
Due interessanti dipinti del Seicento napoletano
Un interessante libro sulla pittura del Seicento napoletano
Una superba mostra di Lampronti alla Reggia di Caserta
Scritti sulla pittura del Seicento e Settecento napoletano
In ricordo di Mario Alberto Pavone


In 4^ di copertina
Francesco Solimena (bottega), Assunzione al cielo di Maria
Acerra, collezione Guglielmo Pepe


Le foto della collezione Pepe sono state eseguite dallo studio Punto focale di Acerra

giovedì 23 gennaio 2020

Attenti alle religioni






Le religioni nascono tutte, nessuna esclusa, dalla fertile fantasia dell’uomo, per esorcizzare la sua paura nei confronti della morte, creando ipotetici quanto improbabili paradisi, ove trascorrere in pace e letizia un tempo infinito in confronto al breve percorso terreno.
Esse impongono delle regole di comportamento di alto valore morale, estremamente utili alla formazione della vita comunitaria prima ed alla nascita dello Stato in epoca successiva.
“Onora il padre e la madre” è il fondamento su cui si basa la famiglia, “Non uccidere” se rispettato avrebbe evitato le guerre, “Non rubare” se osservato avrebbe precluso la nascita dei partiti politici. E potremmo continuare a lungo.
Le religioni orientali ci hanno insegnato il rispetto per gli animali e per le piante che ci circondano. L’Islam ha predicato e predica una posizione subalterna della donna, che l’Occidente da tempo ha dimenticato.
A fronte di questi vantaggi la competizione tra le religioni è stata sempre spietata. Possiamo ricordare le Crociate, ma tra gli stessi Cristiani la guerra dei 30 anni ed oggi, in area islamica, la spietata competizione tra Sciti e Sunniti, che mette in serio pericolo la pace mondiale.
Le religioni sono dure a morire e nonostante il processo di secolarizzazione da tempo in atto in Occidente continueranno a lungo ad ingannare e ad illudere l’uomo, schiavo delle sue paure.
E voglio concludere chiedendo scusa alle donne ed al Pontefice per quanto ho dichiarato.

Achille della Ragione





il mattino pag.42,
 13 febbraio 2020



mercoledì 22 gennaio 2020

Quei fantasmi a Piazza Mercato

Il Mattino, pag. 38 - 22 gennaio 2020


Piazza Mercato ha rappresentato per secoli il cuore pulsante di Napoli, dove si svolgevano freneticamente le attività commerciali e  la vita civile e religiosa della città. Nel 1647 vi scoppiò la rivolta di Masaniello, l’anno successivo vi è la resa di Napoli a Don Giovanni d'Austria. Prima di raggiungere piazza Mercato si osservano ad ogni angolo torme di scugnizzi che giocano a pallone, utilizzando come porte degli scalcinati cassonetti della spazzatura, le mura afflitte sono costellate di graffiti sconclusionati, opera di quel moderno flagello ubiquitario costituito dai writers, alternati a manifesti cadenti, alcuni vecchi di anni. Le lancette dell’orologio, uno dei pochi funzionanti in città, ci ammoniscono dello scorrere inesorabile del tempo, ben manifesto nelle minacciose crepe presenti nella maggior parte degli edifici della zona. Nella piazza, a dovuta distanza, si fronteggiano due fontane, eseguite nel Settecento, formate da un obelisco piramidale poggiante su un robusto basamento con quattro leoni e sfingi agli angoli. Le fontane non avevano solo funzione decorativa, bensì fungevano principalmente da abbeveratoio per le bestie da tiro che trasportavano le merci. Oggi queste superbe fontane, come tutti i monumenti della città, versano in un pietoso stato di abbandono, oltre ad essere a secco, appaiono deturpate da sanguinose scritte in vernice rossa, mentre le teste di donna delle sfingi hanno subito la stessa misera sorte di Corradino e di Fra Diavolo: decapitate. La folla di oggi, equamente composta da indigeni ed extra comunitari, ci rammenta il furore dei moti scatenati da Masaniello e quasi rimpiangiamo l’assenza del boia e le centinaia di teste mozzate, non solo di incauti rivoluzionari, ma soprattutto di tanti criminali. Questi flash back che ci compaiono continuamente agli occhi della mente vengono puntualmente e fragorosamente interrotti dalle urla sguaiate dei venditori ambulanti, dagli appiccichi tra vajasse affacciate ai balconi, dagli stereo a pieno volume delle bancarelle, dalla musica neomelodica che straripa dagli appartamenti, ma su tutto domina il rombo dei motori delle infinite auto alla spasmodica ricerca di un parcheggio. Il colmo del degrado è costituito dalla trasformazione della piazza in stabile campo di calcio con l’istallazione di due porte regolamentari in pianta stabile. La sera la piazza diventa terra di nessuno, con bande di teppisti che si impadroniscono dei luoghi sotto i fumi dell’alcol e della droga, mentre i radi lampioni proiettano una sinistra ombra a forma di falce. Sembrano impauriti gli stessi obelischi alla vista di tanti ceffi, nonostante ne hanno visti nella loro lunga storia di volti patibolari.
Di notte poi, andati finalmente a dormire balordi e rompiballe, gli unici a girovagare per la piazza sono i fantasmi degli impiccati, molti dei quali morti con l’illusione di migliorare la città, per cui dannati a vederla andare irrimediabilmente verso il baratro.

Achille Della Ragione



martedì 21 gennaio 2020

In ricordo di Mario Alberto Pavone

fig. 1 - Il professor Pavone con 2 delle sue allieve più belle


Da alcuni mesi è improvvisamente scomparso il professore Mario Alberto Pavone (fig.1), docente ordinario di storia dell’arte moderna nell’Università di Salerno.
Pavone era uno dei più apprezzati studiosi di storia dell’arte italiana, con particolare riguardo al Mezzogiorno. Conseguì la laurea in Lettere Moderne nel 1970 presso l’Università degli Studi di Napoli. Dal 1981 ricoprì il ruolo di ricercatore  presso l’Istituto di Storia dell’Arte, diretto da Ferdinando Bologna, anche lui scomparso all’inizio di aprile. Mario Alberto Pavone, nell’anno accademico 1993/94, vinse il concorso di professore associato di Storia dell’arte moderna. Fu chiamato a insegnare la storia dell’arte presso l’Università di Trieste e successivamente, per trasferimento, nell’ Università di Salerno, dal 1994/1995. Divenuto poi docente ordinario, era titolare nell’Ateneo salernitano dei corsi di Storia dell’arte moderna nel circuito mediterraneo e di Iconografia e Iconologia nel Corso di Laurea Magistrale in Storia e Critica d’Arte.
Intensa è stata la sua attività di ricercatore. A Salerno, dove viveva, dal 1998 al 2002 ha diretto il Corso di Perfezionamento annuale in Storia dell’Arte Moderna presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’università degli Studi e, nell’anno accademico. 2006-2007, il Master di I livello in “Esperto dei processi di conoscenza e inventariazione del patrimonio storico-artistico per la valorizzazione delle aree interne”. Si è sempre interessato dell’arte nel Mezzogiorno e soprattutto ricordiamo i suoi contributi alla storia della pittura a Napoli e nel meridione tra il Seicento e il Settecento, con ricerche su momenti e autori dell’arte in età moderna di grande rilievo, non solo in Italia, ma anche all’estero. Ha partecipato attivamente a numerosi cataloghi d’arte, da lui stesso curati o con schede su opere e artisti e ha curato diverse mostre d’arte di valenza nazionale. Ha scritto importanti studi sui rapporti tra Napoli, Genova e Venezia e le presenze della pittura del barocco napoletano in altre zone d’Italia.
Il professor Pavone, tra il 2015 e il 2017 aveva coordinato il progetto universitario su “Analisi della produzione artistica nel Cilento tra il Sei e il Settecento”, con grande attenzione alla provincia di Salerno e alle zone più “periferiche” di essa, con la ricerca archivistica e documentaria e di opere d’arte sparse nelle chiese o anche di proprietà privata. Dunque, grande attenzione al rapporto tra centro e periferia, considerando come, “a fronte degli arrivi di opere d’arte dal centro partenopeo, si sia sviluppato nei diversi territori un fenomeno di adeguamento all’interno della produzione locale”. Sarebbe lungo enumerare i meriti di Pavone, come docente e come ricercatore. Ma va ricordato che ricopriva la carica di vice presidente del Centro Studi sulla Civiltà Artistica dell’Italia Meridionale “Giovanni Previtali”, presieduta e fondata dal professore Francesco Abbate, attraverso una costante collaborazione alla pubblicazione dei diversi volumi del Centro, oltre a un’intensa opera di promozione di iniziative culturali in favore della valorizzazione del patrimonio artistico.
La sua scomparsa lascerà un vuoto enorme per la ricerca storico-artistica nell’Italia meridionale. Ai giovani ricercatori toccherà saper raccogliere i frutti della lezione che Mario Alberto Pavone ha lasciato in eredità.
Ricordiamo alcuni dei libri più noti da lui scritti, da uno studio approfondito sui “Pittori napoletani del ‘700” (fig.2), ad una corposa monografia sul pittore solofrano Francesco Guarini  (fig.3), per concludere con un prezioso volume: “Napoli scomparsa nei dipinti dell’Ottocento” (fig.4), che ancora si reperisce a prezzo vile sulle bancarelle di Port’Alba e che consiglio a tutti di acquistare per poter ammirare una parte cospicua della Napoli antica, in primis 50 chiese, prima che cadesse sotto la furia devastante del piccone manovrato dai fautori del famigerato Risanamento.
Dopo il ricordo ufficiale di sapore accademico vorrei ora rimembrare la lunga amicizia e stima reciproca che ci ha legato per circa 30 anni. Ci conoscemmo nel corso di una visita da me guidata al Duomo di Salerno ed egli rimase talmente colpito dall’ardore delle mie spiegazioni e dal livello dei miei ascoltatori, che volle organizzare il mese successivo una visita alla Pinacoteca provinciale, che costituiva il suo regno incontrastato. In seguito per anni nel programma delle mie visite erano obbligatorie un paio di puntate alle chiese di Salerno e dintorni.
Nel 1997 nel corso della stesura del catalogo della mia collezione fu prodigo di pareri e l’anno successivo, quando ebbi l’incarico di redigere il catalogo della collezione Pellegrini di Cosenza, fece parte di una equipe di studiosi(lautamente pagata dal proprietario della raccolta), assieme a Spinosa, Pacelli e Leone de Castris, che mi aiutò nelle attribuzioni più complesse.
Per chi volesse consultare le due prestigiose collezioni basta digitare i link:
http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo48/articolo.htm
http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo59/articolo.htm 
Dal 1998 al 2001, in occasione dell’uscita dei 10 tomi della mia opera: Il secolo d’oro della pittura napoletana, mi invitava periodicamente nell’università dove insegnava (fig.5) per tenere delle lezioni nell’aula magna a centinaia di studenti, ai quali regalavo poi una copia del mio libro.
Nel 2012, mentre mi trovavo, a sua insaputa, gradito ospite dello Stato, contattò mio figlio per rendermi noto che aveva convinto il Rettore a conferirmi una laurea ad honorem in Storia dell’arte, privilegio che dovetti a malincuore rifiutare, adducendo motivi di salute, per non mettere in difficoltà il Senato accademico presentandomi con la scorta.
L’ultimo incontro lo abbiamo avuto nel 2017, quando in occasione dell’uscita del mio libro “Il vero nome del Maestro dell’Annuncio ai pastori” volle trascorrere un intero pomeriggio, con successiva cena, nella mia villa per discutere sull’argomento.
Addio Mario Alberto, anzi per meglio dire arrivederci, capiterà presto che ci rivedremo.

Achille della Ragione


fig. 2 - copertina


fig. 3 - copertina


fig. 4 - copertina


fig. 5 - Università di Salerno