Pagine

mercoledì 15 giugno 2016

Una mostra antologica al museo Madre dedicata a Mimmo Jodice

Mimmo Jodice


A Mimmo Jodice è dedicata una mostra antologica al museo Madre dal 23 giugno al 24 ottobre con immagini che documentano 50 anni di lavoro.
Jodice fino agli anni Settanta ha ripreso delle persone nelle sue inquadrature, ha creduto nell’impegno sociale degli artisti di cambiare il mondo. Si è recato negli ospedali, nei manicomi, nelle carceri a schedare il malessere ed il dolore. Quindi la delusione e la convinzione dell’inutilità della missione.
Da allora le sue foto si sono riempite di una solitudine metafisica da cui promana lo smarrimento dell’uomo contemporaneo ed il suo malessere.
Davanti ad alcune immagini si percepisce un grande vuoto, dal cavallo che corre nel deserto alle scale che portano al nulla. Sono rappresentazioni al di fuori del tempo e dello spazio, così diverse da quelle eseguite negli anni Ottanta, quando l’artista girava in lungo e largo il Mediterraneo alla ricerca di antiche vestigia di civiltà lontane, che documentava con cura e precisione.
Celebri anche le sue foto di dipinti e sculture in occasioni delle memorabili mostre Civiltà del Seicento e del Settecento.
Un suggello ed un riconoscimento ufficiale ad una vita trascorsa interamente a far sì che la fotografia avesse un ruolo adeguato al fianco ed alla pari di altre espressioni artistiche.
Il bianco e nero dei grandi fotografi è agli antipodi del colorismo bulimico che caratterizza i nostri giorni. Dalla fotografia alla fotomanìa, è l’effetto del passaggio dall’analogico al digitale. Dai pochi fotogrammi di una volta che fissavano la storia in un lampo di luce, agli attuali 375 miliardi di immagini scattate ogni anno nel mondo, che polverizzano la storia.
Vi è un abisso tra la sobria essenzialità del bianco e nero ed il diluvio di immagini che ambiscono ad immortalare ogni momento dell’esistenza.
L’effetto è uno tsunami di pixel che si riversa quotidianamente sul web.
Le 200 milioni di foto caricate ogni giorno su Facebook, per un totale di 6 miliardi al mese e settanta all’anno, diventano un accumulo ingestibile di ricordi che disperde la memoria in un eccesso di particolari: volendo fissare tutto, si travolge ogni ricordo.
Era d’obbligo questa premessa per presentare il lavoro di colui che è stato in grado di fissare la luce: Mimmo Jodice, uno dei grandi nomi della storia della fotografia italiana. Vive a Napoli, dove è nato nel 1934.
Fotografo di avanguardia fin dagli anni Sessanta, attento alle sperimentazioni ed alle possibilità espressive del linguaggio fotografico, è stato protagonista instancabile nel dibattito culturale che ha portato alla crescita e successivamente all’ affermazione della fotografia italiana anche in campo internazionale.
Da ragazzo ama l’arte, il teatro, la musica classica e il jazz; da autodidatta si dedica al disegno ed alla pittura. Agli inizi degli anni Sessanta scopre la fotografia. Inizia  allora una serie di sperimentazioni sui materiali fotografici e sulle possibilità della fotografia, non come mezzo esclusivamente descrittivo, ma come strumento creativo.
Durante questi anni Mimmo Jodice vive a stretto contatto con i più importanti artisti delle avanguardie che frequentavano Napoli in quegli anni: Wahrol, Beuys, De Dominicis, Paolini, Kosuth, Lewitt, Kounnellis, Nitsch e molti altri. Particolarmente sensibile alle nuove idee, si dedica sempre più alla fotografia creativa.
Nel 1970 è invitato a tenere corsi sperimentali all’Accademia delle Belle Arti di Napoli, dove poi insegnerà Fotografia fino al 1994. Le sue prime mostre sono al Palazzo Ducale di Urbino nel 1968 ed al Diaframma di Milano nel 1970: quest’ultima,  dal titolo Nudi dentro Cartelle Ermetiche, aveva un piccolo catalogo con una prefazione di Cesare Zavattini.
Nel 1980 pubblica  Vedute di Napoli: in questo libro Jodice avvia una nuova indagine sulla realtà, lavorando alla definizione di uno spazio urbano vuoto ed inquietante di metafisica memoria.
Questa ricerca segna una svolta nel suo linguaggio: le sua fotografie saranno sempre più lontane dalla realtà e sempre più immerse in una dimensione visionaria e silenziosa.
Nel 1981 partecipa alla mostra “Expression of Human Condition” al San Francisco Museum of Art con Diane Arbus, Larry Clark, William Klein, Lisette Model. In seguito, sue personali vengono presentate in prestigiose gallerie e nei musei più importanti del mondo, da New York a Dusseldorf, dal Louvre di Parigi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, da San Paolo del Brasile alla sua Napoli dove espone, al Museo di Capodimonte, nel 1998 e nel 2008.
Nel 2003 dall’Accademia dei Lincei riceve il prestigioso “Premio Antonio Feltrinelli”, dato per la prima volta alla Fotografia. Nello stesso anno, il suo nome è  inserito nell’Enciclopedia Treccani. Nel 2006 l’Università Federico II di Napoli gli conferisce la Laurea Honoris Causa in Architettura.
Per Mimmo Jodice il percorso artistico nasce a Napoli, sua città natale. Le sue fotografie sono un'indagine socio antropologica sulla cultura popolare, la ritualità, la vita quotidiana delle persone.  Durante gli anni Sessanta, svolge ricerche su molti temi: dalle feste ed i rituali religiosi del mondo popolare del Sud ai problemi della sanità e della malattia mentale, dalla scuola alla reclusione, dal lavoro all'emarginazione sociale nella grande periferia napoletana. La sua fotografia sociale non si colloca però nel quadro del reportage tradizionale. L'attenzione di Jodice si rivolge più allo scenario che all'azione, più alla maschera ed al gesto che all'evento in corso: più che raccontare, punta ad organizzare il campo visivo ed a studiare il valore simbolico della luce e degli spazi nei quali si muovono le figure. Negli anni Ottanta le figure e le storie degli uomini escono di scena e nelle fotografie resta soltanto la città vuota (Napoli ed altre città e territori italiani ed europei) come metafisico contenitore.
Verso gli anni Novanta il suo lavoro si orienta verso uno studio profondo ed appassionato delle impronte del passato sul presente e delle radici lontane della cultura mediterranea. Il presente diventa spessore di cose passate, il paesaggio diviene luogo della memoria e tutto il lavoro di Jodice acquista il significato di una ricerca delle origini.

copertina del libro Le savoir sur la falaise


L’ultimo suo libro, Le savoir sur la falaise (Electa, Napoli), è un vero capolavoro: il  presidente Napolitano ha voluto riceverlo per congratularsi personalmente con lui.
Napoli è più facile riconoscerla che conoscerla perché è una delle città più rappresentate del mondo. Pittura, letteratura, cinema, fotografia ne hanno fatto un deposito di mitologie positive e negative. Nella metropoli vesuviana è possibile vedere tutto ed il contrario di tutto, il bello e l’orribile.
Mimmo Jodice, uno dei più grandi fotografi del mondo, si è addentrato nel cuore femminile della città per farcene conoscere, attraverso settantacinque scatti, la sua parte migliore. Lo ha fatto oltrepassando le alte mura seicentesche del convento di Suor Orsola Benincasa.
Le savoir sur la falaise, infatti, racchiude la storia di un’immensa cittadella monastica che, alla fine dell’Ottocento, si era aperta al sapere  ed alla cultura laica, diventando la prima università libera del nostro Paese, con il fine, in notevole anticipo sui tempi, di contribuire all’emancipazione delle donne del Sud. L’idea era partita dalla  principessa Adelaide Pignatelli e dalla femminista Antonietta Pagliara, prima italiana a vestire gli abiti delle suffragette inglesi e primo Rettore donna della storia nazionale.
Oggi, questo sconfinato labirinto barocco fatto di corridoi a perdita d’occhio, refettori imponenti, ambulacri sorprendenti, giardini lussureggianti, cappelle silenziose, scale vertiginose, chiostri favolosi, ipogei misteriosi, viene restituito in tutta la sua bellezza dall’obiettivo di questo maestro della visione, che insegue il filo secolare che lega passato e presente di quest’oasi aristocraticamente partenopea, falaise luminosa consacrata al sapere, come l’ha definita uno dei più grandi storici dell’arte: André Chastel, professore al Collège de France, stregato dall’incanto della cittadella come lo erano stati prima di lui Benedetto Croce, Marussia Bakunin, Giuseppe Mercalli, Nicola Zingarelli ed altri grandissimi del Novecento che hanno tenuto corsi nelle aule di quest’antico eremo che oggi ospita quattordicimila studenti italiani e stranieri.
Gli scatti di Mimmo Jodice mostrano le tracce materiali di questa eredità vivente, trasformando in immagini che raccontano più e meglio di cento libri una storia densa e stratificata perché la sua arte del vedere, che nasce dall’avanguardia e dalla sperimentazione degli anni Sessanta, entra in sintonia con lo spirito che aleggia nella cittadella, nata per le donne, che da alcuni anni ha aperto anche agli uomini. Jodice si muove nel dedalo del Suor Orsola come un viaggiatore incantato, in cerca di immagini capaci di spalancare le porte del tempo che fanno irrompere il passato nel presente. Con il suo bianco e nero, coglie l’anima del luogo fotografando in controluce anche il profilo di una Napoli che non finisce mai di sorprenderci.


Mimmo Jodice




venerdì 3 giugno 2016

A Caserta in mostra Terrae motus

Lucio Amelio

Nel 1932 nasce a Napoli un poliedrico e vulcanico personaggio: Lucio Amelio, gallerista di successo con spazi espositivi in Piazza dei Martiri ed a Parigi; a Berlino ed a New York; cantante dalla bellissima voce ed attore per divertimento, ma principalmente uomo dinamico e trasgressivo dal carattere bizzarro e dalle solenni incazzature, che con le sue molteplici iniziative ha permesso a Napoli di diventare una delle capitali dell’arte contemporanea ove puoi incontrare più facilmente che a Milano o a New York un «grande» dell’arte moderna.
Questo ieri, oggi vi è il deserto e Lucio Amelio è ingiustamente dimenticato.
Molti napoletani hanno senz’altro incontrato più di una volta Lucio Amelio per strada, pur senza riconoscerlo. Era facile, infatti, vederlo ogni giorno percorrere a passi piccoli e veloci il tratto di strada tra piazza Vittoria e piazza dei Martiri, mentre si recava al suo quartier generale in palazzo Partanna, con il cappotto sempre abbondante, il doppiopetto sempre impeccabile, la camicia e la cravatta ricamata. Lucio Amelio è stato uno tra i maggiori galleristi internazionali di arte contemporanea, ma come tutti i napoletani rimane un gran sognatore per cui si è divertito a fare l’attore cinematografico lavorando con registi di successo, come la Wertmuller o il cantante, incidendo un 33 giri «Ma l’amore no», rivisitando vecchi brani degli anni Quaranta e Cinquanta.
Egli da ragazzo era stato indirizzato agli studi di ingegneria dal padre, costruttore di macchine industriali, ma dopo qualche anno aveva avuto il coraggio di cambiare strada scegliendo un nuovo indirizzo di studi a lui più congeniale: la facoltà di architettura. Nel 1951 lo troviamo nel direttivo della «Corda Frates» un’associazione culturale universitaria che organizza incontri con studenti stranieri tra i quali conosce il pittore berlinese Gunter Wirth. Nel 1953 prende la tessera del partito comunista e comincia a frequentare assiduamente la «Associazione culturale nuova» fondata da Gerardo Marotta.
Comincia poi il periodo dei viaggi ed a Berlino rincontra Wirth, dal quale viene introdotto negli ambienti culturali sia ad Est che ad Ovest della allora divisa città tedesca.
Abbandonati gli studi si stabilisce per un periodo di tempo a Berlino Est ove lavora in uno studio di architettura e frequenta il circolo letterario della scrittrice Anna Segers e l’ambiente che ruota intorno a Berlinere Ensemble. Alcune volte per arrotondare deve fare anche il manovale ed il giardiniere.
Nel 1959 l’improvvisa morte del padre lo spinge a ristabilirsi a Napoli ove lavora nei cantieri metallurgici di Bagnoli come interprete di tedesco. Ma la Germania lo ha ormai stregato e nel 1960 è di nuovo a Stoccarda come rappresentante di una ditta di prodotti chimici. Si rincontra col pittore Gunter With che nel frattempo ha aperto una galleria d’arte d’avanguardia. Nel 1963 organizza a Berlino una mostra di artisti napoletani e quindi l’anno successivo a Napoli un vernissage di artisti tedeschi. Nel cartoncino di invito di questa esposizione compare per la prima volta il «marchio Lucio Amelio».
Durante un’escursione sul monte Tibidabo egli è vittima di un gravissimo incidente, precipitando in una voragine. L’incidente lo costringe a letto per oltre un anno. Ristabilitosi riprende il lavoro all’Italsider, ma siamo giunti ormai vicino ad una data fatidica il 18 ottobre 1965, quando Amelio inaugurava una sua galleria di arte contemporanea con una mostra del pittore berlinese Heiner Dilly. La Modern Art Agency è uno spazio espositivo collocato due piani sotto il livello stradale al n.85 del Parco Margherita, in un palazzo della buona borghesia, Giuseppe Berto è per i primi anni l’unico collaboratore di Amelio. Il critico d’arte Filiberto Menna stila la sua prima recensione ed effettua il primo acquisto.
Il giovane intellettuale salernitano Marcello Rumma, innamoratosi della galleria dalla prima mostra, sarà negli anni il maggior collezionista ed acquirente di opere.
La galleria che dal 1969 si trasferisce nella famosa sede di piazza dei Martiri 58, presenta nel corso degli anni le più significative tendenze dell’arte contemporanea italiana ed internazionale dal concettuale alla power art fino alla transavanguardia. È Lucio Amelio ad introdurre nei primi anni Settanta in Italia maestri del calibro di Kounellis, Twomblj e Bewys, con il quale vivrà negli anni un vero e proprio sodalizio ideale e culturale, che i maldicenti interpretarono in modo ambiguo.
Tra gli autori italiani è sempre Amelio ad imporre sul mercato e all’attenzione generale artisti come Paladino, Tatafiore e Longobardi presentati assieme in una rassegna dal titolo «Nuova creatività nel mezzogiorno» organizzata in galleria nel 1978 con la presentazione di Michele Buonomo.
Piazza dei Martiri diventa il punto di riferimento dei giganti dell’arte americana da Warhel a Raushenberg; ma la vera fama culturale della galleria sta nel fatto che essa non si limita a presentare pedissequamente proposte già confezioniate e studiate per un pubblico straniero, bensì tende ad elaborare coerentemente a Napoli una strategia artistica in grado di valicare tutti i confini con la propria forma espressiva, senza tenere in gran conto il risultato squisitamente economico. Nel 1977 con la collaborazione di Raffaello Causa, unico incontro con le istituzioni, organizza una mostra su Carlo Alfano che si terrà a Villa Pignatelli.
Amelio organizza a Napoli l’incontro tra Walhol, l’artista che più vive nel mercato con Beuys l’artista che più vive nell’utopia e con questo connubio si getta il seme ideale che farà spiccare l’ultimo salto di qualità al lavoro della galleria.
E siamo al 23 novembre del 1980 quando un rovinoso terremoto scuote dalle viscere più profonde la Campania provocando lutti ed enormi danni economici.
Lucio Amelio ha un’idea folgorante che su questa catastrofe bisogna ricostruire una nuova idea dell’arte; sorge così Terrae Motus, una rassegna di opere di artisti contemporanei dedicata al cataclisma. All’iniziativa il cui nome è preso da un suggerimento di Giuseppe Galasso, aderiscono subito entusiasti Warhal e Beuys che fanno da traino a tutti gli altri artisti che nel corso degli anni aderiscono al progetto, regalando la propria opera ispirata al terreno alla Fondazione costituitasi nel frattempo nel 1982.
Complessivamente nel corso di dieci anni Terrae Motus si arricchisce di oltre cento opere dovute a 65 artisti appartenenti a 13 paesi.
La collezione si avvale di opere di Warhol, Bauys, Kounellis, Longobardi, Vedova, Mapplettrorpe, Twombly e tanti altri per un valore commerciale stratosferico.
La mostra non ha mai avuto sedi stabili; le opere restano a Villa Campolieto dal 1982 al 1986, quindi una grande esposizione, sponsorizzata dal Banco di Napoli, al Gran Palais di Parigi, visitata da oltre ventimila persone. Molte città hanno offerto ad Amelio una sede stabile per esporre le sue opere, ma Terrae Motus nata a Napoli può vivere solo in questa città che è l’immagine della catastrofe più che del sole. La nostra patria è una caverna che da tremila anni è in subbuglio, fino a quando il terremoto è stato il catalizzatore di una scelta obbligata, assolutamente naturale.
Alcuni anni fa una sede prestigiosa sembrava pronta ad accogliere Santa Lucia al monte che la fondazione Amelio aveva acquistato per destinarla a sede definitiva di Terrae Motus, affiancando una serie di attività tali da creare un vero e proprio centro di produzione culturale con mostre, dibattiti, videoteche, archivi, biblioteche di settore, editoria specializzata, borse di studio, ateliers per artisti, ecc.
La Fondazione una volta proprietaria di una sede così prestigiosa deve essere posta in condizione di poter compiere il suo ambizioso lavoro attraverso una feconda collaborazione con le istituzioni: Comune, Regione, Soprintendenze, Accademia di Belle Arti e altre organizzazioni cittadine nazionali ed internazionali.
C’è stato un momento in cui lo Stato, invece di favorire un progetto culturale così ambizioso, ha creato degli ulteriori problemi, riscoprendo un antico diritto di prelazione sull’immobile mai attivato negli anni precedenti e perciò scaduto. Dopo un faticoso tira e molla col Ministero dei Beni Culturali si è riuscito a superare anche quest’ultimo ostacolo ed il 7 gennaio 1991 cominciano i lavori di riattivazione e di restauro del vecchio convento sotto la direzione dell’architetto Pezzullo, una specialista nel restauro dei monumenti, la quale tende sempre in primo luogo al recupero del complesso nel rispetto della sua forma originale.
Purtroppo i lavori che si sperava potessero concludersi in tempi brevi, durarono un’eternità e mai come in questo caso andrebbe bene l’implorazione «Fate presto» che Warhol pose emblematicamente nella sua opera sul terremoto, riprendendola dalle pagine dei quotidiani, che chiedevano a viva voce il soccorso per le zone interessate dal sisma. Nell’ambito della realizzazione di una sede espositiva definitiva per le opere di Terrae Motus, Amelio ha pensato di affiancare anche un progetto europeo che possa rinsaldare un legame di sangue tra la cultura napoletana ed il resto del Sud. Un progetto che tenda a rivivificare tutte le capitali del bacino del Mediterraneo da Barcellona al Cairo, da Atene a Napoli. Città dove è nata la cultura che significa anche terra che bolle e cervelli caldi.
L’importante è che si riesca a creare a Napoli un istituto di cultura contemporanea che non sia in mano ai burocratici ed ai faccendieri politici, seguendo l’esempio di Gerardo Marotta che con il suo Istituto di Studi Filosofici ha creato una struttura privata da far impallidire l’università.
Per meglio conoscere il personaggio riportiamo una breve intervista che Amelio mi concesse tempo fa per un libro che stavo allestendo sui personaggi napoletani da ricordare.
L’incontro con il signore dell’arte avvenne nella sua galleria di piazza dei Martiri e davanti a noi vi era un personaggio solare e tagliente che sapeva essere arcigno e conciliante.
Signor Amelio, come lei sa Napoli riesce a mantenere il suo fascino in Italia e all’estero grazie all’attività di poche persone che si battono tra mille difficoltà, per l’avanzamento civile e morale della città. Ci indichi 15 nomi di concittadini che si sono maggiormente distinti.
«Galasso, Marotta, Villani, De Simone, Buonuomo, Paladino, Compagnone, Tatafiore, Pisani, Alfano, Longobardi, Donatone, Marra e Trisorio».
Non le nascondo signor Amelio che per me, collezionista di dipinti antichi ed amante del ’600 napoletano, scrivere su di lei e sull’arte contemporanea è molto difficile. Mi sa dire cos’è che la spinge ad essere un gallerista di arte moderna.

«La galleria è il punto di aggregazione di idee e di energie creative, che sono nell’aria e che trovano la loro espressione nelle mostre, ove possono raggiungere un pubblico a volte anche molto vasto, chiudendo così il circuito tra gallerista, artista, visitatore e collezionista.
Inoltre è il luogo dove oltre a promuovere e divulgare l’arte vengono eseguite delle ricerche estetiche esaminate in una prospettiva storica».
Dopo il successo di Terrae Motus so che Lei sta dedicando le sue energie ad un nuovo ciclo di lavoro e di ricerca che ha chiamato la Commedia dell’Arte e di cui simbolo è Pulcinella; può dirci qualcosa in merito?
«Dopo l’esperienza di Terrae Motus mi propongo oggi di indagare sulle inquietudini del nostro futuro. Oggi la gente si sente tradita dai mercati d’arte moderna perché l’arte stessa si è degradata ad oggetto di decorazione, così che un vento gelido ha coperto con un sottile strato di ghiaccio tutte le gallerie del mondo.
Così artisti contemporanei dopo aver indicato e denunciato la crisi del mondo moderno ne sono rimasti vittime.
L’arte però non può crollare assieme al mondo e perciò bisogna organizzare una sorta di resistenza estrema come quella degli eroi delle Termopili cantata da Kavafis.
Pulcinella diventa il simbolo di questa resistenza, perché è il personaggio a cui hanno tolto tutto tranne il desiderio, come una specie di Don Chisciotte, che con il suo volto malinconico indica la direzione per uscire dall’ombra.
Noi dobbiamo come gli antichi romani aspettare nel Senato che arrivino i barbari, forse non verranno mai, forse sono già arrivati con la faccia degli stessi artisti. Noi abbiamo il compito di scuotere le coscienze, di far rinascere la consapevolezza della decadenza e delle barbarie. Dobbiamo suonare il nostro tamburo di guerra. Dobbiamo accendere mille fuochi di creatività, nella città e altrove perché solo così l’arte può trasformare e migliorare tutto il mondo.
Parole che rimbalzano dal passato e sono estremamente attuali, soprattutto a Napoli dove il tempo scorre meno velocemente che altrove.
Nel frattempo la città attende ancora  la raccolta Terrae Motus, parcheggiata nella provvisoria sede della Reggia di Caserta ed ha dimenticato l’opera e l’insegnamento di Lucio Amelio.

Lucio Amelio con l'opera di Warhol per Terrae Motus
Il nuovo allestimento Terrae Motus alla Reggia di Caserta