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giovedì 20 settembre 2012

POMPEI. L’ARTE D’AMARE




L’affascinante libro di Cinzia Dal Maso: ci accompagna in un intrigante passeggiata tra lupanari, orge e festini licenziosi, che caratterizzano la vita della città licenziosa per antonomasia: Pompei.
Siamo debitori ai Borbone, che organizzarono una minuziosa campagna archeologica, per la riscoperta di una città rimasta per quasi due millenni sotto la lava del Vesuvio.
Manovali ed operai, scavando, ritrovavano in continuazione falli di ogni foggia e dimensioni, di bronzo, di pietra, di ceramica, una vera e propria invasione, mentre statuette e mosaici mostravano Mercurio, Dioniso e naturalmente Priapo con attributi virili smisurati (figg. 1-4).





I campanelli delle case: i Tintinnabula erano costituiti da una serie di falli assemblati con armonia. (fig. 5)
I costumi e la cultura erano agli antipodi della nostra, sessuofobica e repressiva, dovuta a due millenni di mortificazione del corpo, di divieti religiosi e di senso del peccato, che ci fanno sbirciare con occhio malizioso le gioiose manifestazioni di esuberanza erotica che la lava ci ha restituito intatti.
Percorrendo le vecchie case sembra che dal nulla compaiano satiri eccitati e ninfe focose, checche patrizie e giovani marchettari.


Il mito di Pompei attrasse a migliaia i viaggiatori del Grand Tour, fino a quando Francesco I di Borbone non decise di rinchiudere gli oggetti più licenziosi, dando luogo al mitico Gabinetto Segreto, deludendo le torme di archeologi e raffinati voyeurs, che dovevano contentarsi di apprezzare nella casa dei Vetti o nei pochi lupanari rimasti aperti la conturbante visione di prorompenti amplessi plurimi (figg. 6-10).
A Pompei vi erano più bordelli che panifici, tenendo conto che oltre alle esigenze degli indigeni, la città era meta di villeggiatura di ricchi patrizi dediti alla crapula e di marinai che scendevano a terra dopo mesi di astinenza forzata.
Si possono ancora leggere significative scritte: "Ballerine e danzatrici cantano tra gemiti e sussurri e si abbassano a terra agitando le natiche".
Un libro divertente ed istruttivo da leggere sotto l’ombrellone e per chi volesse approfondire l’argomento consiglio di leggere "Curiosità nel Gabinetto Erotico" un mio piccolo saggio sul tema riportato di seguito.







Curiosità nel Gabinetto Erotico

Se vogliamo conoscere le antiche abitudini sessuali dei nostri antenati dobbiamo visitare il Gabinetto segreto del museo archeologico, dove sono raccolti una serie di stupefacenti reperti recuperati in gran parte durante gli scavi effettuati a Pompei a partire dal Settecento.
Questi originali materiali a sfondo erotico sono stati sottratti per lungo tempo alla fruizione del pubblico perché considerati osceni e perciò divenuti famosi ed oggetto di morbosa curiosità.
La denominazione di Gabinetto Segreto ha una ragione storica: infatti con il termine "segreto" si indicarono spesso nel Rinascimento i luoghi, le stanze, i giardini in cui venivano raccolte le speciali collezioni che si cominciavano a formare con opere d'arte, antiche e moderne, ispirate al tema dell'amore e della sensualità.
Quando cominciò la campagna di scavi, la scoperta a Pompei ed Ercolano di tanti oggetti legati alla sessualità destò sorpresa nei contemporanei, che immaginavano le due città come dei tranquilli centri abitati, in tutto dissimili dalle lussuriose Capri e Baia, invece si scoprì che nelle cittadine vesuviane esistevano più postriboli che forni e che la richiesta, e di conseguenza l’offerta di sesso, era superiore alle esigenze alimentari: più sesso che pane, fornicare altro che mangiare.
A queste imbarazzanti testimonianze del nostro passato fu riservata una sala del museo Ercolanese di Portici, che poteva essere visitata a richiesta e con permesso speciale. Dopo il trasferimento del Museo da Portici al Palazzo degli Studi, la collezione venne esposta per alcuni anni senza particolari restrizioni, ma solo fino al 1819, quando il futuro re Francesco I, in occasione di una visita con la figlia Carlotta, che rimase particolarmente colpita dalla vista di tante immagini conturbanti, suggerì al direttore di formare una raccolta separata, che fu detta prima Gabinetto degli oggetti osceni, definiti poi riservati, visitabile solo da “persone di matura età e di conosciuta morale”, e comprendente all’epoca centodue “infami monumenti della gentilesca licenza”.
Negli anni successivi, a chi chiedeva una maggiore apertura del Gabinetto ed una più larga generosità nel rilasciare permessi di visita, si opponevano gli immancabili bacchettoni, che ritenevano opportuno di dovere proibire anche la visione delle Veneri e delle altre figure, nude e seminude, delle quali era ricco il museo di Napoli. Prevalse infine lo spirito reazionario, cosicché la raccolta fu trasferita al primo piano e ne fu murata la porta, perché “se ne disperdesse per quanto era possibile la memoria”.
Da allora il Gabinetto Segreto ha vissuto sorti alterne, a seconda degli avvenimenti politici. Negli anni che seguirono all’ingresso di Garibaldi a Napoli la collezione venne aperta a tutti tranne che ai fanciulli e, con particolare permesso, anche alle donne ed al clero; fu inoltre pubblicato il catalogo della Collezione Pornografica ad opera dell’allora direttore del museo, Giuseppe Fiorelli. Ma essa fu nuovamente chiusa dal governo sabaudo che prescrisse il permesso per tutti fino al 1931. Durante il ventennio fascista, la collezione fu completamente chiusa al pubblico e si dovrà aspettare il 1967 per poterla visitare di nuovo, sebbene per soli pochi anni. Richiuso per motivi di restauro e per la necessità di reperire una adeguata sistemazione, il Gabinetto segreto è stato riaperto in via definitiva nell’aprile del 2000, organizzato secondo la selezione a suo tempo fatta dal Fiorelli, con il solo aggiornamento dell’esposizione dei materiali vesuviani divisi secondo criteri cronologici, iconografici e funzionali: i materiali di età preromana, la pittura mitologica, la decorazione dei giardini, la pittura dei lupanari, l’erotismo nel banchetto, gli amuleti.
Tra gli esemplari più famosi è il gruppo marmoreo con Pan e capra, rinvenuto nella Villa dei Papiri di Ercolano nel 1752, a lampante dimostrazione che i nostri avi contadini e pastori non disdegnavano in caso di bisogno di soddisfare gli improcrastinabili impulsi sessuali anche con gli animali.
Le pitture sono distinte tra quelle mitologiche, più raffinate, che derivano dalla tradizione della pittura erotica greca ed ellenistica, e quelle realistiche, più popolari, destinate a decorare i lupanari e le stanze particolari delle case private. Abbiamo vasi estremamente espliciti nell’indicarci le posizioni preferite dai nostri progenitori e mosaici nei quali sono riprodotte volenterose cortigiane pronte a soddisfare le esigenze più varie della propria clientela, alla quale proponevano le specialità nelle quali erano più versate ed i relativi prezzi delle prestazioni all’ingresso del postribolo.
Numerosi sono pure i bronzetti, le lucerne e gli amuleti personali, portati da uomini e donne come protettivi contro il malocchio e le malattie. Nel mondo romano infatti il membro virile era considerato simbolo di fecondità ed augurio di prosperità ed allo stesso tempo teneva lontana la cattiva sorte; anche il rumore era ritenuto un potente talismano. I due rimedi apotropaici, combinati insieme, ebbero grande popolarità nei centri vesuviani, come testimoniano i numerosi campanelli di bronzo sorretti da falli o figure itifalliche, utilizzati nelle botteghe come auspicio di buoni affari, e forse anche nelle case come divertenti arredi da banchetto per chiamare le portate: di particolare rilievo in questa serie è una splendida figurina di gladiatore da Ercolano. Nasce in questi anni l’abitudine tutta napoletana di grattarsi le parti intime in presenza di una persona ritenuta malefica o di portare in tasca un corno, rimedio infallibile contro il malocchio.
In quanto potente amuleto il fallo era inoltre posto, in tutte le città antiche, sulle mura, sui marciapiedi e lungo le strade; a Pompei era spesso usato nei cantonali delle case a scopo protettivo, ma anche sulle facciate delle botteghe, spesso dei panifici, dov’era scolpito sugli architravi dei forni. Celebre è il rilievo in travertino con fallo e scritta “hic habitat felicitas” dal panificio nell’insula della Casa di Pansa.
Una sezione del “Gabinetto Segreto” è dedicata agli oggetti erotici della collezione Borgia, tra i quali si distinguono: uno specchio di bronzo etrusco con scena erotica incisa ed una serie di piccoli nani in pietra con falli enormi tra le mani, di provenienza egizia e di età tolemaica. La sala LXII, infine, ospita alcuni reperti non pertinenti propriamente alla collezione del “Gabinetto Segreto”, tra i quali il gruppo di Pan e Dafni, il sarcofago in marmo con scena di culto dionisiaco, entrambi della collezione Farnese, il mosaico in bianco e nero con Pigmei da Roma, mentre una piccola sezione illustra la storia della collezione nei documenti d’archivio.
Numerosi sono gli esemplari raffiguranti ermafroditi e maschi superdotati al punto di necessitare di opportuni sostegni per membri elefantiaci, approcci tra satiri e ninfe e come ciliegina finale una raccolta di apparati maschili completi di testicoli.
La sezione è più conosciuta all’estero che in Italia ed infatti visitandola ci si accorge dei numerosi stranieri che affollano le sale, mentre tanti napoletani non sanno nemmeno dell’esistenza di questo scrigno prezioso di priapei, quanto mai esplicativo dell’origine delle nostre abitudini sessuali.

Pan e la capra



mercoledì 12 settembre 2012

L’evasione ci salva




In Italia l’economia sommersa è talmente diffusa da fornire al Paese quella liquidità necessaria per sopravvivere pur producendo sempre meno ed oberata dal terzo debito pubblico al mondo.
Per rispondere a questo mistero basta esaminare la situazione della Campania, la regione con il reddito pro capite più basso d’Italia e con una densità urbanistica e demografica tra le più alte al mondo.
La risposta è semplice: riciclaggio.
Gran parte delle attività e soprattutto bar, pizzerie e ristoranti sono in mano alla camorra, la quale fa emettere una massiccia quantità di scontrini falsi, immettendo denaro nel sistema fiscale.
Per cui da un lato fornisce ossigeno ad una economia asfittica e soccorre nello stesso tempo il bilancio dello stato, evitando il crack.

Profezia apocalittica




Il giorno non molto lontano in cui finiranno i risparmi delle famiglie e la disoccupazione dilagherà, quando noi genitori non ci saremo più e scompariranno stipendi e pensioni, non ci sarà più alcuna differenza tra gli emigranti africani, che sfidano le onde dell’oceano alla ricerca della terra promessa ed i nostri figli viziati, svogliati e privi d’iniziativa.

lunedì 10 settembre 2012

Lettera sulle carceri





a Ferragosto si è ripetuto il mesto pellegrinaggio di onorevoli, per constatare lo stato miserevole in cui versano le carceri italiane. 
Molti sono rimasti inorriditi, alcuni con le lacrime agli occhi. 
Vorrei pregare loro ed i tanti colleghi che non hanno ritenuto di interrompere le loro vacanze, di impegnarsi alla fine di settembre, quando andrà in discussione in parlamento l'ennesimo decreto legislativo svuotacarceri, ad approvarlo velocemente, apportando alcuni significativi emendamenti, ispirati da legislazioni più avanzate delle nostre, che permetterebbero realmente di risolvere il problema senza allarmare l'opinione pubblica.
Portare il beneficio per buona condotta da 3 a 4 mesi ogni anno e calcolarlo appena il detenuto entra in carcere, in maniera tale che si possa pervenire in anticipo ai permessi, alla semilibertà, all'avviamento ai servizi sociali, ai domiciliari, senza dimenticare i tossicodipendenti, da avviare a strutture di recupero, ma soprattutto i pazienti anziani e gravemente malati, per i quali la detenzione domiciliare dovrebbe costituire un imperativo categorico.


venerdì 7 settembre 2012

FACITE AMMUINA


19/02/2011

Facite Ammuina (che in napoletano significa fate confusione) sarebbe stato un comando contenuto nel Regolamento da impiegare a bordo dei legni e dei bastimenti della Real Marina del Regno delle Due Sicilie del 1841. Si tratta, in realtà, di un falso storico, il cui testo così recita:

(Napoletano) 
« All'ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann' a poppa
e chilli che stann' a poppa vann' a prora:
chilli che stann' a dritta vann' a sinistra
e chilli che stanno a sinistra vann' a dritta:
tutti chilli che stanno abbascio vann' ncoppa
e chilli che stanno ncoppa vann' bascio
passann' tutti p'o stesso pertuso:
chi nun tene nient' a ffà, s' aremeni a 'cca e a 'll à".
N.B. da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. »

(Italiano) 
« All'ordine Facite Ammuina, tutti coloro che stanno a prua vadano a poppa
e quelli a poppa vadano a prua;
quelli a destra vadano a sinistra
e quelli a sinistra vadano a destra;
tutti quelli in sottocoperta salgano,
e quelli sul ponte scendano,
passando tutti per lo stesso boccaporto (buco);
chi non ha niente da fare, si dia da fare qua e là. »

Di questo falso passo del regolamento in questione esistono copie, vendute ai turisti nei mercatini di Napoli anche oggi, che riportano a firma quelle dell'Ammiraglio Giuseppe di Brocchitto e del "Maresciallo in capo dei legni e dei bastimenti della Real Marina" Mario Giuseppe Bigiarelli.
Il motivo dell'assenza di copie ufficiali è dovuto semplicemente al fatto che il regolamento della Real Marina del Regno delle Due Sicilie non ha mai annoverato un tale articolo e né di Brocchitto né Bigiarelli risultano menzionati tra gli ufficiali della marina delle Due Sicilie. Tali cognomi sembrerebbero del tutto inventati poiché il primo non risulta esistere in nessun archivio dell'intera Italia, mentre il secondo è del tutto estraneo all'onomastica delle Due Sicilie. Peraltro, il regolamento della Real Marina, come tutti gli atti ufficiali, era redatto in perfetto italiano, e perfino l'esame del testo in napoletano lascia dubbi di genuinità, soprattutto perché usa l'indicativo per degli ordini: per esempio, invece che «chilli che stanno abbascio vann' ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann' abbascio», ci si aspetterebbe «... jessero ncoppa...». In particolare il presente congiuntivo nell'ultima frase, s'aremeni era certamente scomparso nell'uso popolare ottocentesco della lingua napoletana e sostituito dalla forma ottativa s'ar(r)emenasse.
Si tratta quindi di uno dei tanti aneddoti denigratori sulle forze armate borboniche (nel loro insieme spregiativamente definite esercito di Franceschiello) confezionati a fine propagandistico dai piemontesi per screditare il Regno delle Due Sicilie e la dinastia dei Borbone. Altre invenzioni simili, riguardanti questa volta l'esercito, sono il facite 'a faccia feroce e il facite 'a faccia fessa che sarebbero stati gli ordini impartiti alle reclute durante l'addestramento.
Tra l'altro, la Real Marina del Regno delle Due Sicilie era particolarmente efficiente, tanto che nell'Italia appena unificata, che si trovò imposte tutte le istituzioni e la legislazione piemontese, la Marina adottò proprio divise, gradi e regolamenti di quella napoletana.

Sebbene il facite ammuina non nasca affatto da un regolamento della marina borbonica, esso trae origine da un fatto storico realmente accaduto (anche se dopo la nascita della Regia Marina italiana). Un ufficiale napoletano, Federico Cafiero (1807 - 1889), passato dalla parte dei piemontesi già durante l'invasione del Regno delle Due Sicilie, venne sorpreso a dormire a bordo della sua nave insieme al suo equipaggio e messo agli arresti da un ammiraglio piemontese, in quanto responsabile dell'indisciplina a bordo. Una volta scontata la pena, l'indisciplinato ufficiale venne rimesso al comando della sua nave dove pensò bene di istruire il proprio equipaggio a "fare ammuina" (ovvero il maggior rumore e confusione possibile) nel caso in cui si fosse ripresentato un ufficiale superiore, con lo scopo di essere avvertito e nello stesso tempo a dimostrare l'operosità dell'equipaggio.


Un suono napoletanissimo è quello fragoroso della pernacchia che i puristi definiscono un suono derisorio, ironico e in genere considerato volgare, eseguito soffiando con la lingua protrusa all’infuori in mezzo alle labbra serrate, oppure premendo con il dorso della mano sulla bocca per ottenere un rumore simile a quello di una flatulenza (alias scorreggia).
Lo spernacchiamento può essere eseguito mediante due tecniche di disposizione labiale a scelta. Si può poggiare la lingua sul palmo della mano e soffiare facendo vibrare il labbro inferiore. In questo caso si ottiene un suono aperto, cosiddetto a “squacchio”, oppure raccogliere la mano a cono e far vibrare contemporaneamente entrambe le labbra. In questo caso si ottiene un suono più acuto che può essere modulato dall’esecutore mediante la crescita progressiva del volume d’aria emesso; questa tecnica consente anche di variare la nota di escussione della pernacchia maggiore sia verso gli acuti che verso i gravi.
Quando la pernacchia non viene eseguita da uno specialista (sono tutti napoletani) e senza il dovuto trasporto si trasforma in una fetecchia che può essere definita il tentativo fallace di emettere un peto vibrato e roboante, che invece poi riesce afflosciato e calante, una scorreggia non riuscita, quindi, potremmo concludere un mezzo aborto di pereta, che, se consultiamo il dizionario scopriamo trattarsi di un sinonimo di peto, fetumma, loffa o siluro e qui ci fermiamo perché dai suoni siamo agli odori, anzi ai fuochi di artificio.
Questo suono così esplicativo pare nasca durante il dominio spagnolo e si manifestasse spontaneo all’arrivo degli esattori delle tasse, che i popolani salutavano con particolare affetto.
La pernacchia più celebre nella storia del cinema è quella di Eduardo De Filippo, contro un nobile arrogante. Era un suono altamente modulato e studiato, in concorso con la plebe del rione. Oltre all’irrisione, cioè, esprimeva una protesta sociale. Con un suo stile classista, dal basso, nazionale più ancora che napoletano.
Di recente anche Bossi, l’immarcescibile ministro padano, si è voluto esibire con il nobile suono della Terronia, ma il suo gesto è stato un fiasco sotto il profilo acustico, al punto che avrebbe meritato un riscontro di eguale entità da parte di un napoletano doc, ma gli è stato risparmiato tenuto conto della sua incapacità di intendere e di volere.

martedì 4 settembre 2012

LA PUNIZIONE FUORI DAL CARCERE



Incrementare le misure alternative



A fine settembre il Parlamento dovrà decidere sul decreto legislativo riguardante la penosa situazione della Giustizia, ma soprattutto dovrà cercare un rimedio all’esplosiva situazione dei penitenziari con la prepotente urgenza del sovraffollamento, con un surplus attuale di 23.000 detenuti.Una situazione più volte sottoposta dal Presidente Napolitano all’attenzione dei politici e dell’opinione pubblica, senza sortire alcun effetto, mentre continuano a fioccare senza sosta le sanzioni europee, somme notevoli che vanno ad aggiungersi ai 250 euro di costo giornaliero per lo Stato per ciascun detenuto, di cui appena 12 centesimi destinati ad attività di recupero, mentre dall’inizio dell’anno vi sono stati 37 suicidi e 5.073 gesti di autolesionismo.
Mancano i fondi? Niente affatto! Sono stati mal adoperati per incompetenza e per corruzione.
Come si spiegherebbe altrimenti che sono stati elargiti 110 milioni di euro alla Telecom per realizzare solo 14 braccialetti elettronici?
Da tempo il dibattito anima le pagine dei giornali, inoltre sono numerosi i libri di esperti che cercano di identificare nella pena, non solo una necessaria espiazione, ma anche un mezzo per preparare il detenuto a reinserirsi nella società, redento e pronto a procacciarsi da vivere attraverso l’onesto lavoro.
E’ una nobile battaglia di idee tra chi considera utile la reclusione e chi vuole abolirla, riaprendo la diatriba che parte da Beccaria per arrivare a Foucault.
Partirei da “Detenuti” di Melania Rizzoli, che fotografa una galleria di personaggi famosi e da “Il perdono responsabile” di Gherardo Colombo. Fondamentale poi “Perché punire è necessario” di Winfried Hassemer ed “Il collaboratore della giustizia penale” di Vittorio Mathieu.
Abbiamo citato i titoli più importanti, ma la bibliografia è vastissima, segno dell’attenzione della cultura allo spinoso problema.
Una notizia clamorosa che è passata sotto silenzio dalla stampa è che per la prima volta i magistrati in tirocinio, nella didattica della nuova scuola di magistratura, saranno obbligati a vivere in prima persona l’esperienza del carcere per alcuni giorni ed alcune notti. Una novità travolgente che permetterà di valutare come va vissuta la pena.
Per Montesquieu o Beccaria la pena viene riconosciuta come un “ male necessario ad impedire al reo dal fare nuovi danni ai cittadini ed a rimuovere gli altri da farne eguali” (Beccaria – Dei delitti e delle pene – 1764).
Concetti oramai superati dai nuovi operatori della giustizia che affermano perentoriamente come il carcere, se risposta esclusiva a qualunque violazione, si riveli inutile e controproducente, divenga scuola di criminalità, non riesca a fare scendere il tasso di recidiva e, all’uscita, restituisca più insicurezza di quanta ne abbia imprigionata all’entrata.
Un’intuizione che già Michel Foucault nel suo celebre “Sorvegliare e punire” aveva stigmatizzato sottolineando che la detenzione, producendo l’effetto di rinnovare e moltiplicare i comportamenti delinquenziali aveva tradito la sua principale finalità.
Gherardo Colombo sottolinea come il concetto del perdono sia il presupposto per una possibilità di collegare alla trasgressione il recupero. Colombo è convinto che far male insegni solo a far male e la sofferenza imposta serve solo a produrre obbedienza anziché consapevolezza.Ai reclusi spesso il nostro sistema carcerario non toglie solo la libertà, ma anche la dignità. E questo non solo per ragioni affettive come il sovraffollamento, l’assenza di riservatezza per le necessità e la cura del proprio corpo, l’inedia e l’ozio coatto che non consentono di esprimersi in una qualche attività in cui poter riconoscere le proprie capacità, ma anche per una serie di micro umiliazioni inflitte ai detenuti che devono subire per non compromettere il loro curriculum di buona condotta che li priverebbe di quei piccoli vantaggi ad essa connessi. E qui viene da pensare che molti suicidi in carcere, che accadono frequentemente nell’indifferenza generale, non siano da imputare solo alla soppressione fisica della libertà, ma anche e soprattutto alla perdita di dignità, che fa percepire la propria vita come insignificante.
Se la perdita della libertà è inevitabile, quella della dignità è una pena supplementare che può e deve essere evitata, educando il personale carcerario ed affidando a tutti i detenuti un’attività occupazionale.
Se lo scopo della detenzione non è solo quello di scontare una pena, ma anche il reinserimento, come solennemente sancito dal dettato Costituzionale, dobbiamo considerare i detenuti come persone degne di rispetto al di là del reato commesso.
Non si tratta di illusioni, ma costituivano l’anima ed il motore di progetti bipartisan di riforma del codice, come le commissioni ministeriali Nordio nel 2005 e Pisapia nel 2008, che, per i reati di minor allarme sociale, prevedevano lavori di risarcimento e servizi alla comunità.Alla fine di settembre in Parlamento si discuterà un decreto delegato sull’argomento, speriamo con serenità e ragionevolezza, e noi ci permettiamo di suggerire alcuni emendamenti quali: il computo per l’applicazione dei mesi di premio fin dal momento dell’ingresso in carcere, così da poter giungere presto ai benefici, senza dimenticare la possibilità di telefonare quando si vuole, come accade in tutta Europa, e di poter utilizzare Internet e Skype.