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venerdì 30 gennaio 2015

L’ostentazione del nudo nei dipinti mitologici del De Matteis


Cominciamo questa carrellata tra sederi ben esposti e poppe al vento nei dipinti con soggetto mitologico del De Matteis con uno splendido nudo eseguito prima del viaggio del pittore a Parigi:  una Leda e il cigno (tav.1) che comparve alla vendita del giugno 1991 presso la Sotheby’s a Montecarlo, la quale, in qualche modo, anticipando per il soggetto illustrato e per la ripresa delle Veneri e di altri modelli affini di Luca Giordano, altre composizioni con il mito di Danae del Museo di Detroit (tav.2), del museo di Bahia (tav.3) e di una raccolta privata inglese (tav.4), permette di cogliere le varianti di resa pittorica riscontrabili nella sua produzione prima e dopo il soggiorno parigino. 
Questa ultima composizione fu probabilmente a conoscenza del Solimena, che la replicò con varianti nella piccola tela già presso la collezione Harris a New York. 


tav. 1 - Leda e il cigno - 126 - 178 -  giugno 1991  Montecarlo  Sothebys

tav. 2 - Danae - 97 - 125 - Detroit , The Detroit Institute of Arts

tav. 3 - Danae riceve la pioggia d'oro - 144 - 198 -  Valencia, Museu de Belles Arts
tav. 4 - Danae - firmata e datata 1704 -  Inghileterra collezione privata


Alla Leda ed il cigno, o probabilmente subito dopo, sembra appartenere, nel giro di pochi anni e comunque prima del 1710, un nucleo numericamente consistente di prestigiose composizioni, come una Galatea in coppia con un’Anfitrite già presso Corsini a Montecarlo (tav. 5 - 6), un Apollo e Dafne di una privata raccolta a Berkley, California, l’Aurora con il carro del Sole (tav.7) e il Trionfo di Galatea del castello di Pommersfelden, già assegnati variamente al Trevisani, al Marchesini o all’Amigoni, prima che Schleier nel 1979 li restituisse al napoletano, la Venere dormiente (fig.3), firmata, di una raccolta romana, il Bacco e Arianna, firmato e datato 1709, di una collezione milanese, di cui (è sempre Spinosa a ricordarlo) al musée di Poitiers dai depositi del Louvre si conserva una tela di minori dimensioni, ma con lo stesso soggetto, anche se diversamente illustrato, la tela sempre con Bacco e Arianna, firmata e datata 1709, presso Zecchini a Milano (tav.8) e, infine, l’Andromeda nelle versioni della collezione Stanley Goulde a Londra e del Museum of Art di Bridgeport.
Prima di proseguire il discorso, esaminando altre iconografie, approfondiamo l’esame delle versioni della Danae precedentemente citate partendo da quella (tav.4) di collezione privata inglese.
Il dipinto, firmato e datato 1704 sulla base della colonna a destra,  illustra un celebre mito, di origine greca, ma raccontato anche da Ovidio nelle Metamorfosi (IV,611) e rappresentato più volte, in versioni con varianti, da Tiziano, in particolare, e da altri pittori del Cinquecento come Correggio o Tintoretto. 
Danae, figlia di Acrisio, re di Argo, era stata rinchiusa dal padre in una torre o in una camera sotterranea in bronzo, affinché non restasse gravida e partorisse un figlio che, secondo la profezia dell’oracolo di Delfi, da grande lo avrebbe ucciso. Ma Giove, invaghitosi della bellissima giovane, trasformatosi in una pioggia di monete d’oro, riuscì ugualmente a possederla, penetrando nella camera ‘blindata’ attraverso una fessura nel tetto. Dalla unione sarebbe poi nato Perseo, che involontariamente, anni dopo, avrebbe effettivamente ucciso il nonno Acrisio. 
Nel Seicento il tema fu riproposto da esponenti di ‘scuole’ e tendenze pittoriche diverse, sia italiane che straniere (tra gli stranieri una citazione particolare spetta, ovviamente, a Rubens e a Rembrandt). 
Nell’ambito della scuola napoletana, per la trattazione di questo stesso soggetto dalle evidenti allusioni erotiche, ma non solo, per la tela qui in esame il riferimento più pertinente è, agli inizi del secondo Seicento e in ormai avviata stagione barocca, a Luca Giordano. Del quale, anche se finora conosciamo, con la illustrazione del mito di Danae, solo un disegno a penna e acquerello firmato, nelle raccolte grafiche della Galleria Estense di Modena, mentre ancora non è stato rintracciato il dipinto di palmi 2 ½ per 2, segnalato nel 1688 nella raccolta di Ignazio Provenzale duca di Collecorvino, sono ben note, per evidenti riferimenti ai celebri prototipi di Tiziano con raffigurazioni sia del mito in argomento che di Venere dormiente, le varie rappresentazioni di Venere con satiro e Cupido o di Lucrezia e Tarquinio conservate a Napoli nel museo di Capodimonte ed  Ginevra, in collezione privata, che di sicuro furono fonti d’ispirazione per molti pittori del suo seguito napoletano, tra i quali lo stesso De Matteis.

tav. 5 - Galatea -Montecarlo Galleria Corsini
tav.6 - Anfitrite - Montecarlo Galleria Corsini
tav. 7 - Aurora e trionfo di Apollo sul carro del sole - 151 - 125 - Pommersfelden collezione Conte von Schonborn
tav. 8  - Bacco e Ariannna, firmata e datata 1709 - 66 - 155 - Milano  collezione Zecchini

Un altro tema mitologico che permette di mostrare seducenti fanciulle nature per la gioia degli osservatori è la rappresentazione di Galatea come nel dipinto (tav.9) già presso l’antiquario Porcini di Napoli, dove il mare diventa scenario per ambientare il racconto mitologico, costantemente sviluppato dall’artista. Questo prezioso rametto rappresenta, infatti, un’ulteriore riflessione sul tema della Galatea, che l’artista tratta diverse volte, come nella più nota redazione (tav.10) conservata a Brera, firmata e datata “1692”, e in alcuni studi preparatori del Metropolitan Museum di New York. In entrambi i casi l’artista sembra confrontarsi col Giordano, da cui attinge in particolare la ricchezza scenografica del corteo di amorini e tritoni e la versatilità narrativa che lo spinge ad accogliere nel racconto anche il giovane pastore Aci che appare su una rupe ardente d’amore. Nella versione in esame, avvicinabile per la stretta affinità stilistica nonché iconografica ad un’altra redazione conservata nel Castello di Pommersfelden e databile nel secondo decennio del ’700, la scena è concentrata sulla Galatea. La ninfa, date anche le piccole dimensioni del supporto, avanza sola varcando il mare sul suo carro di conchiglia trascinata dai delfini e dalla ingegnosa ruota a pale di raffaellesca memoria. La levigatezza della materia e degli incarnati risente della classicità marattesca, con cui l’artista si è confrontato a Roma, e la sua poetica ha ormai impreziosito la morbidezza ariosa del Giordano e virato il suo linguaggio verso una spiccata classicità che avrà larga eco in Europa.
Ricordiamo infine con diverse iconografie un Loth e le figlie (tav.11), un Trionfo di Nettuno ed Anfitrite (tav.12) ed una Fanciulla sdraiata con Cupido, tutti in collezione privata.
tav. 9 -Trionfo di Galatea - olio su rame  -  48 - 39 - Napoli antiquario Porcini
tav. 10 - Galatea - 125 - 127 - firmato e datato 1692 - Milano pinacoteca di Brera
tav. 11 -Loth e le figlie  - Italia collezione privata
tav. 12 -Trionfo di Nettuno e Anfitrite (Bordighera, Fondazione Teruzzi)
tav. 13  - Donna sdraiata con Cupido - Frosinone collezione Perrucci

domenica 18 gennaio 2015

Mala tempora currunt per i medici




Vi era un tempo felice in cui la figura del medico di famiglia godeva di un’aura di sacralità ed il rapporto con il paziente ed i suoi familiari era improntato ad una fiducia reciproca assoluta.
Poi il dio denaro, la caduta dei valori, l’esempio nefasto di ciò che avveniva oltre oceano ha troncato quel clima idilliaco ed avvelenato i rapporti tra sanitari, cittadini ed istituzioni.
Il contenzioso genera ogni anno 34.000 cause di risarcimento, oltre a produrre procedimenti penali estremamente rischiosi in Italia, dove la magistratura possiede un potere decisionale assoluto ed una volubilità nelle decisioni impressionante.
Più del 98% di queste cause si conclude con assoluzione o archiviazione, ma  la paura di essere denunciato da parte di pazienti o parenti ha portato all’esplosione del fenomeno della medicina difensiva. Esami e accertamenti inutili o superflui costano all’intera collettività più di 12 miliardi ogni anno. Il contenzioso legale sta condizionando le scelte di carriera dei giovani medici che non vogliono più praticare specializzazioni ad alto rischio come la ginecologia o la chirurgia plastica. 
Lo Stato non può più consentire ai propri professionisti della sanità di lavorare in un clima di persistente “caccia alle streghe” che comporta pesanti ricadute sotto il profilo economico, psicologico e mediatico, oltre che a screditare l'intero servizio sanitario nazionale. Necessita al più presto una legislazione specifica che regolamenti la spinosa questione, ribadendo che l’operato del medico può essere sindacato solo e soltanto quando via siano associate negligenza ed imperizia.
Sempre più spesso un medico è costretto a lavorare in condizioni di emergenza, indipendenti dalla sua volontà e da addebitare unicamente a problemi strutturali o deficit organizzativi ospedalieri,  per cui in queste circostanze è necessario  spostare la responsabilità dal singolo medico alla struttura sanitaria nella quale lavora.
Oggi un’assicurazione per un chirurgo che esercita privatamente ha raggiunto costi proibitivi, ma è soprattutto il rischio di un’azione penale che induce ad un’eccessiva prudenza  a danno dei pazienti.
Speriamo che quanto prima il Parlamento trovi il tempo e la volontà di interessarsi ad una problematica che non ammette ulteriori rinvii.


giovedì 15 gennaio 2015

Anna Maria Cirillo la regina delle lettere

La regina tra i clienti

La libreria Neapolis uno scrigno prezioso di cultura


La libreria Neapolis è ubicata nel cuore della città antica, in via San Gregorio Armeno 4, lì dove per secoli aveva sede l’Agorà e si prendevano le decisioni più importanti per il regno e le discussioni erano colte e raffinate.
Se si pensa alle circa quaranta librerie che nell’Ottocento erano situate nel centro storico di Napoli, in un’epoca in cui la dinastia regnante, i tanto vituperati Borbone, favorì lo sviluppo dell’attività editoriale, tipografica e giornalistica attraverso un idoneo quadro legislativo, un complesso tessuto di cartiere e fonderie di caratteri a piombo, nonché con la riorganizzazione del lavoro tipografico e delle forme di commercio anche ambulante. Nello stesso tempo bisogna dolorosamente constatare come in pochi anni quaranta librerie hanno chiuso i battenti, a causa di una crisi non solo economica, ma soprattutto culturale.
A difendere storia, tradizioni, napoletanità ed arte è rimasta indomabile Anna Maria Cirillo, la vestale della cultura meridionale, combattiva, appassionata, accattivante proprietaria della libreria Neapolis, un vero e proprio punto di riferimento per tutti coloro che, per motivi di studio o per semplice curiosità, sono interessati alla storia ed alle tradizioni della città ed amano il libro, ascoltano incantati il fruscio delle pagine, non sanno e non vogliono sapere cosa è un e-book. 
Si tratta di un locale piccolo ma capace di contenere l’indispensabile nelle sue vetrine collocate ai lati dell’ingresso con le scaffalature cariche di libri divisi per settori e, al pari del canto delle sirene, costituisce un forte richiamo anche per i turisti che, aggirandosi per lo shopping e per la visita alla strada dei presepi, non si lasciano sfuggire la possibilità di curiosare fra le migliaia di titoli che parlano di Napoli e della sua storia.
“Sono numerosi gli studiosi, i ricercatori e i semplici acquirenti che affollano questo locale – afferma orgogliosa Anna Maria Cirillo – e si tratta, nella maggioranza dei casi, di persone colte con cui è sempre piacevole scambiare quattro chiacchiere; e quando un volume non è presente negli scaffali o in deposito possiamo sempre procurarlo in tempi rapidi, anche se si tratta di editori minori, tirature limitate o di opere di difficile reperimento e naturalmente, disponendo di un sito web, la vendita avviene anche online”.
Oltre al sito, cliccato giorno e notte, la signora possiede una corposa mailing list di appassionati cultori di libri su Napoli e la napoletanità, ai quali periodicamente spedisce le novità. Una tecnica al passo con i tempi, che permette di vendere, mentre le altre librerie chiudono, per lasciare spazio a centri commerciali ed outlet, dove l’elettronica fa da padrona e la cultura è stata irrimediabilmente esorcizzata.
Storia antica, moderna e contemporanea, curiosità, letteratura e poesia, musica e arte, cataloghi e pubblicazioni periodiche, una nutrita sezione borbonica con autori coraggiosi che stanno contribuendo alla riscrittura e alla revisione di una storia che per troppo tempo ha taciuto la verità, rappresentano il nocciolo duro di una volontà che, ad ogni costo, vuole salvaguardare i pilastri della conoscenza e della storia patria contrapponendosi all’ignoranza imperante.
Fa onore il senso di appartenenza al territorio oltre che al peculiare tessuto culturale partenopeo il fatto che mentre in molti fuggono dalla città per cercare fortuna all’estero la nostra regina, pur avendone più volte avuto la possibilità, ha deciso di non muoversi e di realizzare il sogno di suo padre che già dagli anni ’50 si occupava di libri.
E comunque il territorio su cui insiste la libreria Neapolis è depositario di una speciale vocazione che ci pare riassunta brillantemente in una frase riferita da un turista britannico: “the educational level of a people is measured by how it preserves its cultural memory” e la gente del posto, nonostante le difficoltà economiche congiunturali e i problemi sociali diventati ormai strutturali continua a conservare la tradizione e la memoria del passato, non smettendo mai di sperare nel futuro.
“Sono per la politica dei piccoli passi – aggiunge la Cirillo introducendo un elemento di sincera speranza in un futuro che non può non realizzarsi in una città vitale e capace di resistere alle avversità - e le mega infrastrutture potranno servire pure ma in un secondo momento e non all’inizio di un processo di ripresa dell’identità culturale di una città”. 
Parole queste di una donna coraggiosa e determinata, e ci permettiamo di aggiungere affascinante, che ci sentiamo pienamente di condividere.
Dimenticavo info@librerianeapolis.it081 5514337


la libreria Neapolis

la libreria Neapolis


lunedì 12 gennaio 2015

Francesco Rosi: un altro napoletano illustre ci ha lasciati

 La Verità raccontata attraverso il cinema

Francesco Rosi

Il 2015 è cominciato male per i napoletani, ieri un altro figlio doc della città ci ha lasciato: Francesco Rosi, un regista geniale e coraggioso, in grado di sviluppare un cinema d’autore colto, ma popolare. Con lui la città da cartolina divenne un laboratorio di indagine civile.
Intendiamo ricordarlo proponendo ai lettori il capitolo a lui dedicato nel I tomo di Quei napoletani da ricordare (consultabile in rete www.achilledellaragione.it)
Francesco Rosi è uno dei più grandi registi italiani di tutti i tempi.
Nato a Napoli il 15 novembre 1922, durante la guerra abbandona l’Università, facoltà di Giurisprudenza, ed inizia a lavorare come illustratore di libri per l’infanzia. Collaborando a “Radio Napoli” ha modo di conoscere Giuseppe Patroni Griffi, Raffaele La Capria ed Aldo Giuffrè con i quali stringe un bellissimo rapporto lavorativo e di amicizia. 
Nel 1946 il regista Ettore Giannini gli dà modo di entrare nel mondo dello spettacolo scegliendolo come assistente per la messa in scena de “Il voto” di Salvatore Di Giacomo mentre nel 1948 è Luchino Visconti a volerlo come aiuto regista per “La terra trema”, di cui cura anche il doppiaggio in lingua italiana.
Nel 1952 Goffredo Alessandrini, con “Camicie rosse”, gli offre la possibilità di dirigere alcune sequenze del film ma è il 1958 a segnare il vero e proprio debutto di Francesco Rosi nella regia cinematografica con un film, “La sfida”, che, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, ottiene il “Premio speciale della Giuria” ed un grandissimo successo di pubblico e critica. I temi sociali, già affrontati nel film d’esordio, continuano con “I Magliari” del 1959 mentre nel 1961, con “Salvatore Giuliano”, inventa un nuovo genere: il film-inchiesta. Il gradimento del pubblico, nonostante l’argomento “tosto”, trattandosi di un vero fatto di cronaca dai risvolti politici accaduto non molti anni addietro, gli permette di attestarsi al 10° posto nella graduatoria dei film di maggiore incasso dell’anno di riferimento. L’impegno civile continua con “Le mani sulla città” del 1963, “Leone d’oro” alla Mostra del Cinema di Venezia, che racconta il sacco edilizio di Napoli in base ad accordi, più o meno palesi, tra i poteri forti degli anni ’50.Nel 1967, nella Certosa di Padula, ambienta alcune scene di “C’era una volta…” con Omar Sharif e Sophia Loren, un intermezzo favolistico che lo allontana per un poco dai temi sociali e politici cui ritorna nel 1972 con “Il caso Mattei”, interpretato da Gian Maria Volontè, e “Lucky Luciano” nel 1973.
Nel 1978 dirige la versione cinematografica del bellissimo romanzo di Carlo Levi “Cristo si è fermato ad Eboli”.
Un esame particolareggiato meritano la sua produzione ed i riconoscimenti che ne sono scaturiti dal 1980 ad oggi quando, a 90 anni compiuti, vorrà concedersi, ma non ne siamo certi, un meritato riposo.
Nel 1981 dirige “Tre fratelli”, nel 1984 un adattamento della “Carmen” con Placido Domingo,nel 1987 ancora un romanzo, “Cronaca di una morte annunciata”, di Gabriel Garcia Marquez, nel 1990 “Dimenticare Palermo” e, finalmente, nel 1997 “La tregua”, tratto da un romanzo di Primo Levi, che racconta il ritorno a Torino dello scrittore e di altri ex deportati, liberati dal lager di Auschwitz. La trasposizione cinematografica di questo romanzo, vero e proprio sogno nel cassetto al quale Rosi aveva dovuto rinunciare per il tragico suicidio di Levi nel momento in cui, 1987, si sentiva pronto ad affrontare il tragico argomento, è realizzata grazie all’aiuto di Martin Scorsese, che collabora con il collega italiano nella ricerca dei finanziamenti necessari.
Il film, però, nonostante gli alti costi di produzione, non ottiene il successo sperato di critica e pubblico.
Nel 2003 è ancora la volta di Francesco Rosi regista teatrale con “Napoli milionaria” cui segue, nel 2007, ad 85 anni, l’annuncio dell’addio al cinema e la sua completa dedizione alla regia teatrale. Tra il 2005 ed il 2012 gli sono stati tributati tanti riconoscimenti ed i suoi film sono stati oggetto di molte retrospettive in Italia ed all’estero. Dopo la laurea ad honorem in “Pianificazione territoriale urbanistica ed ambientale”, conferitagli dall’Università Mediterranea di Reggio Calabria per il film “Le mani sulla città”, riceve l’”Orso d’oro” alla carriera al Festival di Berlino del 2008, la “Legion d’onore” a Parigi nel 2009 ed il “Leone alla carriera” alla Mostra del Cinema di Venezia del 2012.
Accanto alle gioie ed alle soddisfazioni per la lunga carriera di regista cinematografico e teatrale, Francesco Rosi ha dovuto, però, anche subire il grandissimo dolore per la tragica morte della moglie, Giancarla Mandelli, sorella della stilista Krizia, deceduta l’8 aprile 2010 per le gravi ustioni riportate in seguito ad un incendio divampato nell’abitazione di Roma per una sigaretta che ne ha bruciato il vestito.
Prima di concludere, come per tanti altri personaggi celebri, racconterò brevemente l’incontro, ma sarebbe più preciso parlare di scontro, con l’interessato.
La conoscenza diretta con il fratello, autorevole storico e napoletanista, relatore e frequentatore del salotto letterario di mia moglie che, per 10 anni, si riuniva ogni mercoledì nella nostra villa posillipina, non fu sufficiente ad organizzare un dibattito su un tema che mi stava particolarmente a cuore: il film “Le mani sulla città”, per molti un capolavoro, per me un clamoroso falso storico.
Dovetti approfittare di un incontro pubblico al cinema Modernissimo, in occasione di una riproposta del film, presente il regista.
Alla fine della proiezione si accese la discussione tra lodi sperticate ed io fui l’unica voce fuori dal coro.
Il protagonista, un superbo Rod Steiger, per molti raffigura Achille Lauro: viceversa, si tratta di Ottieri, uno spericolato palazzinaro autore di numerosi scempi edilizi tra i quali l’orrendo palazzone in piazza Mercato che ha deturpato per sempre uno dei luogo simbolo della città.
Ma il falso più smaccato è costituito dall’inizio del film mentre scorrono i titoli di testa e la telecamera indugia sulle mostruose palafitte che da Fuorigrotta costituiscono l’accesso alla Tangenziale del Vomero, costruite molto tempo dopo l’ambientazione del film.
Alle mie perentorie contestazioni il regista non seppe replicare ma il pubblico era tutto dalla sua parte e venni travolto da una salva di fischi.

mercoledì 7 gennaio 2015

Raffaele Pisani, strenuo difensore della lingua napoletana

Raffaele Pisani

Debbo premettere che Raffaele per me non è un semplice amico, ma poco meno di un fratello, il quale, senza conoscermi personalmente, mi ha confortato e tangibilmente aiutato in un momento difficile della mia vita. Non ci conosciamo, ho detto, ma è come ci conoscessimo da sempre, perché ci lega indissolubilmente l’amore per Napoli, per le sue canzoni, per le sue poesie, per le sue tradizioni.
Raffaele Pisani è senza dubbio oggi  uno degli autori più ispirati e fecondi della poesia napoletana, attento a che la cultura popolare, ben espressa nel vernacolo, non vada dispersa. Operazione che lo vede da sempre in prima linea attraverso testi fondamentale, quali Poesie napoletane per le scuole elementari e medie, di cui è uscita una nuova edizione a cura della Cuecm, una selezione accurata di testi che include i grandi classici italiani. Ogni poesia ha un suo corredo didattico, spunti di riflessione, l’invito le frasi in disegni, un esaustivo vocabolario. Una sezione è dedicata alla traduzione in vernacolo dei grandi testi della letteratura italiana, da Dante a Manzoni.
Il libro insiste sulla necessità di portare la conoscenza della lingua di Partenope tra i banchi, affinché un enorme patrimonio venga conosciuto e valorizzato.
Tempo fa un europarlamentare napoletano, Enzo Rivellini, ha pronunciato un discorso a Strasburgo, ad una seduta dell’europarlamento, in perfetto vernacolo, scatenando il panico tra gli interpreti e lo stupore dei colleghi. Intervistato dalla stampa internazionale candidamente ha affermato che il napoletano non può essere assolutamente considerato un dialetto, bensì una lingua a tutti gli effetti, con la sua grammatica e la sua letteratura ed, aggiungeremo noi, con un suo patrimonio canoro conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, grazie ad alcuni celebri ambasciatori, tra i quali, negli ultimi anni, il compianto Pavarotti.
La parlata di Basile, di Viviani, di Eduardo non è certo sottocultura, perché essa è stata definita nei secoli da Vico ”lingua filosofica”, da Galiani ”il volgare illustre d’Italia degno degli ingegni più vivaci”, da Croce “gran parte dell’anima nostra” senza parlare della poesia animata da vivacità e fantasia, passione ed amore, in grado di essere intesa anche da chi non ne riconosce correttamente le parole.
Un altro terreno fertile che ci permette di apprezzare la nobiltà del napoletano sono i numerosi proverbi, frammenti di saggezza antica, come li definiva Aristotele, che mettono in evidenza come il napoletano sia una lingua, non un dialetto, con la sua grammatica e la sua letteratura, ma come tutti gli idiomi ha debiti verso le parlate precedenti, principalmente il latino. Per molti proverbi napoletani corrisponde un’antica dizione nella nobile lingua di Cesare e di Cicerone.
Nel folclore napoletano, pregno di filosofia e di sentenze ammonitrici esiste un immenso patrimonio di modi di dire, spesso in rima, frequentemente dedicati alla donna, che rappresentano l’espressione di una civiltà prevalentemente contadina. Questi motti sono assurti a dignità letteraria soprattutto nel Seicento ed affrontano con occhio bonario le infinite sfaccettature dell’esistenza e per la donna esaltano i piaceri ed i dolori della vita coniugale, le tentazioni della carne, il rapporto con i figli ed il marito, il rispetto di un ferreo codice morale. Alcune immagini posseggono un’icastica potenza, mentre il linguaggio, spesso scollacciato e pittoresco, garantisce una meditazione comica ed accattivante. Dagli adagi napoletani traspare, rispetto a quelli toscani, un’impostazione più benevola e meno graffiante ed una maggiore considerazione delle qualità muliebri, dall’illibatezza alla fedeltà, dal maternità alla riservatezza.
La lingua napoletana non è altro che il volgare latino della regione, come il toscano per la Toscana, al quale si sono poi sovrapposte le parlate degli invasori.  Una vera novità, infatti basta sfogliare qualsiasi vocabolario etimologico del nostro vernacolo per constatare come per la maggior parte delle parole sia stata ipotizzata una radice spagnola o francese.
Abbiamo divagato troppo, ritorniamo a Raffaele, dal 1981 in dolce esilio d’amore a Catania.
Nato ad Agerola nel 1941, fratello del pittore Gianni, diplomato geometra, cominciò a scrivere versi in attesa di un lavoro, ma trovatolo, non ha mai smesso.
Frequentò a lungo la casa di E. A. Mario, di cui ha seguito l’esempio. Oltre a scrivere poesie è stato un antesignano dei graffiti, quando nel 1980, col permesso del sindaco Valenzi, traccio 100 metri di rime su un muro di via Stazio.


Raffaele Pisani con E. A. Mario

giovedì 1 gennaio 2015

Capolavori del De Matteis per le chiese napoletane

Pale d’altare ed affreschi in quantità


01-  Madonna col Bambino, S.  Antonio abate e  San Filippo Neri -264 - 200 - firmato Paulus de Mattheis 1688 - Napoli duomo cappella Marciano

Appena ritornato da Roma, dove si era recato al seguito del marchese del Carpio, il De Matteis avviò quel processo di ammodernamento tra barocco e classicismo, dando luogo a composizioni raffinate ed impreziosite da una luminosità più chiara, nello stesso tempo fioccano numerose le committenze per le chiese napoletane. Tra le prime la realizzazione della tela raffigurante la Madonna col Bambino ed i santi Filippo Neri ed Antonio Abate (tav. 1), firmata e datata 1688, eseguita per la Cattedrale (cappella Marciano) ed oggi conservata al museo diocesano.
La figura della Madonna, molto dolce, è resa con la stessa grazia delle altre madonne che il De Matteis dipinse in quel periodo. “ la struttura disegnativa di chiara derivazione marattesca, lo sche ma compositivo svolto secondo la normativa accademica del ritmo centrale, l’elegante finitezza dei particolari pongono questa pala quale testimonianza emblematica della sua prima produzione pittorica” (Cautela).
L’artista nei suoi dipinti di soggetto sacro ambiva a che fossero il tramite di una serena contemplazione della divinità e su questo atteggiamento molto influirono, come sottolineato dal Pavone, le predicazioni di padre Antonio Torres, confessore del marchese del Carpio e strenuo difensore di un rigoroso purismo linguistico.
L’opera viene ricordata dal De Dominici.” Ma non del tutto avea egli lasciato il colorito appreso in Roma sotto la condotta del Morandi, come si vede dal quadro, ch’ei fece nell’altare a lato alla porta grande del Duomo napoletano…nel qual quadro si scorge che egli cercava di scostarsi dalla prima maniera”.
Di poco posteriore è la Madonna col Bambino (tav. 2), firmata e datata 1690, già collocata nel presbiterio della chiesa di Donnaregina Nuova ed oggi conservata nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini al Vomero. Essa risente dell’influsso marattesco rivissuto con inflessione dialettale napoletana. Infatti negli anni del suo lungo soggiorno romano il pittore fu alla scuola del Maratta  ed assiduo frequentatore dell’Accademia pittorica di San Luca, diretta da Luigi Garzi, in cui molto accesi erano i dibattiti tra i sostenitori del Barocco ed i fautori del Classicismo.
Di questi orientamenti moderni da lui assimilati vi è una chiara testimonianza in questa Madonna col Bambino, sottoposta a rigidi schemi compositivi che imbrigliano il libero svolgimento delle forme.
Nell’ambiente artistico napoletano queste nuove idee non rimasero inascoltate se anche lo stesso Solimena ne fu influenzato, a tal punto da aderire, indirettamente ai canoni proposti dal Maratta, che erano stati già accettati a livello letterario con la frequentazione dell’ambiente neopetrarchesco napoletano. Vedremo così nelle numerose eseguite da Solimena a Donnalbina la comparsa di tipiche fisionomie mutuate dalla Madonna col Bambino di San Giovanni dei Fiorentini, la cui grazia spiritata che emana dai volti ci fa già respirare aria nuova, presaga del nuovo secolo e di un gusto che fra breve travalicherà nel Rococò.
Nel 1693 firma e data la tela raffigurante l’Angelo custode (tav. 3) collocata nella prima cappella a sinistra della chiesa di S. Maria di Montesanto, mentre su quella destra è posta un’altra sua pala raffigurante un Miracolo di S. Antonio da Padova, in cui il santo fa resuscitare un morto assassinato per scagionare il proprio padre ingiustamente accusato di omicidio. Non sono opere eccezionali, ma mostrano un tentativo di innesto di formule lanfranchiane, filtrate attraverso moduli alla Beinaschi, in un tessuto ancora giordanesco.
Al 1695 risale il San Nicola che riceve la stola sacerdotale (tav. 4), opera devozionale, firmata e datata, conservata nel Duomo nella prima cappella a destra, che venne dedicata a San Nicolò nel secolo XV dagli arcivescovi Nicola e Gaspare de Diana, ivi sepolti, mentre la famiglia Quadra, committente del dipinto, la rinnovò sul finire del Seicento. 
Nella chiesa di San Ferdinando lavora per alcuni anni dal 1693 al 1697, realizzando numerosi affreschi, che testimoniano il tentativo di riagganciarsi  all’esempio del Giordano post fiorentino. Negli stessi anni eseguì le decorazioni (tav. 5) nell’ex convento di San Sebastiano, oggi Istituto Vittorio Emanuele II e nella cappella di Palazzo Tirone (tav. 6 - 7).
Ritornando alle numerose opere nella vecchia chiesa di San Francesco Saverio, per le quali il primo pagamento noto è del 1695, il De Matteis raffigura nella volta della navata episodi relativi al Trionfo della religione sull’eresia tramite S. Ignazio, San Francesco Saverio, San Francesco Borgia e i tre martiri giapponesi, mentre Maometto precipita con il Corano (tav. 8). Nei due lunettoni laterali al finestrone di controfacciata è rappresentato San Francesco Saverio mentre abbraccia il Crocifisso ed il Santo in estasi. “Nella cupola invece viene celebrata la Gloria dei santi gesuiti, ma di questa decorazione oggi rimane soltanto la pittura dei pennacchi (tav. 9 ), dove alle Virtù teologali e alla Giustizia si unisce un bel coro di angeli che sfonda i limiti degli angusti spazi triangolari per invadere, in un tripudio di colori di chiara valenza barocca, il cornicione sul quale è impostato il tamburo della cupola. Qui l’affresco originario è andato distrutto e venne sostituito da un intervento firmato Giovanni Diana. Nei peducci si vedono anche i gigli borbonici.”(Petrelli).
Una tappa fondamentale tra le committenze ecclesiastiche è costituita dalle opere eseguite per la chiesa di San Nicola alla Carità, un vero e proprio museo della pittura napoletana settecentesca, dove possono ammirarsi gli affreschi nella volta del Solimena ed i dipinti di Francesco De Mura.
Il De Matteis  esegue il vasto affresco firmato che impegna la sovrapporta d’entrata con San Nicola che libera un energumeno (tav. 10) e la grande tela del coro, datata 1707 e raffigurante il Transito di San Nicola (tav. 11). Ancora suoi sono tutti gli affreschi della tribuna comprese le due figure su tela di San Gennaro e San Liborio, collocate lateralmente ed i peducci della cupola con i Profeti (tav. 12). L’affresco sulla porta d’ingresso, firmato e datato 1712, è descritto dal De Dominici: “grande invenzione di fantasia e con spiccato senso d’armonia”. Il bozzetto (tav. 13) per l’affresco venne pubblicato da Spinosa quando nel 1979 transitò presso l’antiquario Lebel di Parigi, Nella stessa chiesa il De Matteis  affrescò la Gloria di San Nicola nel medaglione centrale della volta dell’abside.
“La struttura dell’affresco e i suoi colori risentono della temperatura cromatica delle decorazioni del Beinaschi, in particolare nei caratteristici giallo ocra del piemontese presenti nella chiesa di S. Maria degli Angeli a Pizzofalcone, dove anche Paolo ebbe occasione di lavorare. 
L’iconografia della composizione, una delle più vaste del pittore, ben sette metri per sei, è rinnovata rispetto alla tradizione. Infatti il santo, rivestito dai suoi paramenti episcopali, è seduto su una stuoia con le braccia aperte ed il volto rivolto al cielo, mentre il gruppo dei quattro angeli, che gli stanno attorno, lo sorreggono offrendogli il messale con i tre pani simbolici ed il pastorale, mentre un cherubino gli regge la mitra. In alto ed al centro della straordinaria composizione, Gesù, ricoperto da uno svolazzante manto azzurro, è rivolto verso il santo in atto di benedirlo. Ai lati sono Mosè, Davide, Abramo e Noè, tutti con i loro simboli. Non mancano angeli e patriarchi e, come quasi sempre nei dipinti dematteisani, angeli musicanti e cherubini, mentre in un cartiglio sostenuto ancora da due angeli si legge: ecce quomodo moritur justus”(Pacelli). 
Nella chiesa della Concordia nell’altar maggiore, di gusto tardo barocco era collocata una Madonna del Carmine, su tavola, attualmente in sacrestia, da qualcuno riferita a De Matteis, ma di un pittore suo contemporaneo, viceversa autografa è la tela posta sul terzo altare di sinistra, eseguita dopo il 1716 e raffigurante i SS. Alberto, Angelo martire e Nicola (tav. 14), mentre della sua scuola sono i quadri con i SS. Gennaro ed Antonio e San Giuseppe con Santa Maria Maddalena de’ Pazzi , posti alle pareti laterali della seconda cappella a destra.



02 - Madonna col Bambino - firmata e datata 1690  -  Napoli, chiesa di San Giovanni dei Fiorentini

03 -Angelo custode - Napoli, chiesa di S. Maria di Montesanto

04 - San Nicola che riceve la stola sacerdotale - Napoli Duomo, cappella Quadra

05 - Assunzione - Napoli Istituto Vittorio Emanuele

06 - Assunzione  - affresco - documentato 1695- Napoli palazzo Tirone

07 -San Giuseppe - Napoli, Palazzo Tirone Nifo

08 - Trionfo della Religione sull'Eresia  (Napoli,  S. Ferdinando)

09 - Virtù - documentato 1695 - Napoli chiesa di San Ferdinando, peducci

010 - San Nicola che libera un energumeno - Napoli, chiesa di San Nicola alla Caritá

011 - Transito di San Nicola-documentato 1707 Napoli, chiesa di San Nicola alla Caritá

012 - Abele  - Napoli,  chiesa di San Nicola alla Caritá

013 - San Nicola da Bari scaccia i demoni da un albero sacro alla dea Diana - 87 - 138 -  Atlanta, High museum of art Fay and Barrett Howell Fund

014 - I Ss. Alberto, Angelo martire e Nicola  - Napoli, chiesa di S. Maria della Concordia