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domenica 29 marzo 2015

22 marzo 2015




Domenica 22 marzo 2015 nei locali dell’Istituto Denza di Posillipo-Napoli, è stato presentato l’ultimo libro di Achille e Marina della Ragione: “La Bibbia dell’amore”
Alla presenza di un folto pubblico (tra cui abbiamo riconosciuto la pluricampionessa italiana di scacchi Maria De Rosa), si sono alternati al tavolo dei relatori oltre ad i due autori, anche l’Ing. Dante Caporali, valente fotografo e cultore di cose napoletane.












martedì 24 marzo 2015

Il Giubileo e l’indulto



La visita di papa Francesco a Napoli è stata seguita in tempo reale da giornali e televisioni, che hanno dedicato enorme spazio all’evento, ma solo poche righe sono state dedicate ad un’esternazione del pontefice, il quale, rivolgendosi ai detenuti di Poggioreale con cui ha consumato il pranzo, ha affermato che a fine anno, quando proclamerà l’apertura del Giubileo, chiederà pubblicamente un atto di clemenza per i carcerati.
Speriamo non si dimentichi, come vergognosamente se ne sono dimenticati governo ed opinione pubblica, perpetuando una situazione di degrado insostenibile per una nazione che si pecca di ritenersi civile.
Parlare di indulto non porta voti, ma seguire l’indicazione di un papa tanto amato, potrebbe indurre finalmente a prendere un provvedimento improcrastinabile, propugnato a suo tempo dallo stesso presidente della Repubblica Napolitano.

venerdì 20 marzo 2015

I primi 100 anni di zia Giuseppina

torta 100 anni

Il 21 marzo 2015 è entrata la primavera, ma succede ogni anno, Papa Francesco è venuto in visita a Napoli, evento trascurabile a confronto con il compleanno di zia Giuseppina, che ha compiuto i suoi primi cento anni, festeggiati alla grande nei saloni della splendida villa posillipina del nipote prediletto Achille, attorniata dalle vispe sorelle Elena ed Adele e da nipoti, pronipoti e pro-pro nipoti, come Elettra, 5 anni, venuta appositamente da Bruxelles per festeggiare la vegliarda.
Ricevuta dal Papa, con gli auguri in diretta del TG3, mentre il sindaco ha inviato un fascio di fiori ed ha regalato una medaglia ricordo.
Giuseppina Capuano è donna di altri tempi, di elette virtù, tutta casa e chiesa, al punto che fino ad oggi non ha trovato ancora il tempo di sposarsi, nonostante i pretendenti non siano mai mancati, ma diamo tempo al tempo.
Le cento candeline sono state spente con un solo interminabile soffio tra gli applausi scroscianti di trenta parenti venuti da tutta Europa per la memorabile festa.
Alla torta gli ospiti sono arrivati satolli, dopo essersi rimpinzati con panini farciti di ogni ben di dio, pan canasta, patatine, pop corn, innaffiati con vini d’annata e per gli astemi aranciata e coca cola a volontà. Nell’arrembaggio alle cibarie si sono distinti Jenny, Andrea, Mario ed il sottoscritto, mentre morigerati si sono mostrati Pino e Sofia con le rispettive famiglie, Carlo e Maria.
Marina e Maria Teresa hanno mangiato più con gli occhi che con la bocca, Elvira e Tiziana erano impegnate a coordinare la servitù, efficiente e rigorosamente in divisa.
Dopo la cassata si è passati allo champagne, Veuve Clicquot, versato a fiumi nei cannaroni dei partecipanti, in particolare di Gian Filippo e Francesco, che ne hanno tracannato diversi calici, mentre Attila, il fedele rottweiler, al terzo tappo ha smesso di abbaiare.
Musica e balli hanno concluso la memorabile giornata con appuntamento già fissato per l’anno prossimo.

Achille della Ragione


Giuseppina centenaria

venerdì 13 marzo 2015

Aspettando papa Francesco



Il 21 marzo, oltre alla primavera, a Napoli giunge papa Francesco, con il suo messaggio di pace e di fratellanza ed è significativo che abbia scelto di trascorrere la sua giornata tra Scampia, la più grande piazza di spaccio della droga d’Europa, il carcere, dove pranzerà con i detenuti, l’incontro con gli ammalati e il bagno di folla finale sul lungomare con i giovani, il futuro della città.
Quanta differenza con l’ultima visita di un pontefice, incentrata sull’incontro a piazza Plebiscito con i potenti in prima fila per ricevere il sacramento dell’Eucarestia, dal truce filisteo, abituale adoratore del vitello d’oro, sceso dal Nord per l’ostia televisiva, all’ateo inveterato, nemico giurato della Chiesa, salvo che nelle occasioni eccezionali. Ed alle loro spalle premevano per il rito del baciamano eurotelevisivo amministratori corrotti, malversatori abituali, usurai incalliti, bestemmiatori immarcescibili e tutta quella feccia che ha portato la Campania sul fondo del baratro.
Per l’occasione fu ripulito il suo percorso, tolto cumuli di puteolente spazzatura, colmato voragini nelle strade, allontanato per poche ore scippatori e spacciatori, truculenti magnaccia e sguaiate prostitute.
In seconda fila vi era la Napoli vera che non potette conoscere: i disoccupati cronici, i giovani senza futuro, i pensionati alla fame, i commercianti strangolati dal pizzo, i lavoratori al nero per 500 euro al mese, ma soprattutto la folla degli onesti, costretti in un angolo dalla prepotenza dei vincitori.
Non fu possibile raccogliere il disperato grido di dolore degli abitanti delle periferie degradate, vedere le antiche chiese cadere in rovina, gli abusi edilizi ubiquitari, l’esercizio spietato della prevaricazione come regola di vita.
Conoscere veramente Napoli, dove per millenni lingue e culture aliene hanno sempre goduto di accoglienza e tolleranza, antica e gloriosa capitale, costretta al rango di capitale della monnezza e della malavita
Santità, Voi non ne avete bisogno, fate che l’augurio che vi sarà indirizzato dal Cardinale: "'A Maronna t’accumpagna” sia viatico per i napoletani nel lungo viaggio dal buio delle tenebre verso la Luce.

mercoledì 4 marzo 2015

Ritornerà la moda della pelliccia?


Breve storia di un abbigliamento ieri osannato, oggi vituperato, domani chissà

pelliccia cinquecentesca

Di Marina della Ragione

La pelliccia è un abito che ai nostri giorni fa discutere. Inaccettabile per la maggior parte delle persone indossare un capo che sia stato fatto con la pelle di un animale, la pelliccia ora è sintetica, così come lo sono i capi in pelle, ma non sempre è stato così.
L'uso di rivestire il corpo umano di pelli e pellicce di animali è notoriamente antichissimo; da tempo immemore le pellicce son portate, oltre che per proteggersi dal freddo e dalle intemperie, anche per ornamento.
Abbigliamento adoperato dalla preistoria, essendo l’unico modo di ripararsi dal freddo, già nel VI secolo la pelliccia diventa uno status symbol e lo rimarrà per un tempo lunghissimo; nell’Ottocento entra prepotentemente nella moda e non ne esce più.
In anni più vicini a noi la pelliccia è usata dalle donne degli anni ’20, momento in cui arriva per questo capo un vero e proprio exploit, dovuto anche all’arte dei mastri pellicciai che sanno creare modelli diversi e originali, sempre più vicini alle esigenze delle donne, anche nella lavorazione delle pelli.  Intorno agli anni Trenta raggiunge l’apice del successo, sfoggiata da dive come Elisabeth Taylor e Marilyn Monroe. Sono gli anni in cui la pelliccia è il dono che tutte le donne chiedono ai mariti, fino ad arrivare agli anni Ottanta quando  cominciano le campagne degli animalisti.
L'allevamento di animali da pelliccia è da lungo tempo apertamente osteggiato dai movimenti animalisti. Imponenti campagne di informazione contro questa pratica sono state condotte in gran parte del mondo, soprattutto fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. Al loro apice, tali campagne hanno avuto effetti anche notevoli nel ridurre il volume d'affari del mercato delle pellicce. In Europa e soprattutto in Italia l'atteggiamento dei consumatori nei confronti di tale prodotto si sta avviando sensibilmente verso un forte calo d'interesse, come confermato anche dai dati sulle preferenze italiane. Da dati Eurispes risalenti al Report sull'Italia 2014, più dell'85,5% della popolazione si dichiara contro l'allevamento di animali da pelliccia; tuttavia contemporaneamente si sta assistendo a uno spostamento di una parte significativa della produzione verso il Sud-Est Asiatico e in particolare la Cina, dove le regolamentazioni in materia di tutela degli animali ed in particolare animali da pelliccia sono fortemente limitate se non del tutto assenti de facto, seppur presenti de iure.
La storia delle pellicce ha, come abbiamo accennato, origini antichissime. Usate in tutte le ere in svariati modi, queste divennero famose già nell’epoca romana, quando il buon vecchio Onorio proibì nel 397 ogni oggetto di pellicceria a causa dell’uso smodato che ne veniva fatto. Le pellicce erano usate nel costume romano per distinguere i ceti sociali più alti da quelli inferiori. I patrizi usavano  le pelli anche per la confezione di calzari di lusso. Spostandoci in Francia, invece, l’uso delle pelli animali diventò molto celebre con l’avvento di Carlo Magno, che usava vesti foderate di ermellino. Per la confezione di una veste regale si contava l’uccisione di più di 1800 esemplari. Come non parlare poi di Venezia, celebre a quei tempi per la concia delle pelli animali. A casa ogni donna possedeva almeno una pelliccia, se non più di due, ed era molto in voga il “pelliccione”, costituito da una veste stretta in vita che scende sui fianchi con pieghe profonde ed un colletto che si allarga come un calice attorno al viso.  
Sebbene questi vestiari di lusso fossero così bramati e apprezzati da ogni ceto sociale nobile di qualsiasi secolo, Onorio non fu l’unico a mettere un veto al commercio delle pellicce. Nel 200 vennero promulgate delle leggi suntuarie (atte a limitare la ricchezza degli abiti maschili e femminili) che imponevano alle donne di dover possedere un massimo di cinque pellicce e non più. Ciò accadde anche nel ‘500 e nel ‘900, per non parlare dell’uso delle pellicce in ambito ecclesiastico. Queste destarono lo scalpore e l’indignazione di S. Pier Damiani e di S. Bernardo, tanto che in un concilio nel 1127 viene proibito alle monache l’uso di qualsiasi pelliccia.

 reclame ottocentesca

pellicce della nonna


pelliccia visone
Anche oggi  la pelliccia è un capo che si può nominare solo sottovoce, con una sorta di timore, perché non è politically correct.
Scomparsa da un decennio, quando gli animalisti cominciarono le loro incursioni sulle passerelle e fuori dal teatro alla Scala con lanci di uova e vernice contro le signore impellicciate. Osteggiata poi anche per il surriscaldamento del pianeta, è praticamente sparita e rimane un tabù anche se gli stilisti e le associazioni di categoria assicurano che oggi tutte le pelli utilizzate provengono da allevamenti certificati, come la carne che arriva sulle tavole o i pellami utilizzate per gli accessori. La pelliccia, bisogna ammetterlo, quando è  bella è sublime, perché continua ad evocarci quel mondo animale che l’uomo sente parte di sé:l’istinto e dal quale è allo stesso tempo attratto e spaventato.   
Ma che succederà ora che stilisti famosi le rilanciano e celebri giornali come Vogue dedicano un intero articolo al Safari dal titolo accattivante “La pantera salta fuori dalla riserva e riscalda l’inverno in total look“, mentre tigrotti, leopardi, leonesse, ricacciati nella foresta tornano ora sotto mentite spoglie, anche sottoforma di jeans, pigiami (in seta), e pellicce così false da sembrare più vere delle vere. 
Dietro alla guerra delle pellicce vi è un pregiudizio socio culturale, un po’ per mettere in pace le nostre coscienze e bisogna lanciare un appello: salviamo le pellicce, soprattutto quelle vecchie, anche se vanno ancora tenute nel guardaroba perché nessuno ha il coraggio di indossarle. Quelle meravigliose pellicce di visone, volpe e astrakan delle nonne che restano insuperabili per la fattura e conciatura artigianale delle pelli. Stole, cappe, cappotti fruscianti come vestaglie che al tempo della Dolce Vita  hanno contribuito a rendere immortali le dive del cinema. 
Tempo verrà che la pelliccia tornerà di moda e diverrà l’oggetto del desiderio di tutte le donne, non si possono cancellare millenni di storia solo per placare l’ira degli animalisti.

Marina della Ragione


pelliccia giaguaro

 pelliccia astrakan

pelliccia volpe argentata

 pelliccia sintetica



Vorrei a Napoli un museo dell’emigrazione




lettera pubblicata il 28 Febbraio 2015 su La Repubblica


Dopo l’Unità d’Italia nel corso di pochi decenni circa 25 milioni di italiani sono stati costretti all’emigrazione oltre oceano. Soltanto pochissimi sono ritornati. Oggi la storia si ripete all’incontrario ed ecco legioni di disperati che vedono nelle nostre città la terra promessa. Il nostro passato di emigranti è dimenticato, complici le istituzioni, che non hanno realizzato un museo che ci rammenti gli anni in cui eravamo carne di macello, pronta a qualsiasi lavoro, anche il più umile. Un museo dell’emigrazione, per ricordare il passato e per spegnere in noi semi di razzismo e becero leghismo. Quale sede più degna del porto di Napoli, dove sono partiti i bastimenti, carichi di disperazione, di ansia di riscatto e di dignità.

Achille della Ragione
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Grazie alle segnalazione della Professoressa Grazia Messina invitiamo a leggere
http://150anniinsieme.blogspot.it/p/italia-migrante.html
del liceo statale Leonardo, Giarre (CT)

domenica 1 marzo 2015

Uno splendido San Pietro di Francesco Fracanzano


La bottega di Ribera in piena attività

fig.01 - San Pietro

Un collezionista di Reggio Emilia mi ha inviato la foto di uno splendido San Pietro (fig. 01), facente parte in passato di una serie di apostoli transitato venti anni fa sul mercato e di cui fortunosamente sono riuscito a recuperare le immagini delle altre tele (fig. 2), tutte con le stesse dimensioni (100 – 74), le quali recano sul telaio il sigillo in ceralacca della raccolta di Ambrogio Ubaldo (1785 – 1865), banchiere milanese e noto collezionista di armi e di dipinti, nel cui testamento e nei cui inventari, studiati da Simonetta Coppa, non vi è traccia della serie in esame.

fig.02

Dopo qualche anno sono comparsi presso l’antiquario Antonello Governale di Palermo un San Tommaso (fig. 3) ed un San Filippo (fig. 4), sempre delle stesse dimensioni e con il sigillo dell’Ubaldo, sotto un’attribuzione dubitativa a Claude Vignon.
Alla serie appartiene anche un San Giuda Taddeo (fig. 5), che richiama a viva voce un San Giovanni Battista (fig. 6) pubblicato da Roberto Longhi nel 1959 sulla rivista Paragone (n. 109, pag. 58), come pure in passato qualcuno ha voluto vedere una somiglianza tra il San Pietro ed uno dei personaggi presenti in un Cristo e l’adultera transitato nel 1993 a New York presso Sotheby,s con un’attribuzione a Stomer (fig. 7).
Dopo questo breve excursus storico e dopo aver precisato che il San Pietro reca sul verso una firma apocrifa “Spagnoleto” (fig. 8) dobbiamo affermare che la serie sembra essere stata realizzata da più mani con derivazioni tratte da fonti diverse, anche se il San Pietro appare diverso da tutti gli altri lemmi.
I dipinti trasudano anche in foto un inconfondibile afrore napoletano, per cui siamo certi che sono stati realizzati in quella straordinaria officina di talenti che per anni fu costituita dalla bottega di Ribera e per quel che riguarda il San Pietro riteniamo di trovarci davanti ad uno dei massimi raggiungimenti di Francesco Fracanzano, uno dei suoi allievi più dotati.
La rappresentazione di mezze figure di santi e filosofi, investigati con crudo realismo, fu una moda nata nella bottega del Ribera a Napoli ed affermatasi poi anche in provincia grazie ai suoi discepoli, tra i quali, con una rilettura originale, si annovera anche il sommo Luca Giordano, che più volte ritornerà sul tema nel corso della sua lunga carriera, dilatando oltre misura la sua fase riberesca, identificata erroneamente dalla critica con un periodo unicamente giovanile.
Tra i più convinti seguaci del valenzano si distingue Francesco Fracanzano, il quale nel 1622, dalla natia Monopoli, si trasferisce con la famiglia nella capitale, entrando giovanissimo nell’ambiente artistico partenopeo, grazie anche al matrimonio, celebrato nel 1632, con la sorella di Salvator Rosa.
Lavorando con il Ribera ne recepì la stessa predilezione per la corposità della materia pittorica e ripropose spesso i soggetti più richiesti dalla committenza: studi di teste e mezze figure di filosofi e profeti su fondo scuro. Nel convento e nella chiesa di San Pasquale a Taranto si conservano una decina di tele raffiguranti il Redentore, apostoli e santi anacoreti, tutti a mezza figura su sfondo scuro, che rivelano la mano di più artisti (vi è anche un dipinto firmato di Giordano, aggiunto in epoca successiva), tra cui spicca Francesco, col quale probabilmente collabora Cesare. Infatti in un paio di dipinti “la massa pittorica appare più levigata, più morbidamente plasmata e meno vibrante di vita. Qualche indulgenza ad un gusto manieristico più abboccato, un certo compiacimento formalistico, un senso morale più allentato e molte concessioni di indole pietistica e devozionale che suggeriscono il nome di Cesare come collaboratore, qui impressionato dalla prepotente personalità del fratello” (D’Elia).
Si tratta di poderosi personaggi vestiti di rudi panni, con attributi iconografici irrilevanti che solo con l’ausilio della fantasia ne permettono l’identificazione con San Bartolomeo, San Simone o San Matteo. Più facile riconoscere S. Andrea o il Redentore.
Sotto l’apparenza di santi scorre una galleria di ritratti dal vero di rudi contadini e di fieri pastori, personaggi che vivono e lavorano ancor oggi con fatica tra le pietraie delle Murgie e gli oliveti del Salento.
Si tratta di un’iconografia inconsueta per gli altari severi delle chiese, che tradisce la committenza di qualche alto prelato per la sua privata quadreria.
San Pietro assume l’aspetto di un filosofo, mentre San Simone somiglia ad un pensatore greco o ad un filosofo dell’antichità. Sono dipinti dai quali trasuda una profonda umanità che comunica allo spettatore un messaggio di poderosa forza morale, senza indulgere ad un formalismo decorativo: un fondo scuro dal quale campeggia una figura, severa e bonaria allo stesso tempo, realizzata con una pennellata generosa, grassa e pastosa, quella che sarà definita tremendo impasto, piena di impeto e pregna di una luce rigorosa che penetra nelle pieghe della fronte e nelle mani, forti e nodose.
Sono certamente tra le prime prove di Francesco, come si evince chiaramente nel San Bartolomeo con la sua intatta monumentalità, la sua dirittura morale, la sua ridondante materia pittorica che richiama, e forse precede, le austere figure presenti nelle Storie di San Gregorio Armeno e in egual misura il San Paolo che scrive l’epistola a Filomene, già nel coro del duomo di Pozzuoli, che Zeri credeva di Cesare, ma che, come già affermava l’Ortolani, è uno degli esiti più coerenti di Francesco.
Il De Dominici accenna all’attività del Fracanzano nella bottega del Ribera:”il maestro molto lo adoperava nelle molte richieste di sue pitture... mezze figure di santi e di filosofi”.
Nessuno di questi quadri, attribuibili con un buon margine di certezza alla sua mano, è firmato o datato, probabilmente perché spesso dovevano passare per autografi del maestro e ad avvalorare questa ipotesi ci soccorrono di nuovo le parole del biografo ”il Maestro molto lo adoperava nelle molte richieste di sue pitture e massimamente per quelle che dovevano essere mandate altrove, ed in paesi stranieri... egli è così simile all’opera del Ribera che bisogna sia molto pratico di lor maniera chi vuol conoscerlo... nell’esprimere la languidezza delle membra, nella decrepità dei suo vecchi.”
Il San Pietro in esame rientra pienamente in quella produzione di alta qualità che poteva tranquillamente reggere l’attribuzione al maestro.

Achille della Ragione

fig.03 - San Tommaso

fig.04 - San Filippo

fig.05 - San Giuda apostolo 
fig.06 - Battistello - San Giovanni Battista

fig,08 - firma apocrifa