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domenica 31 dicembre 2017

6^- Inesattezze, bugie ed imprecisioni sulla storia di Napoli. Errori madornali e boiate pazzesche a volontà

quinta puntata
(sesta puntata)



001 - Francesco Canessa

“I fischi del San Carlo a Caruso? Una bufala” ce lo conferma Francesco Canessa (fig.1), ex sovrintendente del teatro, appassionato melomane e ricercatore, nel suo libro Ridi pagliaccio (fig.2) dove ristabilisce la verità e sfata le leggende metropolitane diventate storia col passare degli anni, a partire dal rapporto che Caruso ebbe con la sua città e il suo teatro. 
“Questa storia dei fischi – dice Canessa – non è affatto vera, è stata tramandata senza che nessuno si prendesse cura di verificare”. Detto fatto è partita la ricerca sui giornali dell’epoca, ma anche su archivi americani e italiani. “Mi sono divertito e ho trovato quello che cercavo”. Ecco così riportati già nel capitolo d’apertura i commenti dei giornali napoletani al debutto di Don Enrico nell'”Elisir d’amore” (dicembre 1901), compreso quello su “Il Pungolo” di Saverio Procida dove sono enumerate le perplessità sulla scelta di Caruso di cantare quell’opera, peraltro applaudita in sala con tanto di bis dell’aria più celebre, “Una furtiva lacrima”.
In realtà le cronache del 31 Dicembre 1901 e del 5 Gennaio 1902 su "Il Pungolo" (disponibili all'Emeroteca Tucci di Napoli), il quotidiano che monitorava attentamente la vita teatrale di Napoli, riportano dell'emozione che irretì il tenore nel primo atto, rotta dagli applausi sempre crescenti fino alla richiesta del bis.
  “Quello che più mi dispiace – insiste Canessa – è che quell’equivoco di fondo ha prodotto una vastissima letteratura sul rapporto di Caruso (fig.3) con Napoli, il fatto che egli abbia giurato di non cantare più al San Carlo (fig.4), l’addio polemico del figlio incompreso, un episodio falso finito anche in tv nella fiction dedicata alla sua vita”. La verità, secondo lo studioso, è che Caruso s’era trasferito negli Stati Uniti dove era diventato una star e poco tempo aveva per cantare non solo a Napoli, ma in tutti i teatri italiani. Tra l’altro, in America, Caruso era diventato un simbolo dell’italianità (fig.5) e soprattutto un ambasciatore della cultura italiana attraverso l’opera lirica in un’epoca in cui l’Italia stava diventando oltreoceano sinonimo di mafia.  


002 - Libro
003 - Enrico Caruso
004 - San Carlo
005 - Enrico Caruso

Ciò non impedisce all’autore, critico musicale ed ex sovrintendente del San Carlo, di trasferire nel suo libro anche la sua competenza musicale, e di spiegare bene la sostanza, la qualità, la novità della voce di Caruso, il perché della sua fama e il mistero di una perfezione attinta a prezzo di ferrea volontà da lui che, figlio della Napoli più povera, non aveva potuto giovarsi di un’educazione regolare. Il segreto di Caruso potrebbe stare proprio “in questa formazione atipica e sostanzialmente anarchica”. Ecco, per dire, la leggendaria esibizione del 1908 al Met, dove Caruso-Radames domina i tre si bemolle dell’aria “Celeste Aida” che “sono e saranno per qualsiasi tenore un ostacolo difficile da superare”. Ed ecco i suoi rapporti coi direttori d’orchestra, in primis Toscanini, cogli impresari e con gli altri cantanti, dai napoletani d’America Scotti e Amato, a Scialiapin, alla bellissima Lina Cavalieri (fig.6), che nel 1906, duettando con lui nella “Fedora” di Giordano, allorché Enrico pronunciò la frase “Fedora io t’amo!” gli cade tra le braccia e davvero gli scoccò un bacio appassionato mentre calava il sipario e gli altri molti di cui qui si racconta. 
Canessa, con puntiglio e acribia, demolisce alcuni luoghi comuni duri a morire. Come il supposto “anatema” del tenore nei confronti della sua città dopo i fischi al debutto del 1901 con “Elisir d’amore” (fig.7). Per l’autore è una “degenerazione massima in stile Gomorra di un autentico falso storico”, e per spiegare come andarono le cose rilegge a uno a uno i giornali dell’epoca, “uniche fonti certe, evidentemente trascurate per colpa o dolo da chi non ha inteso rinunciare a un pretesto narrativo tanto accattivante”. 
A New York Caruso visse per 18 anni, vi celebrò i maggiori trionfi e vi conobbe i momenti più difficili. L’Italia era la sua villa a Lastra a Signa, fuori Firenze, e ovviamente il golfo di Napoli, dove venne a morire. “Napoletano”, però, fu il modo che scelse per sposare, a 45 anni, la ventenne Dorothy Benjamin malgrado la fiera contrarietà del padre di lei: una “fujuta” che precedette le nozze riparatrici del 1918. E napoletane furono le parole dette al fratello prima di spirare al Grand Hotel Vesuvio: “Giovà, affacciate ‘o balcone e salutame ‘a muntagna!”.
Vent'anni dopo, alla sua morte, fu proprio il barone Saverio Procida a scrivere un'epigrafe su "Il Mattino", sottolineando il suo ruolo nella più spinosa vicenda artistica del tenore: "Dotato di una voce di stupenda robustezza (e per averne tecnicamente fissato il carattere, vent’anni fa, il grande artista mi votò un inestinguibile rancore, fino a non voler più cantare in Napoli e a non voler comprendere che nel mio rilievo c’era il maggiore elogio alla intensità della sua espressione drammatica), guidato da un sentimento che amplificava sempre il contenuto lirico del personaggio, sicuro dell’elasticità incomparabile dei suoni, che vibravano nella gola, perché erano temprati sulla sensibilità quasi morbosa del suo temperamento artistico, scevro di pregiudizi stilistici, che non arrestavano mai la fiamma di cui il napoletano autentico a dispetto della vernice transatlantica aspersa più sulle sue scarpe che sulla sua fantasia bruciava, tutto istinto e intuito, tutto estemporaneità di sensazione, il tenore che non ebbe emuli nel suo tempo e poté per antonomasia accettare per lui soltanto la lettera maiuscola della chiave in cui cantò, fu il prototipo del tenore moderno. Egli incarnò il realismo musicale, fu il vocabolario della nuova lingua».
Rimanendo in campo musicale trattiamo ora de La canzone del Piave (fig.8), conosciuta anche come La leggenda del Piave, una delle più celebri canzoni patriottiche italiane. Il brano fu scritto nel 1918 dal maestro Ermete Giovanni Gaeta (fig.9) (noto con lo pseudonimo di E.A. Mario).
Durante la seconda guerra mondiale, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il governo italiano l'adottò provvisoriamente come inno nazionale, poiché si pensò fosse giusto sostituire la Marcia Reale con un canto che ricordasse la vittoria dell'Italia nel primo conflitto mondiale. La monarchia italiana era infatti stata messa in discussione per aver consentito l'instaurarsi della dittatura fascista. La canzone del Piave ebbe la funzione di inno nazionale italiano fino al 12 ottobre 1946, quando fu sostituita da Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro. L'inno nazionale definitivo in sostituzione del provvisorio Inno di Mameli avrebbe dovuto essere proprio La Canzone del Piave, ma il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi non avrebbe caldeggiato la candidatura della canzone perché offeso da Gaeta che si rifiutò di comporre l'inno ufficiale della Democrazia Cristiana. 
I fatti storici che ispirarono l'autore risalgono nell’ambito della 1° guerra mondiale (fig.10) al giugno del 1918, quando l'Impero austro-ungarico decise di sferrare un grande attacco, ricordato con il nome di "Battaglia del solstizio” sul fronte del fiume Piave per piegare definitivamente l'esercito italiano, già reduce dalla sconfitta di Caporetto (fig.11–12–13). La Landwehr (l'esercito imperiale austriaco) si avvicinò pertanto alle località venete delle Grave di Papadopoli e del Montello, ma fu costretta ad arrestarsi a causa della piena del fiume. Ebbe così inizio la resistenza delle Forze armate del Regno d'Italia, che costrinse gli austro-ungarici a ripiegare.
 Il 4 luglio del 1918, la 3ª Armata del Regio Esercito Italiano occupò le zone tra il Piave vecchio ed il Piave nuovo. Durante lo svolgersi della battaglia morirono 84.600 militari italiani e 149.000 militari austro-ungarici. In occasione dell'offensiva finale italiana dopo la battaglia di Vittorio Veneto, avvenuta nell'ottobre del 1918, il fronte del Piave fu nuovamente teatro di scontri tra l'Austria-Ungheria e l'Italia. Dopo una tenace resistenza iniziale, in concomitanza con lo sfaldamento politico in corso nell'Impero, l'esercito austro-ungarico si disgregò rapidamente, consentendo alle truppe italiane di sfondare le linee nemiche (fig.14).
La leggenda del Piave fu composta nel giugno 1918 subito dopo la battaglia del solstizio, da Ermete Alessandro Mario, pseudonimo di Ermete Giovanni Gaeta, un prolifico autore di canzoni napoletane che spaziava dalle canzonette alle canzoni militari. Ben presto venne fatta conoscere ai soldati dal cantante Enrico Demma (Raffaele Gattordo). L'inno contribuì a ridare morale alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all'autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso: «La vostra leggenda del Piave al fronte è più di un generale!». Venne poi pubblicata da Giovanni Gaeta con lo pseudonimo di E. A. Mario il 20 settembre del 1918, circa quaranta giorni prima della fine delle ostilità.
Il testo e la musica, che fanno pensare ad una canzone patriottica con la funzione di incitare alla battaglia, hanno l'andamento colto e ricercato di altre canzoni che già avevano fatto conoscere Giovanni Gaeta nell'ambiente del cabaret; sue sono anche Vipera, Le rose rosse, Santa Lucia luntana (fig.15), Balocchi e profumi. La funzione che ebbe La leggenda del Piave nel primo dopoguerra fu quello di idealizzare la Grande Guerra; farne dimenticare le atrocità, le sofferenze e i lutti che l'avevano caratterizzata. 
Grazie a Pietro Gargano, critico musicale e penna storica de Il Mattino, possiamo ora sfatare alcuni luoghi comuni duri a resistere. 
Il primo è che l'autore non scrisse la leggenda del Piave (fig.16) per celebrare una vittoria bensì per auspicare una riscossa dopo l'onta di Caporetto. Egli voleva recarsi personalmente al fronte, ma gli fu impedito, affidò allora all'amico bersagliere Raffaele Gottardo, in arte Enrico Demma, la missione di divulgare il testo tra i combattenti. L'effetto fu straordinario al punto che Armando Diaz dichiarò:"al fronte la Leggenda vale più di un generale". 
 Il secondo luogo comune da cancellare è legato al nome di chi lanciò la canzone in teatro, che tutti indicano quello di Anna Fougez, mentre l'autore ha sempre ricordato che fu Gina De Chamery a proporlo a Piedigrotta il 13 agosto del 1918 nel minuscolo teatro Rossini.
Infine l'ultima cosa da sottolineare è l'assenza di spirito bellicoso dell'autore, patriottico, ma non guerrafondaio, come dimostra una sua canzone coeva alla Leggenda del Piave: Rose rosse, percorsa da un'ombra di pacifismo:
"Son d'un giardino che fu devastato
poiché la guerra feroce vi entrò:
tutto il terreno di sangue arrossato
sangue che tutte le rose macchiò”.


005 - Enrico Caruso
007 - Elisir d'amore
008 - Lo spartito de La leggenda del Piave
009 - E. A. Mario -Ermete Giovanni Gaeta
0010 - Prima guerra mondiale - Corriere della sera
0011 - Piave -
0012 - Piave trincea
0013- L'incitazione patriottica Tutti Eroi! O il Piave o tutti accoppati!, opera del generale  dei Bersaglieri Ignazio Pisciotta
14 - Bollettino di guerra
0015 - Santa Lucia luntana

giovedì 28 dicembre 2017

5^- Inesattezze, bugie ed imprecisioni sulla storia di Napoli. Errori madornali e boiate pazzesche a volontà


Errori madornali e boiate pazzesche a volontà

quinta puntata

tav. 1 - Massimo Stanzione, Morte di Cleopatra, 1640 ca. San Pietroburgo, Hermitage Museum

Correggiamo ora i dati anagrafici di alcuni pittori del Seicento, partendo dal celebre Massimo Stanzione, autore di splendidi dipinti che ritraggono “nature” polpose fanciulle dall’epidermide porcellanata (fig.1). I dati biografici del pittore sono ancora avvolti dal mistero e si basano unicamente su quanto asserito dal De Dominici, il quale riferisce che egli nacque ad Orta di Atella nel 1585 (ma probabilmente la data va spostata in avanti di qualche anno) e muore durante la peste del 1656, a tal punto che più di uno studioso ha voluto identificare nel famoso quadro (fig.2) di Micco Spadaro raffigurante la piazza del Mercatello, in basso a destra, l’artista mentre esala l’ultimo respiro dopo aver ricevuto l’estrema unzione. Tale data è in contrasto con quanto segnalato da numerose guide ottocentesche (Catalani, Nobile) che parlano di una tela del pittore siglata e datata 1658, ancora oggi presente nella chiesa di S. Pietro in Vinculis, anche se purtroppo mutila nella parte inferiore.
Avendo accennato al Gargiulo, autore di importanti rappresentazioni di cronaca cittadina e di scene di martirio (fig.3) vogliamo cogliere l’occasione per correggere l’anno della morte dell’artista, prendendo in esame: Sullo stato delle arti a Napoli, uno scritto fatto conoscere dal Ceci, che Pietro Andreini inviò al cardinale Leopoldo De Medici, in cui dichiarava che “ Micco Spadaro, pittore di figurine e di paesi, morì che sono tre anni”. Il Ceci riteneva che tale nota fosse stata inviata nel 1678, ma grazie alle diligenti ricerche del Ruotolo, pubblicate nel 1982, si è identificato il giorno esatto nel 20 dicembre 1675, per cui la data della morte è lapalissiano che debba retrocedere al 1672, come da noi già suggerito da alcuni anni a pagina 100 della nostra opera “Il secolo d’oro della pittura napoletana”.
Di Agostino Beltrano, marito di Annella De Rosa e di cui presentiamo un inedito autoritratto (fig.4) abbiamo già parlato, quando abbiamo riportato la favola dell’uccisione della moglie partorita dalla fertile fantasia del De Dominici.
Esaminiamo ora una «Immacolata Concezione» (fig.5) allogata in S. Maria la Nova sulla destra della parete del coro, la quale per evidenti motivi rappresentativi  è databile a non prima del 1662. Essa infatti raffigura il papa Alessandro VII e l’imperatore Filippo V, che si incontrarono l’otto dicembre del 1661 e sancirono ufficialmente l’iconografia dell’Immacolata Concezione.
Questa attribuzione sposterebbe di molto in avanti la data della morte del Beltrano, forse fino al 1665 indicato dal De Dominici, in forte contrasto con il 1656 comunemente accettato dagli studiosi.

 tav. 2  - Domenico Gargiulo - Piazza Mercatello durante la peste del 1656 - Napoli, museo di San Martino
tav. 3 - Domenico Gargiulo-Decapitazione   San Gennaro nella Solfatara di Pozzuoli - Napoli, collezione della Ragione
tav. 4 - Autoritratto di Agostino Beltrano
tav. 5 -Agostino Beltrano-Immacolata Concezione con Alessandro VII e Filippo V - Napoli, S.Maria la Nova

Tra i luoghi misteriosi di Napoli, intrisi di antiche leggende e stupefacenti misteri, la Cappella Sansevero (tav.6), situata nel centro antico della città, occupa un posto di rilievo, perché legata indissolubilmente alla figura del proprietario, il celebre principe (tav.7), ritenuto da sempre un incrocio tra scienziato pazzo e mago stregone e che recenti ricerche stanno ampiamente rivalutando, riproponendone la figura come quella di un profondo conoscitore di segreti alchemici, uomo di grande cultura ed ai vertici della potente massoneria partenopea.
Da sempre la fantasia popolare è stata eccitata dalla presenza, nei sotterranei della Cappella, di due scheletri (tav.8) con un sistema cardio circolatorio in stupefacente stato di conservazione e si è vociferato che fossero stati creati dallo stesso principe, iniettando una segreta mistura nelle vene di due suoi servitori, ancora vivi, pietrificati in tal modo per l’eternità. Alcune recenti ricerche di medici napoletani tendono a considerare i due scheletri, almeno parzialmente, semplici macchine anatomiche, degli artefatti per quanto mirabili, ma non vogliamo parlare di questo argomento, che tratteremo in seguito, bensì del famosissimo Cristo velato, opera di Giuseppe Sanmartino.
Lo scultore è presente con molte sue opere in molte chiese napoletane, realizzazioni di buona, a volte ottima fattura, ma solo una volta egli raggiunge livelli sovraumani di abilità e perfezione assoluta: nel Cristo velato (tav.9–10), un vero e proprio prodigio tecnico, che permette di vedere chiaramente sotto un velo di marmo le fattezze di nostro Signore.
Questo unicum, oltre a far giungere a Napoli folle di visitatori da tutto il mondo aveva incuriosito appassionati d’arte e cultori di segreti alchemici. Si mormorava di un intervento diretto del principe nella realizzazione dello straordinario lenzuolo trasparente…, fino a quando, tempo fa, una studiosa napoletana, Clara Miccinelli (tav.11), aveva pubblicato alcuni documenti notarili comprovanti l’antica leggenda, ma la serietà della comunicazione si perse nei meandri di una troppo pervicace disamina esoterica dell’argomento, per cui l’importante notizia non è stata valutata e recepita dagli studiosi di storia dell’arte.
Abbiamo  personalmente controllato il documento, conservato nell’archivio napoletano e stilato dal notaio Liborio Scala il 25 novembre 1752, tra Raimondo di Sangro ed il Sanmartino, nel quale i due contraenti si accordano sulla realizzazione della scultura e sul segreto da mantenere. Trascriviamo alcuni passi inequivocabili:” ad apprestare una Sindone di tela tessuta, la quale doverà essere depositata sovra la scultura acciò dipoichè esso Principe l’haverà lavorata secondo sua propria creazione; e cioè una deposizione di strato minuzioso di marmo composito in grana finissima sovrapposto al velo. Il quale strato di marmo dell’idea del signor Principe farà apparire per sua finezza il sembiante di nostro Signore dinotante come fosse scolpito di tutto con la statua. Viceversa il sig. Joseph S. Martino si obbliga alla pulitura ed allustratura della Sindone e a non svelare al compimento di essa statua la maniera escogitata dal Principe per ricovrire la statua”.
tav. 6 - Immagine d'insieme Cappella Sansevero
 
tav. 7 - Principe Sansevero
tav. 8 - Macchine anatomiche
tav. 9  - Cristo velato
tav. 10  - Cristo velato (particolare del volto)

Un altro documento reperito dalla studiosa ci rende nota la formula segreta del principe per la sua stupefacente creazione:” Calcina viva nuova 10 libbre, acqua barilli 4, carbone di frassino. Covri la grata della fornace co’ carboni accesi a fiamma di brace con l’ausilio di mantici a basso vento. Cala il modello da covrire in una vasca ammattonata, indi covrilo con velo sottilissimo di spezial tessuto bagnato con acqua e calcina…. Sarà il velo come di marmo divenuto al naturale e il sembiante del modello trasparire”.
I due documenti dimostrano oramai in maniera inequivocabile, nonostante non siano noti a gran parte degli studiosi, i limiti dell’abilità del Sanmartino ed aumentano a dismisura la fama del principe. Probabilmente, anche se al momento mancano i riscontri cartacei, pure le altre due sculture velate della Cappella: la Pudicizia (tav.12) del Corradini ed il Disinganno(tav. 13) del Queirolo sono state eseguite con la collaborazione del principe, anche se va segnalato che il Corradini, giunto a Napoli in tarda età, aveva già eseguito statue dotate di velature molto abili, come l’omonima Pudicizia conservata al Louvre.
In tempi più recenti, un documento nell'Archivio Storico del Banco di Napoli, a detta di alcuni studiosi, ha testimoniato che il velo della scultura è esclusivamente da attribuire al genio scultoreo del Sanmartino.

tav. 11 - Clara Miccinelli
tav. 12 - Antonio Corradini - Pudicizia
tav. 13 - Francesco Queirolo - Disinganno

Passiamo ora alla culinaria affermando che uno dei luoghi comuni più diffusi, ma anche meno precisi, è quello che riguarda la radice povera e popolare della cucina napoletana. In realtà, a partire dalla seconda metà del ’700, in città si è avuta una vera e propria rivoluzione gastronomica segnata dalla crescente influenza della Francia e dall’incrocio delle tecniche parigine con le materie prime del territorio oltre che della pasta. Sono stati i monzu, cuochi di corte e delle cucine aristocratiche, i protagonisti di questa ondata, perché se l’Italia ha conosciuto la nouvelle cuisine negli anni ’70, le tecniche francesi sono arrivate a Napoli e in Sicilia quasi due secoli prima.
Ma in cosa consiste l’influenza della Francia nella cucina napoletana a cavallo tra ’700 e ’800?
In due aspetti fondamentali: il primo costituito dalla tecnica di utilizzo dei prodotti che punta agli accostamenti e all’arricchimento progressivo del piatto, una costruzione sempre barocca, ricca di sapori. Il secondo è l’introduzione di alcune salse di base, che ancora oggi distinguono l’impostazione della cucina classica transalpina da quella del resto del mondo.
Ma questi due elementi vengono tradotti a Napoli in primo luogo con la voglia di colpire la fantasia e la cura della scena, che ancora oggi è un elemento predominante nel comportamento psicologico partenopeo. E poi con le materie prime: verdure di grandissima qualità, frutta dal sapore inimitabile e, soprattutto, la pasta, nata in Sicilia ma adottata a tal punto da trasformare i napoletani da mangiafoglie a mangia maccheroni(tav. 14) in un solo secolo.
Non manca il riso, altro prodotto del Sud di cui si sono perse tracce, i peperoni imbottiti di peperoni, le palle di maccheroni, ripresi da Rosanna Marziale (tav.15) la cui cupola però in questo caso è la mozzarella, ricetta che ha sbancato nella finale di Masterchef (tav.16). Anche materie prime moderne, come tonno e fagiolini, diventavano complesse ricette come la mousse di tonno ai fagiolini nella quale entrano, pensate, ben 200 grammi di maionese e 70 grammi di panna montata. Resta un quesito antropologico non di poco conto: come mai a Napoli in cucina i poveri hanno «vinto» sui ricchi? In una parola, perché la gastronomia campana si ispira alle preparazioni di strada o a quelle vegetali elaborate ai tempi della fame atavica del popolo napoletano e non a queste sontuose preparazioni presentate nelle tavole dei nobili? Forse la prima risposta che si può dare è nella perdita progressiva di importanza del ruolo sociale dell’aristocrazia napoletana, passata in poco meno di un secolo da un ruolo di assoluta preminenza europea a quello di consumo della rendita fondiaria e di difesa dei privilegi senza avere più la capacità di governo.
Al tempo stesso la cucina della classe borghese, peraltro in città mai egemone culturalmente e socialmente, è per antonomasia figlia dell’omologazione oltre che dell’inappetenza salutista. Inoltre, dobbiamo dirlo, questa cucina ricca di grassi e di salse è assolutamente difficile da sostenere con i ritmi attuali di vita, i tempi ristretti per cucinare, e le preoccupazioni dietetiche. Insomma, si presenta come una cucina poco attuale in un momento in cui i ricchi mangiano quello che mangiavano i poveri (verdure) e i poveri quello che mangiavano i ricchi (la carne). Così questa cucina al momento viene coltivata quasi come una lingua morta, ricca di fascino per chi la conosce, ma assolutamente ininfluente nella vita quotidiana di tutti i giorni. Eppure, ne siamo sicuri, i giovani cuochi potrebbero trarre più di una ispirazione da queste costruzioni gastronomiche, piatti pensati per stupire  le tavolate.    

tav. 14 - Trionfo di Maccheroni

tav. 15 - Rosanna Marziale

tav. 16 - Masterchef logo

Il vero nome del Maestro dell’Annuncio ai pastori


Questo libro raccoglie cinque articoli, precedentemente pubblicati su riviste cartacee e telematiche, ma soprattutto avanza una proposta sull'identità vera del Maestro dell’annuncio ai pastori e propone, sulla base delle fonti, ma soprattutto su base documentaria dall'esame di antichi inventari, il nome di Bartolomeo Passante, da non confondere con Bartolomeo Bassante, di cui conosciamo data di nascita e di morte, incompatibili con il periodo di attività del maestro, che copre circa 30 anni, partendo dalla fine del secondo decennio del secolo.
Per chi volesse consultare i vari capitoli a colori basta digitare il link posto dopo il titolo ed andare su internet.
Segue poi una corposa bibliografia e la proposta di oltre 120 foto di quadri del pittore, la gran parte a colori.
Non resta che augurarvi buona lettura.
Achille della Ragione

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mercoledì 27 dicembre 2017

4^- Inesattezze, bugie ed imprecisioni sulla storia di Napoli. Errori madornali e boiate pazzesche a volontà

 Errori madornali e boiate pazzesche a volontà




01 - Il Mattino, giovedì 28 settembre 2017


Partiamo da una mia lettera (fig.1) pubblicata su Il Mattino il 5 settembre intitolata: Le tante bufale su Napoli, dall’università alla pizza, di cui riportiamo il testo e la risposta di Pietro Gargano.

Tra tanti primato negativi Napoli ne annovera anche uno positivo; infatti su tutti i libri di storia leggiamo che nel lontano1224, l’imperatore Federico II (fig.2), non avendo di meglio da fare, fondò all'ombra del: Vesuvio la prima università laica del mondo (fig.3). Un record mai messo in discussione e una data precisa: 5 giugno.
Peccato che se proviamo a chiedere ai massimi storici del periodo, da Feniello a Galasso, non tanto il nome dei primi professori, me dove avesse sede la prestigiosa istituzione, nessuno è in grado di rispondere, a dimostrazione evidente che si tratta di una bufala, alla pari di tante altre che circolano sulla nostra storia, dalla presenza di decine di ampolle di santi, che fanno concorrenza al prodigio di San Gennaro, alla nascita della pizza margherita in epoca post unitaria in onore di una regina sabauda, quando la prelibata specialità è descritta accuratamente in famosi libri settecenteschi.
Achille della Ragione

Sull’argomento nulla so di preciso e quindi non intendo confutare le certezze del dottor della Ragione, però aggiungo qualche elemento di ricerca.
Federico fondò lo Studium con una lettera circolare (generalis lictera) inviata da Siracusa, lo dice perfino wikipedia. Napoli fu scelta pure perché accessibile via mare, per il clima dolce e per la posizione baricentrica nel Regno.
Di almeno due intellettuali che affiancarono l’imperatore i nomi si conoscono, quelli di Pier delle Vigne reso immortale da Dante e di Taddeo da Sessa.
A proposito della mia città sono fazioso, ho fede in San Gennaro e mi piace la leggenda della regina Margherita.
Pietro Gargano
02 -  Federico II

03 - La sede dell'università al Rettifilo

Per un primato messo seriamente in dubbio,  Napoli ne può vantare due poco noti: la nascita del futurismo e la scoperta della penicillina.

Pochi sanno, neanche tra gli specialisti, che il battesimo del movimento futurista (fig.4) avvenne a Napoli, dove il Manifesto di Marinetti venne pubblicato sul periodico La Tavola rotonda  il 14 febbraio del 1909 dell'editore Bideri, famoso per le sue copie delle canzoni di Piedigrotta, 6 giorni prima della sua comparsa sulle pagine del Figaro di Parigi (fig.5).
E dopo pochi mesi, il 29 aprile 1910, vi fu il battesimo del fuoco al teatro Mercadante davanti ad un pubblico battagliero ed interessato con poltrone e palchi presidiate dalla intellighenzia partenopea, da Croce a Scarpetta, da Scarfoglio a Matilde Serao, oltre a politici, professionisti ed un plotone di giornalisti, i quali variamente commentarono l'evento sui loro giornali.
Tra i paladini del nuovo movimento Marinetti, Palazzeschi, Boccioni e Carrà (fig.6), i quali erano andati nell'antica capitale, inebriati da quella atmosfera avvolgente della Belle Epoque, accoppiata ad un momento esaltante di creatività culturale ed artistica, testimoniata da un numero senza eguali di Teatri e giornali, in stridente contrasto con una fase di severa crisi economica e di degrado morale del ceto dirigente.
Durante la presentazione al Mercadante, come ci racconta Generoso Picone dal palco dove sedeva donna Matilde giunse sulla scena, al posto del fatidico pomodoro, un'arancia che Marinetti, impassibile, prese al volo, sbucciò e mentre continuava a parlare cominciò a mangiarla.
il pubblico da un lato applaudì per il gesto coraggioso, ma continuò a far piovere di tutto su quei personaggi originali che apparivano come degli alieni e nello stesso tempo a manifestazioni di approvazione si alternavano fischi e pernacchie.
Un posto particolare se lo ritagliò Vincenzo Gemito(fig.7) con la sua barba lunga, i capelli scompigliati, il volto spiritato, si affacciava dal suo palco inneggiando ai futuristi, al punto che Marinetti interruppe la sua lettura per andargli a baciare la mano. Lo scultore rimase talmente colpito dal nuovo verbo, che volle invitare Boccioni e Marinetti a casa sua e volle apporre una corposa dedica al loro Manifesto tecnico della pittura futurista: "Ai cari amici un augurio per la loro nobile  missione di promozione di un nuovo ideale di arte in Italia, da parte di un amico che ha avuto la fortuna di applaudirli".
Da quella sera memorabile per settimane nei circoli intellettuali e nei cenacoli letterari si parlò solo di Futurismo (fig.8), alternandosi adesioni incondizionate e critiche feroci, sguardi perplessi a sorrisi ammiccanti "I terribili provocatori futuristi, gli strambi apostoli di nuove dottrine, gli avanguardisti irriverenti che volevano uccidere il chiaro di luna, potevano anche trascorrere l'intera giornata a dettare i loro programmi d'intenti belligeranti: poi però la sera non rinunciavano alla passeggiata sul lungomare di Posillipo, continuando a discutere, gustando del buon pesce nei migliori ristoranti.
La prima adesione napoletana al gruppo futurista fu quella di Francesco Cangiullo (fig.9), fino ad allora autore di canzonette e musiche, tra cui "Mastrottore", una cantilena composta nel 1904 molto apprezzata da Igor Straviskiy, che la inserì nel suo Pulcinella e da Tzara Ball che la introdussero nel cabaret Voltaire del 1916, con cui lanciarono il  movimento Dadaista.
Nel 1912 Cangiullo dedicò a Marinetti "La cocotta Futurista", un divertisment da leggere nei cafè chantant, che ricevette un premio durante la Piedigrotta. Compose anche una canzone pirotecnica (fig.10) si sole lettere e note ed a Roma fu autore di un gesto eclatante quanto irriverente, portando in processione la testa di Croce scolpita a colpi schiaffi. Il sommo filosofo godeva viceversa dell’ammirazione di Carrà, il quale, si recò più volte a casa di Don Benedetto, discorrendo amabilmente di estetica e di impressionismo, timorosi che i quadri alle pareti, rigorosamente figurativi, stessero ad ascoltare.
Nel 1914, sempre Cangiullo, nel nobile Palazzo Spinelli in via dei Mille interpretò con Marinetti, Balla e Depero un poema che parodiava la Piedigrotta, al frastuono assordante di putipù, scetavajasse e triccaballacche e davanti ad un pubblico partecipe che non si fermò un attimo dallo scompisciarsi dalle risate.
Non contento Cangiullo condusse Marinetti in trasferta a conoscere Capri, l’impareggiabile isola delle sirene ed a ripercorrere gli ectoplasmi di Diefenbach, Cerio, Gorkij, Lenin, Cocteau e tanti altri spiriti eletti che lì avevano soggiornato. Il padre del futurismo rimase talmente colpito dalla bellezza di albe e tramonti da comporre un dimenticato romanzo: “L’isola dei baci”.
I futuristi, impegnati nella loro missione dirompente verso il solenne, il sacro, il sublime e tutto ciò che fino ad allora era stato l’obiettivo dell’arte si accorsero che sabotaggio, presa in giro e parodia irriverente costituivano da tempo la miscela esplosiva del teatro di varietà che da anni furoreggiava a Napoli e sbalorditi approfondirono le più antiche tradizioni popolari, soprattutto la Piedigrotta, che in quegli anni assunse aspetti scoppiettanti con l’utilizzo di artifici pirotecnici (fig.11).
Al carattere trasgressivo le edizioni della festa affiancarono ascensioni aerostatiche e sorprendenti giochi di luce, culminati nell’edizione del 1895 con un corteo di due chilometri che mise assieme orologi e fiori, telefoni ed animali, telescopi e macchine fotografiche, In un turbinio di effetti di luce, che rappresentò uno dei momenti più alti del futurismo.
Passiamo ora a diffondere un altro primato napoletano misconosciuto, facendo tesoro di un articolo del celebre studioso Antonio Piedimonte pubblicato tempo fa sulle pagine del Corriere e che riportiamo parzialmente.

04- Quadro futurista

05 -Manifesto futurismo sul Figarò

06 -Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni, Severini
07 - Vincenzo Gemito, autoritratto
08 - Futurismo napoletano
09 - Francesco Cangiullo
010 - Manifesto declamazione
011 - Fuochi di Piedigrotta

Uno scienziato incompreso, un amore sofferto, una morte precoce. Si può forse riassumere così l’incredibile storia dell’uomo che scoprì il potere delle sostanze antibiotiche trent’anni prima di Fleming, la vicenda di un geniale studioso finito nel dimenticatoio della storia. Lui si chiamava Vincenzo Tiberio (fig.12) ed è ancora sconosciuto ai più, persino all’interno della comunità medico-scientifica, e solo da qualche anno a questa parte si sta cercando di restituirgli il posto che è suo.
Arzano 1895: il segreto del pozzo
Un anno speciale per la storia della medicina il 1895: Roentgen scopre i raggi X, Freud apre il vaso di Pandora della psicanalisi e ad Arzano, paese alle porte di Napoli, Vincenzo Tiberio individua il primo antibiotico. Dunque con decenni di anticipo sul famoso Fleming (fig. 13), che per la stessa scoperta (nel suo caso fortuita) vincerà nel 1945 il Nobel insieme ai due studiosi di Oxford: Ernst B. Chain e Howard W. Florey (fig.14). Gli scienziati anglosassoni, va ricordato, furono aiutati anche dalle autorità militari Usa, che dichiareranno la penicillina “Top secret”. Molti anni prima, invece, il neo laureato Tiberio aveva fatto tutto da solo, partendo dall’osservazione delle muffe nel pozzo della casa dove viveva ad Arzano (in via Zanardelli), dove si era trasferito dalla natìa Sepino (Campobasso) per studiare all’università di Napoli. Il giovane infatti fece caso a una strana coincidenza: tutte le volte che si ripuliva il pozzo dalle muffe l’intero nucleo familiare era colpito da enteriti e altri disturbi; intuì dunque che doveva esserci un nesso tra la scomparsa dei miceti e l’improvvisa esplosione dei batteri patogeni, così cominciò a studiare le muffe in laboratorio e, soprattutto, a sperimentare.
E’ il 1895 quando su una prestigiosa rivista scientifica italiana, gli “Annali d’Igiene Sperimentale”, diretta dal professor Angelo Celli ed edita a Roma dalla casa editrice Loescher, il giovane medico pubblica - con la supervisione dell’Istituto d’Igiene della Regia Università di Napoli, diretto da Vincenzo De Giaxa - gli esiti dei suoi studi con il titolo “Sugli estratti di alcune muffe”. E nell’articolo si legge tra l’altro: “… nella sostanza cellulare delle muffe esaminate sono contenuti dei principi solubili nell’acqua forniti di potere battericida… per queste proprietà le muffe sarebbero di forte ostacolo alla vita e alla propagazione dei batteri patogeni”. Insomma, il ricercatore mostrando di essere anche un ottimo microbiologo ha isolato e classificato i ceppi delle muffe, quindi ha studiato la loro azione battericida e chemiotattica sperimentandone gli effetti benefici, sia in vitro sia in vivo, su cavie e conigli, sino ad arrivare alla preparazione di una sostanza con effetti antibiotici. Quella che sarebbe stata chiamata penicillina e avrebbe cambiato la storia dell’umanità. L’articolo però finì tra la polvere delle biblioteche e fino agli anni Quaranta del Novecento si continuerà a morire per banali infezioni.

012 - Vincenzo Tiberio

Il cuore infranto e l’arruolamento in marina
La geniale intuizione del Tiberio non fu compresa né dalla comunità medico-scientifica italiana né da quella internazionale. Tutto si arenò, anche perché il medico abbandonò i suoi studi per arruolarsi nella Marina militare. Una scelta radicale che si può spiegare solo in parte con il patriottismo (oggi pressoché sconosciuto ma all’epoca molto diffuso), c’era infatti anche un altro buon motivo per imbarcarsi: il giovane voleva mettere la massima distanza possibile tra se e l’oggetto del suo impossibile amore: la cugina Amalia Teresa Graniero (che aveva conosciuto ad Arzano). In realtà la signorina contraccambiava pienamente ma il problema, apparentemente insormontabile, era proprio la consanguineità (per le temute conseguenze sulla prole). Come è facile intuire, però, la soluzione scelta - la forzata lontananza - produrrà esattamente l’effetto contrario: il legame divenne ancora più forte e la sofferenza più grande.
La prestigiosa carriera militare
La carriera militare porterà il brillante medico campano in giro per il mondo e lo vedrà sempre in prima linea: per placare la conflittualità greco-turca, per fronteggiare epidemie (come a Zanzibar) o per portare soccorso agli abitanti di Messina dopo il micidiale terremoto del 1908. Tiberio, poi, imporrà le vaccinazioni nella Regia Marina salvando tanti marinai. Nel 1912 gli affidano il laboratorio biochimico dell’ospedale militare alla Maddalena. Infine, il rientro a Napoli, con l’incarico di dirigere il Gabinetto di Igiene e Batteriologia dell’ospedale della Marina (a Piedigrotta). Il 45enne scienziato può riprendere i suoi studi sugli antibiotici, ma gli Dei hanno deciso altrimenti: il 7 gennaio del 1915 è stroncato da un infarto. Dietro una foto dell’adorata moglie lascerà scritto: «Lunga e difficile è la via della ricerca, ma alla base di tutto c’è sempre l’amore».
La lenta riscoperta
Bisognerà aspettare il 1946 perché qualcuno si accorga della grandezza dello studioso. Sulla rivista “Minerva Medica” il farmacologo Pietro Benigno scrive che “le sue ricerche sono condotte con tale accuratezza di indagine da meritare un posto fondamentale nella ricerca dei fattori antibiotici”. Un anno dopo l’ufficiale medico Giuseppe Pezzi ritrova l’articolo del 1895 e rende pubblica la vicenda. Non sarà sufficiente a restituire a Tiberio il suo posto nella storia ma almeno la sua figura comincerà lentamente a uscire dall’oblio. Nel corso del tempo gli sarà intitolata qualche strada (a Fuorigrotta), a Sepino una lapida ricorda (fig.15) che fu «Primo nella scienza, postumo nella fama», l’università del Molise darà il suo nome a un Dipartimento, e nel 2006 i nipoti Vincenzo Martines e Anna Zuppa Covelli pubblicheranno il libro “La vita e i diari di Vincenzo Tiberio”; infine il 9 febbraio del 2011 sul “Corriere della Sera” esce un articolo intitolato “La penicillina? Una scoperta italiana”. Un po’ di luce in fondo al pozzo (fig.16).

013 - Alexander Fleming
014 - Penicillina

015 -Lapide cimitero
016 - La grande scoperta

lunedì 25 dicembre 2017

3^- Inesattezze, bugie ed imprecisioni sulla storia di Napoli. Errori madornali e boiate pazzesche a volontà

prima puntata
seconda puntata
terza puntata

fig. 16 - Il Mattino -Venerdì 9 ottobre 2015

Brigantaggio

Una pagina poco nota della nostra storia è costituita dal brigantaggio, raccontata con prospettiva piemontese sui libri di scuola, proviamo finalmente a raccontare la verità:
«Il popolo, in Italia, è abitualmente dedito alla lettura dei poemetti in cui sono ricordate le circostanze notevoli della vita dei banditi più famosi: gli piace ciò che vi è in quella di eroico, ed esso finisce col nutrire per loro un’ammirazione assai vicina al sentimento che, nell’antichità, i Greci provavano per alcuni loro semidei.»
Così Stendhal, di passaggio per l’Italia, annotò nel suo breve saggio I briganti in Italia, confluito nell’opera Passeggiate romane pubblicata nel 1829. Non fu immune, il francese, che pure dai briganti fu rapinato sulla via Appia, dal fascino che costoro esercitavano sui letterati del Grand Tour: nelle loro memorie si cristallizzava il mito romantico del fuorilegge, diventato un topos letterario negli scritti di Irving , Byron e Scott che definirono l’immagine eroica del brigante: uomo di indomata indole che difende i ceti più deboli contro i soprusi dei potenti. La genìa dei Robin Hood, degli Zorro, la Primula Rossa, Fra Diavolo è tutta riconducibile a questo prototipo di difensore delle povere genti: un uomo che un tempo viveva nel consesso civile ma che, per un torto subito, si rifugia nei monti, nel fitto delle boscaglie, da dove sferra attacchi sanguinari ai suoi nemici, mosso, il più delle volte, da personalissimi motivi più che da un progetto politico.
La costruzione romantica del mito del brigante obbedisce in realtà a una cornice narrativa in cui si ripetono i medesimi schemi. Così le gesta banditesche diventano miti astorici, la cui suggestione dura tutt’oggi.
Un capitolo a parte costituiscono le storie di donne che si diedero alla macchia per seguire i loro uomini. Fra costoro, di straordinaria bellezza, c’è la casertana Michelina di Cesare (fig.1) che nel 1863 sposò il bandito Francesco Guerra, diventando così, da meschina ladra di capre, leggendaria regina di briganti. Si rifugiarono, i due sposi malandrini, sulle colline di Vallemarina; di qui piombavano a valle, depredavano le abitazioni dei “galantuomini” di San Castrese  o del celebre possidente Cordecchia, finché il ministero dell’Interno sguinzagliò sulle loro orme il generale Pallavicini, il più noto cacciatore di briganti. Ne scaturì battaglia ferocissima, con tanto di dispiegata artiglieria, nei pressi di Roccamonfina. I disperati si rifugiarono nelle cavità degli alberi secolari, furono scovati e uccisi. Il cadavere di Michelina, con una messinscena di raffinata ferocia, venne esposto sotto il sole su un carrello nella piazza di Mignano: era domenica, e quel cadavere penzolante servì da monito alle genti che andavano a messa, tra cui molti simpatizzavano per i briganti che catalizzavano la rabbia antipiemontese e le nostalgie borboniche degli uomini del Meridione.
L’ostensione del cadavere di Michelina fu in realtà l’ordinaria espressione della repressione delle autorità, la cui ferocia non era minore di quella brigantesca. Ruffiani e cacciatori di taglie (celebri quelli al soldo dei Dogi veneziani) praticavano facilmente il taglio della testa. Un vile manutengolo, per scampare la galera, promise la testa dei briganti Giacomo Purra e Giuseppina Gizzi al sindaco di Bracigliano: spiccò la testa dei due amanti con un coltello da macellaio e le consegnò al sindaco che, dopo averle fatte imbalsamare, le collocò in un’urna nel suo ufficio. Al riguardo, divenne leggenda narrata l’epigrafe che il brigante Carmine Oddo gli ritorse contro: memento mori, sindaco.
Uomini violenti, banditi o eroi popolari? A tutt’oggi il fenomeno storico del brigantaggio meridionale attende una risposta chiara ed esaustiva.
Una storia dei briganti nel Regno di Napoli deve partire dalla dominazione aragonese e dipanarsi fino alle vicende collegate all’unità d’Italia.
Visti nel rapporto con le masse popolari, i proprietari terrieri e le autorità, i briganti napoletani si presentano ora come il frutto della miseria e dell’ansia di riscatto dei contadini, ora come strumento nelle mani dei Borbone.
Di sicuro Marco Sciarra Angiolillo, Fra Diavolo, Carmine Crocco (fig.2), Ninco Nanco (fig.3) e persino brigantesse come Nicolina Licciardi (che non furono inferiori ai loro compagni per efferatezza e crudeltà) sono stati sempre aiutati ed amati dai contadini, che li hanno resi immortali nella fantasia e nelle leggende popolari.
Sin dalla prima metà del Quattrocento, durante il Regno degli Aragonesi, vi furono ribellioni spontanee da parte dei contadini verso i proprietari terrieri.
Una delle prime fu organizzata da Antonio Centelles, che costituì una sorta di esercito, a cui si opposero le truppe di Ferrante d’Aragona, figlio naturale di Alfonso. I contadini si rifiutavano di pagare i tributi regi, ma vennero massacrati nel 1459 nella piana di Santa Eufemia.
Il fenomeno non si spense ed un altro capopopolo, Marco Berardi, nel 1599, riuscì a sconfiggere le truppe regie a Crotone, nonostante da alcuni anni il conte di Olivares avesse emanato un editto con il quale si condannavano a morte i rivoltosi e si istituivano delle taglie di 100 ducati sulle teste dei contumaci. Seguirono altre ordinanze ancora più severe, come la Prammatica del duca d’Alba nel 1622.

fig. 1 - Michelina Di Cesare-Brigantessa per amore -Castello Orsini
fig. 2 - Crocco e brigantessa
fig. 3 - Giuseppe Nicola Summa detto Nico Nanco - Pinacoteca-Brera
Anche durante il dominio degli austriaci, che succedettero al vicereame spagnolo, le rivolte non si fermarono e numerose erano le bande che incutevano timore, tra ruberie e razzie.
Nel 1734 salì al potere la dinastia dei Borbone con Carlo III, che nulla riuscì contro il dilagare del banditismo, il quale si accentuò durante il regno del figlio Ferdinando, nonostante l’opera meritoria del Ministro Tanucci. Anzi, durante gli anni in cui fu sovrano, si sviluppò la leggenda di Angiolillo, le cui gesta ispirarono dei canti popolari in auge per tutto l’Ottocento.
Sul finire del Settecento vi fu la temporanea caduta di Re Ferdinando, l’avvento delle truppe francesi ed il sorgere della Repubblica Partenopea il 23 gennaio del 1799.
Ci pensò il Cardinale Ruffo a riconquistare il trono, muovendo dalla Calabria a capo di un esercito, composto da briganti, contadini e delinquenti comuni che, in omaggio alla Santa Fede, furono chiamati Sanfedisti. Da questa guerra, efferata e truculenta uscirono i primi nomi di briganti “politici”. Tra questi spicca la figura di Fra Diavolo, alias Don Michele Pezza, come si firmava (fig.4) negli editti che emanava nella veste di comandante della regia truppa.
Era il re delle montagne, dove dettava legge. Si unì alle truppe del Cardinale Ruffo e dopo la Restaurazione il sovrano lo nominò duca di Cassano, elargendogli un vitalizio annuo di 3000 ducati.
Anche sotto Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat il brigantaggio divampò e fu duramente represso. Nel 1806 venne catturato e condannato alla forca Fra Diavolo, impiccagione avvenuta a Piazza Mercato e gli fu permesso per l’occasione di indossare l’uniforme dell’esercito borbonico ed il titolo di duca di Cassano al collo.
Durante l’opera di repressione furono catturati anche Taccone, che rientrò a Potenza in groppa ad un asino con un cartello infamante al collo e Quagliarella, che, tradito dai compagni, venne ucciso dai contadini, desiderosi di intascare la taglia.
E giungiamo così alla grande stagione del brigantaggio postunitario sulla quale il giudizio degli storici è ancora controverso.
Fino ad ora si trattava di rivolte di contadini e di bande dedite al saccheggio, lo smembramento dell’esercito volontario garibaldino, la mancata concessione delle terre demaniali a chi vi lavorava ed un governo centrale a Torino sordo alle rivendicazioni, diedero luogo ad un brigantaggio politico, incoraggiato da una deriva neoborbonica e favorito dalla conformazione geografica del Meridione, tutto boschi e monti, difficile da controllare.
A partire dall’inverno del 1861 cominciarono ad organizzarsi bande di briganti che agivano colpendo i grossi proprietari terrieri, collusi col governo e le scarne guarnigioni, che non riuscivano a tenere sotto controllo il territorio.
Uno dei nomi di spicco fu Carmine Crocco, già caporale dell’esercito borbonico, dal quale aveva disertato. Uomo astuto, molto amato dalle donne, diede filo da torcere all’esercito sabaudo, fregiandosi del titolo di generale della reazione borbonica.
Alla sua banda si affiancò Ninco Nanco, proveniente dal disciolto esercito garibaldino, dal quale portò molti fucili. Il suo regno era la cittadina di Melfi, da dove iniziò la sua marcia, occupando città, aprendo carceri e saccheggiando le casse comunali. Giunse fino all’avellinese, conquistando sempre nuovi adepti.
Il brigantaggio dilagava anche nel casertano e nel beneventano ed in tutta la Calabria, per cui a Napoli arrivò con molta truppa il generale Cialdini (fig.5), che cominciò ad intensificare l’opera di repressione, con rappresaglie verso le popolazioni che si erano schierate con i rivoltosi. Una tra le pagine più sanguinose fu scritta a Pontelandolfo (fig.6-7), dove essendo stati uccisi 45 soldati, un battaglione dei Bersaglieri mise a ferro e fuoco l’intero paese.
Se il cuore del brigantaggio fu la Basilicata, anche Napoli ebbe un suo condottiero, un certo Pilone, così sopranominato perché molto peloso. Agiva alle porte della città nel Vesuviano e fu autore di combattimenti ed imprese sensazionali, che lo portarono a rifugiarsi nello Stato Pontificio, dove conobbe le galere papaline, da cui scappò e fu ospitato per alcuni mesi dall’esule Francesco II, che abitava a Palazzo Farnese. Chiuse le sue avventure ucciso in un’imboscata a Via Foria.

fig. 4 - Editto di Fra diavolo
fig. 5 - Generale Cialdini
fig. 6 - Strage massacro di Pontelandolfo  e Casalduni

fig. 7 - Brigantaggio

La storia ricorda anche un fenomeno di brigantaggio “nobilitato”, i cosiddetti Cavalieri di Francesco II, i quali si proponevano di restaurare il deposto Regno Borbonico. Furono organizzati da due generali, Vial e Clary e finanziati dal Principe di Scilla. Fu la stessa intrepida ex regina Maria Sofia, che, indossando abiti maschili, riunì a Roma i capibanda più famosi, convincendoli a partecipare al folle progetto.
Lo Stato Pontificio vedeva con occhio benevolo l’operazione, obbligando alcuni conventi ad ospitare e proteggere personaggi come Chiavone, Crocco e Ninco Nanco.
Nell’estate del 1861 il comando fu assunto da uno spagnolo, Josè Borjes, il quale, dopo essersi incontrato con Crocco, con 1200 uomini, discese dal Vulture, iniziando una delle più memorabili imprese di brigantaggio postunitario, ma sorpreso da un drappello di Bersaglieri, venne fucilato a Tagliacozzo.
Altri cavalieri stranieri meno noti subirono la stessa sorte, dimostrando eroismo nel momento fatale, come il marchese belga De Trazegnies, che rifiutò la benda davanti al plotone di esecuzione o il conte di Kalckreuth, che chiese, accontentato, di poter comandare lui stesso i soldati impegnati a fucilarlo. (Una scena tra comico e romantico che ci rammenta Totò in uno dei suoi celebri film).
Il brigantaggio divenne una spina nel fianco del Governo Ricasoli, che diede precise direttive per mettere fine al fenomeno. Cominciò una severa opera di repressione,accentuatasi quando, nel 1863, il governo aprì una commissione d’inchiesta, da cui scaturì la relazione Massari, la quale fornì una precisa carta geografica della disposizione delle bande.
Come atto legislativo nell’agosto del 1863 fu varata la legge Pica, che spostò ai tribunali militari la competenza e considerò colpevoli anche parenti e manutengoli dei banditi. Furono stabiliti anche cospicui premi per i delatori.
Intorno al 1870 l’opera di sterminio poteva dirsi conclusa (fig.8). Uno dei colpi più significativi venne inferto grazie al tradimento di Giuseppe Caruso, già luogotenente di Crocco, al quale il generale Pallavicini offrì l’immunità. Egli conosceva bene i nascondigli. Lo stesso Crocco, vedendosi braccato, si rifugiò a Roma dove però venne arrestato e trovato dalle autorità italiane nel carcere di Paliano. Fu processato a Potenza e condannato all’ergastolo che scontò a Portoferraio, dove morì nel 1905.
Pallavicini riconobbe non poche doti militari ad alcuni dei più famosi capibanda  e la loro generosità verso i contadini, i quali li onorarono rendendoli immortali nei loro canti (fig.9).
Le storie dei briganti più famosi, affidate alla tradizione orale nei secoli, ha trasformato la realtà in fantasia, la ferocia in leggenda. A Napoli, per tutto il Novecento, cantastorie girovaghi ne narravano le eroiche gesta, alla pari dei paladini di Rinaldo. Una letteratura popolare invisa alle classi dominanti. In anni successivi poeti e scrittori hanno rivisitato il mito, tra questi Rocco Scotellaro nei suoi libri fa emergere le misere condizioni dei contadini ed il sogno infranto di uno stato che si prendesse cura delle masse rurali.
E Carlo Levi nel suo celebre Cristo si è fermato a Eboli, descrivendo le terre del silenzio e della solitudine, negò a queste anche il conforto di un Dio pietoso, fermatosi ai confini di un mondo dimenticato.
De Roberto ne I Viceré (fig.10) traccia un grandioso affresco storico in cui si dipanano le speranze deluse dall’impresa garibaldina.
Un mondo contadino, nel quale “tutto cambia affinché nulla cambi” è il filo conduttore del romanzo di Tomasi di Lampedusa: Il Gattopardo.
E possiamo concludere con I Terroni di Pino Aprile (fig.11) e siamo oramai ai nostri giorni.

fig. 8 - Briganti e Carabinieri
fig. 9 -Mito del brigante
fig. 10 - De Roberto, I Vicerè
fig. 11 - Pino Aprile, Terroni

L’agricoltura napoletana trionfa all’Expo di Milano
Finalmente la verità sulla Terra dei fuochi

Nessuno conosce meglio di me la Terra dei fuochi, di cui ho parlato più di 10 anni fa in una serie di articoli, pubblicati su alcuni quotidiani napoletani, corredati da foto inedite quanto raccapriccianti, come i roghi appiccati alle discariche, per aumentarne la capacità, da bambini rom prezzolati, i quali bruciavano con fiamme altissime per giorni e giorni, diffondendo nell’aria la micidiale diossina; oppure l’immagine della pecora a due teste, che troneggiava nel salotto di un noto camorrista, segno evidente degli effetti devastanti sul patrimonio genetico, provocati dalle scorie radioattive provenienti dalle centrali nucleari di mezza Europa.
Questi scritti vennero raccolti poi in un libro: Monnezza viaggio nella spazzatura campana (fig.12), consultabile in rete digitandone il titolo, http://www.guidecampania.com/dellaragione/articolo23/articolo.htm
tradotto in inglese e dal quale hanno poi attinto a piene mani tutti coloro che si sono interessati in seguito dell’argomento, in primis Roberto Saviano, che ha preso spunto…. per un capitolo del suo celebre best seller.
Ma una cosa sono le discariche, che coprono un’area esigua del territorio, altro sono i campi agricoli (fig.13-14), che oltre a dare lavoro a decine di migliaia di famiglie, sono risultati ad indagini scrupolose assolutamente sicuri, come giustamente ha annunciato il governatore De Luca(fig. 15) approfittando della platea mondiale dell’Expo di Milano. Il governatore ha parlato con voce solenne ed ha annunciato a tutti gli Stati del pianeta che mozzarella ed ortaggi campani sono un vanto di una regione la quale, nonostante tutto, non vuole arrendersi.
La Terra dei fuochi o il famigerato Triangolo della morte, complici il successo planetario di Gomorra e la criminale assenza secolare dello Stato, hanno trasformato nell’immaginario popolare un luogo geografico in un incubo, una Chernobyl all’ombra del Vesuvio, un inquinamento morale più che ambientale, una sorta di gigantesco buco nero in grado di inghiottire un’antica civiltà.
Questa è la situazione presentata dai mass media, ma giornali e televisioni ignorano che da tempo sono disponibili dati inoppugnabili, i quali dimostrano che la produzione alimentare proveniente dalla zona è assolutamente sicura e può essere consumata tranquillamente. I terreni agricoli inquinati interessano soltanto 920 ettari, lo 0,9% della superficie dei 57 comuni delle province di Napoli e Caserta interessati dal decreto governativo “Terra dei fuochi”, che si estende per 108.000 ettari.
Le istituzioni interessate alla ricerca sono assolutamente affidabili, dall’Università all’Istituto zooprofilattico, dal Ministero dell’agricoltura all’Istituto superiore di sanità, purtroppo questi dati sono ignorati dai mass media, che continuano a considerare la Campania una terra maledetta da Dio e dagli uomini.
Una percentuale insignificante difficile da riscontrare in altre regioni italiane ed europee e che spazza via una retorica noir, composta di aggettivi ad effetto, declinati in forma superlativa, con i quali pervicacemente per anni si è voluto rappresentare un territorio abitato da 6 milioni di persone, inducendo l’opinione pubblica a confondere una parte, che ora sappiamo molto piccola, per il tutto, facendo credere che tutta la Campania fosse un’area insalubre ed inquinata, le cui coltivazioni fossero da scansare, i cui prodotti fossero da bandire dai mercati nazionali ed internazionali, per la gioia di molte imprese concorrenti del Nord.
Dopo La Repubblica, Il Corriere e tanti altri quotidiani anche Il Mattino riprende in una mia lettera l’argomento (fig.16) che avevo trattato in uno degli incontri del mio cenacolo culturale che si riunisce ogni venerdì nella mia villa di Posillipo

fig. 12 - Copertina libro Monnezza
fig. 13 - Campo agricolo
fig. 14 - Campo agricolo
fig. 15 -De Luca Vincenzo, governatore della Campania