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martedì 30 luglio 2013

La prima cabarettista Napoletana


Lucia Cassini

Per me, avendola vista dal vivo, Lucia Cassini, rimarrà sempre la cabariniera, un genere da lei introdotto a Napoli assieme a Renato Rutigliano e Aldo Martino, sembra ieri, ma erano gli anni settanta, il tempo passa.
Lucia Cassini, biondissima travolgente attrice, cantante, show girl e cabarettista festeggia quest’anno i 40 anni di carriera, una carriera ricchissima di esibizioni, incontri con i grandi dello spettacolo nazionale da Massimo Ranieri a Casagrande, a Registi come Fellini e attori come De Sica, da Carosone a Leo Gullotta, da Nino Taranto ad Aurelio Fierro, Mario Merola, Tullio de Piscopo ed altri. Una vita trascorsa a recitare sul palco, dal teatro con gli spettacoli, al Bagaglino da subrette, all’ avanspettacolo, alla Tv come presentatrice di successo, comica mattatrice del cabaret. Una donna poliedrica di gran talento un vulcano di energie.
In televisione, a parte le private dove per anni ha imperversato, è comparsa nel 1989, in “Disperatamente Giulia” con la regia di Enrico Maria Salerno, in “Sogni nel cassetto” canale 5 e “domenica in” Rai1 . ha inciso nel 2000 un disco.”è bello è bello”, mentre molto ampia è la sua partecipazione a film di successo
1971 - Cose di Cosa Nostra, regia di Steno
1979 - Napoli... serenata calibro 9, regia di Alfonso Brescia
1979 - L'imbranato, regia di Pier Francesco Pingitore
1980 - La città delle donne, regia di Federico Fellini
1982 - Attenti a quei P2, regia di Pier Francesco Pingitore
1982 - Pierino la Peste alla riscossa, regia di Umberto Lenzi
1989 - Una banda di matti in vacanza premio, regia di Ninì Grassia
1997 - Io, tu e tua sorella, regia di Salvatore Porzo
2008 - Il prezzo dell'onore, regia di Nando de Maio
2010 - Vacanze a Baia domizia, regia di Nando de maio
Attualmente è impegnata nelle riprese di una fiction ”Ischia forever” ed ha confessato alla stampa di essere sempre quella scugnizza irriverente e vivace di tanti anni fa.
«Mio padre era un pianista, ha suonato per gli inglesi, aveva la musica nel sangue ed io ho ereditato da lui questa passione. A 2 anni già cantavo, mio nonno è stato direttore del San Carlo per cui mi portava sempre con lui e mi faceva cantare sul palco, io mi mettevo su un bancone e intonavo “Dove sta Zazà” ed anche “Ho comprato la caccavella” per premio mi davano i babà come paga. Ricordo ancora che una volta mi hanno trovato svenuta con un babà in bocca ed uno in mano. Mi piaceva molto questo dolce ed ancora oggi lo amo moltissimo non a caso sono “ciacioncella”.
La nuova fiction è una bella storia ambientata ad Ischia tra i protagonisti io e tanti altri, per il momento vorrei Carlo Croccolo come attore fisso, in ogni puntata ci sarà una guest star, ma non anticipo niente. La trama racconta di un’artista di grande successo originaria di Ischia, una sciantosa famosa in America che ritorna sull’isola dopo tanto tempo a far visita ad uno zio (Carlo Croccolo) proprietario di un’ albergo (l’Hotel Delfini). La protagonista vuole lasciare l’isola a causa di un amore mancato e c’è una squadra di persone tra cui lo zio che vogliono farla restare ed un’altra squadra che vuole farle vendere l’albergo e mandarla via. Tra varie peripezie, (10 puntate con 10 storie diverse e titoli diversi: “I Munacielli in albergo”, “Matrimonio ischitano” storia di 2 che si sposano, ma litigano, “Natale ad Ischia”, “Il candidato a sindaco”, “Il fantasma del castello Aragonese”, “47 morto che parla” ecc), ci sarà da divertirsi. Ischia è stato in primis il mio luogo di villeggiatura da bambina ed anche luogo in cui in estate avevo tappe fisse per i miei spettacoli, il mio grande amore era romano, ma viveva ad Ischia. La mia fiction s’intitola “Ischia forever” perché per me Ischia è per sempre, nel cuore e nel ricordo della magnifica storia d’amore con Tony.  Il castello Aragonese è la mia vita, ha fatto da sfondo alla mia storia d’amore, la fiction sarà un tributo al suo ricordo, la nostra storia è stata molto sofferta, io ero l’attrice comica per eccellenza, lui era pilota , un amore che è venuto alla fine, un amore maturo, più forte degli altri, una storia che ha commosso un po’ tutti perché è finita tragicamente. Il castello Aragonese ha fatto da sfondo, tutte le estati andavamo a mare ad Ischia ponte e a Cartaromana. Nel mare ci sono scogli che potrebbero diventare più famosi dei faraglioni di Capri. Ischia ha tantissimi posti belli e belle persone che mi sono state vicine anche in quei momenti drammatici. Mi piace molto anche la zona collinare e di montagna come Serrara Fontana, Maronti e Lacco Ameno in cui Tony Padrone è sepolto. Per me lui è qui ad Ischia, abita su una nuvola sul Castello Aragonese e gli ho dedicato una canzone intitolata “Ngopp a na nuvola”. Ischia non va valorizzata solo per le bellezze,ma anche da un punto di vista artistico c’è tantissima gente brava , tanti posti carini, artisti, pittori e grandi talenti».
Quanto peso hanno gli affetti nella tua vita?
«Tantissimo, non riesco a vivere senza amare, amo molto, però non sono stata fortunata perché se fosse stato per me sarei rimasta con il mio compagno, ma se ne è andato su una nuvola, mio marito mi ha dato una figlia meravigliosa che lavora come DJ a Roma a Radio M2o, mi ha dato un nipotino, Lorenzo, ha 4 anni ed è la mia vita, mi ha aiutato tantissimo da quando ho perso il mio compagno».
Cosa ti sentiresti di consigliare ai ragazzi che vogliono dedicarsi allo spettacolo?
«Prima di tutto di studiare, non soltanto fare provini, ma partecipare a corsi di recitazione e dizione ed attaccarsi a questo mondo con umiltà e passione. Per le selezioni cerco attori dilettanti e nuovi, personaggi del popolo, figuranti e anche comparse, attori cantanti, però parteciperanno anche quelli che sono attratti dalla fiction come scenografi, security, truccatrici e parrucchieri compresi i bambini».

domenica 28 luglio 2013

SUICIDI IN CARCERE



Piero Bottini, detenuto di 53 anni, si è tolto la vita tagliandosi la gola con una lametta all'interno della sua cella nel carcere di Rebibbia. In una nota il Garante dei Detenuti del Lazio ha scritto: “Quello di Piero è il quarto suicidio nelle carceri del Lazio nel 2013. Da gennaio ad oggi i decessi registrati negli istituti della regione sono stati 12: quattro suicidi, tre per malattia e quattro per cause ancora da accertare. In base alle statistiche, nove dei dodici decessi del 2013 si sono registrati a Rebibbia Nuovo Complesso. A quanto appreso dai collaboratori del Garante, Bottini era arrivato a Rebibbia N.C. a fine giugno, proveniente da un carcere toscano. Dopo aver passato gli ultimi nove anni in carcere, doveva ancora scontarne quattro. Dal momento del suo ingresso in carcere l’uomo, che era stato lasciato dalla moglie, era stato preso in carico dall’area educativa e segnalato a psicologa e psichiatra dal momento che manifestava segni di squilibrio e rifiutava la terapia che gli era stata assegnata”.

Il Garante ha poi proseguito: “Anche se occorrerà aspettare i risultati delle indagini avviate credo si possa dire che quello di Piero è un dramma della disperazione e della solitudine. Dalle informazioni raccolte, quest’uomo era stato detenuto/attore a Sollicciano, ma sembra avesse passato un periodo della sua detenzione anche negli ospedali psichiatrici giudiziari di Aversa e Montelupo Fiorentino. La fine della sua vita tormentata deve essere, poi, inquadrata nel contesto di un carcere come quello di Rebibbia Nuovo Complesso, il più grande del Lazio, con un sovraffollamento del 46%, senza un direttore a tempo pieno e dove si sono registrati ben nove decessi in soli sette mesi. Mi domando ancora una volta, anche per questo ennesimo dramma, se il carcere, per una persona così fragile e psicologicamente disagiata, fosse la soluzione migliore”.

L’epidemia di suicidi nelle carceri si virulenta sempre più.
Pare che il governo faccia affidamento su di essa, più che sul suo recente decreto, per sfollare i penitenziari.
Privi di assistenza psicologica, in preda alla disperazione, tra il silenzio dei mass-media, spesso a pochi mesi dal fine pena, sempre più detenuti ritengono che l’unico modo per liberarsi dalle sbarre consista nel fare scempio del proprio corpo, impiccandosi o tagliandosi la gola, come è avvenuto ieri l’altro nel reparto G8 di Rebibbia, un reparto modello, non certo l’inferno di Poggioreale o dell’Ucciardone.
Che Dio li perdoni e castighi severamente i responsabili di questa inarrestabile e penosa epidemia.

giovedì 25 luglio 2013

Orlando il magnifico

Silvio Orlando


Silvio Orlando è nato a Napoli nel 1957 e nel 1975 esordisce suonando il flauto nello spettacolo “Nascette ‘mmiez ‘o mare”. Dopo comincia a recitare nel teatro, finché non viene notato da Salvatores che lo sceglie per il film “Kamikazen – ultima notte a Milano” nel 1987. Da quel momento è un crescendo tra cinema, televisione e teatro, con la guida di registi famosi: Moretti, Virzì, Avati. Nel 2001 vince la Palma d’Oro a Cannes con “La stanza del figlio” di Nanni Moretti e con lo stesso regista cinque anni dopo il David di Donatello, come attore non protagonista ne “Il caimano”.
Sempre attraverso il teatro, nella vita di Orlando entra una giovane attrice, anche lei napoletana, Maria Laura Rondanini: «Le avevo fatto un provino per una farsa di Peppino De Filippo e non l'avevo scelta per la parte. Solo successivamente - guarda i casi della vita!- , poiché l'altra ragazza non funzionava per il ruolo, ho richiamato Maria Laura e durante la tournée siamo diventati amici. Dopo, per una serie di altre casualità stranissime, l'ho invitata in Sudamerica per un viaggio che avevo organizzato con il regista Virzì, e lì ci siamo scelti per la vita. Ci siamo sposati nel 2008».
Da allora i due attori lavorano anche insieme, come recentemente nel successo teatrale “Il nipote di Rameau “ di Denis Diderot; spesso commentano il loro lavoro e si scambiano opinioni senza inaridire il rapporto personale di coppia. 
Sono uniti anche dall'amore per la loro città d'origine, Napoli. Orlando ricorda con malinconia, quando ha dovuto cambiare quartiere: «La mia generazione, nata alla fine degli anni '50, ha subito una specie di deportazione: con la mia famiglia abbiamo dovuto trasferirci dal centro storico: dove c'era la vita, nei quartieri nuovi come il Vomero, sicuramente più piacevoli, ma allora con attorno il nulla totale».
Orlando ritiene che l'essere napoletano giovi a un attore, ma lo incanali anche in uno stereotipo diffuso in Italia e all'estero: «Nel nostro immaginario siamo condizionati da questa città. Quando dici che sei napoletano, tutti pensano che tu sia simpatico e che sappia cantare e che possa diventare attore con una scorciatoia. Ma essere nati a Napoli non significa solo essere un talento naturale quando reciti!». 
Anzi, per l'attore recitare assume una valenza etica: Il cinema si deve occupare di rappresentare gli esseri umani in situazioni riconoscibili, quelle descritte nei film di Nanni Moretti, che hanno dato un indirizzo ben definito alla mia carriera: penso a “Palombella rossa”, “Aprile”, “La stanza del figlio”, “Il caimano” o quelli dedicati alla scuola come “La scuola” di Daniele Lucchetti e “Auguri professore” di Riccardo Milani, nati da “Sottobanco” di Domenico Starnone e diventati uno spettacolo teatrale nel 1992 che tra l'altro, riprenderemo nella prossima stagione con gli stessi attori. Fare l'attore è il mestiere più politico di tutti, è un lavoro di testimonianza importante, perché sei un uomo qualsiasi che, osservando quello che gli succede attorno, deve rappresentare la quotidianità delle piccole cose in cui tutti possono riconoscersi, come ci ha insegnato il neorealismo». 
Anche nei classici si possono trovare riferimenti alla situazione attuale. Nei giorni scorsi Orlando ha portato in scena, con la Popular Shekespeare Koompany (un esempio di compagnia dedita alla rivisitazione dei classici), l’allestimento del “Il mercante di Venezia” di Shakespeare, diretto da Valerio Binasco che ha aperto il 65° Festival shakespeariano di Verona e sarà allo stabile di Torino nella prossima stagione.
Orlando interpreta il ruolo di Shylock che sembra un personaggio di oggi nato dalla genialità di Shekespeare: «Sono un vecchiaccio , che pensa solo al denaro, alle prese con un gruppo di giovani scapestrati a cui impedisco comportamenti di rivalsa; come accade anche nel mondo di oggi, un uomo maturo lavora a discapito dei giovani e si sente in colpa perché sottrae loro spazio. Lavorare con Binasco, che è un maestro per gli attori della sua compagnia è un’esperienza importante. Questa volta, poi per ridurre i costi di produzione abbiamo vissuto insieme, durante le prove, in una cascina a Paderna in Piemonte, aiutati dal sindaco, dal prete, e dai ristoratori locali, dando vita a un “teatro ecologico”privo di qualsiasi forma di spreco».


Lo studioso gentiluomo

Giancarlo Alisio

Con l’improvvisa scomparsa del professor Giancarlo Alisio tutti noi abbiamo perso, oltre all’illustre studioso, uno degli ultimi gentiluomini che vivevano in città.
Di origini piemontesi, colto e raffinato, col tempo era divenuto un partenopeo doc, che amava Napoli e soffriva a vederla ogni giorno decadere, non solo nell’aspetto urbanistico, ma anche nei rapporti sociali, dominati da sciatteria e cattivo gusto. 
Nel tempo aveva radunato una ricca e qualificata collezione di dipinti, principalmente vedute e panorami oramai scomparsi, che facevano della Campania la capitale indiscussa della bellezza.
Si trattava di oltre cento opere, dal valore venale di svariati miliardi e che il professore amava più di ogni cosa; eppure, alcuni anni fa, volle donare la sua raccolta alla sua città, affinché potesse essere goduta liberamente da tutti. 
Sistemata in sette sale nel museo di San Martino, veniva illustrata amorevolmente, ogni fine settimana, dall’illustre professore.
Un gesto nobile che aveva legato la caducità della vita all’eternità del museo.
Ricordo con emozione quando volle onorare di una sua visita il salotto letterario di mia moglie Elvira, descrivendo prima nel corso di una conversazione la storia della sua collezione e poi accompagnandoci a visitarla tutti assieme.
I nostri figli ed i nostri nipoti, quando fra decenni sentiranno la storia di un gesto così nobile, rimarranno increduli che un personaggio così unico e generoso sia veramente esistito.
E’ per questo che Napoli, orbata di uno dei suoi figli migliori, piange la scomparsa di Giancarlo Alisio.
Abbiamo cominciato dalla fine con il coccodrillo che Io pubblicai  il 2 dicembre 2005 su Napoli.com e su numerosi altri giornali telematici.
Dobbiamo ora tracciare il suo percorso di studioso e di autore di numerosi libri sia scientifici che divulgativi.
Napoli com'era nelle gouaches del Sette e Ottocento : le immagini struggenti di una delle più belle e affascinanti città-capitali d'Europa e dei suoi dintorni (Quest’Italia).
Arte e politica tra Napoli e Firenze : un cassone per il trionfo di Alfonso d'Aragona (Saggi).
Il falso taccuino di viaggio del 1834 : di un architetto neoclassico in Campania.Ediz. italiana e inglese.
Napoli millenovecento : dai catasti del XIX secolo ad oggi : la città, il suburbio, le presenze architettoniche.
Il lungomare (Napoli: uomini e luoghi trasformazioni. Urbane).
La grande veduta di Napoli di Morel-Fatio (1810-1871).
Il vomero (Napoli: uomini e luoghi trasformazioni. Urbane).
Urbanistica napoletana del Settecento (Universale di architettura).
Vedute napoletane della collezione Alisio.
Napoli millenovecento. Il catasto terreni e fabbricati (1899-1902)
Napoli nel Seicento (storia e civiltà della Campania)
Napoli nell’ottocento.
I disegni d'archivio negli studi di storia dell'architettura (Electa Napoli. Architettura Varia).
La sua famiglia di origini piemontesi si trasferì presto a Napoli, dove si è svolta tutta la sua attività. Dopo essersi laureato nel 1956 ed aver frequentato la cattedra di Roberto Pane come assistente volontario, divenuto professore ordinario, ha proseguito fino ai settanta anni, quando è stato festeggiato da studenti e colleghi con la pubblicazione di un volume sulle materie a lui care: architettura, restauro ed urbanistica.
Tra i suoi molteplici incarichi ricordiamo quello di presidente della commissione toponomastica e di consulenza per la regione, la Provincia ed il Comune. Importanti i suoi contributi su delicati interventi urbanistici come L’albergo dei poveri e la Villa Comunale.
Scriveva Giuliano Briganti nella sua introduzione a una edizione dei "Campi Flegrei" di sir William Hamilton, che la città di Napoli uno dei suoi rari casi di studioso, connaisseur d' arte e gentiluomo l' ha conosciuto con un inglese: l' ambasciatore collezionista, vissuto a Chiaia nel Settecento, appunto. Vero, ma non del tutto. Anche Giancarlo Alisio, due secoli dopo Hamilton, era un accademico sempre ben disposto alla divulgazione, un conoscitore di quadri e oggetti d' arte, come la sua casa di Posillipo testimoniava, infine un innamorato della forma urbis, della storia delle trasformazioni di Napoli con un occhio sempre rivolto al modo in cui gli artisti hanno voluto raffigurarla. Sapeva cogliere le verità "nascoste", in quelle vedute che avevano la funzione di riportare al cuore del viaggiatore l' aspetto migliore del "paradiso abitato da diavoli" incontrato a sud di Roma. E ricomponendo quella trama che attraversa due secoli, non si stancava di proporre agli allievi e a noi di imparare la lingua della tutela, della conservazione. Nella tradizione instaurata da Roberto Pane e da uomini di cultura legati alla città come Gino Doria, dal '59 ha arricchito di sue opere la bibliografia di Napoli. Suo il principale saggio monografico su Lamont Young, "Utopia e realtà", stampato da Officina nel '93. Nella collana sui quartieri di Napoli di Electa è stato autore dei volumi sul Vomero e il Lungomare e suo è anche il contributo all' ottavo volume della "Storia di Napoli" e gli studi sul Risanamento, sui siti reali borbonici e le ville di delizie a Portici: al posto di un passato calpestato, ci resteranno almeno le memorie scritte nei suoi libri. Strinse un sodalizio con il Fai, l' ente milanese che fa capo a Giulia Maria Mozzoni Crespi e che con il suo aiuto individuò l' area più a rischio da tutelare nel golfo, la Baia di Ieranto, un paradiso fino ad allora interdetto ai visitatori e preda del degrado. Alisio intervenne con saggi anche in riviste come "L' architettura. Cronache e storia" diretta da Bruno Zevi. Decine di mostre sul Vedutismo hanno avuto la sua consulenza, fino a "C' era una volta Napoli", nel 2002 a Villa Pignatelli.

monogamia



In una società dove le coppie scoppiano ed avanza il numero degli omosessuali bisogna porsi la domanda: la monogamia nella specie umana è una virtù o un necessita? E convincersi che la risposta, biologica più etica, è solo e soltanto la seconda.
La dimostrazione è insita nella circostanza che in età fertile, grazie ad un mirabile meccanismo solo in parte conosciuto, sono presenti un egual numero di maschi e di femmine. Un altro fattore è costituito dal lungo periodo delle cure che i genitori devono dedicare ai cuccioli di uomo, da cui scaturiscono sentimenti come la fedeltà e la gelosia dal pregnante significato teleonomico.
Sconvolgere questo delicato equilibrio porta alla crisi della famiglia ed a catena della società e degli stati.
A buon intenditor poche parole.



mercoledì 24 luglio 2013

LA CAMORRA IERI, OGGI, DOMANI



Vivere a Napoli significa necessariamente confrontarsi con la camorra, la quale, come una piovra, avvolge con i suoi tentacoli tutta la città ed il suo tessuto produttivo.
Se si abita nei quartieri degradati si sogna di poterne far parte, se si è un commerciante bisogna subirne il pizzo, se si fa parte della sempre più stretta cerchia degli intellettuali vi è l’obbligo morale di analizzarne il fenomeno e proporre rimedi per estirparlo.
La camorra ha origini remote.
Importata nel seicento dagli spagnoli, durante gli anni del viceregno, per secoli ha avuto un ferreo codice d’onore, durato fino all’epoca in cui regnava incontrastato Raffaele Cutolo, il folle ordinatore che vietava il commercio della droga. Caduto lui, la polvere bianca è dilagata, distruggendo i corpi ed inquinando le coscienze, dando luogo, con i giganteschi proventi del suo commercio, ad una sorta di antistato, ormai più potente delle stesse istituzioni, che hanno preferito allearsi con la criminalità organizzata invece di tentare di combatterla.
Non dimentichiamo che, grazie alla camorra, vivono centinaia di migliaia di napoletani, che Scampia è la più grande piazza di spaccio d’Europa e che da tempo è in voga un turismo, sempre più diffuso, che consiste nel trascorrere il week-end all’ombra del Vesuvio per procacciarsi la dose, a prezzi di favore, per alcune settimane.
Fino a quando mancherà il lavoro ed i giovani migliori saranno costretti ad emigrare, non vi è alcuna speranza di contrastare la camorra.
Se lo Stato volesse realmente abbozzare un tentativo, se non di debellarla, almeno di mitigarne la nefasta influenza, dovrebbe farsi fautore di una sorta di piano Marschall, coinvolgendo, con cospicui incentivi economici, i funzionari più validi, i poliziotti ed i carabinieri più motivati, oltre, naturalmente, i questori, i prefetti ed i magistrati, disposti ad impegnarsi in una sfida entusiasmante, che i napoletani da soli non sono in grado di vincere.
A fronte di tante carenze, Napoli possiede una misconosciuta ricchezza: la più alta concentrazione di giovani del mondo occidentale, uno straordinario propellente che, se correttamente utilizzato, può indurre un radicale mutamento di rotta ed i tanti ragazzi che oggi subiscono il perverso fascino del boss, dell’auto di lusso, della motocicletta da corsa, del videotelefonino alla moda, capirebbero che esiste la realtà di un lavoro onesto e la possibilità di un futuro diverso.
E siamo certi che lo stesso Cosimo Di Lauro, la cui foto imperversa sui telefonini dei giovani di ambo i sessi, si cercherebbe un lavoro ne “La Squadra” o in qualche altro serial televisivo e le sue imprese sarebbero finalmente solo virtuali, figlie della fantasia e non della triste realtà di Secondigliano.

Questo articolo sarà inserito nel nuovo libro di Salvatore Cuffaro, ex governatore della Sicilia, già autore del successo editoriale “Il candore delle cornacchie”.

UNO STORICO ILLUMINATO



Giuseppe Galasso

Giuseppe Galasso è in primis uno dei più autorevoli storici italiani ma non bisogna dimenticare la sua militanza politica, durata oltre 20 anni, il suo magistero di docente universitario e la sua appassionata attività di editorialista, collaboratore di autorevoli testate nazionali.
Nato a Napoli nel 1929, Galasso vince nel 1956-58 una borsa di studio messa a disposizione dall’Istituto Italiano per gli Studi Storici, di cui sarebbe divenuto successivamente segretario.
Laureato in lettere all’Università di Napoli Federico II, ottiene la libera docenza nel 1963 ed ha insegnato nelle università di Salerno, Cagliari e Napoli. Dal 1966 è ordinario di Storia Medievale e Moderna all’ateneo federiciano di cui è stato preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dal 1972 al 1979. Attualmente è docente di storia moderna all’università Suor Orsola Benincasa di Napoli.
Autore di numerose pubblicazioni sulla storia dell’Italia meridionale (ha diretto anche una Storia del Mezzogiorno d’Italia con Rosario Romeo) e sul Risorgimento, oltre che di saggi filosofici e studi su Benedetto Croce, del quale ha curato la riedizione delle opere per la casa editrice Adelphi, ha curato una Storia d’Europa per l’editore Laterza. Dal 1979 al 1993 ha diretto la rivista Prospettive Settanta ed attualmente fa parte del comitato direttivo della Rivista storica italiana e dirige la Storia d’Italia edita dalla Utet e la rivista L’Acropoli, edita dalla Rubbettino.
Dal 1980 è presidente della “Società Napoletana di storia patria” ed è stato presidente della “Biennale di Venezia” da dicembre 1978 al marzo 1983 e della “Società Europea di Cultura” dal 1982 al 1988. Dal 1977 è socio dell’”Accademia dei Lincei”.
Le principali pubblicazioni di Giuseppe Galasso sono:
Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino, 1965
Economia e società nella Calabria del ‘500, Università di Napoli, Napoli,1967
Croce, Gramsci ed altri storici, Il Saggiatore, Milano, 1969
Dal Comune medievale all’unità. Linee di storia meridionale, Laterza, Bari, 1969
Napoli spagnola dopo Masaniello. Politica, Cultura, Società, ESI, Napoli,1972
Potere e istituzioni in Italia. Dalla caduta dell’Impero romano ad oggi, Einaudi, Torino,1974
Da Mazzini a Salvemini. Il pensiero democratico nell’Italia moderna, Le Monnier, Firenze, 1975
Il Mezzogiorno nella storia d’Italia. Lineamenti di storia meridionale e due momenti di storia regionale, Le Monnier, Firenze 1977 
Passato e presente del meridionalismo. Vol. I: Genesi e sviluppo. Vol. II: Cronache discontinue degli anni Settanta, Guida, Napoli, 1978
L’Italia come problema storiografico, Utet, Torino,1979
L’Italia dimezzata. Dibattito sulla questione meridionale (con G. Chiaromonte), Laterza, Bari, 1980
La democrazia da Cattaneo a Rosselli, Le Monnier, Firenze, 1986
L’Italia democratica. Dai giacobini al Partito d’Azione, Le Monnier, Firenze, 1986
Storia del movimento cooperativo in Italia. La Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue.1886-1986, (per il periodo dal 1900 al 1925, con R. Zangheri e V. Castronovo), Einaudi, Torino, 1987 
La filosofia in soccorso “de’ governi”. La cultura napoletana del Settecento, Guida, Napoli, 1989
Croce e lo spirito del suo tempo, Il Saggiatore, Milano, 1990
Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno angioino e aragonese (1266-1494), Utet, Torino,1992
Italia nazione difficile. Contributo alla storia politica e culturale dell’Italia unita, Le Monnier, Firenze, 1994
Alla periferia dell’impero. Il Regno di Napoli nei secoli XVI-XVII, Utet, Torino, 1994 
Sicilia in Italia. Per la storia sociale e culturale della Sicilia nell’Italia unita, Edizioni del Prisma, Catania, 1994
Beni e mali culturali, Editoriale Scientifica, Napoli, 1996
Storia d’Europa, 3 voll., Laterza, Bari, 1996
Dalla “libertà d’Italia”alle preponderanze straniere, Editoriale Scientifica, Napoli, 1997
Seguendo il P.C.I.. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996). Costantino Marco, Lungro, 1998
L’Italia moderna e l’unità nazionale (con L. Mascilli Migliorini), Utet, Torino, 1998
Storia d’Europa, Laterza, Bari, 2001 
Croce e lo spirito del suo tempo, Laterza, Bari, 2002
Nell’Europa dei secoli d’oro. Aspetti, momenti e problemi dalle alla < grande guerra>, Guida, Napoli, 2012
Lunga la sua carriera politica: tutti ricordano la “legge Galasso” (1985), che cercò di porre un argine alla selvaggia speculazione edilizia sulle coste italiane.
In rappresentanza del Partito Repubblicano Italiano, ha ricoperto a Napoli, dal 1970 al 1993, l’incarico di consigliere comunale e, dal 1970 al 1973, quello di assessore alla Pubblica Istruzione. Eletto sindaco nel 1975, rinunciò all’incarico per l’impossibilità di formare una giunta.
Sempre per il Partito Repubblicano Italiano, è stato eletto alla Camera dei Deputati nella IX legislatura dal 1983 al 1987 proseguendo il suo impegno politico anche nelle due legislature successive.
Sottosegretario al Ministero dei Beni Culturali e Ambientali nel primo e secondo governo Craxi (1983-1987), è stato artefice di alcuni decreti ministeriali che hanno imposto vincoli su diversi beni paesaggistici, facendosi promotore della legge 431/85, precedentemente ricordata, per la protezione del paesaggio. Nei governi De Mita-sesto governo Andreotti dal 1988 al 1991, è stato sottosegretario al Ministero per l’Intervento Straordinario nel Mezzogiorno. 
All’attività accademica e politica, Galasso ha intrecciato un’intensa attività giornalistica, in veste di editorialista, collaborando a numerosi quotidiani e periodici nazionali tra cui Il Mattino di Napoli, il Corriere della sera, La Stampa e L’Espresso.
Più volte ho avuto modo di confrontarmi con Giuseppe Galasso nel corso di dibattiti pubblici, soprattutto nei circoli Rotary cittadini, di cui è spesso gradito ospite in virtù delle sue competenze e abilità oratorie.
Ci divideva una diversa visione del periodo borbonico: lui lo condannava con severità; io, viceversa, ritenevo che alcuni re, come Carlo III e Ferdinando II, meritassero una rivalutazione storica del loro operato e tale compito non poteva essere lasciato a scrittori, giornalisti e storici minori come Pino Aprile e Gigi Di Fiore o agli infaticabili animatori di siti neoborbonici, a molti dei quali mi onoro di collaborare.

Giuseppe Galasso

UN ARTISTA POLIGLOTTA


Francesco Clemente

Francesco Clemente, nato a Napoli nel 1952, ha trovato lontano dalla sua città fama e fortuna ed è riuscito ad esprimersi in maniera tale da essere apprezzato da una platea internazionale dal palato fine, raggiungendo quotazioni molto alte per le sue opere, molto ricercate soprattutto dai collezionisti americani.
Permeato dalle suggestioni dei più diversi pensatori come Gregory Bateson, William Blake, Allen Ginsberg e J.Krishnamurti, il lavoro di Francesco Clemente attraversa confini intellettuali e geografici. Dividendo il suo tempo tra New York, dove si è trasferito nel 1981, e Varanasi, in India, Clemente ha adottato una grande varietà di supporti e tecniche per i suoi lavori, esplorando, abbandonando e tornando all’uso dell’olio su tela, dell’acquarello, del pastello e delle tecniche di stampa. Il suo lavoro si sviluppa in modo non lineare, espandendosi e contraendosi in maniera frammentaria, non definita da uno stile, ma dal suo registrare le fluttuazioni del sé nel momento in cui lo sperimenta. L’obiettivo è esprimere una coscienza espansa e testimoniare, con leggerezza, la sopravvivenza di un’esperienza estatica nella società materialistica.
La sua attività copre quattro decenni ed abbraccia diverse culture, cercando la pienezza d’espressione attraverso la frammentazione e vuole testimoniare la persistenza della contemplazione e del piacere in un’epoca dominata dalla tecnologia.
Il lavoro di Francesco Clemente ha le sue radici nell’utopia politica ed esprime una posizione anti-materialistica. Negli anni Settanta è passato dalla fotografia al disegno ed ha anticipato il ritorno della pittura degli anni Ottanta. Negli anni Ottanta, Clemente si è diviso tra India e New York. Per un breve periodo associato al Neo-Espressionismo, si interessa al lavoro svolto in collaborazione con artigiani indiani e con artisti come Jean-Michel Basquiat e Andy Warhol, e poeti come Robert Creeley e Allen Ginsberg.
Negli anni Novanta il suo lavoro ha esplorato intensamente l’immaginario erotico, ispirato dalla tradizione Tantrica di India e Tibet ed ha trasfigurato le preoccupazioni contemporanee intorno ai temi dell’identità e della sessualità in un’opportunità per interrogarsi sulla natura del sé. Successivamente, il lavoro di Francesco Clemente ha attraversato una fase più cupa e grottesca, tornando negli ultimi anni ad immagini luminose di meditazione e trasformazione.
Dagli anni Ottanta ad oggi, l’artista si è reso anche cronista della vita intellettuale e sociale di New York attraverso numerosissimi ritratti, contribuendo a ridare profondità e valore ad un genere visto all’epoca con sospetto.
Durante questo decennio il lavoro di Clemente è esposto in numerose mostre in istituzioni e musei internazionali, come la Whitechapel Art Gallery di Londra (1983), il Walker Art Center di Minneapolis (1984), la Nationale Galerie di Berlino (1984), il Metropolitan Museum of Art di New York (1985), l’Art Institute of Chicago (1987) e la Dia Art Foundation di New York (1988). 
Nel 1988 Clemente realizza disegni e dipinti per il film Great Expectations.
Negli anni Novanta le sue opere sono state esposte in innumerevoli mostre personali e collettive, con retrospettive di primo piano al Philadelphia Museum of Art, alla Royal Academy di Londra, al Centre Pompidou di Parigi ed al Sezon Museum of Art di Tokyo. Nel 1999/2000 i Solomon R. Guggenheim Museum di New York e di Bilbao organizzano una grande retrospettiva del lavoro di Clemente. Più recentemente, è stato protagonista all’Irish Museum of Modern Art di Dublino (2004); al Rose Art Museum, Massachusetts (2004); al Museo Maxxi di Roma (2006), al Museo Madre di Napoli (2009), alla Schirn Kunsthalle di Francoforte (2011) ed alla Yale University (2013). Una mostra dedicata ad autoritratti ed a un’interpretazione originale delle Carte dei Tarocchi si è tenuta presso gli Uffizi di Firenze nel 2011. Francesco Clemente è membro dell’American Academy of Arts and Letters. 
Ampia la bibliografia sull’artista e sulla sua opera, purtroppo tutta in lingua inglese, ad eccezione di un ottimo lavoro di Paolo Colombo, “Francesco Clemente”, pubblicato nel 2006 dall’Electa.
Compagno di classe del mio amico Enrico Arlotta, cercai, attraverso il suo intervento, di poterlo intervistare per il quotidiano “Il Denaro”, di cui curavo l’articolo di fondo.
Ci riuscii grazie ad un altro amico, Pietro Di Loreto, docente all’Accademia di Belle Arti di Roma, che mi fornì il suo numero di telefono. Ne uscì un’intervista tra il serio ed il faceto, dovuta soprattutto alla mia avversione, salvo rare eccezioni, per l’arte contemporanea.

Le Vele di Scampia

degrado nelle Vele

martedì 23 luglio 2013

L’ineffabile governatore

Stefano Caldoro


Stefano Caldoro, nato a Campobasso nel 1960, esponente del popolo della libertà è l’attuale governatore della Regione Campania, succeduto a Bassolino nel 2010. laureato in scienze politiche, giornalista e consulente aziendale, ha iniziato giovanissimo la sua carriera politica, ad appena 25 anni, grazie all’appoggio del padre, parlamentare di lungo corso nelle file del partito socialista, divenendo consigliere regionale.
Ed a quell’epoca risale il mio incontro con il personaggio. L’allora assessore alla sanità mi chiese ad un mese dell’inizio della campagna elettorale di presentarmi come candidato per portare voti al suo partito ed in cambio avrebbe brigato per far ottenere ad una clinica privata napoletana, da me indicata l’autorizzazione a svolgere interruzioni di gravidanza; una circostanza prevista dalla legge 194, anche se mai messa in pratica.
Il mio studio andava a gonfie vele con migliaia di clienti ed il mio nome era divenuto famoso dal 1978, perché comparso in prima pagina su tutti i quotidiani per una clamorosa autodenuncia. Ero un candidato appetibile, perché portavo una massa di voti.
Improvvisai una campagna elettorale comparendo sui giornali con un motto: “Alla Regione della Ragione”, con Caldoro mi accordai per appoggiarci a vicenda, io segnalavo il suo nome al mio entourage più stretto, mentre lui mi disse: «Ti farò uscire 500 preferenze a Sant’ Antimo», dove contavo di prendere 100-200 voti e ne presi invece 700. Fui tra i primi dei non eletti e tornai senza problemi alla mia professione, mentre Stefano non si è più fermato.
Diventa deputato nel 1992 sempre con il PSI, mentre nel 1994, dopo lo scioglimento del suo partito aderisce al gruppo Socialista che si schiera con la coalizione del Popolo delle Libertà.
Nel 1999 viene candidato, per il centrodestra, alla presidenza della Provincia di Napoli, risultando sconfitto.
Nel 2001 è tra i fondatori del Nuovo Partito Socialista Italiano e il partito aderisce alla coalizione della Casa delle Libertà che sostiene Silvio Berlusconi. Dopo la vittoria di Berlusconi, al momento delle nomine per il Governo Berlusconi II, Caldoro viene nominato prima sottosegretario e poi, dal 30 dicembre del 2004, viceministro di Letizia Moratti al Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Con la costituzione del Governo Berlusconi III, viene promosso Ministro per l'Attuazione del Programma di Governo, carica che mantiene dal 23 aprile 2005 fine alla fine della Legislatura nel 2006.
Al V Congresso dell'ottobre del 2005 del Nuovo PSI, che sancisce una spaccatura perentoria fra due opposte fazioni, l'una guidata da Gianni De Michelis favorevole a rimanere nella CdL e l'altra da Bobo Craxi favorevole a passare col centro-sinistra, Caldoro si schiera a sostegno del segretario nazionale De Michelis manifestando l'intenzione di rimanere nella CdL. Tuttavia, con il successivo svolgimento del consiglio nazionale, Caldoro è al centro di un "terzo fronte" all'interno del partito, che sceglie di stare con De Michelis per evitare altre spaccature, ma non ne condivide la linea politica. I due si astengono dal voto per la riconferma del segretario.
Nella primavera del 2007 Caldoro contrasta la scelta di De Michelis di prendere parte al progetto Costituente Socialista insieme coi Socialisti Democratici Italiani, giungendo ad una divisione del partito. Svolge con la sua componente maggioritaria un congresso il 23 e 24 giugno all'Hotel Midas di Roma che lo designa Segretario Nazionale del Nuovo PSI. Successivamente, assume la direzione politica del giornale di partito Socialista Lab.
Nel 2008, in occasione dell'annuncio da parte del leader del centrodestra Silvio Berlusconi della creazione di un nuovo soggetto unitario della coalizione il Popolo della Libertà, aderisce fin dal principio al processo costitutivo del nuovo partito col Nuovo PSI. Alle elezioni politiche del 2008 viene candidato, in quanto Segretario Nazionale del Nuovo PSI, all'interno delle liste del PdL nel collegio Campania 1 come terzo in lista dopo Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, viene eletto e aderisce al gruppo del PdL alla Camera. Con il suo Nuovo PSI è fra i fondatori nel marzo del 2009 del Popolo della Libertà e lui stesso fa parte della Direzione Nazionale del nuovo partito.
Per la tornata elettorale regionale del 28-29 marzo 2010 viene candidato ed eletto alla Presidenza della Regione Campania con l'appoggio dello schieramento di centrodestra formato da PDL, La Destra, UDC, UDEUR, Alleanza di popolo, Noi Sud, Alleanza di Centro-Democrazia Cristiana e Lista per Caldoro Presidente.
La vittoria viene conseguita con il 54,2% dei consensi contro il 43% del suo principale sfidante, Vincenzo De Luca (PD), (Roberto Fico resta all'1,34% e Paolo Ferrero all'1,35%) e Caldoro diventa il nuovo Presidente della Regione Campania. Il dato elettorale lo vede vincente in quattro province campane su cinque (Napoli, Caserta, Avellino, Benevento).
La campagna elettorale non fu priva di colpi di bassi, come quello dell’imprenditore Flavio Carboni, il quale come confermano alcune intercettazioni telefoniche, avrebbe, in combutta con il sottosegretario Cosentino, operato alla collazione di un dossier diffamatorio, che dipingeva Caldoro come assiduo frequentatore del mondo dei transessuali.
Governatore della Campania è impresa improba ai limiti dell’assurdo, la sua azione è cronaca dei nostri giorni, non ancora storia, per cui per il momento sospendiamo il giudizio sulla sua attività, spesso in contrasto con quella del sindaco di Napoli.


lunedì 22 luglio 2013

La regina del Sancarluccio


Pina Cipriani

Pina Cipriani assieme al compagni Franco Nico è stata dal 1978, incontrastata regina del Sancarluccio, lo storico teatro di cChiaia, il quale dopo aver ospitato attori del calibro di Massimo Troisi e Roberto Benigni, pochi giorni fa ha chiuso mestamente il sipario, divenuta esecutiva un’ ordinanza di sgombero da parte del proprietario dell’immobile.
A nulla sono valsi i tentativi del direttore artistico Egidio Matrominico, il quale, nella speranza di trovare fondi, aveva organizzato negli ultimi giorni un saluto alla città, invitando amici, attori, personaggi dello spettacolo e sostenitori per un abbraccio finale.
Le serate sono praticamente andate deserte e lo storico palcoscenico di via San Pasquale ha chiuso nell’indifferenza della città e nel buio più totale, accentuato dalla mancanza di illuminazione della strada dove aveva sede, nonostante la sua lunga e goloriosa storia.
Un ennesimo colpo alla cultura napoletana, che negli anni ha visto sulle tavole del Sancarluccio esordire Lello Arena, Silvio Orlando, Vincenzo Salemme, Ficcarra e Picone, Gino Rivieccio e tanti altri. 
Pina Cipriani comincia la sua attività artistica negli anni settanta, con il gruppo “Bentornato mandolino” agli incontri internazionali del cinema di Sorrento, e dopo terrà concerti in Francia, Germania e Turchia. Nel 1977 interpreta ed incide “Quando nascette Ninno” di S. Alfomso Maria de’Liguori. Nel 1978 entra a far parte della compagnia del Sancarluccio, fondato nel 1972 dal suo compagno Franco Nico.
Nell’81 la Compagnia del Sancarluccio produce lo spettacolo Antonio De Curtis in arte Totò con Pina come protagonista. Lo spettacolo viene replicato oltre che in Italia al Festival di La Rochelle, ad Avignone e al festival del Teatro Europeo di Grenoble.
Nell’82 con lo spettacolo Il sud non è forse , dedicato ai poeti e alla cultura dell’entroterra campano, è invitata a partecipare alla Biennale di Venezia.
Nell’84 “RONA” spettacolo sul confronto culturale e musicale tra Roma e Napoli, prodotto dalla compagnia del Sancarluccio. Il debutto avviene al Teatro Diana di Napoli e dopo un’ampia circuitazione viene replicato al Grenoble nel 1985 ed a Ginevra nel 1986. Lo spettacolo viene poi registrato e teletrasmesso in quattro puntate da Rai Tre.
Nel 90 porta in scena al Sancarluccio “Rosa, Preta e Stella” spettacolo di Salvatore Palomba con la regia di Franco Nico , gli arrangiamenti musicali di Raimondo Di Sandro e Daniele Sepe. Lo spettacolo, sintesi della storia di Napoli attraverso le sue canzoni dal 1200 agli autori contemporanei , ottiene un enorme successo di critica e pubblico e resta in scena per più di tre mesi. Viene replicato a Napoli, Cagliari, Roma e Parigi al Centre George Pompidou .
Nel 91 In Piazza del Plebiscito a Napoli, alla presenza di Papa Wojtyla e di circa centomila spettatori interpreta in versione integrale “Quanno Nascette Ninno “.
Nel 92 partecipa ai film “Libera” di Pappi Corsicato e “Baby Gang” Di Salvatore Piscicelli
Nel febbraio del 94 debutta al Teatro Sancarluccio in “MAMA” spettacolo scritto e diretto da Bianca Mastrominico, liberamente tratto da Gabriel Garcia Marquez. Arrangiamenti di Piero De Asmundis e Daniele Sepe.
Ad ottobre dello stesso anno vi è l’anteprima a Parigi nel salone dell’Istituto Italiano di Cultura, dello spettacolo “ Cantami o Diva “, scritto e diretto da Bianca Mastrominico, Nel “recital” la canzone napoletana diventa canzone del mondo, trovando legami con la tradizione francese .
Nel 97 debutta a dicembre in “ Chesta è la Terra mia “ , spettacolo dedicato al Cilento con poesie di Giuseppe Luccio musicate da Franco Nico, con la regia di Bianca Mastrominico e gli arrangiamenti di Piero De Asmundis.
Nel ‘99 Pina sceglie 15 poesie del grande Eduardo e con il consenso entusiasta di Luca De Filippo e la sensibilità musicale di Franco Nico le trasforma in splendide canzoni. Nel Natale del 2000 l’operazione si concretizza in un disco edito dalla Polosud e commercializzato, solo per il periodo natalizio, da IL Mattino, come prestigioso supplemento al giornale
La scomparsa del compagno aveva appannato la sua vena artistica, ma siamo certi che sentiremo ancora la sua voce.

lo storico teatro di via San Pasquale costretto alla chiusura dopo 41 anni


Uno scrittore noir da bestseller

Maurizio De Giovanni


Da alcuni anni si sta imponendo prepotentemente all’attenzione della critica e del pubblico che corre ad acquistare i suoi romanzi Maurizio De Giovanni, uno scrittore nato per caso in ritardo, a 48 anni, funzionario di banca; il quale candidamente dichiara di non avere molto talento, ma tante storie da raccontare. Lo scrittore al quale si ispira è  l’americano Ed McBain, il creatore del mitico 87° distretto, che nel 1956 inventò il “Police Procedural”, una saga con personaggi presi dalla strada ed indagini parallele che si intrecciano. Nei romanzi di De Giovanni, rigorosamente ambientati a Napoli, non si parla mai di camorra, come se il fenomeno non esistesse, un po’ come il “Commissario Montalbano” di Camilleri, che nei suoi noir ambientati in Sicilia, non ci fa mai incontrare boss, cosche e padrini, al punto che qualche critico ha accusato l’anziano autore di manifesta omertà.
Ci vuole un bel coraggio. Non solo a parlare della Napoli di oggi considerando la camorra un arnese astruso, ma anche ad abbandonare una serie collaudata (il poliziotto Ricciardi e le sue sei storie nella Napoli anni Venti) per lanciare una saga tutta nuova. Maurizio De Giovanni lo ha fatto, scavando in un solo precedente, quell'ispettore Giuseppe Lojacono detto Il cinese che, nel 2012, era venuto a capo del complicato caso del Coccodrillo.
L’ultimo libro di De Giovanni è “I bastardi di Pizzofalcone”. Pizzofalcone è un commissariato composto dagli scarti degli altri distretti, dopo essere stato azzerato per via di un traffico di cocaina gestito dai suoi stessi poliziotti. Attorno a Lojacono (che va in trance come un monaco tibetano, quando si avvicina alla verità) ruotano il nuovo commissario Palma (divorziato, dorme in ufficio), la vice sovrintendente Calabrese (figlio portatore di handicap e ammalata di asfissia familiare), Alex Di Nardo (lesbica e fuori di testa per le armi), Romano detto Hulk (rischia sempre di strangolare i criminali ma poi picchia anche la moglie), Marco Aragona (agente "politicamente scorretto", per essere raccomandato e pregiudizialmente colpevolista nei confronti degli immigrati), Giorgio Pisanelli (urina sangue per cancro alla prostata e cerca il colpevole di finti suicidi di anziani).
E l'assenza della camorra? Spiega De Giovanni: «La camorra è una macchina. Chi si diverte a sapere come funziona una macchina? Napoli è invece un enorme territorio narrativo. La sua concentricità la rende una New York, una Marsiglia, una Milano, una Atene, all'ennesima potenza. Qui ci sono città diverse a un metro di distanza. Prendiamo la zona di Toledo: da una parte la ricchezza e l'alta moda, dall'altra un mondo del tutto differente. Ogni quartiere della città ha il suo doppio oscuro». 
Contrasti, passioni, scintille. Le ruote delle tante Napoli stridono tra loro e grondano emozioni. «Intendiamoci: non voglio affatto sottovalutare la camorra. La camorra è un tumore. Roberto Saviano è stato straordinario. Ha portato sui comodini degli italiani un fenomeno che gli italiani non volevano vedere. Ma la camorra è diventata un alibi. Le montagne di spazzatura in strada, le tasse evase, gli scippi, ci sarebbero a prescindere. La camorra è diventata l'uomo nero. Ha la colpa di tutto, è l'alibi per giustificare come siamo diventati».
Quel poliziotto di De Giovanni ha dentro tanta violenza da voler strangolare i delinquenti. Proprio come tante volte vorremmo fare noi. Ma quando picchia la moglie finisce per incontrare il suo mostro. E lei, dopo avergli lasciato una lettera struggente, andrà via di casa, non per il pugno ricevuto o l'ematoma sul viso, ma perché adesso ha e avrà sempre paura. Paura di lui. 
C'è un altro personaggio, una bellissima ragazzina "venduta" dalla famiglia a un ricco archistar, che la tiene segregata pur di possederla. Chi sia la vittima e chi il carnefice, alla fine, diventa una altalena in cui bene e male si confondono. Come nella realtà. «Una scala di valori è stata distrutta e destrutturata, vittima e carnefice si scambiano i ruoli, la bellezza si è trasformata in arma sociale. Si può chiamare "effetto olgettine" oppure in altro modo. Resta il fatto che il fenomeno si è diffuso a macchia d'olio».
«Io ho la fortuna narrativa di vivere a Napoli. Da un punto di vista sociale è problematico. Ma da punto di vista creativo, no. Non mi vergogno a scrivere di "genere". Scrivo dell'odio. E l'odio è una invenzione dell'amore. La gelosia, l'ossessione, l'odio: lo stesso fiume dell'amore, soltanto preso più a valle».
E poi ci sono le fonti. Per De Giovanni sono fonti doc. Il questore di Napoli, Luigi Merolla, è suo lettore e consigliere. E con lui altri tre poliziotti veri (Fabiola Mancone, Valeria Moffa, Luigi Bonagura). Infine, ci sono i Corpi Freddi, i tremila appassionati di noir del sito Anubi. Ogni anno li incontra al festival di Mantova. Lo hanno premiato tre volte consecutive per il miglior romanzo. Quest'anno gli racconterà come vuole continuare la saga dei suoi “Bastardi di Pizzofalcone”. 
Uno scrittore di successo il quale, ne siamo certi, allargherà nel tempo la platea dei suoi lettori, coinvolgendo nelle sue trame intricate giovani ed anziani, alla ricerca della dura realtà, trasformata in prosa.

L’antropologo divulgatore

Marino Niola


Marino Niola è uno dei maggiori antropologi Italiani, nonché scrittore, giornalista e docente universitario, attualmente ordinario presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli.
Ha insegnato anche nelle università di Padova e Trieste, ma la sua grande passione è la divulgazione della sua materia. Oltre a collaborare con la RAI e con le televisioni Italiane, Francesi, e svizzere, è editorialista de “La Repubblica” e su supplemento del Venerdì cura la rubbrica “Miti d’oggi”. Scrive anche si “Il Mattino”, “Le nouvel observateur” ed “Il caffè” di Locarno.
La sua ricerca ha interessato:
il rapporto tra tradizione e mutamento culturale nelle società contemporanee,
la persistenza del mito nelle forme contaminate del mondo d’oggi,
le passioni, paure ed ansie nell’immaginario contemporaneo,
i processi della mondializzazione ed i localismi che ispirano i simboli e le mitologie del villaggio globale,
il culto narcisistico del corpo come spia dell’inquietudine del nostro tempo,
le forme simboliche dell'immaginario globale,
le nuove mitologie della civiltà tecnologica,
gli usi, costumi e consumi del nostro tempo.
Ricordiamo le sue opere principali
1995: Sui palchi delle stelle. La città il sacro la scena, Roma, Meltemi Editore.
1997: Il corpo mirabile. Miracolo sangue estasi, Roma, Meltemi
2000: Totem und Ragu. Neapolitanishche Spaziergänge, München, Luchterhand
2003: Totem e Ragù. Divagazioni napoletane, Napoli, Pironti editore
2003: Il purgatorio a Napoli, Roma, Meltemi
2005: Il presepe, Napoli, L'Ancora del Mediterraneo
2006: Don Giovanni o della seduzione, Napoli. L'Ancora del Mediterraneo
2007: I santi patroni, Bologna, Il Mulino
2008: Lévi-Strauss. Fuori di sé, Macerata, Quodlibet
2009: Si fa presto a dire cotto. Un antropologo in cucina, Bologna, Il Mulino
2009: Il libro delle superstizioni (coautore Elisabetta Moro), Napoli, L'Ancora del Mediterraneo
2009: Don Juan entre Nápoles y el Purgatorio in Visiones de Don Juan, Madrid, SECC, Sociedad Estatal de Commemoraciones Culturales
2012: Non tutto fa brodo, Bologna, Il Mulino
2012: Miti d'oggi, Milano, Bompiani
Ed infine dal sito personale di Niola proponiamo una spiritosa recensione di Elisabetta Moro ad un suo libro pubblicato nel 2009.
Si fa presto a dire cotto. Ma se in cucina c’è un antropologo…
Perché gli Italiani mangiano la pasta al dente? La tempura è davvero un’invenzione giapponese? Perché la pizza ha conquistato il mondo? E perché il sushi ha conquistato noi? E cosa c’entrano il baccalà con il Concilio di Trento e il caffé con la nascita delle compagnie di assicurazione? Sono solo alcune delle domande con le quali Marino Niola solletica il palato dei lettori del suo nuovo libro Si fa presto a dire cotto. Un antropologo in cucina (edizioni Il Mulino, 154 pagine, 12 euro).
E quando un antropologo come Niola apre la dispensa del Belpaese esplorando tradizioni gastronomiche, usi e costumi, miti, leggende e nuove tendenze a tavola, le pagine scorrono veloci.
L’epigrafe, una citazione di Snoopy, il più famoso cane parlante della storia del fumetto, ci fa capire subito l’approccio colto e scanzonato dell’autore: «Dicano quel che vogliono, uno dei grandi piaceri della vita è rimpinzarsi di vaccate». Come dire che di cibo si può parlare e ragionare anche divertendosi.
Così scopriamo che il pomodoro, arrivato dalle americhe grazie a Cristoforo Colombo fino al Settecento era considerato in Europa una pianta ornamentale da regalare alle dame di corte, come le orchidee e perciò veniva chiamato pomo d’amore, da cui il nostro pomodoro. Ci è voluto un genio della gastronomia come il napoletano Ippolito Cavalcanti per inventare la salsa di pummarola. da mettere sugli spaghetti. Altra gloria nazionale, anche se l’invenzione dei vermicelli ce la contendiamo con Arabi e Cinesi. Forse li hanno inventati loro, ma noi li abbiamo resi celebri.
Il Made in Italy gastronomico viene da molto lontano, nello spazio ma anche nel tempo. Senza i Romani e le loro mense fatte di acqua e farina non esisterebbe la nostra pizza. Senza l’assedio di Vienna del 1685 la colazione all’italiana, cornetto e cappuccino, non esisterebbe. Senza il genio popolare, capace di fare sempre di necessità virtù, fronteggiando la fame con pochi ingredienti e tanta fantasia, buona parte dei nostri piatti regionali non sarebbero mai arrivati in tavola.
Grazie a questo libro, lieve quanto indispensabile, scopriamo perché tutte queste storie hanno contribuito a rendere la gastronomia italiana una delle migliori al mondo. Consentendo a noi Italiani, da Nord a Sud, di rimpinzarci di golose tipicità.


I BASSI E L’ECONONOMIA DEL VICOLO

1-vico Panettieri


Il basso, “vascio” in vernacolo, è una piccola abitazione a pian terreno che si affaccia sulla strada, icona dell’atavica miseria degli strati sociali più emarginati della città, luogo di confine dove pubblico e privato si confondono, intreccio di vivacità e disagio esistenziale, gioia e dolore.
I bassi hanno una lunga storia che affonda le proprie origini nel medioevo.
Nel corso dei secoli questi luoghi sono stati teatro di tragici avvenimenti  della storia di Napoli, come le numerose epidemie di peste e colera, causate dalle precarie condizioni igieniche. 
Evacuati e sbarrati durante il fascismo, furono di nuovo occupati durante la guerra ed ancora oggi sono presenti, non solo nel centro antico, ma anche in quartieri popolari di recente costruzione.
Vicoli e vicarielli costituiscono da sempre il cuore pulsante della città, paradigma della cultura in plein air radicata nell’anima popolare dei napoletani, con panni stesi ad asciugare al sole tra edicole di santi ubiquitarie.
Matilde Serao li definiva “case in cui si cucina in uno stambugio, si mangia nella stanza da letto, mentre altri dormono; case in cui sottoscala, pure abitati da gente umana, rassomigliano agli antichi, ora aboliti, carceri criminali della Vicaria”. 
Eduardo, nelle sue tragiche commedie ambientate tra i bassi dei Vergini, di Forcella, del Pallonetto, li descrive come tuguri dove il sole appena trapela, abitati da  molti che non hanno mai visto il mare, con il sottosuolo invaso dalle acque putride delle fogne e strade invase  già alle cinque del mattino da una torma di scugnizzi alla ricerca di aria, luce, spazio vitale.
Nel dopoguerra, la caustica penna di Malaparte lo trasforma in un luogo da tragedia greca con esalazioni mefitiche che emanano in egual misura da osterie e friggitorie e dagli orinatoi annidati in ogni angolo dei quartieri, un lezzo nauseante tra cacio di pecora e pesce putrefatto.
La nascita del basso si perde nella notte dei tempi: li descrivono Boccaccio, Masuccio Salernitano e lo stesso Basile nel “Pentamerone”, ma solo nell’ottocento diviene il palcoscenico di tanti romanzi, da Mastriani fino alla  Jessie White Mario, al Villari, a Rea, a Marotta.

2-via Anticaglia

3-Via Montecalvario


Nei secoli, dal buio dei vicoli, sono scoppiate le più svariate epidemie, non solo peste e colera, ma anche vaiolo, tifo, poliomelite, epatite e salmonellosi, sempre tra luglio ed agosto quando il caldo soffocante ringalluzzisce virus e batteri.
Anche dopo l’unità d’Italia vi furono devastanti  epidemie di colera fino a quella famigerata del 1884, che indusse  il governo a sventrare il centro antico. Sotto il piccone risanatore caddero fondaci e bassi ma anche decine di chiese, inclusi dipinti ed arredi sacri.
Solo durante il fascismo, che chiuse tutti i bassi, vibrioni e simili ebbero una sosta ma fu il tifo petecchiale a divampare nel periodo d’occupazione alleata: per debellarlo, gli americani somministrarono ai napoletani, disposti pazientemente in file ordinate,  generose dosi di DDT su capelli ed abiti.
Ultimo, ma solo in ordine di tempo, il colera del 1973, un primato di cui vergognarsi ora che crediamo di vivere in Europa.
Quanti sono attualmente i bassi?
Nel 1881 erano più di ventimila e vi abitavano 100.000 napoletani, nel 1911 erano saliti a 40.000, nel 1931 erano ancora aumentati di numero ed ospitavano ben 220.000 corpi di tutte le età. Alla fine degli anni cinquanta erano arrivati a quota 65.000, attualmente non sono meno di 40.000.
Oggi vi si trova costantemente il televisore a colori, il frigorifero, la lavatrice ma il degrado fisico e morale è sempre molto alto. 
Il sostanziale cambiamento è avvenuto sotto il profilo sociale. 
Vi sono sempre tanti napoletani ma in alcuni quartieri i nuovi abitanti sono extracomunitari, che tendono a suddividersi per nazionalità ed oramai in alcune zone della città si parlano solo idiomi alieni.
Questa variazione antropologica ha mutato radicalmente anche l’economia del vicolo, accompagnata dalla scomparsa di tanti mestieri tradizionali che davano luogo ad un microcosmo autonomo ed autosufficiente.
Figure di ambulanti come il cenciaiolo, il mozzonaro, la balia, la levatrice la lavandaia, l’ovaiola vivono ormai solo nei dipinti dell’Altamura e dei Palizzi, che li hanno immortalati.
Le lavandaie che provenivano quasi tutte dal Vomero, ricco all’epoca di ruscelli, sono state soppiantate dalle onnipresenti lavatrici.
Le serve, oggi, sono tutte extracomunitarie, spesso ammantate nei loro variopinti costumi.
Le capère hanno trovato nei negozi di parrucchiere un ostacolo insormontabile.
Ma la vittima più illustre della radio e della televisione è stato il cantastorie. Alcuni scrittori  ce lo descrivono con un frac d’annata e gli occhi spiritati mentre declama episodi dei poemi più famosi e storie fantasiose di vita vissuta.
Gli ultimi che ancora fanno qualche sporadica apparizione sono i burattinai, eredi dei mitici pupari.
Tanti mestieri scomparsi, che riuscivano a far campare ed oggi infoltiscono tristemente le  legioni sempre più numerose di disoccupati e precari.
4-via Pasquale Scura

5-disinfezione con DDT

A Roma con Napoli nel cuore

Aurelio De Rose


Aurelio De Rose, nato a Napoli, vive a Roma dal 1997. Studioso della vita artistica napoletana antica e moderna. Ha collaborato e collabora con quotidiani, riviste letterarie e culturali, con interventi di storia del costume e critica d'arte. Tra i vincitori del Premio Pontano - (sez. poesia), 1977; ha pubblicato: Monili, La Zagara/ testi di poesia- IGEI, Napoli, 1979; Napoli dell'antico e del nuovo. Cronologia dinastica e itinerari della città, il Girasole, Napoli, 1994; Le fontane di Napoli, Newton & Compton, Roma, 1994 ; Le chiese gotiche di Napoli, Newton & Compton, Roma, 1995; Palazzi di Napoli, Newton & Compton, Roma, 2001. E’ presente in varie antologie tra le quali si citano le più recenti: La parola negata (rapporto sulla poesia a Napoli), di Mario M. Gabriele, Nuova Letteratura, Campobasso, 2004; Le città dei poeti, a cura di Carlo Felice Colucci, Guida, Napoli, 2005. Concerto per pianoforte, Testi di poesia ,Collana Stravagario Emozionale, Minturno, 2008. Meno di un mese fa ho avuto il piacere di riabbracciare Aurelio alla presentazione del mio libro sulla napoletanità, nel vasto salone di Palazzo Lancillotti tra quadri d’autore e con la presenza di una folla di amici, oltre cento, venuti da tutta Italia ed alcuni anche dall’estero, per festeggiarmi e per dare a me ed alla mia famiglia il coraggio e la forza di resistere nella difficile situazione in cui mi trovo da alcuni anni ospite gradito nel penitenziario di Rebibbia.
«Per noi è un onore custodire un personaggio di tale livello culturale» ha esordito l’ispettore capo Gianelli, che gentilmente mi ha scortato assieme a tre nerboruti agenti discretamente confusi tra il pubblico, nel dare inizio alla presentazione.
Aurelio mi ha chiesto: «Dove sei a settembre? Voglio che presenti il mio nuovo libro».«Nescio», ho tristemente risposto.
De Rose è un appassionato studioso di napoletanità, ma vogliamo presentarlo nella inedita veste di poeta, poco conosciuta dai suoi numerosi lettori ed estimatori.

Ad AlessandroAle !
Una ferita e via: e, il volto per sempre nascondi nei giuochi di vita - certo - più grandi di te.
Parole, parole, son queste soltanto parole quelle che spesso sfuggivi come  l’urto – segnato – - nel tempo -.
Difficile è oggi sorreggerti al volo del sogno a quello che forse cullavi.
Adesso, ci lasci il solo sorriso bambino ai giorni, - domani perduti.-
E so che già lo sognavi un lungo cammino indicato.

Concerto per pianoforte e oboe Op. 4/05 in “G”Una diminuita ha chiuso questa nostra suonata.
Le dita non cercano più diesis e bemolli ma accarezzano le spalle frementi.
Prima: Non vi era che suono che lasciava sospeso il respiro.
Brividi. Trappola che stringeva i momenti.
Ragione, che ora si sfalda al tocco dei bianchi e dei neri.
Tappeto di un percorso di vita. Evocante i ricordi.
E mi appari distesa, come giacinto che si apre alla luce.
Ora però ti turba il mio sguardo che scruta e ascolta silenzioso.
Questo mio tempo batte ancora al cuore il rimorso, la pena, la paura di non essere più un’appartenenza.
Ma ti seguo egualmente nel cammino e mi rabbuia il tuo nuovo pensiero.
Sguardo che si perde nell’orizzonte di quei perduti momenti.
Delle tante mancate ragioni. Delle frasi che avevano il dono d’attutire i dolori da sempre vissuti.
Ora ? Il metronomo tace.
Ora è solo silenzio che trafigge la mente.
Dolore !Che non ha più il senso del dopo.
Eppure ti ama ancora questo sciocco motore di vita: questo cuore.

MoniliHo segato le mie mani
ossa mozze mi guardano,
a te regalerò falangi
con unghie essiccate,
le porterai,
monili,
tra i seni morbidi
e dirai al vento:
«le sue dita m’inebriano».

A Camilla e Margherita
Vi lascio bambine il mio sogno
Quel certo conoscere il mondo e, i segni lasciati nel tempo.
Quei tanti momenti, che poi, l’età ti cancella.
L’amore, la vita, il perdersi nella propria illusione che conta ben poco, per gli altri, ma resta segnata nel cuore.
Vi lascio il ricordo, dei tanti momenti di nenie, di giuochi e favole spesso sbiadite
di fate, di maghi e di fiori che riempiono gli occhi e portano ai sogni il sereno.
Vi lascio bambine.
 Quel giorno, non lacrime voglio ma spargere al vento la polvere che fu la partenza . -          Sarà il mio ritorno alla terra  -.
E li, vi seguirò nel cammino !

NaufraghiLa barcaccia inclinata mulina acqua dalle falle di prua mentre l’albero è morto.
Provvedi a coprirli i morti sulla spiaggia ove hanno lasciato i lamenti al fragore dell’onda.
Li troverai sepolti da una polvere sottile con gli occhi spenti a guardare l’immenso, ma morti.
Provvedi a coprirli i morti prima che la rugiada afflosci le membra tese prima che vengano a scavare i granchi.
Le stelle marine hanno segato le gole ed il nero di seppie ha dipinto ferite su i petti nudi.
Provvedi a coprirli i morti prima che le donne bagnino di sangue il loro dolore sulla soglia della loro casa con l’albero morto a simbolo di Cristo

Testamento per NapoliHo lasciato al ricordo
Dedali di vicoli stretti
Che raggi del sole cantato
Mai videro illuminare.
Ho traslocato nel cuore
I dolori di città millenaria
Stuprata in rivoli del tuo stesso sangue.
Forse, ritornerò portandoti il mio corpo
Ultimo dono come fedeltà sofferta.
Seme che spargerai nel vento del tuo mare.

sabato 20 luglio 2013

Un Papa emerito in Vaticano


Benedetto XVI, nell’abdicare dalla Cattedra, si giustificò  con gravi motivi di salute. 
Molti gridarono al “vil rifiuto” e parlarono viceversa di gravi dissidi con la Curia.
Tutti ci aspettavamo che si ritirasse nella quiete delle sue stanze a pregare, invece, giorno dopo giorno, la sua presenza diventa sempre più ingombrante al fianco di Francesco, al punto da scrivere di suo pugno una parte dell’ultima enciclica, dando luogo ad una situazione paradossale di una Chiesa con due teste, circostanza che certamente, in tempi brevi, creerà, oltre ad un imbarazzante precedente, una confusione nel processo di evangelizzazione ed un ritardo nelle improcrastinabili decisioni per modernizzare un apparato che non riesce più a stare al passo con i tempi.


L’AVVOCATO DELL’ AVVOCATO


Franzo Grande Stevens

Franzo Grande Stevens, nato ad Avola nel 1928, è uno dei più grandi avvocati italiani. 
Di origini siciliane (una parte della sua famiglia proviene da un ceppo inglese, da cui ha ereditato il cognome anglosassone) è napoletano d’adozione e formazione per aver vissuto la sua adolescenza all’ombra del Vesuvio, dove ha conseguito la maturità classica e la laurea in giurisprudenza alla Federico II.
Dopo un proficuo praticantato nello studio dell’avvocato Francesco Barra Caracciolo di Basciano, si trasferì a Torino dove incontrò il successo professionale, divenendo il consigliere di fiducia del padrone della Fiat, Gianni Agnelli, da cui il celebre soprannome di “avvocato dell’avvocato”.
Nel 1976 partecipò, in qualità di difensore d’ufficio, al processo ai capi storici delle Brigate Rosse  assieme al Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino,  Fulvio Croce,  assassinato in seguito dai terroristi. Sulla vicenda scriverà Vita d’un avvocato, pubblicato per i tipi della Cedam, nel 2000, ad oltre vent’anni da quell’omicidio.
Nel tempo ha seguito le vicende societarie dei gruppi industriali più importanti del Paese  ricoprendo, spesso, cariche dirigenziali al loro interno. E’ stato Presidente della Toro, della Ciga  Hotels, della Cassa Nazionale Forense e dell’Ordine degli Avvocati. E’ stato Vicepresidente della Fiat. Attualmente è Presidente della Fondazione San Paolo  e siede nei consigli d’amministrazione di IFIL e RCS.   E’ anche Presidente Onorario della Juventus,  una delle due squadre di calcio torinesi, dopo esserne stato presidente dall’agosto 2003 al 2006.
Un processo, iniziato nel 2009, che lo vede coinvolto per l’equity swap di Ifi-Ifil ed Exor, che nel 2005 consentì agli eredi Agnelli di mantenere il controllo della Fiat e che, secondo l’accusa, fu tenuto nascosto per molti mesi alla Consob ed al mercato, si è concluso nel 2013 con la sua condanna ad un anno e quattro mesi dopo l’annullamento dell’assoluzione da parte della Cassazione.
Lo studio torinese Grande Stevens mette radici in quello di Manlio Brosio che, nel 1945, dopo la liberazione, lasciò l’attività forense per darsi alla politica ed alla diplomazia divenendo vicepremier ed ambasciatore nelle più prestigiose capitali e, successivamente,  senatore  e segretario della Nato.
Essendo affiancato da colleghi esperti nei vari settori, dal commerciale al tributario, lo studio fornisce ai clienti un’elevata qualità professionale ed ha aperto altre sedi a Milano e Roma:  dapprima, nella capitale meneghina, ha acquisito la squadra di legali dello studio americano Bryancave, quindi ha puntato  su Roma con 10 collaboratori, tra i quali c’è  Cristina, figlia di Franzo.
Tra i clienti di prestigio figura lo IOR,  la banca vaticana implicata in scandali finanziari mentre, tra i suoi collaboratori, c’è l’avvocato Michele Briamonte, chiacchierato uomo di fiducia di monsignor Roberto Lucchini, che lavora presso la Segreteria di Stato, guidata dal potente cardinale torinese Tarcisio Bertone.

L’ULTIMO EPIGONO DELLA SUPREMAZIA FORENSE

Alfredo De Marsico,

Prima di trattare della vita e delle opere dell’ultimo epigono di un’illustre tradizione forense, che ha visto primeggiare per decenni illustri avvocati del calibro di Nicola Amore, Pessina, Porzio, Giovanni Leone, Enrico De Nicola, voglio premettere che da ragazzo ho sempre apprezzato le arringhe.
Andavo pazzo per le perorazioni di Cicerone, che ho ripetutamente letto in latino per non perdere la spontaneità della lingua.
Anche in anni precedenti  mi sono appassionato ad approfondire, su rari libri d’antiquariato,  le escursioni dialettiche di Carnelutti e De Marsico.
Da ragazzo ho ascoltato le fasi più salienti di memorabili processi in Corte d’Assise, tra i quali quello di Pupetta Maresca, che si svolgevano nella vecchia sede di vico San Sebastiano, nell’antico refettorio del monastero  domenicano dove aveva pontificato il sommo San Tommaso, una stradina divenuta oggi squallido tappeto di siringhe di eroinomani, negletto e dimenticato.
Alfredo De Marsico, nato a Sala Consilina nel 1888, si spegne a Napoli nel 1985, città nella quale, nel 1909, ha conseguito la laurea in giurisprudenza dopo aver frequentato le scuole a Rossano. 
Avido di letteratura e  “malato di poesia”, da giovane era istintivamente portato   all’arte oratoria. Pronunciò il  primo discorso a 17 anni in occasione dell’inaugurazione di un monumento a Francesco  De Sanctis ad Avellino per pubblicare, poco dopo,  un saggio su San Francesco d’Assisi.
Per intraprendere  la professione forense rinunciò alla carriera giudiziaria ed al  lavoro presso il Ministero della Pubblica Istruzione, al cui concorso d’ammissione   era risultato secondo su 1000 concorrenti,.
Collaborò a varie riviste, non solo giuridiche, curando a lungo una rubrica sulla letteratura tedesca, lingua che padroneggiava come il francese, l’inglese ed il russo.
Allo scoppio della Grande Guerra, pur riformato, rinunciò al congedo per svolgere un’attiva propaganda politica con infuocate conferenze. Ammiratore di D’Annunzio e Salandra, si mantenne su posizioni liberali per aderire poi al fascismo, influenzato dalla forte personalità di Mussolini, nel timore di una rivoluzione  socialista.
Come penalista esordì nel 1923 con una fortissima arringa nel processo contro l’uxoricida  Luigi Carbone, conquistandosi subito un posto di prestigio nell’empireo dei principi del foro.
Insegnò, a partire dal 1915, nelle università  di Roma, Camerino, Cagliari, Bari, Bologna e Napoli.
Dopo l’epurazione, dovuta all’adesione al fascismo, chiuse la carriera di docente  a Roma nel 1958.
La sua produzione scientifica è imponente, come i testi scritti a commento delle arringhe e delle  originali posizioni sul rapporto Individuo-Stato, da lui ritenuti entrambi titolari di diritti originari.
Suoi scritti sono:
La rappresentanza nel diritto processuale penale, Milano Società Editrice Libraria,1915
Violenza privata, 1920
Principi informatori del diritto penale internazionale: discorso inaugurale dell’anno accademico1928-29 nella R. Università di Bari, Bari, F.lli Laterza & Polo, 1929
Coscienza e volontà nella nozione del dolo, Napoli, A.Morano, 1930
Studi di diritto penale, Napoli, A. Morano, 1930
Il pensiero di Alessandro Stoppato negli attuali orientamenti del diritto penale, Padova CEDAM  1933
Il codice penale illustrato articolo per articolo, De Marsico e altri, 3 voll., Milano, Società Editrice Libraria, 1934-1936
L’unità del diritto penale, Roma, Foro italiano, 1935
Orazio, Estratto da: L’eloquenza, anno 25, fasc.7-8-9, V.2, Roma, L’eloquenza, 1935
Diritto penale: parte generale, Napoli, E. Jovene 1935
Le conseguenze del reato nel diritto penale sostantivo e processuale: lezioni universitarie (1937-38), Napoli, E. Jovene, 1938
Eventi ed artefici, Napoli, A. Morano, 1938
Delitti contro il patrimonio: lezioni universitarie 1939-40, raccolte da Elio Positano, Napoli, E. Jovene, 1940
Dogmatica e politica nella scienza del processo penale, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1941
Voci e volti di ieri, Bari, Laterza 1948
Nuovi studi di diritto penale, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1951
Penalisti italiani, Napoli, E. Jovene, 1960
Eventi ed artefici: seconda serie, Napoli, A. Morano, 1965
Falsità in atti, 1967
Sul peculato per distrazione con particolare riguardo al peculato bancario, 1968
La lotta contro il dolore e la legge penale, 1971
Arringhe, 5 voll., Napoli, Jovene, 1975-2000
Prefazioni, Fasano, Schena Editore, 1978
Discorsi e scritti, Napoli, Consiglio dell’Ordine degli avvocati e dei procuratori, 1980
Biblioteche forensi e cultura, Napoli, Giannini, 1982
Le toghe d’Italia, 2 voll., Bari, Laterza 1982
25 luglio 43 – memorie per la storia, Bari, Laterza, 1983
Il sole tramonta sul tavolo di questa Corte d’assise: pagine da un diario epistolare, Fasano, Schena, 1989
Mio padre racconta, a cura di Maria Antonietta Stecchi De Bellis, Bari, G.Laterza,1996
Discorsi sull’unità d’Italia, Fasano, Schena, 1997
Tra la vasta bibliografia su De Marsico mi  piace  citare:
Aldo Cafiero, Commemorazione di Alfredo De Marsico: Castel Capuano, 21 dicembre 1995, Napoli, Giannini, 1996
Vittorio Valentino, Ricordo di Alfredo De Marsico, giurista, avvocato, oratore, gloria della scuola forense napoletana: Napoli, novembre 1995, Giannini, 1996
Carla Masi Doria  e  Massimo  di Lauro (a cura di), Alfredo De Marsico: l’avvocato, lo scienziato del diritto, l’uomo delle istituzioni, Atti del Convegno di Napoli, Napoli, Jovene, 2006
Giuseppe D’Amico, Alfredo De Marsico: il mago della parola, Battipaglia, Laveglia & Carlone, 2010
Sandro Setta, in Dizionario Biografico degli italiani (ad vocem)
L’ oratoria di De Marsico, che s’inseriva nella grande tradizione forense napoletana, rifuggiva dalla retorica  imperante  nelle aule giudiziarie, improntandosi “ad una più sagace penetrazione tecnica ed a una maggiore adesione alla verità dei fatti scaturenti dalle risultanze processuali. E De Marsico si atterrà sempre a questa regola, con una oratoria certamente forbita, ma fatta di sostanza, di deduzioni logiche e serrate, atte a superare tutti gli ostacoli, senza aggiramenti e discutibili abilità”.
Fu otto volte presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli, di cui tenne la guida fino al 1980. Dopo la morte, un discorso funebre dell’avvocato Renato Orefice, presidente dell’Ordine, accompagnò la collocazione di un suo busto a  Castel Capuano. Nel 1995, un decennio dopo la morte, un altro busto in bronzo fu collocato nella sala del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli.
Deputato a Napoli dal 1924, si impegnò nella stesura di una legislazione di stampo fascista e fece parte del Direttorio per le riforme legislative. Il partito lo incaricò di difendere nel 1925  i camerati imputati nel delitto di Don Minzoni.
Il 5 febbraio fu nominato Ministro di Grazia e Giustizia, nonostante fosse inviso ai settori estremisti del regime. Clamorosa la sua opposizione alla pena di morte. Egli riteneva che con la conquista dell’Impero, raggiunto lo “scopo supremo”, fosse necessario ristabilire lentamente la libertà e riteneva l’alleanza con la Germania nazista in contrasto con la civiltà giuridica italiana.
Contrario all’entrata in guerra, ebbe un ruolo di rilievo nella seduta del Gran Consiglio del fascismo che, il 25 luglio del 1943, votò  la sfiducia a Mussolini.
Morto Dino Grandi, per molti anni è rimasto l’ultimo superstite di quella storica riunione.
Fu condannato a morte in contumacia  nel processo di Verona intentato dalla Repubblica Sociale Italiana  contro i 19 firmatari della mozione Grandi.
Con l’avvento della Repubblica Italiana, fu epurato per quattro anni dalla professione e per sette anni dall’insegnamento.
Reintegrato nei propri diritti, svolse ancora, fino agli inizi degli anni ’80, un’intensa attività didattica e professionale, ammirato protagonista  dei più noti processi come il processo Ippolito, segretario generale del Comitato nazionale per l’energia nucleare, accusato di peculato, falso ideologico, abuso ed interesse privato in atti d’ufficio (in questo processo, svoltosi a Roma nel 1964, fu tra i difensori degli altri imputati in concorso nei suddetti reati), il processo Negrosoli, medico imputato d’uxoricidio, che egli accusò, a Bologna nel 1965, come patrono di parte civile in una memorabile arringa, il processo Pignatelli, sempre a Bologna nel 1979, in cui difese un meridionale imputato d’omicidio in una rissa. A novantatre anni, nell’ottobre del 1980, fu difensore di Izzo nel processo per omicidio e stupro. De Marsico non aveva mancato di reimpegnarsi sul piano più strettamente politico. Eletto senatore nel 1953 come indipendente nella lista monarchica di Achille Lauro per la circoscrizione di Avellino-Sala Consilina, ma non rieletto nel 1958, continuò a testimoniare la propria fede in una  tradizione nazionalistica ormai spenta con conferenze sull’italianità di Trieste, su Elena di Savoia, sul centenario dell’Unità d’Italia. All’inizio degli anni ’70 su “Il Roma”, “Il Giornale  d’Italia” e “Il Tempo” condusse battaglie contro la politicizzazione della magistratura che, a suo avviso, poteva minacciarne l’indipendenza, e contro il terrorismo per combattere il quale proclamò, agli inizi degli anni ’80, l’esigenza del ritorno ad uno Stato forte. Nei suoi scritti e ricordi, conservò ammirazione per Mussolini ed il fascismo, lamentando il tramonto del senso dello Stato e della tradizione, causato dal “minaccioso affermarsi di miti che hanno protagonista la massa”.

Alfredo De Marsico,